visibilmente contrariato dalle parole dei signorotti, andava lasciando
in sul tondo del salottino quegli oggetti che soglionsi portare addosso
nell'uscir di casa, come orologio, borsellino, denaro, portafogli,
guanti ed altri simiglianti amminicoli di acconciatura. Il Marchesino
Gustavo era un giovine d'un trent'anni o più, faccia comune e volgare,
tagliata nel mezzo da due mustacchietti incerati, e terminata da un
meschino gruppetto di peli in sul mento. Il suo vestito consisteva in
un soprabito per mattino con altissimo bavero secondo la moda di quel
tempo, in un corpetto di casimiro a corazza, in calzoni alla cosacca
a righe. I suoi capelli eran folti e ricciuti. Essere della specie più
comune, questo individuo non aveva altro pensiero, altra occupazione,
altra cura che di _ammazzare il tempo_, secondo il linguaggio di simil
razza di gente. Un buon pranzo o una buona cena era l'apogeo della sua
poesia.
Un poco più ci piace dilungarci sul ritratto di Stefanello, offrendo
questi un tipo curioso ed una specialità sociale che è andata sempre
più crescendo cogli anni e che ora ammorba la nostra società. Questo
tipo terribile da' francesi chiamato _fat_, dagl'inglesi ironicamente
_beau_, è una specie di serpe da' guanti bianchi che striscia su i
mattoni incerati dei salotti. Non credete però ch'ei sia terribile pel
fascino irresistibile dello sguardo, ma perchè morde leccando, e le sue
morsicature sono sempre mortali: un'arma possente e omicida è per lui
la parola.
Entrate in una sala in cui sono molte dame e molti uomini, in cui
si balli o si conversi, siete certo di trovare quest'essere sdraiato
sovra i cuscini di un canapè, con una mano lisciante i ben composti
capelli, e con l'altra ficcata oziosamente nella tasca del calzone:
vicino a lui per lo più siede un altro della medesima pasta, e
discorrono sbadigliando di donne e di amori, di conquiste fatte e da
fare, di _buone fortune_ e di altre simiglianti materie. Quest'uomo
innocentissimo di condotta è però da fuggire come un appestato, e da
non ammettersi mai in propria casa: la sua smania è di credersi un Don
Giovanni, un Lovelace, di tenersi un bel seduttore, mentre forse in
vita sua non ebbe mai la buona ventura d'essere stato corrisposto in
amore. Egli vi dirà spiattellatamente d'essere stato felice innamorato
della vostra innamorata, e vel dirà con sogghigno amabile a fior di
labbra, con una grazia tutta particolare, con una proprietà di vocaboli
da trarre chiunque in inganno. Voi aggiusterete fede alle sue parole;
andrete in furore contro la vostra bella, contro tutte le donne;
giurerete di abbandonarla, di non più vederla, mentre quella poverina
non avrà neanco guardato il nostro bellimbusto. Tutte le donne, niuna
esclusa, appartengono di diritto a quest'uomo: egli le domina tutte, e
la loro sorte dipende da una sua formidabile parola. Tapina di quella
fanciulla che per caso si trova a fissar lo sguardo su lui per qualche
momento: ella è pazzamente presa di lui; tutto il mondo in un attimo il
saprà.
Quest'essere è facile a riconoscersi tra mille; pochi peli in faccia,
vista corta, capelli lunghi; il suo vestito è sempre ricercato alla
moda, pieno di profumi. Suole egli eziandio portar sempre addosso un
taccuino, nel quale sono rinchiuse una decina di letterine galanti
ricevute da una decina di belle abbandonate da lui; non giureremmo che
quelle letterine sono autografe, anzi nol vorremmo neppure asserire;
egli le mostra continuamente ai suoi amici: in altra taschetta del
portafogli stanno poi certi altri bigliettini di suo pugno e senza
indirizzo, i quali egli tiene sempre pronti per valersene all'uopo.
Quest'ente così futile perchè leggiero, e nello stesso tempo non
meno pericoloso per la stessa leggerezza, dovrebb'essere bandito dal
grembo della società come un disturbatore della domestica quiete ed un
avvelenatore di cuori. Di tal natura per lo appunto era Stefanello.
— Il Marchesino ha ragione, disse questi zufolando tra i denti un
motivo del _Barbiere di Siviglia_; il sentimentalismo è fuor di moda,
mio caro maestro; fa come fo io, gitto la scintilla dell'incendio
e passa. Per essere amato dalle donne, è necessario disprezzarle;
io conto mille conquiste ottenute solo con quest'arma possente del
disprezzo.
— Le vostre congetture sono erronee, amici, disse Daniele — il
mio malumore non proviene da donne; non sono io un collegiale da
rattristarmi per tanto.
— E pure tu dimagrisci a vista come un innamorato morto, soggiunse il
marchesino — non mangi più, non bevi più, non vieni più con noi alla
Favorita la domenica. Che diascine ti coglie?
— Non istò bene, amici miei, soffro coi nervi, ma spero di ricuperar
ben presto la sanità ed il buon umore.
Uno scoppio di risa accolse queste parole.
— Ah! ah! soffre coi nervi! malattia alla moda, morbo generico e di
_buon tuono_...
— È probabile che soffra d'isterismo, riprese ridendo Stefanello.
Daniele intanto avea lasciato sopra il canapè il suo piccolo mantello;
e si era anch'egli gettato a sedere in mezzo a' suoi amici. Era in sul
finir del mese di novembre. Il camminetto era acceso, perocchè il tempo
era secco e freddo. Si aspettava che il pranzo fosse servito.
— Scommetto che non hai udita la _Niobe_ di Pacini, disse il Marchesino
agitando i pezzi di legno nel camminetto.
— Oh! l'ho udita tre volte, rispose Daniele, e sempre con ugual
piacere; è un'opera magnifica.
— La Pasta è inarrivabile nella sua parte, esclamò Stefanello
appoggiando le spalle al davanzale del camminetto: ella è un prodigio!
Che anima e che arte! Come ha indovinato lo spirito del suo canto! Nel
suo duetto con la Unger strappa il cuore degli spettatori!
— Già tu sei uno de' più teneri ammiratori di questa prima donna,
osservò il Marchesino ci è da scommettere ch'ella è presa pazzamente di
te.
— Oh! non parliam di questo; soggiunse lo spezzacuore con lieve sorriso
di trionfo, ne ho veduto a cascar ben altre a' miei piedi, e che
bellezze! Io sono ristucco del genere teatrale; son fortezze troppo
facili ad esser espugnate.
— Via, via, sappiamo di che sei capace, gran seduttore, tornò a dire
il Marchesino... È certo impertanto che le lodi alla Pasta nella
tua bocca diventano sospette. Già il teatro S. Carlo è divenuto per
quest'attrice un campo di guelfi e di ghibellini. Per me dico, e mi
richiamo al parere del mio professore qui presente, che la Pasta quando
si abbandona agl'impulsi della sua natura è grande, è sorprendente; ma
che casca talvolta nell'esagerato per ispirito d'imitazione. Riguardo
poi al suo canto, è indubitato che nei suoi passaggi dai tuoni gravi ai
medii ella non pone molta faciltà e pieghevolezza. Non è vero, maestro?
Daniele, a cui quest'ultima interrogazione era diretta, si contentò
di fare un segno affermativo col capo. Egli non era uscito dalla
sua pensierosa concentrazione. Intanto i due convitati di Daniele
incominciavano a trovar troppo lungo l'indugio del pranzo: aveano già
consumato parecchi sigari per ciascuno; aveano in gran parte esaurito
tutti i futili subbietti di conversazione; si posero però a passeggiare
smaniosi pel salottino.
— Il tuo cuoco è un carnefice questa mattina, osservò il Marchesino.
— Ci vorrà dare un pranzo al tutto diplomatico il nostro Daniele, disse
Stefanello, ed ecco perchè ci farà attendere fino alle cinque.
— Sta benissimo, riprese il primo, e mentre egli si ostina nel suo
taciturno sentimentalismo, noi ridurremo in cenere un altro sigaro.
Il Marchesino cavò di tasca un elegante porta-sigari, ne cacciò un
tubetto di foglie americane e si pose alla ricerca d'un pezzo di carta
per accenderlo.
— Oh! una lettera non aperta! esclamò egli mettendo le mani addosso
alla lettera di Lucia Fritzheim, che Daniele avea gittata in sul tondo
in uno cogli altri oggetti ch'erasi tolti di tasca.
Daniele si ricordò di quella lettera e corse per istrapparla dalle mani
del suo amico, ma questi ne avea già letto l'indirizzo ed il nome di
colei che la scriveva.
— L'ho trovata! L'ho trovata! esclamava il Marchesino in aria di
trionfo, e saltando sopra una sedia per non farsi carpire il suo
bottino; ecco il segreto di Daniele; qui sta l'_affare_ leggasi.
Anche Stefanello si era messo dalla parte del Marchesino per impedire a
Daniele di toccar la lettera.
Ebbe luogo una lotta furiosa. Daniele si dibatteva come un leone
per non far leggere la lettera che avrebbe potuto discoprire le sue
relazioni colla famiglia dello stradiere; ma egli era uno contro due
e non poteva a lungo durare nel conflitto. Gli riuscì pertanto di
afferrar la lettera, la quale fu lacerata in due parti, di cui una
restò nelle mani de' due amici e un'altra in quelle di Daniele. Questi
si affrettò di gittare nelle fiamme del camminetto quel pezzo che gli
era rimasto nelle mani.
Gli altri due lessero il seguente moncherino di lettera:
«Daniele, Daniele mio,
Corre già il quarto mese che mi hai ab......... giorni ora per
ora, minuto per min........... sun rimprovero; sono rassegnata
alla........... altra... Iddio ti renda felice... Io sto
m........... forse aver pietà di me togliendomi............
divenga lo sposo di un'altra. Il med............ Ambrogio ch'io
entro nel primo grado di ti.......... intorno al mio letto
essi mi credevano........... ti ho amato, Daniele, e quanto ti
am............ più non sarò su questa terra. Io ti sciol...........
ti perdono la morte che mi dai. Soltan........... prima parola
di amore che ci scamb............ che non abbandoni la mia
infelice famig........... i miei fratelli e soprattutto che
non............ per quella povera creatura di Uccel............
sarai felice a fianco della don.............. Addio... addio... per
sempre............. parlar di me che un'altra sola v............
per caso annunziata la mia mor............. giorno della tua
vita, siccome il dì............ stato per me il più felice...
ad.............. Daniele, Daniele mio... _Lucia_».
Non avevano il Marchesino e Stefanello terminato questi brani di
lettera, di cui ogni parola avea fatto tremare il cuor di Daniele per
tema che non vi si trovasse qualche inattesa rivelazione, quando il
servo, presentatosi sull'uscio del salotto, disse:
— Il pranzo è all'ordine, signori.
I due amici rimisero tra il fumo delle vivande e tra i prelibati vini,
il fare i loro comenti sulla lettera singolare che aveano discoperta.
IV.
LA SERATA DI LADY BOSTON
Lady Mary Boston era una della più ricche e festose Inglesi
che dimorassero in Napoli in quel tempo. Figlia e sposa di Pari
d'Inghilterra, giovane e bella, questa donna sapeva godersi la vita.
Ella avea comprato una casa in sulla Riviera di Chiaia in cui veniva
a passare la stagione dei balli e delle feste. Nell'està ritornava
a Londra, dov'era aspettata con premura da quell'aristocrazia che
ritrovava nei salotti della vaga Lady le più efficaci e dilettose
distrazioni alle cure della politica e dei pubblici negozi.
Incominciando dal mese di novembre, ogni sabato Lady Boston riuniva
nelle sue splendide mura quanti uomini e donne illustri erano in
Napoli, di ogni favella e di ogni classe, purchè la celebrità fosse il
titolo d'introduzione appo lei. Gli scienziati, gli uomini di lettere,
gli artisti più ragguardevoli trovavano generoso e nobile accoglimento
in quella casa, ch'era benanche il ritrovo di tutta la nobiltà europea.
Walter-Scott, Chateaubriand, Bulwer e altri mille colossi della
letteratura inglese, francese e italiana erano venuti a visitare le
sale della celebre Lady Boston, e vi si erano intrattenuti in qualche
sabato a sera. È superfluo il dire che il fiore de' cantanti erano
invitati, come tutti gli altri, a queste periodiche riunioni colla
solita e semplice formola di:
_Lady Mary Boston à l'honneur de prèvenir Mr. N. N. qu'elle est chez
elle tous les samedis a 8 heures du soir — Riviera di Chiaia — Palais
P..._
La magnificenza degli addobbi e dell'illuminazione, il lusso delle
credenze, l'ordine e la disposizione del divertimento, la scelta
degl'invitati e la estrema eleganza degli abbigliamenti avean fatto
la rinomanza europea delle serate di Lady Boston; tantochè a Londra,
a Parigi, a Milano se ne discorreva; e i nobili di queste capitali
traevano espressamente in Napoli per godere di queste serate. Lady
Boston non aveva che una sola rivale per isplendidezza di trattamento,
ed era Madame A... ma, secondo il giudizio degl'intenditori, costei
perdeva nella lotta, e non arrivò mai a levarsi a quel grido cui
pervenne la Britanna. L'inverno dell'anno 1826-27 comechè turbato
da frequenti uragani e da piogge continue, fu al certo uno dei più
brillanti e animati che rallegrassero la nostra Napoli. L'affluenza
dei forestieri era grandissima. Il teatro S. Carlo nell'apogeo della
sua gloria, diretto dal Nestore degl'impresari, dal Barbaja, formava
la delizia del mondo musicale e il più gran vanto delle belle arti
napolitane. Ogni sera era un trionfo di compositori e di artisti: ogni
sera una fronda si aggiungeva alla corona di allori che cingeva le
chiome di quegli artisti che sono fino ad oggi rimasti impareggiati.
E la serata del sabato, al quale abbiamo accennato nei precedenti
capitoli, fu la più brillante di tutto l'inverno.
Due grandi artisti cantavano per l'ultima volta ne' salotti di Lady
Boston prima di partire per Vienna, dov'erano scritturati, la Lalande e
Lablache. Erano anche invitati a cantare la Pasta e Rubini.
Non è a dire la folla che ingombrava i salotti della nobile inglese,
folla deliziosa, spirante la gioia, il piacere, susurrante parole
dolcissime. Non ci arrischieremo a dipingere questa festa; ogni parola
sarebbe dammeno del vero, ogni epiteto non sarebbe corrispondente, e
ogni descrizione riescirebbe languida e monca a petto della realtà;
lasciamola però interamente immaginare a' nostri lettori, contentandoci
di dire che in quelle sale cosparse di luce, di profumi di diamanti,
di fiori e armonie, contenevansi meglio che mille persone, di cui
ciascuno era una celebrità, un'illustrazione, una gloria, o al più
poco un tesoro animato. Contrasto singolare facea colla splendidezza
di quell'ostello un cielo tempestoso che batteva con onde di pioggia i
cristalli di quei terrazzini.
Le più lussose ed eleganti acconciature sottoposte al più severo codice
della moda di Parigi facevano vaga mostra di sè. L'età delle donne
spariva sotto le mani degli abili pettinatori e delle sarte parigine:
la bellezza, la grazia, la salute, l'amore erano _dipinti_ in su tutti
i volti, scolpiti su tutte le fronti. Un mormorio che si perdeva come
un'onda di fila in fila, di crocchio in crocchio, di sala in sala,
accoglieva l'entrare di ogni nuova arrivata; il suo nome, i suoi
titoli, le sue relazioni ed i suoi amori erano buccinati in un baleno
e promulgati dappertutto. Il sorriso accoglieva tutti e la gioia gli
aspettava.
Ma un grido di ammirazione piuttosto che un mormorio passò di labbro
in labbro, ed un lampo di gelosia sfolgorò negli sguardi di tutte le
donne. Emma di Gonzalvo appariva nel gran salone.
Ella entrava appoggiata al braccio del Duca suo padre: aveva al suo
fianco il visconte di Boisrouge. Seguitavala la Duchessa di Gonzalvo al
braccio di un plenipotenziario straniero. Emma era stata in un attimo
giudicata la più bella tra tutte quelle bellissime donne: ella era
dunque la sovrana della danza.
La sua acconciatura era tutto ciò che si può immaginare di più vago
insiememente e di più semplice per una festa di ballo. I suoi capelli,
ordinati in quel modo ingenuo e gentile addimandato in allora _alla
Vergine_, erano coronati da un festone di rose in diamanti... Contro la
sconcia moda di quel tempo, Emma portava una veste di velo inglese la
cui vita era bassa onde le forme leggiadrissime di lei si disegnavano
con tanta grazia e avvenenza, che questa novella ardita foggia di
vestire incominciò da allora a bandire la moda delle vite alte e dei
grandi scolli. Emma avea dunque dato il colpo mortale alla moda di
Parigi. Era impossibile avvicinarla: un cerchio spessissimo di giovani
aveva attorniata questa dea, contendendosi una parola di lei, un
sorriso, uno sguardo. Emma era andata a sedersi vicino alla madre, alla
sua sinistra era seduto il Grande Ammiraglio Conte di L... amicissimo
del Duca di Gonzalvo.
Non ancora si era dato principio al canto... Le _tablettes_ di ballo di
Emma erano già ripiene d'inviti per le contradanze francesi e inglesi,
e pel valzer francese e tedesco. La conversazione era universale e
animata nei diversi gruppi: gli uomini discorreano di politica, di
arti, di cavalli e di cani; le donne di mode e di amori. Le sale erano
gremite di tanta gente che più non si distinguevano le persone.
Di repente fu fatto silenzio in mezzo a' gruppi, e tutta la folla
sparpagliata nelle numerose e vaste sale si agglomerò appo gli usci
indorati del salotto da canto. Madame Lalande apriva la serata colla
cavatina della _Olimpia_ del maestro napolitano Carlo Conti. La Lalande
vien ricordata con amore tra le cultrici dell'arte melodrammatica:
la sua voce argentina, robusta ed agile, il suo bel metodo di canto
lasciarono sulle scene d'Italia e dell'estero non periture ricordanze.
L'Accademia filarmonica di Bologna l'annoverava tra i suoi membri,
siccome avea fatto della Colbran e della Giorgi, lodata da Pietro
Giordani. Dopo Madame Lalande, la celebre Pasta cantava coll'egregio
tenore signor Winter il duetto tanto applaudito della _Medea_ del
Maestro Mayer. Gli applausi che interruppero a quando a quando questo
pezzo, e che scoppiarono con violenza alla fine di esso, furono la più
sincera espressione di quella soddisfazione che i due valenti artisti
lasciavano negli animi de' loro uditori.
La Pasta era di bella persona, di volto espressivo; i suoi occhi grandi
e loquaci comandavano l'entusiasmo. In quella parte di _Medea_ non meno
che nell'altra di _Desdemona_ nell'_Otello_ di Rossini, questa donna
avea fatto gustare per la prima volta in sulle scene d'Italia il genere
declamato, che oggi è venuto in tanta reputazione e successo, benchè a
discapito del buon canto italiano.
Luigi Lablache, il colosso dei bassi, l'artista modello, l'uomo
dai polmoni di ferro, dal petto cannone, dalla voce portentosa che
facea tremar la volta di S. Carlo come il cuore dei suoi uditori, il
cantante-atleta, numero uno nei secoli, il contemporaneo di de Marini e
il suo più illustre rivale melodrammatico; Luigi Lablache, gloria tutta
nostra, il cantore delle opere di Rossini, in procinto di abbandonar
Napoli pel teatro italiano di Vienna, si faceva udire in quel sabato
a sera nella sala di Lady Boston coll'_aria_ di _Figaro_ nel _Barbiere
di Siviglia_. Quando ebbe terminato di cantare, un solo uomo non aveva
applaudito a furore. Rincantucciato in un angolo della sala, egli
piangea. Quest'uomo era Domenico Barbaja.
La Pasta e Rubini cantarono poscia il duetto finale di _Otello_. Non
mai questi due grandi artisti avean posto tanto fuoco e tanta verità
nelle rispettive loro parti. Rubini era grande, inarrivabile, facea
fremere e raccapricciare; la possente sua voce scuotea le fibre più
recondite del cuore. Che diressi della Pasta, che si trovava nel
suo vero genere in quel canto di declamazione, in cui tanto ella si
distingueva che le avea fatto acquistare una riputazione superiore ad
ogni elogio? Dopo questo duetto, il programma della serata annunziava
un intervallo, che fu speso nei più lauti e delicati rinfreschi. Emma
aprì la seconda parte della serata. Non è dicibile con quale ansia si
udiva a cantare questa giovinetta; una delle poche dilettanti che si
ascoltavano da Lady Boston. Presso al piano-forte ov'ella cantava eran
raccolti gli artisti da noi summenzionati e un grandissimo stuolo di
ammiratori della bella Andalusa. L'aria spagnuola fu cantata da lei con
quelle grazie, con quell'accento, di cui abbiamo parlato altrove. Il
suo canto fu coverto da rumorose esplosioni di applausi: si richiese
la replica della ballata. Madame Lalande e la Pasta abbracciarono la
giovinetta e la baciarono con tenerezza, con trasporto.
Per dieci minuti poi che il canto era cessato si udiva ancora il
mormorio di sorpresa e di ammirazione che si sprolungava in tutte le
sale. Lablache e Rubini cantarono il duetto del _Barbiere di Siviglia_.
Passeranno secoli prima che un'altra coppia di artisti pari a quella
faccia udire un duetto simigliante a questo del _Barbiere_. Il giovine
maestro Daniele de' Rimini dovea por termine alla parte cantabile
della serata colla sua romanza, e con un _pot-pourri_ sulla _Niobe_
del Pacini, la quale richiamava ogni sera gran folla di spettatori a S.
Carlo.
Daniele era pallidissimo ed agitato: ciò nulla di manco cantò la
sua romanza con anima, con passione: mai la sua voce non era stata
così forte e commovente; molti paragonarono le sue agilità a quelle
di Tamburrini. Era la prima volta ch'egli veniva udito a cantare da
Lady Boston: destò maraviglia, simpatia, riportò un vero trionfo.
E quando le agilissime e portentose sue mani oprarono prodigi sul
piano-forte, quando le più grandi malagevolezze furono da lui superate
con quell'ardimento, di cui si spaventa la mezzanità, Daniele diventò
l'eroe della serata. Tutti bramarono di conoscerlo, di avvicinarlo;
si dimandò del suo nome, delle sue relazioni, dei suoi parenti; i
nobili più schifiltosi non isdegnarono di stringergli la mano, di
profferirglisi.
Le donne erano soggiogate, e guatavano il giovinotto maestro con un
sentimento d'ammirazione e di simpatia, dappoichè quella sua voce
in cui trapelava una commozione profonda avea toccato tutt'i cuori.
Il bel sesso cercava indovinare chi potesse essere l'oggetto del
_colpevole amore_ dell'esimio pianista, e già ivasi bisbigliando nella
sala il nome di Emma; perocchè in un baleno si era saputo che la casa
del Duca di Gonzalvo era quella che maggiormente era frequentata
dal giovine maestro. Tutti gli occhi si portarono sulla figliuola
del Duca, la quale si studiava di nascondere il suo turbamento con
un'affettazione d'indifferenza e d'ilarità. Fu questo un bel momento
per Daniele. La sua vanità era soddisfatta! Negli occhi suoi, fissi
sopra Emma, lampeggiava il contento di essere a quel modo l'oggetto
della universale attenzione... Egli cercava intanto discoprire in sul
sembiante della fanciulla un sintomo qualunque di propensione per lui.
A mala pena rispondeva alle congratulazioni che se gli volgeano; a
stento non si mostrava scortese e zotico.
Stando a tal guisa con tutta l'anima sua alla vedetta di un'ombra di
amore negli occhi di Emma, non si era accorto di un personaggio che gli
si era appressato. Questi il chiamò per nome, e gli disse:
— Permettete che aggiunga le mie alle congratulazioni degli altri,
signor Daniele.
Udendo la voce di questo personaggio Daniele fece un balzo sopra
sè stesso, e imbiancò in volto come per morte veggendosi allato
l'incognito straniero che recavagli in fin di mese la polizza di ducati
cinquanta.
— Voi qui, signore! sclamò atterrito Daniele.
— Non temete di nulla; io non parlerò, ve ne fo solenne promessa.
Lo straniero strinse la mano di Daniele che trovò febbricitante, e si
allontanò dalla sala, per recarsi vicino al Duca di Gonzalvo, seduto ad
una partita di _whist_.
Il ballo cominciava.
V.
UN MILIONE
Il dì vegnente Daniele si alzò di buon mattino: non aveva chiuso gli
occhi per un sol momento durante l'intiera notte; un'idea fissa, un
proponimento decisivo avealo tenuto desto; egli volea finirla una volta
per sempre collo stato di martirio nel quale si trovava.
— Tra poche ore la mia sorte sarà decisa, diceva tra sè medesimo,
sdraiato sopra un seggiolone accosto al suo letto, e avvolto in ampia
veste da camera: tra poche ore io saprò se mi conviene nutrire qualche
speranza di possedere Emma, o se mi sarà d'uopo abbandonare questo
paese e forse anche la vita... Sento che non ho la forza di vivere
senza di Emma... Quel mio trionfo d'ieri sera non sembrò che avesse
fatto la minima impressione su lei; mi rivolse soltanto alcune frasi
gelate e comuni strappate dalla convenienza; parvemi anche più fredda
verso di me; sembrava che mi evitasse, che poco mi avesse conosciuto...
Feci benissimo a non ballar mai con lei; se ella è superba e sdegnosa,
io non sono meno di lei: se io sono povero e oscuro, non soffro di
essere dispregiato da nessuno. Lasciai a tutti quegli effeminati
giovanotti l'onore di contendersi un valser o una contradanza con lei:
io non sono fatto per immischiarmi nelle folle, non mi acconto alla
razza degl'imbelli che pullulano in tutte le sale; non mi soddisfa la
mezza luce; a me bisogna o lo splendor del sole o le tenebre fitte...
Emma è per me il sole, la vita, la felicità... o Emma o la morte... Sì,
questa mattina tutto dovrà decidersi... ogni ulteriore indugio potrebbe
nuocermi.
Verso le undici del mattino dello stesso giorno, Daniele saliva le
scale del palazzo S... e si faceva annunziare al Duca di Gonzalvo.