questi non fu più sicuro della sua vita in Cuba; partì accompagnato
da Maurizio Barkley. Dopo parecchi anni di viaggi, il Baronetto si
fissò a Manheim, dove avea comprata la tenuta di _Schoene Aussicht_
e dove abbiam fatto la sua conoscenza. Una compiuta trasformazione
si era operata nel Baronetto. La sua giovinezza era sparita e con
essa tutte le illusioni de' piaceri, di cui era sazio e ristucco. La
vita ch'egli avea sì follemente dissipata e schernita gli diventò
così cara, che risolvette di vivere il resto de' suoi giorni nella
più riposata felicità e nella più esemplare saggezza. Non ostante
le orgie, gli stravizzi e le strambezze di ogni ragione, alle quali
si era abbandonato nella sua giovinezza, la sua salute di ferro non
era giammai venuta manco: egli avea innanzi a sè, secondo tutte le
probabilità, altri quaranta o cinquant'anni di vita e una immensa
fortuna; fermò adunque di passare questi altri anni in modo da
procacciarsi tutt'i più dilicati piaceri, senza mai più mettere a
repentaglio la sanità del suo corpo. L'odio del Duca di Gonzalvo e
la vendetta che questi avea giurato contro il Baronetto, davano a
costui grandissimo pensiero e rattristamento. Quantunque fosse stato
quasi impossibile di scoprire il suo ritiro a Manheim, ed anche più
impossibile di penetrare nei suoi appartamenti, pure egli temeva
sempre un agguato; laonde, saputo che il Duca viveva in Napoli colla
sua famiglia, pensò di mandare in questa città il fedelissimo Maurizio
Barkley ad oggetto d'insinuarsi destramente nella casa del nobile
spagnuolo, di cattivarsene la benevolenza, e cercare di scoprire se
quegli avesse formato qualche disegno contro di lui Baronetto. Riuscì
alle astuzie di Barkley di introdursi nella casa del Duca di Gonzalvo e
diventare uno de' suoi intrinseci amici. Maurizio scriveva al Baronetto
tutto ciò che il Duca pensava ed operava, e rassicuravalo pienamente,
dicendogli che il nobile spagnuolo non conosceva per niente essersi il
Baronetto ritirato a Manheim.
I nostri lettori ricorderanno di aver veduto Maurizio Barkley alla
festa di Lady Boston a Napoli, alla quale era stato presentato dallo
stesso Duca di Gonzalvo. Un altro scopo e un'altra missione avea il
soggiorno di Barkley in Napoli, oltre quello di spiare i pensieri del
Duca. Diremo altrove quali erano questo scopo e questa missione.
Edmondo menava in quel solitario ritiro di Manheim la vita
riposatissima di un vero filosofo sibarita. Al disordine della
sregolatezza era succeduto l'ordine più perfetto: tutto era pensato e
sistemato secondo le regole della stretta igiene. Un esperto medico
di Francoforte veniva a visitarlo di tempo in tempo e gli assegnava
la qualità del cibo, del riposo, del sonno, dell'esercizio. Per
premunirsi contro i pericolosi effetti delle variazioni atmosferiche,
egli si era avvezzato a sottoporsi ogni giorno, in levarsi dal letto,
allo _showerbath_ (bagno a pioggia) sì comune in Inghilterra e in
Germania. Edmondo usciva dalla nicchia verticale del bagno a pioggia
con una vigoria di salute, con una freschezza di mente, con un'alacrità
di appetito, che il ringiovanivano di venti anni. Egli facea la
sua colezione, indi passeggiava nella sua villa o si dava a' lavori
campestri; più tardi gustava i piaceri della lettura, e poscia sedeva
ad uno squisitissimo desinare inaffiato dal vin del Reno e dallo Xeres.
Dopo pranzo, usciva a cavallo infino a sera, giunta la quale ei libava
le delizie d'una parca cena in compagnia di pochi e scelti amici dotti
e filosofi.
Una parte della villa di _Schoene Aussicht_ era coltivata a gentile
orticello. Edmondo, affin di procacciarsi un salutare esercizio,
dava opera, come abbiam detto, a' campestri lavori nei quali trovava
l'incanto di puri ed innocenti piaceri al tutto nuovi per lui.
Nell'inverno egli formava diversi vivai, intrecciava i tralci delle
viti e li copriva di terra per non farli offendere dal gelo, passava
in rivista i seminati e curava di sviare le acque stagnanti; facea
preparare e concimare il terreno; nella primavera ordinava seminature
e piantagioni, sarchiava egli stesso le nocive propaggini: nell'està
la mietitura richiamava tutta la sua sollecitudine, e la famiglia
dei fiori tutto il suo amore; poneva all'ombra le viole, badava con
diligenza agli adacquamenti: nell'autunno trapiantava le mammole; era
tutto d'attorno agli alveari, cavandone il mele e la cera, e nettando
le arnie da ogni immondizia; stava ben attento alla maturità dei semi
autunnali per raccoglierli e farli prosciugare per conservarli.
In simiglianti occupazioni Edmondo spendeva parecchie ore, e sempre ne
risentiva grandissimo sollievo. Egli avea studiato in America l'arte
delle piantagioni; avea però non poche cognizioni di agricoltura Nella
isola di Cuba, oltre al traffico degli schiavi, le piantagioni dello
zucchero, del cotone e del tabacco erano state le principali vene della
sua ricchezza. Quasi ogni mese egli facea fare enormi carichi di cotone
e di zucchero ai vapori armati pel Mississipi, e vendeva i prodotti
delle sue terre ai paesi che si trovano lungo la corrente di questo
interminabile fiume. Nuova Orleans era il centro, nel quale venivano
a confluire i capitali di Edmondo, che vi teneva la sua principale
amministrazione.
La conversazione del Baronetto era delle più piacevoli ed istruttive,
ed i suoi discorsi erano pieni di quella trista esperienza che danno
i disinganni della vita. Egli avea tanto viaggiato; avea veduto tanti
lontani paesi; era stato in mezzo alle più alte classi sociali,
avea trattato gli uomini celebri di tutta Europa; ed oggi era al
caso di ragionare con aggiustatezza di molte cose. Edmondo parlava
con grandissima facilità molte lingue europee e varie orientali,
tra le quali l'araba. Nella sua solitudine di _Schoene Aussicht_,
egli coltivava le lettere e le scienze morali; leggeva quasi tutti i
principali giornali che si pubblicavano nel mondo, e la sera faceva
cogli amici i suoi comenti su qualche subbietto politico, morale,
economico o industriale. Le ore serotine ch'ei passava ragionando
di filosofia e di lettere erano le più belle della sua giornata.
Molte volte si pentiva di aver dissipata la sua giovinezza, e diceva
che il filosofo di _Schoene Aussicht_ avea maledetto il Cavaliere
del Firmamento. Ma era egli parimenti pentito degli errori e delle
follie della passata sua vita? Si doleva dei mali gravissimi che
avea cagionati a tante disgraziate famiglie? Mal potremmo dirlo,
imperocchè sulle ruine di quell'anima non ispirava l'alito dolcissimo
e vivificante della grazia celeste. La saggezza umana, ch'è follia
dinanzi agli occhi di Dio quando è confidente in sè sola ed orgogliosa,
e l'età, l'inesorabile medicina della febbre delle passioni, aveano
soltanto influito a cangiar quell'uomo; benchè la cagione precipua
del mutamento che si era fatto in Edmondo fosse il segreto della
Provvidenza, di che or diremo.
Edmondo era stanco del passato ma non pentito. La sua anima era un
vulcano estinto da cui esala tuttora un'afa mortale. Egli era sempre
materialista.
Ciò nulla di manco, non era possibile il credere che il proprietario di
_Schoene Aussicht_ fosse il medesimo uomo che il Baronetto Brighton, il
Conte di Sierra Blonda, e Sir Falstaff. Tra questi ultimi e il primo
ci era quella barriera che separa la saggezza dalla follia. Edmondo
era tutt'altro uomo da quello che era stato nella sua giovinezza.
Abbiam detto che la precipua cagione del suo cambiamento era il
segreto della Provvidenza. Che cosa dunque aveva oprato una tale
straordinaria trasformazione? Un pensiero che era la serpe morale posta
da Dio nel cuor di quest'uomo che tanto aveva oltraggiato le Divine
sue leggi. Questo pensiero era la PAURA DELLA MORTE. Edmondo perciò
non era felice. Mirabil castigo della Divina giustizia! Attraverso
le delizie ond'ei si circondava, e nello stato della più perfetta
sanità, quell'uomo avea molto spesso e quasi ogni giorno momenti di
tristezza e di disperazione pensando che un dì egli doveva abbandonar
la vita. Quando l'ora della sua morte fosse suonata, i suoi milioni
non l'avrebber ritardata neppur d'un minuto! Orrendo pensiero che il
rendea tristo e taciturno per ore intere, sepolto nella più desolante
melanconia: Non era tanto il pensiero di dover finire che gli dava
rovello e tristezza, quanto un altro pensiero che ne derivava qual
conseguenza. Edmondo era preso da raccapriccio e da orrore pensando
che il suo corpo nutrito con tanta ricercatezza, godente di tutte le
dolcezze della salute e delle dovizie, conservato con quanto ci è di
meglio nei regni vegetali ed animali, il corpo ch'egli tanto amava ed
al quale prodigalizzava le più tenere cure, sarebbe stato un giorno
abbandonato a pasto dei vermi della terra!!
Edmondo fremeva, e non rare volte rompeva in codarde lagrime pensando
al suo CADAVERE!!
III.
LE NOTTI DI EDMONDO
Il proprietario di _Schoene Aussicht_ diveniva ogni giorno vie più
tristo e impensierito: a stento i suoi amici il traevano qualche volta
dalla concentrazione in cui cadeva. Edmondo incominciava a fastidiarsi
benanche di quegli innocenti piaceri che avean dato alla sua anima
serenità di sentimenti della natura. La sua conversazione languiva
per difetto di attenzione in lui; poco parlava, e pochissimo parea
che prestasse ascolto a' ragionamenti de' suoi dotti visitatori, a'
quali non isfuggì lo stato del Baronetto, e più volte il richiesero
della cagione della sua ipocondria. Colui dava sempre vaghe risposte, e
negava che avesse motivi di essere sovra pensieri, ovvero adduceva per
causa qualche disavventura immaginaria. Ma il sorriso non più ispuntava
in sul labbro di Edmondo, la cui salute incominciò a risentirsi
della prostrazione del suo spirito. E quanto più egli si accorgeva
di dar giù nella salute, tanto più crescevano in lui le apprensioni,
l'abbattimento, i fantasmi della morte e le agonie d'una debolezza di
spirito singolare e straordinaria. Invece di procacciarsi distrazioni,
egli prendea diletto ad immergersi nel fitto pensiero che il torturava.
È questo appunto uno de' più strani fenomeni dell'umana natura,
che cioè l'uomo trovi una certa voluttà nel pensare continuamente a
quelle cose che più gli danno argomento di pena e di melanconia. Lo
sventurato si attacca alla sua sventura, si ammoglia con essa, la tiene
strettamente abbracciata con sè: vi s'inebbria fino alla mattezza:
ogni distrazione gli riesce pesante, amara, importabile. Egli ama
soltanto di sentir parlare della sua sventura; detesta chiunque cerca
di strapparlo per poco dall'idolo suo, e maledice quella mano che si
studia di arrecargli balsamo e sollievo.
Oh se la malinconia di Edmondo fosse stata figlia del pentimento! Oh se
il pensiero della morte fosse stato ispirato in lui dalla religione!
Egli sarebbe stato felice, pienamente felice, imperocchè vi ha nella
vita de' momenti in cui l'anima sente il bisogno di contristarsi, in
cui, esaurito quel circolo limitato di usuali svagamenti, essa non può
trovare un godimento che nella tristezza; non già quella tetra ch'è
figlia di gravi infortunii, o cagionata da tormentosi rimorsi, il cui
solo falso raggio di speranza è il nulla della morte, e che ama di
pascersi nelle tenebre della notte o fra gli orrori delle tombe; non
già quella disperata e funesta in cui cade il cuor d'un padre o d'una
madre nel veder languire gli amati figliuoli nella miseria, o da altra
simigliante sventura oppressi; ma sibbene quella cara e misteriosa
tristezza che nasce nell'anima dall'innato amore del sublime e del
bello; quel sacro dolore, che diffondono sul cuore le pagine de'
salmi o le tenere carte Davidiche: quella tristezza a cui ne invita
il racconto di qualche nobile azione, di qualche compassionevole
avvenimento; quella dolcissima tristezza infine, di che inebbriano la
nostr'anima il patetico suono delle onde del mare, il mormorio delle
vergini foreste, un gemito dell'aura nel silenzio della sera quando si
medita sulle ruine coverte di edera e di muschio, un raggio di luna che
segna sul terreno la croce di selvaggia tomba.
Avvi un'altra sorta di tristezza, necessaria all'anima, come la
medicina al corpo infermo, ed è questa la tristezza del pentimento.
Ah! chi mai non sentì una volta almeno in vita la necessità di questa
tristezza? Augusta figlia della religione, sublime tristezza del
pentimento, tu sei sacra come la voce della virtù, inviolabile come
l'innocenza, soave come la speranza; per te l'uomo volge atterrito uno
sguardo al passato, ed interroga gli anni scorsi nell'obblio della
vita; è per te che un raggio di calma penetra il cuore dell'uomo
colpevole, e diffonde sulla sua anima quella beata tranquillità
dell'innocenza, a cui sortilla il Creatore.
Ma il codardo affanno di Edmondo non provveniva, siccome dicemmo, dal
pentimento. Una idea fissa e terribile il perseguitava, un'immagine che
gli mettea il ribrezzo e lo spavento nell'anima: il suo Cadavere!
Edmondo facea paura a sè medesimo, appunto come gli avrebbe fatto
paura il suo cadavere, se egli lo avesse veduto. Questa fissazione
era in lui mantenuta ed eccitata dal continuo riguardar ch'ei faceva
sovra i dipinti di un gran volume di anatomia e di osteologia, nel
quale erano varie grandi tavole con disegni dello scheletro e del
corpo umano spogliato de' suoi naturali tegumenti. Oltre di che,
il forsennato si abbandonava con delizia alla lettura de' libri più
tristi e malinconici. Di notte tempo, e quando la natura, e gli uomini
riposano, quando l'infelice che ha pianto ritrova nelle braccia del
sonno il conforto e la calma, quando nessun esterno oggetto colpiva più
i suoi sensi, Edmondo si mettea col pensiero faccia a faccia col suo
Cadavere. Avvolto nelle seriche sue coperte, colle pupille spalancate,
fisse sulla lampada d'oro che rischiarava la vasta sua camera da letto,
immobile e freddo, il milionario immergeva il tremante pensiero nelle
visceri della terra, e con orribile minutezza s'immaginava al vivo
la dimora del proprio corpo colà dove tutto è silenzio e oscurità.
Ci sforzeremo di ritrarre, per quanto ci sarà possibile con parole,
le immagini che si affacciavano alla mente di quell'uomo nelle ore
notturne, e quando il sonno fuggiva dai suoi occhi deliranti.
Edmondo si vedea disteso in angusta bara ricoperta da sei palmi di
terreno: l'aria, lo spazio e la luce erano scomparsi: ei si sentiva
in sul petto il peso della terra, sulla quale più non dovea riporre
il piede, quella terra su cui egli avea signoreggiato col suo oro, e
che pareva tanto angusta all'ardenza de' suoi piaceri. Le voci degli
uomini, i canti serotini, le parole dolcissime di amore e di amicizia
più non colpivano le sue orecchie: nessun rumore! nessuna voce!! Il
silenzio, assoluto, eterno, il circondava! Edmondo si sentiva consumar
la carne: e le ossa, che prima erano ascose, discoprirsi a poco a
poco. La corruzione, figlia della morte, abbrancava la sua preda; e i
vermini, figli della corruzione, se ne impossessavano e penetravano a
schiere, a migliaia nell'organismo in isfacelo. L'organismo del corpo,
la più bella opera della natura, il capolavoro della Creazione, la
lunga e penosa fattura delle visceri d'una madre, quell'organismo che
dava sussulti di amore, di tenerezza, d'ineffabili angosce al cuore
de' genitori; che per tanti anni la natura avea protetto contro le
esterne ingiurie della materia bruta, quell'organismo tessuto con tanta
profonda saggezza divina, miracolo quotidiano, magistero sublime,
perfezione della materia, marciva qual succida poltiglia, pasto
d'immondi animali senza nome, ignoti forse all'uomo vivo.
SE DOMANI MI CERCHERAI PIÙ NON SARÒ: Queste sacre parole faceano
raccapricciare e rizzare i capelli al milionario. Egli guardava
attorno a sè con ispavento, interrogava i palpiti del suo cuore, i
battiti del suo polso, per assicurarsi della vita. La lampada d'oro che
illuminava la camera prendeva strane forme a' suoi occhi, e le ombre
che sprolungava in sulle pareti si trasformavano in oggetti sepolcrali.
Il pensiero di Edmondo era fisso, inchiodato alla bara, e la fissazione
era tale, e l'esaltamento della fantasia era così grande che il
misero si credea già divenuto cadavere. Un'agghiacciata immobilità lo
colpiva: i suoi occhi più non iscorgeano la fosca luce che ondeggiava
incerta e ombrosa in sulle sue pupille, quasi trasparenza di un funebre
lenzuolo: le sue braccia e le sue gambe sembravano rifiutarsi alla
sua volontà, sorprese dal ghiaccio di morte. Edmondo si ridestava con
balzo convulsivo di questa tremenda illusione; si alzava a metà sul
suo letto, pallido, cogli occhi stralunati, colla barba che parea
sollevarsi di spavento come i peli dell'istrice: egli afferrava la
corda di un campanello e con violenza estrema suonava al soccorso;
e comandava al cameriere di accendere i torchietti dei doppieri in
sulle mensole, di schiudere le imposte dei terrazzini, di starsi
vicino a lui, di fargli udire la sua voce. Il cameriere eseguiva,
stupefatto dalla stranezza de' comandi del suo padrone. Qualche volta
i lumi rimanevano accesi per l'intera notte e non erano spenti che
in sull'alba, ora in cui sulle stanche pupille di Edmondo scendeva
il ristoro del sonno. L'infelice più non dormiva che colla luce del
giorno.
Simiglianti notturni fantasimi erano più terribili ancora quando il
misero era preso dalla paura che cagionavagli il pensiero di essere
sepolto prima ch'ei fosse in realtà spirato. Gli esempi che si citavano
di persone, le quali, per apparenza di morte, erano state portate alla
tomba ancora viventi faceano sollalzare i capelli del ricco Baronetto,
e gli metteano la febbre nelle vene, il delirio nella ragione. Egli
leggeva sempre un'opera tedesca intitolata, _La morte apparente_, nella
quale con molti argomenti si dimostra la facilità di esser tratti in
inganno su gli esterni segni di morte.
Talune notti Edmondo, non potendo trovar calma nel letto in cui vedea
la tomba, e sul quale ei pensava che dovea rimaner cadavere prima di
essere trasportato all'ultimo soggiorno, si alzava, si vestiva, e dava
di lunghi passi nella sua camera, stordendosi col rumore delle proprie
pedate. Coverto da lunga veste di camera, colle braccia incrociate,
quella sua lunga barba nera spiccava in sul volto pallidissimo e
dava alla sua persona l'apparenza di un fantasma che percorresse quel
vasto appartamento. Alcune altre volte egli si addormentava sovra una
poltrona; ma non sì tosto avea chiuso le palpebre, sogni terribili
se gli affacciavano all'egra fantasia. Gli sembrava di esser tolto di
peso dalla poltrona dalle braccia di due nerboruti becchini, i quali il
deponevano in una cassa mortuaria a dispetto delle alte strida ch'ei
gittava, e gl'inchiodavano sul capo un coverchio di ferro. E mentre
que' barbari si accingevano a porlo nella bara, ei vedeva tanta gente
nella sua camera, e tra le altre persone distingueva due donne e tre
giovani robusti e pieni di vita, che si affrettavano ad aprire gli
armadi e i cassettini per impadronirsi del suo oro. Ci era benanche
una donna dalle chiome sparse sulle spalle, dagli occhi bellissimi e
neri come la notte, la quale rideva... rideva a sganascio dappresso
al cadavere di lui, e mostravagli una larga ferita che si era fatta
nel seno, e additavagli un bambino macilento che le giaceva ai piedi.
Il rumore e le grida di esultanza che risuonavano in quel vasto
appartamento soffocavano i gemiti di lui che si dibatteva sotto i pugni
de' becchini.
Edmondo si svegliava da questi sogni con un batticuore insopportabile,
e più non potea richiudere le palpebre, anzi temeva di riprender sonno
per non essere novellamente torturato da larve di tal natura.
Da oltre un anno, Edmondo era vittima della sua fantasia. La sua
fissazione lo avea talmente ridotto a male ch'egli si affrettava a
grandi passi verso quello stato, cui tanto temeva. Il milionario parea
che avesse fretta di divenir cadavere. Eragli nonpertanto rimasto
bastante filo di ragione per fargli concepir rossore della sua propria
debolezza, sì che mai non ebbe il coraggio di svelare la cagione delle
sue sofferenze. Ma si avvide ben presto che bisognava trovar rimedio a
tanto male; fermò quindi di vincere la ripugnanza ch'egli aveva a far
palese la strana causa del deterioramento della sua salute. Il domani,
ben per tempo, scrisse al suo medico di recarsi sul momento a _Schoene
Aussicht_.
IV.
UN RIMEDIO
Il domani, nella prim'ora del mattino, il Dottor Weiss di Francoforte
si faceva annunziare al Baronetto Brighton. Costui si era da qualche
ora alzato dal letto ch'era divenuto per lui più tormentoso di uno
spinaio. Una limpida giornata di giugno incominciava il lungo suo
corso. Un fresco venticello baciava le cime delle acacie, correva
allegro e pazzognolo lunghesso i viottoli ombrosi della villa di
_Schoene Aussicht_, e rapiva i primi profumi dei fiori, trasportandone
gran parte nella camera da letto di Edmondo, il terrazzino della quale
era dischiuso.
Il milionario si era appoggiato alla ringhiera del terrazzo: il sereno
del cielo, le balsamiche aurette di primavera, il concerto degli
augelli, il tremolare delle fronde, aveano per poco discacciata la
negra nebbia che premea l'anima di Edmondo, ed avean dato a' suoi
pensieri altro avviamento non così malinconoso. L'annunzio della
visita del medico gli giunse grato come foriero di guarigione. Edmondo
fece entrare il Dottor Weiss in un gentil salottino di conversazione,
attiguo alla camera da letto, ed ei pure entrovvi e si sedè, invitando
il medico a far lo stesso.
— Vi trovo molto cangiato dal giorno in cui ebbi ultimamente l'onore
di visitarvi, signor Conte, cominciò il medico — Non sono che quindici
giorni all'incirca, e rinvengo sul vostro volto le orme di una
devastazione che mi dà pensiero e pena. Che vi è accaduto in questo
lievissimo tempo?
— Non so, Dottore, rispose Edmondo, ma io sto male, malissimo; sono
più di dieci giorni che il sonno sembra fuggire dagli occhi miei, o,
se talvolta una cascaggine mi sorprende e un filo di sonno si stende
sulle mie stanche palpebre, è peggio, perciocchè uno sciame d'immondi
fantasimi mi vola sul capo, strarnazzando le ali su tutto il mio corpo.
E non ci è modo di sottrarmi a questa orrenda pressione che mi uccide,
che mi conduce alla tomba, che mi rende cadavere!... cadavere!
Pronunziando queste due ultime parole, il Baronetto fremè: il suo
sembiante s'infoscò talmente che il medico ne fu sorpreso e guardollo
fisamente.
— Datemi il vostro polso, signor Conte.
Dopo di aver esplorato il polso del Conte per qualche momento, il
medico disse, come se avesse parlato fra sè:
— È strano! il polso è convulso!
E tornò a riguardar negli occhi l'infermo, procurando scavargli i
pensieri e lo stato dell'anima.
— Una violenta e tormentosa passione vi agita, signor Conte, gli disse
indi a poco; le profonde occhiaie solcate sul vostro volto, i battiti
irregolari e convulsi del vostro polso, i fantasmi della vostra mente;
tutto mi rivela che voi siete sotto l'impero di un patema di animo.
La vostra infermità non è di quelle che caggion sotto l'esplorazione
dell'arte; fa d'uopo ricercarne altrove l'origine: emmi d'uopo di tutta
la vostra illimitata confidenza. Parlatemi francamente, signor Conte;
pensate ch'io sono per voi qualche cosa di più di un medico, son vostro
amico.
Il Dottor Weiss distese la mano al Baronetto, il quale gliela strinse
macchinalmente, e disse dopo pochi momenti:
— Dottore, io vi estimo amico e de' più leali, e però non avrò onta
di palesarvi quello che soffro, a patto che le mie parole rimangano
sepolte in voi. Un'invincibile ripugnanza mi ha finora tenuto
dall'aprirvi l'animo mio. Mi promettete di non rivelare ad alcuno
quanto sarò per dirvi? Io mi confido all'amico, e aspetto dal medico la
mia salvezza.
— Parlate liberamente, signor Conte, vi giuro che serberò il segreto.
— Ebbene, Dottore, sappiate che da oltre a un anno uno strano fantasma
avvelena la mia vita. La notte sopratutto, la notte io gemo sotto la
pressione di questo incubo morale che mi strugge, che mi succhia il
sangue nelle vene, che mi spinge a grandi passi alla tomba.
— Qual'è mai cotesto fantasma? chiese con premura il medico.
— Il mio cadavere! rispose cupamente il Conte e abbandonando il capo
sul petto, compreso dal più mortale scoraggiamento.
— Il vostro cadavere! sclamò il Dottore in atto di chi non ben
comprenda, quello che gli si dica; non vi capisco, signor Conte; mi fa
mestieri intendere più chiaramente l'indole di un tale fantasma.