— Ah! Dottore, non vedete ch'io soffro a parlarne? Come farò per farmi

comprendere? Non vi ho detto abbastanza allora che vi ho nominato il

mio crudel nemico, il vampiro che mi consuma la carne, che scopre le

mie ossa, che rode i miei visceri, e che mi annienta... mi distrugge?

Il mio cadavere! Egli è... là, sempre rimpetto a me, con quegli occhi

socchiusi e velati dalle tenebre della morte, colla bocca spalancata,

livido... immobile come un pezzo di cera; il mio cadavere abbandonato

sul letto dell'estrema agonia!... Vedete quelle persone che passano

da costa ad esso; sembran paurose di svegliarne il sonno!... Chiunque

se gli avvicina rattiene il fiato per tema di fiutare le putride

esalazioni di quel corpo, sul quale incomincia la seconda opera

della natura, il lavoro di decomposizione. Gli elementi dell'aria

atmosferica, quegli elementi che per tanti anni han lavorato a

conservar la vita, ora si affrettano a ripigliarsi il frutto dell'opera

loro, appropriandosi le molecole che si staccano da quelle ruine di

organizzazione. Ogni minuto secondo, strappa o disfà una fibra di

quel corpo il quale perde... sempre senza mai più acquistare. Tutta

la natura si gitta, come uccello di rapina, su quel suo figlio, alla

cui conservazione ella avea fatto concorrere tutte le sue forze; ed

ora si affretta a disfare quel dilicato tessuto... Nelle tenebre si

compirà questo lavoro di decomposizione, siccome nelle tenebre si era

compito il lavoro di formazione: le visceri di una madre crearono, le

visceri della terra consumeranno: nove mesi ci vollero per formarlo,

e forse NOVE MESI ci vogliono per disformarlo interamente: quel primo

tempo fu contato co' palpiti di un amore ineffabile, l'amor materno;

il secondo tempo chi mai l'ha calcolato? Oh... il mio Cadavere!... le

visceri del mio amore, abbandonato da tutti e da tutto! abbandonato

alla terra, sua crudel nemica, alla creta che lo abbranca per farne

creta, a' vermini che ne fanno la loro abitazione! E chi sa dirmi

quello che soffrirà il mio povero cadavere? Chi conosce i misteri della

tomba? Non può forse avvenire che l'antica magione del pensiero risenta

l'orrore del sepolcro? Chi mi assicura che il cadavere non soffra nel

vedersi strappato da' beni della vita, da quanto egli ha amato in sulla

terra? Oh! il sonno della morte sarebbe men duro se i nostri corpi non

rimanessero esposti agli orribili ospiti delle visceri della terra! Se

potessimo in morendo avere la dolce consolazione di sapere che coloro

i quali ci hanno amati non abbandoneranno le nostre spoglie! Il mio

Cadavere!... il mio povero Cadavere abbandonato da tutti!... da tutti!

Edmondo ruppe in lagrime, come un bambino.

Il Dottor Weiss aveva attentamente seguito le parole del Baronetto,

la cui eloquenza era eccitata dal favorito soggetto della sua

orribile fissazione. Non ci era più dubbio! Il medico avea tutto

compreso, tranne una cosa, che dovea pur formare il perno delle sue

argomentazioni. In che stato si trovava la coscienza del Conte? Gli

è vero che la fissazione di lui e i fantasmi, che il maceravano non

erano dell'indole di quelli che soglion morder l'anima dei rei; ciò non

per tanto una tale angosciosa fiacchezza di spirito in un uomo forte,

vigoroso, che avea veduto il mondo, che aveva arrischiata tante volte

la vita, che era stanco e sazio di tutti i piaceri: una tale fiacchezza

di spirito era inconcepibile senza una prepotente cagione morale, la

cui mala radice era forse nella coscienza di lui. Ad ogni modo, lo

stato di Edmondo era tanto deplorabile in quanto che l'infermità non

era del genere di quelle che vanno sottoposte alla disamina e curagione

dell'arte medica; ei bisognava operare sul morale e trovar rimedi

nella filosofia e nella religione. Edmondo era ricaduto nel suo cupo

abbattimento, dal quale il Dottor Weiss si affrettò di trarlo.

— Tutto ho compreso, signor Conte, dissegli il medico: trista è la

situazione dell'anima vostra, ma non è da disperare. Prima di tutto,

permettete che vi faccia un'interrogazione. Vi ricordo che in questo

momento io sono amico vostro, e che entrambi dobbiamo cercare una

via che ci guidi alla desiderata guarigione. In che stato si trova la

vostra coscienza?

— Che intendete dire, Dottore? dimandò esterrefatto il Conte, credendo

che il medico volesse disporlo per l'ultimo viaggio.

— Intendo dire, soggiunse questi, che la riparazione di qualche male

involontario da voi cagionato potrebbe essere il più efficace rimedio

contro i fantasmi che vi assediano. Una buona coscienza è il miglior

guanciale su cui si trovi leggero il sonno e ristorante.

Edmondo abbassò il capo e nulla disse. Questa volta egli avea compreso

il vero sentimento delle parole del Dottore.

— Signor Conte, ripigliò questi che dal silenzio dell'infermo avea

già sospettato non esser monda di colpe la coscienza di lui — non è

mio intento il voler entrare ne' segreti della vostra vita. Iddio solo

scruta i cuori e giudica gli uomini: ma è mio debito di rischiarare la

vostra mente sulle probabili origini del funesto e straordinario malore

di cui siete vittima. Se la radice del male stesse nel vostro organismo

e nelle funzioni che ne dipendono, io sarei obbligato di cercare con

accuratezza la cagione di un tale disordine per apportarvi salutari

medicamenti; ma la serpe non istà nel vostro organismo, signor Conte,

bensì là... nel fondo della vostra anima, dove non è dato all'occhio

umano di addentrarsi. A me basta l'aver su questo richiamata la vostra

attenzione. Mi permetterò di farvi eziandio osservare che la via del

pentimento è la più bella che vi si offra e la più atta a ridonarvi

la pace smarrita e a bandire le tristi e lugubri immagini, sotto il

cui impero voi soccombete. Siete ancora giovine, ricco e di valida

salute; avete ancora innanzi a voi una lunga serie di anni. Se una

colpa ha bruttata la vostra coscienza, se una follia giovanile vi

pesa in sul cuore, volgete al cielo il vostro sguardo, implorate la

Divina clemenza, riparate, se è possibile, al male che avete fatto;

se l'innocenza è bella, il pentimento è più nobile; l'anima vi si

ritempera, vi si fortifica e vi attinge la calma e la gioia. Che se

niun rimordimento è nel vostro cuore, se una singolare attitudine

ipocondrica del vostro spirito è la cagione del tristo fantasma che

tormenta le vostre notti, non saprei indicarvi altro rimedio più

efficace che la distrazione.

— La distrazione! mormorò tristamente il Baronetto, e dove trovarla? E

l'anima mia non si rifiuta forse ad ogni maniera di svagamento?

— Fa d'uopo sforzarsi alla distrazione, signor Conte; ei bisogna

che non istiate solo in nessun'ora del giorno, e se è possibile,

della notte: bisogna che vi mettiate nell'attività de' piaceri, che

frequentiate le riunioni, i teatri. Oltre a ciò, vi propongo un rimedio

della cui riuscita molto mi riprometto; esso vi costerà un po' d'oro.

— Dell'oro? E che non darei per riacquistar la mia salute e la

tranquillità del mio spirito? Parlate, parlate. Di che si tratta? Che

debbo fare?

— Ebbene, signor Conte, il rimedio ch'io vi propongo è il seguente:

Abbiamo a Manheim un giovine pianista italiano che ha destato in pochi

mesi l'ammirazione e la simpatia di Europa. Egli ha dato accademie a

Parigi, a Londra, a Berlino, a Vienna: ier sera si è fatto udire in

questo teatro di Manheim, ed ha prodotto tale entusiasmo, che pochi

suonatori possono vantare un sì bel successo. Voi gli scriverete,

signor Conte, e lo inviterete a passar con voi un mese o due: i soavi

accordi ch'ei sa trarre dal piano-forte avranno forza di strapparvi

dai vostri bui pensieri: la sua compagnia vi rallegrerà, quasi novello

Davide porrà in fuga la malinconia del nuovo Saulle.

— Che nome ha questo giovine?

— Daniele de' Rimini.

— E credete che la musica sarà capace di ridonarmi la serenità

dell'animo? Credete che le armonie del piano-forte varranno ad

allontanare dalla mia mente l'immagine del mio Cadavare?

— Io lo spero, signor Conte.

— Ebbene io tenterò questo mezzo: dimani il giovine pianista italiano

Daniele de' Rimini avrà stanza in questo casino.

Un servo pose termine alla conversazione, annunziando che il bagno a

pioggia era pronto.

La sera di questo giorno, Daniele de' Rimini riportò un altro trionfo.

Dopo l'accademia, gli abitanti di Manheim, trasportati di entusiasmo

pel suonatore italiano, l'aveano accompagnato infino all'albergo

dov'egli avea stanza. Correndo la stagione de' bagni, Manheim era

zeppa di forestieri, e il teatro era de' più animati e brillanti.

Daniele, siccome abbiamo accennato, aveva in pochi mesi percorso

le prime capitali di Europa: la fama il precedeva dappertutto, e un

trionfo lo aspettava in ogni paese in cui si faceva udire a suonare.

La sua giovinezza, l'avvenente malinconia del suo volto parlavano in

suo favore anche prima che ponesse le mani sui tasti del piano-forte.

La qual cosa il giovine non sì tosto incominciava, gli uditori erano

rapiti e incantati dalla magia degli accordi, dalla dolce mestizia de'

motivi delle opere italiane, a' quali Daniele dava una veste di armonie

al tutto corrispondenti e flebili. Il genio o l'ambizione, animava le

dita di quel giovine? L'uno e l'altra. Il genio era mezzo; l'ambizione,

o, per dir meglio, l'avidità dell'oro la molla delle sue ispirazioni.

Daniele era partito il 1 gennaio da Napoli, povero e oscuro. Cinque

mesi appena erano scorsi ed egli avea già acquistato celebrità; ma il

suo peculio non arrivava per ora che ad una somma tenuissima, Daniele

era scoraggiato, ma non disperava; gli restava ancora a percorrere

altra metà dell'Europa e tutta l'America settentrionale: i viaggi

assorbivano gran parte dei suoi guadagni.

Il domani della seconda accademia data a Manheim un domestico in gran

livrea consegnava a Daniele il seguente biglietto:

«Il Baronetto Edmondo-Isacco Brighton, Conte di Sierra Blonda, prega il

sig. Daniele de' Rimini di favorirlo questa mattina nella sua proprietà

di _Schoene Aussicht_».

Dopo un'ora, Daniele de' Rimini si trovava alla presenza di Edmondo.

V.

LA RICCHEZZA

Dicemmo che il casino del Baronetto era composto di due piani. Nel

secondo egli dormiva, essendo esso la consueta sua abitazione; in

questo era una stanza decorata con tutto ciò che può allietare i

sensi, e fornita di quanto è necessario per le comodità della vita.

Era questa la stanza, in cui il Baronetto passava la maggior parte dei

suoi giorni, e dove la sera riunivansi gli amici per prendere il tè e

per abbandonarsi agli allettamenti della conversazione. Questa stanza

riguardava i più ameni paesetti e villaggi alemanni che attorniano

le rive del Reno: due ampie finestre si aprivano a mezzogiorno e ad

oriente. Questa stanza, dal colore de' suoi paramenti, era chiamata la

_Camera verde_.

Il secondo piano rispondeva al primo per via di una magnifica scala

interna di marmo greco a tre branche, su ciascun pianerottolo delle

quali era una statua de' più rinomati artisti, e vasi di fiori odorosi

e di piante fiorite di cedri o di oleandri: ringhiere e bracciuoli del

più fulgido cristallo inglese e del più capriccioso disegno ornavano le

branche di questa scalinata, a piè della quale un'illusione di giardino

guidava al quartiere del lusso, ch'era appunto il primo piano.

Non ci allungheremo a dipingere alla immaginazione de' nostri lettori

la splendidezza di questa magione da fate. Conciossiacchè piccole le

camere, ciascuna era un gioiello di civetteria, di eleganza, di gusto;

ciascuna riuniva in sè sola il _comfortable_ d'una casa inglese.

Visitando quella scacchiera di stanze, tutte eguali, rettangolari,

forbitissime, ma silenziose e deserte, ti si apprendeva all'animo

un senso di mestizia, pensando che in quelle fulgide e ricche pareti

non suonava il rumore sì grato agli orecchi di Dio, il rumore della

famiglia. Quella solitudine e quel silenzio ti piombavan pesanti sul

cuore come se avessi visitato l'interno di un principesco mausoleo.

Rarissime volte il Baronetto scendeva al primo piano. Nei primi anni

della sua dimora a _Schoene Aussicht_, e quando il filosofo non avea

del tutto dimenticato il Cavaliere del Firmamento, quel primo piano

era designato ad accogliere qualche pellegrina visita, o qualcuno dei

vecchi amici di follie di Sierra Blonda, comecchè questo caso fosse più

raro, a cagione della cautela che Edmondo metteva a tener celato il suo

ritiro. Ma da un pezzo il primo appartamento di _Schoene Aussicht_ non

riceveva più ospiti di genere equivoco, ed ora si contava parecchi anni

dacchè lo stesso padrone non vi poneva il piede. Nondimeno il quartiere

era mantenuto con la massima nettezza, come se ogni giorno avesse

dovuto accogliere un cospicuo personaggio.

Questo primo piano era quello appunto che il Baronetto ordinava a

residenza del giovine pianista italiano, ed in esso propriamente volle

riceverlo per la prima volta.

Era in questo appartamento un salottino messo con un lusso così

sfacciato e con sì incredibile magnificenza che nell'entrarvi l'occhio

vi rimaneva abbagliato. L'adornamento di questo salotto era costato

al Baronetto un denaro che avrebbe potuto formare la fortuna di

cento famiglie. Diremo soltanto che molti mobili ivi contenuti erano

di oro massiccio, e che vi erano due seggiole d'avorio, a forma

di baldacchini, lavorate sul gusto cinese, e ricoperte da cuscini

orientali. Edmondo avea voluto profondere enormi somme nell'addobbo di

questo primo piano, ed in particolar modo di quel salotto per quella

eccentricità che formava sempre il fondo del suo carattere, e per

vaghezza di contemplare raccolte in piccolo spazio le meraviglie del

lusso e delle arti. La ricchezza pompeggiavasi in tutto il suo orgoglio

in quel ricinto dove l'oggetto più misero, più fragile, più perituro,

più dappoco che vi si vedesse era per lo appunto il padrone di tante

dovizie. E bene faceva Edmondo ad entrare di rado e quasi non mai in

quel salotto, che tacitamente lo scherniva e gli additava i sei palmi

di fetido terreno, che gli erano destinati per ultimo asilo.

In questo salotto Edmondo ricevè Daniele.

Perchè si era così affrettato il giovine pianista ad accorrere

all'invito del Baronetto? Perchè già gli era giunto all'orecchio il

suono delle grandi ricchezze del solitario di _Schoene Aussicht_, e

Daniele non credè a' propri occhi nel leggere il biglietto del nobile.

Il suo cuore gli diceva ch'era quella un'occasione propizia; che forse

il Conte di Sierra Blonda avrebbe potuto esser per lui una sorgente di

fortuna; che forse quell'uomo il quale vivea lontano dai rumori della

città e de' divertimenti sarebbe per lo meno un filosofo amico delle

arti e incoraggiatore splendido dei giovani artisti. Checchè avesse

tra sè pensato il nostro Daniele, il fatto è che volò come un fulmine

all'invito che gli sopraggiunse caro per quanto inaspettato.

Rinunziamo a dipingere la maraviglia di Daniele veggendosi introdotto

in quella casa e proprio in quel tempietto d'oro, di cui abbiam

parlato: il colse un capogiro una vertigine: era quel salotto il

riverbero dell'anima sua, lo specchio de' suoi ardenti desideri:

quell'oro riflettevasi a sprazzi di fuoco nel suo cervello, e

rimescolava le sue idee e confondeva la sua ragione nè più nè meno

che se fosse stato un barilotto di poderosissimo vino. Tanta fu la

luce che balenò da quel salotto che Daniele non vide il Baronetto, il

quale, vestito a nero, era seduto sovra un piccolo canapè a forma di

conchiglia. Edmondo era così pallido, così emaciato, che il suo volto

parea dileguarsi in sulla nera barba che gli scendeva insino al petto.

La voce del Baronetto trasse Daniele dall'estasi in cui era immerso, e

chiamò i suoi sguardi attoniti sul nume di quel tempietto.

— Sedete, bel giovane. Non siete voi l'egregio pianista signor Daniele

de' Rimini?

Edmondo avea parlato in francese; era nell'accento e nella voce di

quest'uomo qualche cosa di cupo e di affannoso che colpì all'istante

il giovine artista, il quale con leggiero imbarazzo rispose chinando i

begli occhi:

— Perdonate, signor Baronetto, al mio imbarazzo e al mio stupore,

cagione della scortesia che ho commessa nel non riverirvi appena son

qui entrato. Le arti umili e dimesse veggonsi confuse alla presenza

di tanto splendore. D'altra parte, vi confesso che io mi aspettava di

entrare nell'ostello della filosofia, perocchè il grido delle vostre

estese cognizioni..

— E non vi siete ingannato, interruppe il Baronetto, nel credere che

avreste trovato in me un filosofo, il quale per altro ha la sventura di

esser ricco! Ma, di grazia, accomodatevi signor de' Rimini.

Daniele salutò col capo e con molta osservanza il Baronetto, e si sedè

in faccia a lui sovra altro divanetto a forma di sfinge, ripetendo tra

sè con estremo stupore, e come se avesse cercato di capire il senso di

un paradosso; _il quale per altro ha la sventura di esser ricco!!_

Edmondo avea fitto lo sguardo sul sembiante di Daniele e massime

negli occhi che gli avean fatto una impressione gratissima. Fin dal

primo affacciarglisi del giovine italiano, il Baronetto avea provato

un subitaneo sentimento di simpatia; onde trasse lieto augurio pel

tentativo di curagione che gli era stato consigliato dal Dottor

Weiss. Daniele era davvero un vago e gentil giovanotto. Un leggiero

accrescimento di salute congiunto alla situazione in cui trovavasi

colorava il suo volto di una tinta di rosa. I viaggi avean data alla

sua complessione maggior vigoria e a tutta la sua persona un'aria di

più gran distinzione. Questa volta due leggiadre basette coronavano le

sue labbra, andandosi a congiungere con un semicerchio di barba che gli

circondava il mento; il suo sguardo era animato dalla vivacità della

giovinezza, della salute e del genio.

— La fama della vostra somma abilità nell'arte musicale è giunta infino

al mio solitario ritiro, disse Edmondo guardando sempre con compiacenza

il giovine italiano: la mia salute non mi permette di andare al teatro

ed avere il piacere di sentirvi a suonare; ed io anelava di conoscervi:

ecco la ragione per cui vi ho pregato di onorarmi.

— Che dice mai, signor Baronetto! Ascrivo ad un particolar favore

della mia sorte l'avermi procacciato un tal piacere ed onore, rispose

Daniele, a cui le parole del Conte faceano un effetto gradevolissimo.

— Fuori cerimonie, signor de' Rimini, io sono filosofo e voi siete

artista; la filosofia e le arti si vantano di schiettezza; la ragione

e la verità sono le loro basi, io dunque vi parlerò il linguaggio

dell'affetto più che quello delle convenienze.

— Dell'affetto! signor Conte! esclamò Daniele trasalendo di gioia.

— Sì, dell'affetto. E pria di tutto, vi confesso ch'io trovo nella

vostra fisonomia qualche cosa che m'innamora di voi. Non so perchè,

ma in entrando in questo salotto, le vostre sembianze mi han tocco

profondamente.

— Ebbene, signor Baronetto, dal canto mio vi confesserò parimente che

la vostra voce e la vostra fisonomia han fatto in me un'impressione

così grata, ch'io non dimenticherò in tutta la mia vita la vostra

persona. Ma un tal piacere mi viene amareggiato dalle parole che testè

mi avete dette, signor Conte.

— E quali?

— Che lo stato della vostra salute v'impedisce di uscire.

— È vero; io soffro, bel giovanotto, soffro assai; ma chi sa! forse

dovrò a voi, se non l'intera mia guarigione, qualche ora almeno di

sollievo.

— Deh! piaccia al cielo ch'io possa avere il piacere di contribuire al

ricuperamento della vostra salute!

— Ne ho speranza, e sopratutto da pochi momenti a questa parte. La

vostra sola presenza ha già prodotto in me un effetto salutare. Che età

avete, bel giovine?

— Sto nel ventesimo terzo anno della vita.

— Così giovine, e già pieno di gloria!

— La gloria! ripigliò il pianista, la gloria! L'è gran bella cosa la

gloria, è vero, ma non basta alla felicità dell'uomo in su la terra. Oh

se io fossi ricco!

— Oh! che mai dite! ricco! Ebbene; guardate, mirate il mio volto; son

io felice? Eppure io sono due volte milionario.

— Due volte milionario! esclamò Daniele con occhi di fuoco, e il suo

petto si gonfiò, e dalla sua bocca, dalle sue narici il fiato usciva

con impeto. La trista corda dell'anima sua era tocca.

— Sì, due volte milionario, ripetè il Baronetto, e ciò non ostante io

sono la più misera creatura che sia nel mondo.

— Voi, signore!

— Io, io propriamente, io darei la metà di quanto posseggo, purchè

dormissi una sola notte il sonno che si dorme alla vostra età e colla

vostra salute.

— Oh mio Dio! tanto dunque voi soffrite, signor Conte!

— Tanto io soffro! ripetè come un'eco sepolcrale il Baronetto.

Ebbero luogo tra quei due personaggi pochi momenti di silenzio. Edmondo

riprese.

— Vi farò una proposta, signor de' Rimini, e voglio sperare che

l'accettiate.

— L'accetto, signor Conte, rispose Daniele con fermezza.

— Anche prima di sapere di che si tratta.

— Qualunque cosa mi proponiate, io l'accetto, tornò a dire il giovine

con risolutezza.

— Ed io vi ringrazio con tutta l'anima, signor de' Rimini, e spero non

essere ingrato alla premura che mi dimostrate. Io dunque vi propongo

di passare un mese in questa città di Manheim, e, se non vi dispiace,

in questo casino. Vedete quanto ardisco sperare da voi! Rinunziare ad

un mese di trionfi, e adattarvi a viver con un povero infermo qual sono

io!

— Un mese! esclamò quasi tra sè Daniele.

— Un mese, due o tre, il tempo che vi piacerà. E giacchè intendo

godermi io solo le vostre accademie, è giusto ch'io le paghi. Vi offro

dunque trentamila franchi al mese.

— Trentamila franchi al mese! ripetè con occhi di pazzo il pianista, il

suo cuore fece un balzo terribile. E ditemi, signor Conte, trentamila

franchi al mese che somma fanno a capo di un anno?

— Trecento sessantamila franchi, rispose Edmondo, vale a dire circa

63,000 piastre di Spagna.

— Non basta!!! esclamò scoraggiato Daniele, e quasi avesse risposto ad

una interrogazione che avea fatto a sè medesimo.

Edmondo fu estremamente sorpreso da quella parola, ch'egli credette

diretta a sè.

— Così giovane e così assetato di ricchezze! esclamò tra sè il

Baronetto; è inconcepibile!

Daniele capi l'errore che avea commesso, arrossì tutto, e si affrettò a

dire.

— Perdonate, signor Conte, non a voi era diretta quella parola che

testè mi è sfuggita dalle labbra. La somma che voi mi proponete è una

fortuna immensa per un povero artista qual io sono, ma io non posso

rimanere sì a lungo in Germania. Mi permettete adunque ch'io accetti

solamente per un mese, e mi darete quella somma che vorrete.

— Sia dunque per un mese, disse Edmondo: a contare da questo giorno,

n'è vero?

— Da domani, signor Conte.

— Ebbene, domani vi aspetto: questo appartamento vi sarà assegnato; le

mie carrozze e i miei servi sono a vostra disposizione fin da questo

momento.

Daniele era per accommiatarsi dal Baronetto, quando nel salotto entrò

il dottor Weiss. Edmondo prese per la mano il giovane italiano, e,

presentandolo al medico, disse:

— Dottore, ecco il signor de' Rimini, il RIMEDIO che mi avete proposto.

Egli è mio ospite per un mese.

— Davvero! Voi, signor de' Rimini...

Il medico s'interruppe, indi ripigliò:

— Ma, è strano! è curioso! è incredibile! Signor Conte, questo

giovinotto vi rassomiglia a capello: quegli occhi sono i vostri, quella

fronte è la vostra, quel naso è il vostro... Ah! ah! ci sarebbe da

scommettere che il signor de' Rimini vi è figlio!

Questo scherzo fu una scossa elettrica per quei due personaggi, che si

guardarono, arrossirono e impallidirono, come se quella parola gittata

così per celia fosse stata una inattesa rivelazione.

VI.

L'ARTISTA

Il giorno appresso, Daniele era stabilito al primo piano del casino di

_Schoene Aussicht_. Il Baronetto avea posto agli ordini del giovine

pianista le migliori delle sue carozze e due scelti domestici, uno

tedesco e l'altro francese. Il più splendido e principesco servizio

era ai comandi di Daniele, il quale era trattato come un ospite regale.

La colezione gli era recata nel suo appartamento, il pranzo era comune

col Baronetto, così avendo disposto lo stesso Daniele. Edmondo gli avea

lasciata intera libertà, sicchè il giovine era padrone assoluto di sè

medesimo in tutto il corso del giorno. Ma al cadere delle tenebre, e in

sull'ora del pranzo, il Baronetto il facea pregare di salire al secondo

piano.

Il mio cadavere · 第 9 / 20 段