domenica e chieder del Duca, che pochissime volte egli avea veduto.
— Ho qualche cosa di segreto a comunicargli, disse Daniele al cameriere.
— Tutta la famiglia è ancora in letto, rispose il cameriere — Se il
signor maestro vuole aspettare, Sua Eccellenza non potrà indugiare a
levarsi.
— Aspetterò, soggiunse Daniele.
E si sedè in uno stanzino recondito del quartiere dove pel consueto il
Duca ascoltava le persone che gli erano dirette per raccomandazioni,
o che venivano a parlargli di negozii e di faccende particolari. In
questo stanzino era un ritratto intero del Duca: quel ritratto era
stato fatto ventitrè anni fa, e quando il Duca non avea che un 27 anni.
Abbiamo detto che pochissime volte Daniele avea veduto il Duca, vale a
dire, il giorno in cui venne presentato a costui qual maestro di Emma,
e qualche altra volta nelle serate di Lady Boston dove il vedeva alla
sfuggita: perocchè il Duca raramente compariva nel gran salone da ballo
o nel salotto da canto. Però Daniele non avea giammai avuto l'agio di
affissare con attenzione le sembianze di questo personaggio.
Quel ritratto colpì incontanente il giovin pianista: quello sguardo,
quelle fattezze del volto, quei basettoni che a guisa di doppio fuso
prostendevansi sul labbro superiore, e quel pizzo lungo, dritto che gli
scendeva insino alla gala della camicia; quella faccia insomma non era
nuova per Daniele: essa disegnavasi nella sua memoria come un riverbero
di lontanissimo passato; ma dove, ma quando, ma come Daniele avea
veduto quel personaggio? Non era possibile deciferare il tempo e il
luogo. Un mondo di congetture formava il giovine; cercava di coordinare
le sperperate ricordanze della sua infanzia; si sforzava di diradare la
nebbia onde si avvolgeva il passato, ma nel suo capo era una confusione
spaventevole, un subbuglio di ricordi, di immagini, di sogni, cosicchè
di tutta la fatica che egli si dava non ricavava altro frutto che
quello di conoscere aver veduto altrove il Duca di Gonzalvo. Se non che
la costui immagine si associava nella sua mente a quella di un altro
uomo assai più bello e più giovine, di cui non conservava eziandio
che un debolissimo ricordo. Il Duca di Gonzalvo avvolto in magnifica
veste da camera entrava in quello studietto nel momento in cui Daniele
era tutto e cogli occhi e col pensiero in sul ritratto del nobile
spagnuolo.
— Eccomi a voi, signor de' Rimini, a che debbo attribuire il piacere
di una vostra visita! Siete forse venuto a ricevere le mie personali
congratulazioni per la vostra somma valentia nell'arte musicale?
— Non pecco di tanta vanità, signor Duca. Ieri sera quei signori
furono assai indulgenti verso di me, ed io debbo attribuire a mero
incoraggiamento le lodi che si piacquero prodigalizzarmi.
— Cotesta modestia vi onora, signor de' Rimini. Qual'è dunque il motivo
che mi procura il piacere di vedervi questa mane?
Il Duca di Gonzalvo si era seduto. Daniele mostrava nell'alterazione
della sua fisonomia l'agitazione che il possedeva.
— Signor Duca, incominciò il giovine lentamente e misurando le sue
parole, prima d'ogni altra cosa, perdonerete la mia indiscrezione
se ardisco di domandarvi in qual paese è stato fatto questo vostro
magnifico ritratto.
— Ah! è un bel ritratto, n'è vero? Benchè io sia cangiato dagli anni,
credo che mi rassomigli ancora.
— Perfettamente, signor Duca, e mi permetterete di dirvi che pochissima
differenza vi è in oggi tra questo ritratto e il suo originale.
— Così dicono tutti per lusingarmi, ma hanno un bel dire; ventitre anni
non passano sulle spalle di un uomo senza lasciarvi un ricordo poco
piacevole... Ebbene, questa dipintura è stata fatta in Siviglia, in un
sol giorno, da un abilissimo artista Italiano... Oh! questo ritratto mi
ricorda sventure per le quali sanguina ancora il mio cuore.
— Duolmi di aver ritoccate le vostre dolorose rimembranze, signor Duca;
ma pure, ancorchè dovessi arrecarvi dispiacimento, mi arrischierò a
domandarvi se in Siviglia, presso a poco nel tempo in cui fu fatta
questa dipintura, voi non avevate un parente, un amico che spesso
frequentava la vostra casa, o in casa del quale voi traevate?
Simigliante interrogazione fece rabbruscar la fronte del Duca, il quale
guardò fisamente e con sospetto il suo interrogatore, e non rispose che
dopo qualche momento.
— Non so qual premura possiate avere, signor de' Rimini, a ricercarmi
d'una cosa e d'un tempo ch'io vorrei dimenticare... Non saprei
rispondere con precisione a quello di che mi richiedete... Nel 1803 io
aveva molti amici ed un immenso numero di nemici, perocchè il posto
onorevole e l'alta carica civile ch'io avea ottenuto nella giovanile
età di 27 anni mi avevano procacciato migliaia di gelosi ed invidi: in
quell'anno per me cotanto funesto fui costretto di abbandonar Siviglia
dove la mia vita era mal sicura, essendo per infame tradimento caduto
in sospetto al mio governo. La mia partenza fu così precipitata che
appena ebbi il tempo di farmi ritrarre su quella tela e mandare il
mio ritratto al Castello di Santiago, poco discosto da Siviglia, e
dove dimorava la mia fidanzata, Isabella di Monreal, che ora è mia
moglie. Nessun'amico mi accompagnò nel tristo viaggio, tranne un
fedel domestico e mia sorella che volle seguirmi, non ostante le
più vive rimostranze ch'io le feci, mettendole dinanzi agli occhi la
malagevolezza e i pericoli del viaggio in sull'Atlantico e sovra un
piccol legnetto commerciale. Ma ella rimanea sola ed esposta forse alle
persecuzioni dei miei nemici; sicchè io stesso non potetti rifiutarmi a
tali possenti ragioni, e meco la menai colà dove il destino chiamavala
ad una serie d'irreparabili sventure. Sciagurata sorella!.. Voi mi
parlate di amici, signor de' Rimini! Or bene, io n'ebbi due; uno che
per invidia cercò di togliermi la vita civile, denunziandomi come
venduto a' nemici del mio paese, e che mi costringeva ad abbandonare la
nativa mia terra: e un altro che mi offriva una splendida ospitalità
e un asilo sulle frontiere della Francia, che mi abbracciava con
effusione di cuore, per piantarmi più tardi un coltello nel seno...
Quest'uomo s'involò alla mia vendetta; io non l'ho più riveduto e il
credo morto; almeno ne ho speranza, che se mi fosse dato di sapere
dov'ei si asconde, andrei a trafiggerlo avvegnacchè egli stesse
all'estremità del mondo.
Gli occhi del Duca di Gonzalvo balenavano di furore; due corde di fuoco
erano state toccate nel profondo dell'anima sua, i due tradimenti
che tuttavia gli amareggiavano la vita. Daniele si pentì di aver
ridestato così fatte amare ricordanze in quell'uomo irascibile: egli
era disanimato per quello che formava lo scopo principale della sua
visita; ma era nel tempo stesso risolutissimo di por fine allo stato
di sofferenze in cui lo gittavano l'amore, la gelosia, il desiderio
d'ingrandirsi; pensò dunque di non frapporre più indugio alla dimanda
che voleva fare al Duca. Lasciandogli però il tempo di calmarsi dalla
collera che aveano eccitata in lui quelle imprudenti reminiscenze, così
gli parlò:
— Perdono, sig. Duca, mille volte perdono di essere stato io
l'involontaria cagione di aver risvegliato in voi di tali tristi
memorie; vi giuro che se avessi saputo dovervi cagionare il minimo
dispiacimento, non avrei ardito dare sfogo ad una indiscreta
curiosità... Ora, lo scopo della mia visita è tutt'altro, signor
Duca: esso vi sorprenderà pel suo ardimento; ma la schietta probità
del vostro rifiuto non mi umilierà, dappoichè soltanto la colpa deve
arrossire.
— Di che si tratta? dimandò il Duca con serenità, poichè era ben
lontano dal supporre quello che formava l'obbietto della dimanda di
Daniele — Parlate con confidenza, signor de' Rimini, e state sicuro di
trovare in me un amico.
— Ne sono sicurissimo, signor Duca, e ciò non ostante io temo, perchè
troppo audace può sembrarvi la mia dimanda.
— Parlate dunque, disse quegli con leggiera impazienza.
— Ebbene, signor Duca, vi chiedo la mano di vostra figlia, rispose
Daniele renduto altero e sicuro dalla propria audacia.
Il Duca di Gonzalvo si alzò per un moto di estrema sorpresa: il suo
sguardo fulminò lo sguardo di Daniele, che fu costretto di chinar gli
occhi.
— Voi, signore! voi mi chiedete la mano di mia figlia!
— Io, signor Duca.
Il nobile spagnuolo dette una sonora spalmata sopra un tavolino di
mogano che gli stava d'allato; il suo volto era acceso di sdegno.
— Sono io dunque caduto tanto giù da incoraggiare un simile insulto!
esclamò furibondo: il Duca di Gonzalvo non è più dunque che un essere
della specie più comune! il mio cognome è dunque quel che ci è di
più plebeo e di più fangoso al mondo? Un maestro di musica vuole
apparentarsi con me? un uomo che vive di salarii!! Ma come! ma quando
ho io incoraggiato simigliante audacia? Il Duca di Gonzalvo, uno de'
più illustri nomi della Spagna, il sangue più nobile dell'Andalusia, si
fonderebbe col sangue della più mercenaria borghesia! Ma è da senno che
voi mi fate una tale proposta, signor mio?
— Da senno, signor Duca, rispose Daniele, il cui amor proprio ferito
dalle aspre parole del nobile si era rialzato con orgoglio.
— E quali sono, di grazia, i beni e i titoli che voi offrite per
pretendere alla mano della Duchessina Emma di Gonzalvo? chiese il Duca
con voce renduta sempre più rauca per collera.
— I titoli che vi presento, sig. Duca, sono quelli di cui andar deve
orgoglioso ogni uomo di onore: essi non sono di quelli che l'intrigo,
l'ambizione, la vanità, la corruttela procacciano ad un nome, come
una cornice d'oro ad una vana immagine, i miei titoli sono quelli
che nessun re può darmi o togliere, i miei titoli, signor Duca, sono
quelli ch'io tramando a' miei figli e non già quelli che ricevo dai
miei genitori; i miei titol sono il genio e l'onestà. In quanto a' miei
beni, essi non han timore d'incendio, di terremoto o di confisca; i
miei beni io li porto sulle punte delle mie dita... E se questi titoli
e questi beni non sono di quelli che possono appagarvi, signor Duca, ve
ne offro un altro che vale più di tutti gli onori accumulati sovra un
nome: vi offro la mia giovinezza e l'ardente fede che ho nell'avvenire.
Lo sguardo di Daniele balenava; le sue guance erano infiammate; egli
era stato colpito nel più vivo dell'anima sua, nel suo amor proprio. Il
Duca fu scosso dal carattere energico e ardito del giovine.
— Attribuisco all'ardore della vostra giovinezza, rispose questi meno
sdegnosamente, la stolta speranza che vi ha illuso, e perdono alla
vostra fanciullezza l'audacia delle vostre parole; ma comprenderete che
io dovrò privarmi del piacere di più ricevervi in mia casa. Provvederò
per un altro maestro a mia figlia, e non commetterò novellamente
l'imprudenza di porle a fianco un giovanotto. Spero che non abbiate
fatto trasparire minimamente ad Emma cotesta follia che vi è sorta nel
cervello.
— Sicchè voi, signor Duca, mi ricusate per vostro genero?
— Non avreste giammai dovuto concepire sì chimerica speranza, rispose
il Duca in atto di accomiatare il giovine. Ciò per altro non toglie
ch'io avrò sempre per voi quella benevolenza di cui spero vi renderete
più degno, rinunziando finanche alla ricordanza di una tale insensata
proposta. Avrò cura di farvi pervenire al vostro domicilio gli onorarii
che vi sono dovuti per le lezioni a mia figlia.
Il Duca si accingeva ad abbandonare quella conversazione.
— Un momento, signore, di grazia, un momento. Degnatevi di ascoltarmi
pochi altri minuti, e poscia ci saremo separati per qualche tempo.
— Che avete ancora a dirmi?
— Poche altre parole signor Duca. Dareste voi vostra figlia ad un uomo
che le recasse una fortuna considerabile?
— E che non avesse altro che quello di esser ricco? chiese il Duca.
— Sì, signore, soggiunse Daniele, ricco, solamente ricco.
— Ebbene, rispose il Duca, se quest'uomo fosse un milionario, io lo
preferirei certamente a sposo di mia figlia. UN MILIONE rappresenta
dieci generazioni di nobiltà. Un milione, è una potenza, è uno Stato, è
una grandezza.
— UN MILIONE!!! disse cupamente scoraggiato il giovane pianista.
— Ebbene, disse sorridendo il Duca, avete voi da offrirmi un milione,
signor de' Rimini?
Daniele stette alcun poco in silenzio, indi rispose:
— Tra due anni, signore, tra due anni forse... Mi date voi la vostra
solenne parola di onore di aspettare due anni prima d'impegnare la
sorte di vostra figlia?
Il Duca il guardò quasi trasognato; sospettò per un momento che il
cervello di Daniele avesse dato di volta; ma sulle costui sembianze non
appariva il minimo segno di alterazione mentale.
— Voi dunque dite...
— Che tra due anni io potrei offrirvi un milione.
— Ed io vi aspetto, disse ridendo il Duca.
— Sul mio onore, soggiunse il Duca, sempre ridendo.
— Ebbene, disse gravemente Daniele, oggi siamo al dì 17 dicembre 1826.
Permettete che io me ne faccia un ricordo sopra un pezzo di carta.
Sul tavolino era l'occorrente da scrivere. Daniele segnò queste poche
parole:
_Oggi io Duca di Gonzalvo prometto sul mio onore a Daniele dei Rimini
di non prendere veruno impegno di matrimonio per mia figlia Emma prima
che spirino due anni dalla data di questo giorno — Napoli, 17 dicembre
1826._
— Firmate, signor Duca, disse Daniele presentandogli la carta.
Il Duca, dopo di aver titubato per qualche momento guardò Daniele con
sembianza di pietà, ed appose la firma a quella scritta, quasi per
compassione dello stato di mente del giovane pianista.
— Siete contento, signore? dimandò il nobile sorridendo.
— Contentissimo. A rivederci, signor Duca; a rivederci al 1828.
Daniele spariva. Il Duca, entrando nelle sue stanze esclamava tra sè:
— Povero Daniele! Chi lo avrebbe creduto! Egli è folle!
VI.
UN TENTATIVO
Qual'era il proponimento di Daniele? In che modo sperava egli diventar
milionario in due anni? Noi nol sapremmo dire e forse egli medesimo non
era venuto ancora in nessuna deliberazione. Nei caratteri come il suo,
le risoluzioni vengono sempre appresso agli atti di audacia; eglino
non pensano che dopo il fatto. Daniele era andato dal Duca di Gonzalvo
risoluto di fargli la proposta di aspettare qualche anno, sperando di
accumulare in questo tempo una piccola fortuna; ma non avrebbe giammai
potuto supporre che quegli avesse chiesto un milione. Una così enorme
dimanda che il Duca avea fatta quasi per burlarsi di lui non fece che
esaltare e pizzicare la superbia del giovanotto, il quale, accettando
quella proposta, avea inteso umiliare il nobile e dargli di sè la
più alta opinione. Daniele era però fermo di ritornar milionario dal
Duca di Gonzalvo o di por fine a' proprii giorni; egli aveva innanzi
a sè due anni. Che cosa non si può fare in due anni? Quali e quanti
avvenimenti non possono accadere da mutare al postutto lo stato di
un uomo! Un avvenire di due anni nelle mani di un uomo della tempera
di Daniele è un secolo, è un tesoro. Le anime volgari, gli uomini
vegetali, le macchine a respirazione non veggono nel futuro che una
scempia e materiale ripetizione degli stessi atti della vita, degli
stessi abiti, dei medesimi noiosi e bassi godimenti sensuali, delle
stesse miserie ed infermità; ma il genio, l'ardimento, l'elevatezza
delle ispirazioni percorrono in un giorno il volgere di un anno, e in
un anno il volgere di un secolo. Simiglianti all'aquila che fende le
nubi e sfida i nembi e guarda all'altezza del sole, mentre, la nottola
e il gufo non sanno elevarsi una spanna dalla terra, gli uomini di
genio percorrono colla vastità dei loro poderosi pensieri uno spazio
immenso, mirano all'universo come al solo campo dove prender debbono
il volo: il tempo e la distanza, i due possenti nemici dell'umana
attività, spariscono dinanzi alla forza morale di questi uomini: la
ricchezza, la gloria, il potere, le tre mete degli umani desideri,
sono raggiunte soltanto da questi uomini, pei quali la creta onde sono
impastati, le miserie attaccate alla vita sono un impaccio e non mai
un ostacolo. I prodigi dell'industria umana non sono dovuti che alla
eterna irrequietezza di questi uomini che non possono capire ne' loro
materiali e mortali involucri.
La prima cosa a cui Daniele pensò fu di provvedersi di passaporto per
l'estero. Egli capiva che bisognava subitamente uscire dal proprio
paese e porsi in una sfera di attività febbrile, bisognava visitar
Parigi, Londra, Berlino, Vienna, valicare l'Atlantico e trasportarsi
agli Stati-Uniti; a Nuova York, a Washington, a Filadelfia. Il suo
primo proponimento fu quello di dare accademia in tutt'i paesi che
avrebbe percorsi, spendere in lezioni le ore del giorno e della notte,
stringere amicizia colle più ricche e nobili famiglie. Oltre a ciò,
egli avea deciso di vivere in que' due anni il più economicamente che
gli fosse possibile, di non ispendere un soldo al di là di quello
ch'era strettamente necessario: avea tutto calcolato, tutto messo
in bilancio; ma il risultamento dei suoi calcoli era scoraggiante,
dappoichè con tutto questo, al capo de' due anni, essendogli amica la
fortuna e senza impreviste disgrazie, egli non si avrebbe trovato che
una somma lontanissima dal milione. Ancora che avesse guadagnato mille
scudi al giorno (il che era da porsi tra le più chimeriche speranze)
non arrivava a compire l'enorme cifra del milione. Ciò nondimeno egli
era sicuro di ammassare una somma considerabile: ma la sua alterigia
si arrovellava all'idea di presentarsi al Duca di Gonzalvo, spirati i
due anni, senza quella cifra altissima, che il nobile gli avea gittato
in faccia quasi per ischernirlo ed umiliarlo. Daniele era deciso di
affidarsi alla ventura, di abbandonarsi agli eventi, di trarre partito
da tutto e da tutti: era fermo di abbracciare ogni traffico, ogni
speculazione atta ad accrescere il suo peculio, di arrischiarsi anche
al giuoco della Borsa: si sentiva nel petto la ispirazione di diventar
ricco: il pensiero di una viltà che sarebbe rimasta nel più profondo
mistero, di un delitto che sarebbe rimasto sepolto nelle più fitte
tenebre non lo spaventava: tutto avrebbe sacrificato al piacere di
presentarsi milionario al Duca di Gonzalvo e sposare quella superba di
Emma.
Egli avea fermato di partire al primo dell'anno 1827: pochi giorni gli
avanzavano ch'ei spese in visite di congedo e in aggiustare le sue
faccende; non volle più rivedere Emma: il sentimento di vanità e di
orgoglio che in lui era superiore a quello dell'amore, comandogli di
allontanarsi da Napoli, senza riporre il piede in quella casa, da cui
il Duca di Gonzalvo l'aveva formalmente espulso: egli non dovea più
ritornarvi che milionario. Si contentò di mandare al Duca due righe in
cui gli dava notizia della sua prossima partenza da Napoli.
Alla vigilia della sua partenza, vale a dire, al 31 dicembre di quello
anno 1826, Daniele ebbe la solita visita dello straniero che gli
portava nell'ultimo giorno di ogni mese la polizza di cinquanta ducati.
Alla vista di quest'uomo un ardito pensiero attraversò la mente di
Daniele. Abbiam detto che ormai questo giovine più non indietreggiava
dinanzi a nessun ardimento, a nessuna sconvenienza, a nessuna bassezza:
uno solo era lo scopo a cui dovea mirare, la ricchezza: qualunque mezzo
era ottimo. Daniele fece entrare lo straniero nel suo studietto, di cui
serrò l'uscio a doppio giro di chiave, ficcandosi questa in saccoccia:
ebbe eziandio la precauzione di situarsi colle spalle al terrazzo
che poteva offrire un facile scampo allo straniero. Dicemmo altrove
che quel terrazzo rispondeva benanche nel salotto di dov'era agevole
raggiungere l'uscio di scala. Lo straniero fu sorpreso di questo
insolito ricevimento fattogli dal giovine pianista, ma nessun segno
di timore apparì sul suo sembiante affatto tranquillo e sorridente:
il suo volto era al tutto privo di barba al modo inglese. Egli rimase
all'impiedi dirimpetto a Daniele, che si era comodamente rovesciato
sopra una seggiola.
— Piacciavi di sedervi, signore; avrei qualche cosa da dirvi, cominciò
Daniele visibilmente agitato.
Lo straniero si sedè dopo aver lasciata la polizza in sulla scrivania
del giovine, e disse seccamente:
— Vi ascolto.
— Io sono persuaso che mio padre o mia madre è quegli che vi manda da
me ogni mese.
Daniele aspettò invano una risposta; lo straniero non aprì la bocca, nè
fece segno alcuno, dal quale il giovine avesse potuto trarre la minima
congettura; sicchè, dopo alcuni secondi proseguì:
— Chiunque si sia de' due, e in qualunque luogo si trovi, io sono
arcideciso di andare a gittarmi nelle sue braccia: un padre o una madre
non può aver la forza di respingere il proprio figliuolo. Voi mi darete
l'indirizzo di questa persona che pensa alla mia sorte.
— Fin dal primo momento ch'ebbi il piacere di conoscervi, mio caro
Daniele, vi dissi che non avrei potuto rispondere a nessuna vostra
interrogazione.
— Ciò si vedrà, riprese Daniele: io sono risoluto, risolutissimo di
sapere il nome e l'indirizzo della persona che provvede alla mia vita.
Voi non avete il diritto di nasconderla alla mia riconoscenza.
— E voi non avete il diritto d'interrogarmi, signor Daniele.
— Se non ne ho il diritto, ne ho pertanto la forza, rispose il giovine;
voi non uscirete di questa casa, senz'avermi rivelato quanto vi
chieggo.
Lo straniero sorrise: neppur l'ombra della collera era nell'espressione
del suo volto.
— Mi permetterete di farvi considerare, bel giovinotto, che la ragione
non vi assiste in quello che ora dite e in quel che pretendete di fare.
Prima di tutto, sappiate una volta per sempre, e tenetelo bene a mente,
ch'io non vi dirò niente, assolutamente niente, quando anche la vostra
follia vi spingesse ad assassinarmi: se io non parlo essendo vivo,
pensate se potrò farlo essendo morto. Voi quindi non guadagnereste
altro, uccidendomi, che passare alla Corte Criminale, ovvero rimanendo
celato il vostro delitto, non otterreste altro che perdere i cinquanta
ducati ch'io ho la bontà di recarvi in ogni fin di mese. Poi, vi fo
riflettere che, ammesso ancora ch'io mi lasciassi sedurre dalle vostre
parole o intimidire dalle vostre minacce, non mi costerebbe gran
fatica l'inventare un personaggio e un sito, e liberarmi della vostra
importunità mandandovi ben lungi in cerca di un uomo che non trovereste
giammai. Oltre a questo, sono nel dovere di dirvi che ogni passo che
voi dareste per iscovrire il vostro benefattore vi farebbe perdere la
costui benevolenza. Vi lascio da ultimo amichevolmente considerare che
io sono uno di quei pochi, pei quali voi siete sempre Daniele Fritzheim
e non già Daniele de' Rimini vale a dire ch'io conosco esser voi un
trovatello: un atto di violenza che commettereste contro di me potrebbe
spingermi a divulgare il segreto della vostra nascita.
— Voi nol farete, o signore, interruppe vivamente Daniele, il quale
vedea sfuggirsi di mano il colpo che avea meditato.
— Io nol farò, sempre che voi vi comporterete meco da onesto
galantuomo. Rinunziate al pensiero di voler conoscere il vostro
benefattore, e questi vi amerà dippiù; e forse un giorno...
— Ebbene? esclamò Daniele cui un lampo di speranza balenò negli occhi.
— Ebbene! chi sa! forse un giorno egli stesso chiederà di voi.
— Ma ditemi, ditemi, di grazia, signore, è egli ricco? è nobile?
— Non m'interrogate: ben sapete che non posso rispondervi... Ma il
tempo stringe: abbiate la bontà di farmi la solita quietanza, dappoichè
ho molte faccende ancora da disbrigare.
Daniele, con malissima voglia accontentandosi delle ragioni addotte
dallo straniero, si alzò e andò a scrivere la quietanza che consegnogli
dicendogli:
— Eccovi, signore, la quietanza. È questa l'ultima volta che ci vedremo
in questa casa e in Napoli. Domani io parto.
— Lo so, rispose freddamente lo straniero.
— Ah! lo sapete! E chi ve l'ha detto?
— Il Duca di Gonzalvo.
— Egli stesso!
— Egli stesso, ripetè quegli come un eco di Daniele.
— Sicchè voi, soggiunse questi, frequentate sovente la sua casa?
— Quasi ogni giorno.
— Siete suo intrinseco?
— Intrinsechissimo.
— E vedete spesso la Duchessina?
— Non tanto: ella mi guarda con diffidenza, e sembra che mal vegga la
mia presenza in casa del padre.
Lo straniero si alzò per rompere a quel punto una conversazione ch'egli
non aveva voglia di proseguire.