— Indicatemi, signor Daniele, ripigliò questi, cacciando di tasca

un portafoglio, indicatemi il paese in cui bramate che vi capiti la

polizza del mese venturo.

— Pel mese venturo io sarò a Londra, rispose il giovine.

Mentre lo straniero segnava colla matite alcune parole nel taccuino,

Daniele a cui era sorta nella mente un'idea subitanea, si slanciò

sull'incognito e con mano vigorosa gli strappò il portafoglio.

— A tuo dispetto saprò chi tu sei e chi t'invia, gridò Daniele con

occhio demente. In pari tempo suonò con forza un campanello e, aperto

l'uscio, gridò al soccorso.

Il suo domestico accorse.

— Liberatemi da quest'uomo, gridò Daniele in francese, ei vuole

assassinarmi, vuole impadronirsi del mio portafoglio.

Il servo si mosse per porre le mani addosso allo straniero, ma si vide

appuntate in sul volto le canne di due pistole.

— Sciagurati, esclamò l'incognito senza il minimo segno di alterazione

della fisonomia, un passo che diate verso di me vi costerà la vita. Giù

il portafoglio, signor Fritzheim, o il vostro cervello salterà in aria.

Non ci era da dubitar minimamente che lo straniero non avesse fatto

seguire l'atto alla parola. Daniele gittò a terra il taccuino.

L'incognito vi pose subitamente il piè sopra e comandò al servo di

sgombrargli l'uscio, tenendo sempre tutti e due a linea delle sue

pistole. Il servo obbedì. Lo straniero intascò il portafoglio.

— Quest'atto insensato di violenza mi costringe a privarmi del piacere

di rivedervi, signor Daniele. Avrò cura di farvi pervenire per altre

mani la solita polizza che ora vi siete messo a grave rischio di

perdere.

Il domani, all'ora che Daniele si accingeva a salire nella diligenza

per Roma, una donna, pallida ed emaciata dalle sofferenze, vestita

miseramente, e tutta cosparsa di lagrime, se gli fece incontro.

— Lucia!! esclamò Daniele stupefatto.

— Ho voluto vederti per l'ultima volta; Daniele, rispose costei...

perdona... io ti amo tanto.

Gli occhi di Daniele si bagnarono di lagrime.

— Lucia!... Povera fanciulla!... odiami... odiami... io non merito

l'amor tuo. In quale stato ti ho ridotta!

Daniele le strinse la mano.

— Grazie, grazie, Daniele... or son felice! ti ho veduto, mi hai

stretta la mano... Dio ti benedica!...

Daniele avrebbe voluto abbracciarla; il suo cuore era gonfio. Per la

prima volta egli sentiva un'estrema tenerezza per quella giovinetta.

— Lucia... Lucia mia...

Non potè proseguire, perocchè il conduttore facea schioccare la frusta,

la diligenza era in sul punto di partire.

— Addio... addio, sorella mia, esclamò Daniele saltando in fretta sul

montatoio della carrozza.

— Addio... addio, Daniele, rispondea questa debolmente, perchè sentiasi

venir manco; il suo volto era addivenuto bianco come cera.

Un uomo era corso a sorreggere la misera tra le sue braccia. Egli era

Padre Ambrogio.

Seduto nella diligenza che avea preso il galoppo, Daniele piangeva!!

Parte Terza

I.

UN CAVALIERE DEL FIRMAMENTO[2]

Manheim è indubitabilmente una delle più belle città dell'Alemagna.

Situata al confluente di due fiumi, il Neckar ed il Reno, e in sulla

dritta sponda di quest'ultimo, essa offre a' viaggiatori una delle

viste più dilettose. Ameni giardini, nei quali furono convertiti gli

antichi bastioni distrutti dai Francesi, circondano la sua forma ovale,

a guisa di un vago mazzettino di fiori, nel cui mezzo pompeggisi una

gentil magnolia. Manheim, residenza di delizie del Gran Duca di Baden,

città rivale di Carlsruhe, pulita, ben fabbricata, tranquilla, dalle

larghe e belle strade, dalle case simmetriche come le idee nella testa

di un Tedesco, Manheim ricorda subitamente al forestiere che per la

prima volta la visita, i poemi di Goethe e i racconti di Hoffman e di

Werther. Un filosofo che volesse passar la sua vita tra i libri e le

meditazioni non potrebbe scegliere in tutta la Germania un paese più

acconcio allo studio. Le lunghe file di acacie che orlano i pubblici

passeggi di questa città vi spargono un profumo soavissimo che dà

all'anima freschezza di concepimenti e serenità di passioni.

Situato in una delle più amene posizioni di questa famosa città di

Manheim, e interamente segregato dagli altri edificii, vedesi sbucciar

da un gruppo di poggetti di vigne un casinetto a pietre bianche e

rosse, di gotica struttura ma di recenti adorni: una villa pensile

si prostende ai suoi piedi, dove la mattina in sull'alba si radunano

di numerose frotte di augelli, e v'intuonano un concerto di voci

leggiadrissimo e tale che la mente d'un viaggiatore napolitano ritorna

tosto con tenerezza a' siti incantati del suo paese, sviscerato amor

di natura. Una cascatella artificiale e tortuosa, balzando sopra una

scala di grotticelle e di nicchie di conchiglie, si va a perdere in

pioggia finissima, la quale, refratta da' raggi del sole, rassembra

in lontananza una sottil trama d'argento. Quel casinetto a due piani

comanda un'estesissima veduta del Reno e delle sue rive seminate di

paesetti.

Nulla di più vago, di più pittoresco, di più atto a molcere i sensi e

l'animo quanto l'aspetto di questo solitario ridotto della pace e della

serenità. Lo sguardo vi si fissa con piacere, con amore e si addentra

col pensiero nei vialetti di quella villa, nel fitto di quegli alberi

dalle ombre più ristoranti, nel concavo di quegli scavi artificiosi,

misteriosi ritrovi di amore, e nell'interno di quegli appartamenti

freschi e leggiadri ne' quali la mente si figura un essere felice.

Questo casino colle sue adiacenze viene addimandato il comprensorio di

_Schoene Aussicht_ (Belvedere).

Ed in fatti, un essere privilegiato abitava da parecchi anni in quel

remoto casinetto, che egli avea comprato con la villa e colle altre

delizie circostanti. Era un Inglese, per quel che nel paese se ne

diceva, benchè taluni asserissero che ei fosse il Baronetto Edmondo

Brighton, ed altri il Conte di Sierra Blonda. Quali il suo titolo ed

il suo nome si fossero, gli è certo che sul conto di costui correvano

le voci più contraddittorie, più assurde; e quantunque il proverbio

dica _vox populi vox Dei_, ci era da giurare che niente di vero

conteneasi nelle dicerie degli abitanti di Manheim in sul proprietario

di _Schoene Aussicht_. Come in fatti conciliare e sposar tra esse

le voci che facevano a calci? Come credere, per esempio, che questo

personaggio fosse ad un tempo spagnuolo ed inglese? che possedesse

tanto danaro da potersi comprare tutta la città di Manheim, e che

poi vivesse come il più modesto borghese? che fosse un uomo dedito

agli studi ed alla meditazione, mentre si asseriva in pari tempo

esser egli interamente abbandonato a' piaceri, ed averne fatte tante

e poi tante in sua giovinezza da scandalizzare il nuovo e il vecchio

continente? Chi diceva che il Baronetto aveva avuto niente meno che

quattro mogli e quindici figli; chi giurava che quegli era celibe e

che non avea figliuoli: chi affermava esser vedovo, e che la defunta

moglie aveagli portato in dote tant'oro da gittarne nel Reno: alcuni

bisbigliavano sotto voce e in aria di mistero che il nuovo proprietario

di _Schoene Aussicht_ aveva avvelenata la moglie per isposare una bella

andalusa. Ma egli è necessario deciferare il vero tra mezzo a tanto

guazzabuglio di cose: noi però ci studieremo di dare al lettore sul

nuovo personaggio che viene a prender posto nella nostra storia tutt'i

ragguagli indispensabili per ben conoscerlo e giudicarlo.

Non eran discordi le opinioni sul titolo e sul nome del proprietario

di _Schoene Aussicht_, dappoichè questi era nel medesimo tempo il

Baronetto Edmondo-Isacco Brighton ed il Conte di Sierra Blonda. Aveva

ereditato il primo titolo qual figliuolo cadetto d'una delle primarie

famiglie di Yorkshire in Inghilterra, ed il secondo titolo gli era

stato venduto assieme alle immense possessioni da lui acquistate nel

mezzogiorno della Spagna, dov'era dimorato per molti anni. Ed ecco in

qualche modo accordate benanche le voci stravaganti ch'ei fosse ad un

tempo inglese e spagnuolo, imperocchè, se inglese era per nascita, era

spagnuolo di adozione, avendo passata nella Spagna gran parte della sua

vita. Ed era nel carattere e nelle fattezze di quest'uomo un singolar

mescuglio del sangue iberico e britannico; a tutta la flemma inglese

egli accoppiava le calde passioni degli Algarvi: era ad un tempo il Don

Juan di Byron e il Faust di Goethe.

Nel tempo in cui il presentiamo a' nostri lettori, il Baronetto non

era più giovane, ma era ben lontano dall'essere vecchio; di statura

regolare, di giusta complessione e vigorosa; il suo volto, a metà

coverto da densa e lunga barba, nella quale si scorgeano appena

pochi fili di argento, era leggiermente colorato di quel vermiglio

che annunzia un rigoglio di salute: i suoi occhi castagno cupo erano

grandi e pregni di anima; la sua testa era calva sul pendio della

fronte, e il resto del cranio era coverto anzi che nascosto da capelli

rasi e monchi. Egli era in tutta l'estensione della parola quel che

dicesi un bell'uomo. Il Baronetto era stato nella sua giovinezza il

modello della _gentry fashion_, vale a dire il più compito cavaliere:

egli avea libato a centellini le delizie della vita. A simiglianza

del _Child-Harold_, poi che ebbe sorvolato in tutta l'Europa e in

gran parte l'America, egli avea fissato la sua dimora nella Spagna e

propriamente in quelle terre di fuoco, nell'Andalusia, dove ogni cuore

è un vulcano. Qualche cosa del cielo di Africa è del cielo della Spagna

meridionale, che sembra quasi dar la mano alla terra dei Negri. Ci

è tra l'Andalusia e l'Africa uno stretto rapporto: quasi due sorelle

strappate a viva forza dalle braccia l'una dell'altra, queste due terre

par che si congiungano di soppiatto sotto il canale di Gibilterra. Il

suolo, le acque, la coltura sono le stesse al di qua e al di là dello

stretto: Ceuta è spagnuola come Cadice è africana.

Il Baronetto avea comprata, nel cuor delle Algarve, siccome abbiam

detto più sopra, una vasta tenuta addimandata di _Sierra Blonda_,

imperocchè situata a piedi di una montagna su cui era una arena

biondissima. Questa Contea, abbandonata da secoli per l'aridità delle

sue terre infuocate, era composta di casamenti a metà bruciati nelle

guerre moresche e di grandi estensioni di terreno, dette _despoblados_

(spopolati) nelle quali il pensiero si rattrista come nei deserti.

Questa tenuta col titolo annesso era costato al Baronetto seicentomila

pezzi duri. In tutta la Spagna egli era conosciuto ormai sotto il nome

di Conte di Sierra Blonda. Quando, dopo lunga fatica, un uomo perviene

alla cima della Montagna Bionda, e volge uno sguardo intorno a sè,

l'anima sua è presa da spavento e da tristezza, scorgendo in sul capo

un cielo ardente, e intorno intorno alla montagna uno spazio immenso

arido e solitario, balze a picco, rifugio di uccelli di rapina, pendici

scoscesi in su le quali neppure un'ombra di vegetazione, se togli nel

fondo di qualche valle, dove, accanto un fiume o ad un ruscello, si

vede spuntare un filo di verdura e qualche abitazione che attesta la

vita e l'industria. Che cosa aveva indotto il Baronetto ad acquistare

questo deserto? Niente altro che il capriccio e quella specie di

stravagantissima ECCENTRICITÀ che formava il nucleo del suo carattere

e della sua vita. A venti anni, padrone di sè medesimo e di una

fortuna incalcolabile, egli si era fatta una legge d'inventar sempre

nuovi piaceri, nuovi divertimenti, di uscire dai sollazzi comuni, di

assaporare con gusto e raffinatezza tutto il pizzicante della vita.

Egli non faceva niente di quello che avrebbero fatto gli altri giovani

dell'età sua e nel suo stato, anzi faceva appunto il contrario.

Edmondo avea renduto animatissimo quel deserto; giuochi, balli,

festini, gozzoviglie rallegravano giorno e notte gli appartamenti

del signorotto, i quali avea fatto addobbare con tutto il lusso e le

comodità.

Tra gli altri stranissimi divertimenti ch'ei soleva prendersi, dobbiam

notare il seguente: Egli faceva riempir di mobili un casamento e

adornarlo come per festa di ballo: le suppellettili più costose ne

fregiavano le sale: si facea poscia chiamare un centinaio di vagabondi,

di ladri e di uomini facinorosi. A un dato segno ch'ei dava, il fuoco

era appiccato al casamento; il saccheggio era comandato; e quegli

uomini, a rischio della vita che sovente vi perdevano, si gittavano

nelle fiamme per ispogliar le sale del meglio che vi si conteneva.

Edmondo godeasi un così fatto spettacolo, ad una certa distanza,

e nel mezzo dei suoi numerosi amici e compagni di follie, i quali

sgangheravansi dalle risa, e mettevano alte e selvagge strida di

esultanza in veggendo gran parte dei saccheggiatori venir fuora da

quelle crollanti mura col volto e colle mani annerite ed arse: come

sciami d'immondi animali ch'escono dalla putredine e dalla corruzione.

Il Baronetto Edmondo si avvezzava con siffatti passatempi alla più

cinica durezza di cuore. Quando gli si parlava di sentimento, di amore

appassionato e gentile, ei rispondeva che tutto ciò è buono per quella

gente che ama di pascersi d'illusioni, ma che la vita presenta un

campo di piaceri positivi e reali sì vasto da non esserci bisogno di

foggiarne fittizi e ideali. Un uomo, ei diceva, può cogliere i frutti

saporosi dell'albero dell'umana vita, senza perdere il tempo a odorarne

i fiori.

Ci sembra superfluo il dire quanto un uomo di questa tempera

deplorevole dovess'essere pericoloso per la pace domestica delle

famiglie. Edmondo era pazzo per le donne andaluse. Allorchè gli

si metteva innanzi la bellezza delle donne inglesi, ei ricorreva

subitamente all'autorità di Byron, suo autor favorito, e rispondeva coi

versi del _Child-Harold_.

«Who round the North for paler dames would seek?

«How poor their forms appear! how languid, wan, and weak!»[3].

Aggiungi che il giovin Baronetto era bellissimo del volto e della

persona, la quale aveva acquistato proporzioni, forme e vigore negli

esercizi cavallereschi e nella tempestosa ginnastica di una vita

consacrata solamente a' piaceri. Egli avea fatto rivivere, a grande

scandalo della civiltà dei tempi, l'antica razza de' _Cavalieri del

Firmamento_. Eran costoro nel numero di dieci, regolati e condotti da

Edmondo: vestiti tutti a un modo, bene armati e avvolti in mantelli

azzurri screziati di stelle d'oro, simbolo del Firmamento, uscivano a

cavallo da Sierra Blonda in sulla sera e percorrevano i dintorni, in

caccia di avventure. Qualunque donna capitasse ad imbattersi in questi

pazzi giovinastri era subitamente rapita, a qualsivoglia classe della

società fosse appartenuta. Ne conseguitavano lotte, duelli e risse.

Un tanto scandalo non poteva a lungo durare. Non ostante i potenti

rapporti e aderenze, una ordinanza reale decretava il bando ai novelli

Cavalieri del Firmamento. Edmondo e i suoi amici dovettero esiliare, il

Baronetto si recò a Bajonna, sulla frontiera della Francia; il titolo

di _Cavaliere del Firmamento_ gli era rimasto.

Durante la sua dimora nell'Andalusia, il Baronetto Edmondo Brighton

avea stretto amicizia col Duca di Gonzalvo, capo politico di quella

provincia, il quale per qualche tempo avea nascosto e coperto agli

occhi del governo le triste scorrerie del signorotto inglese e dei

suoi. Il Duca di Gonzalvo era ben lontano dal supporre che un giorno si

sarebbe pentito di aver conceduto la sua amicizia e confidenza a quel

giovine dissipato e di pessimo cuore.

Edmondo andava spesso a Siviglia per visitare il Duca, e questi lo

accoglieva sempre con quell'amorevolezza che gl'ispirava il carattere

disinvolto del Baronetto, non meno che le costui espressioni caldissime

di affetto. Ma lo scopo delle frequenti visite di Edmondo non era

già l'amicizia, bensì l'amore, essendosi fortemente invaghito della

sorella del Duca, Juanita, fanciulla di rara bellezza e di bollenti

passioni. Il Baronetto si abbandonò a quest'amore e con iscopo

infernale, perciocchè abborriva finanche l'idea del matrimonio. Ma la

condanna di esilio che lo bandiva dal territorio della Spagna venne,

per buona ventura, a rompere il filo dei suoi criminosi proponimenti.

Edmondo partì per Bajonna, lasciando nel cuore di Juanita il fuoco di

una vergine passione, e la speranza d'una prossima unione. Ma innanzi

di partire per Bajonna, il perfido Baronetto aveva ordita una trama

diabolica per far cadere Juanita ne' lacci della seduzione. Nel 1803,

il Duca di Gonzalvo fu costretto di abbandonar Siviglia, per essere

caduto in sospetto del suo governo; e scelse per rifugio l'ostello

del Baronetto Edmondo che allora dimorava a Bajonna, e che lo aveva

invitato a trasferirsi quivi colla sorella. Il Duca ignorava gli amori

dei due giovani, e menava egli stesso l'innocente colomba sotto le

spirali del serpe affascinante.

II.

LA SERPE MORALE

Juanita cadde nella rete che le fu tesa con astuzia infernale. Diremo

a suo tempo in che modo il Duca stesso fu tratto in agguato, e quali si

furono le funeste conseguenze di una colpa, cui la disgraziata giovine

credette emendare colla morte. Sul capo del suo seduttore piombava

intanto una maledizione orribile. L'onore oltraggiato, i più sacri

legami di natura calpestati, l'amicizia tradita e vulnerata nel cuore

chiamavan giustizia innanzi al Cielo. Noi scorgiamo sempre nelle fila

degli umani avvenimenti il dito di Dio. Si addensino pure le più fitte

tenebre in sul delitto: si eluda pure la giustizia degli uomini; si

addormenti la rea coscienza nei rumori delle feste e nelle febbrili

commozioni di concitati piaceri; la spada di Damocle penderà sempre

in sulla testa del malvagio, e le parole del convito di Baldassarre si

riprodurranno in tutt'i banchetti dell'empio. Edmondo sfuggì vilmente

alla vendetta del Duca di Gonzalvo. Un istante dappoi che questi

discoprì l'orrendo segreto che macchiava l'onore del suo casato, il

Baronetto era già lungi dal teatro de' suoi disordini. Egli abbandonava

per la seconda volta l'Europa, senza lasciare neppure un'ombra

d'indagine sul paese ove intendeva trasferirsi.

La bella e vasta isola di Cuba in America accoglieva il Cavaliere del

Firmamento sotto altro nome. Ivi Edmondo non pensò ad altro che ad

ammassare enormi ricchezze, mercè l'ignobil traffico degli schiavi. In

pochi anni la sua fortuna, in gran parte dissipata dalle stravaganze

della sua vita, si rifece e crebbe cotanto che ascese a circa quaranta

milioni di reali di Spagna, vale a dire a oltre due milioni di piastre.

Egli era il più gran proprietario di schiavi in tutta l'isola. Tra

mille di questi esseri infelici raccolti in sulle coste dell'Africa,

dobbiam notarne uno che diventò carissimo a Edmondo, e meritossi in

prosieguo tutta la costui confidenza. La ragione di questa predilezione

si fu la seguente: Edmondo volle dare un giorno a' Cubani lo spettacolo

di una lotta di tori, sì comune in Ispagna. Egli avea fatto bandire

in tutta l'isola che Sir Falstaff (fattizio nome ch'ei si era dato)

si esponeva per divertimento nel circo a combattere contro un toro

furioso. Al giorno indicato una folla straordinaria ingombrò il recinto

formato di mattoni con rilievi di pietra, a somiglianza del circo

di Jeres in Ispagna. Rizzavasi in mezzo all'arena un palo terminato

da una specie di loggetta, su la quale si vedea saltellare e fare di

mille smorfie e piacevolezze un grande orang-utang, vestito da buffone

de' mezzi tempi, e ligato alla pertica da una catena tanto lunga da

permettere che l'animale descrivesse un cerchio attorno al palo. Le

vestimenta dell'orang-utang erano del rosso più cupo ad oggetto di

stizzire il toro con quel colore di sangue. Dopo vari combattimenti

eseguiti da schiavi, e varii giuochetti di forza e di agilità, il

programma annunziava la comparsa di Sir Falstaff. Questi si presentò

vestito alla _picador_ (picchiere); aveva al suo fianco un _matador_

(uccisore), giovanetto schiavo vestito alla turca, con calzoni alla

mammalucca, con un sole raggiante nelle spalle, e col turbante a

foggia di pasticcio. Erano entrambi armati di lunghe picche, e lo

schiavo portava inoltre nella sinistra mano l'arma terribile domandata

la _mezza luna_, la quale è una specie di semicerchio di acutissimo

acciaio posto alla punta d'una lancia e fatto a forma di ronca: un tale

strumento serve in particolar modo a tagliare i grandi alberi.

Un toro giovane e vigoroso fu slanciato nel mezzo del circo. I due

combattenti si erano ritirati per poco per dare il tempo alla bestia di

inferocirsi alla vista del rosso orang-utang. Ed infatti, il toro, in

veggendo quel colore addosso alla scimia, mandò un muggito spaventevole

e si scagliò sovra quell'animale, il quale con un salto fortissimo

raggiunse la loggetta della pertica, di dove si divertiva a dar la baia

al furioso nemico. Grandi scrosci di risa che partivano dai seggi degli

spettatori accoglievano le strida formidabili e feroci del toro che con

estrema rabbia faceva rapidamente il giro del palo e poscia guardava

con occhio di sangue al suo motteggiatore avversario, e dava di

violente cornate nel mezzo della salda pertica, facendola traballare,

a grande spavento dell'orang-utang, e a grande soddisfazione degli

spettatori, i quali sganasciavansi dalle risa nel vedere la paurosa

espressione della faccia dell'orang-utang ogni volta che il toro

dava di cozzo nella pertica. E forse guari non sarebbe andato che il

palo sarebbe caduto sotto i replicati urti della bestia selvaggia,

se, nel momento in cui questa più sembrava aizzata, e di più feroci

muggiti facea risuonare l'aere del circo, non fossero apparsi i due

combattenti.

Alle risa generali successe ben presto un gran silenzio: ognuno tremava

per l'imprudente Sir Falstaff. Il toro, non appena ebbe scorti i

due nuovi suoi avversari, si slanciò contro di loro con l'impeto del

furore eccitato in esso dalle smorfie e dagli abiti dell'orang-utang.

Edmondo lo aspettava a piè fermo, e, quando la bestia fu a certa

distanza, egli le cacciò ne' fianchi la sua picca con mirabile coraggio

ed agilità... Il toro mise un ruggito spaventevole, e, quantunque

un rivo di sangue uscisse dall'aperta ferita, la rabbia lo spinse

contro il suo avversario. Edmondo era indietreggiato per tener sempre

l'animale a distanza della sua lancia, ma questa volta il toro diede

un balzo sì terribile e tortuoso che Edmondo spezzò la picca tra le

corna dell'animale senza ferirlo: era finita pel signorotto inglese,

senza la prontezza dello schiavo che con un colpo della _mezza luna_

troncò le gambe al toro nè più nè meno che se fossero stati due sottili

stinchetti o due rami. Allora la bestia venne uccisa senza pericolo.

Edmondo era debitore della sua vita al suo schiavo. Fin da quel momento

gli tolse tutt'i segni di schiavitù e sel tenne come il più caro dei

suoi amici. Questo schiavo era nato ne' possedimenti inglesi: il colore

del suo volto era di un pallido olivastro, per modo che pochissimo

differiva dal volto comune degli Europei: una grande intelligenza,

una cupa sensibilità, un coraggio di leone e una fedeltà a tutta

pruova costituivano i pregi di questo giovine che diventò l'anima di

Edmondo. Maurizio Barkley era il suo nome, che abbiamo visto figurare

sulle polizze mensuali portate a Daniele dall'incognito straniero, il

quale altro non era che lo stesso Maurizio. Questo schiavo avea pel

suo padrone cotanto affetto e venerazione, che rifiutò la libertà che

quegli voleva concedergli in premio della sua virtù: non ricusò per

altro l'istruzione che Edmondo gli fece dare, per sempre più rialzarne

la dignità di uomo.

Il mio cadavere · 第 7 / 20 段