Le undici battevano ad un magnifico orologio da mensola, allora che

Emma si alzava dal suo letto verginale. Due bellissime stanze nel

quartiere del palazzo S..... erano destinate esclusivamente a lei; una

serviva per sua camera da letto e l'altra per stanza di abbigliamento.

Due cameriere, una napolitana e l'altra francese, erano addette a

servir lei particolarmente. Non trascuriamo di dire che Emma parlava

colla stessa faciltà lo spagnuolo, l'italiano e il francese: il suo

accento straniero, la sua voce nervosa, il modo di parlare a tratti

e con cadenze aveano tali incanti e tal prestigio che non si poteva

ascoltarla senza esserne preso. In parlando l'italiano o il francese,

ella faceva sentire quella graziosa lievissima sibilazione del ce

ci spagnuoli: il che aggiungea vaghezza estrema al suo discorso.

Ogni dì, non si tosto svegliata e tuttora in letto, Emma tirava la

cordicina di un campanello, e subitamente le si affacciava una delle

due cameriere. La giovinetta si facea dare i giornali di moda, i nuovi

romanzi, le lettere delle sue amiche, la grammatica di lingua inglese

ch'ella studiava, e mezz'ora o poco più trascorrer facea in simiglianti

occupazioni. Prima della colezione, ella andava ad abbracciare suo

padre e sua madre, e dopo, la musica assorbiva gran parte della sua

mattinata.

Ella si era vestita con incantevole semplicità, e, l'ora della lezione

di musica avvicinandosi, era ita nel salotto contiguo al gran salone

da ballo per ripassare sul piano-forte una ballata nazionale spagnuola.

Era un canto curioso, strano, ma ripieno di vita e di brio: la ballata

era così concepita:

Anche franja de velludo

En la terciada mantilla;

Aire recio, gesto crudo,

Soberana pantorrilla:

Alma atroz, sal espanola;

Alza, ola;

Vale un mundo mi manola!

Con primor se calza el piè

Digno de regio tapiz;

Con un dulce no sè què

En aquella cicatriz

Que tiene junto a la jola;

Alza, ola,

Vale un mundo mi manola!

Que calidad! y como cruje

Se baila jota o fandango;

Y que aire en cada empuje

Y que gloria de remango!

A la mas leve cabriola

Alza, ola;

Vale un mundo mi manola;

Non aveva Emma terminato di ripassare questa ballata, quando le fu

annunziato il suo maestro, Daniele entrava nel salotto.

II.

LA LEZIONE

Il giovine era vestito nella più elegante maniera; il gusto più fino

avea dettato la norma del suo abbigliamento, il quale non usciva però

dalla più stretta semplicità. Entrando nel salotto dov'era quella

incantevol creatura, Daniele rabbruscò la fronte e raggrottò le ciglia,

dappoichè Emma non si era, secondo il solito, levata d'in su la sedia

per andarlo a ricevere; la giovinetta pareva assorta interamente nello

studio di quella ballata spagnuola.

— Buon giorno, maestro, gli disse, io vi aspettava con impazienza;

non so se io abbia indovinato questo ritornello ch'è assai gentile ma

difficile.

— Vediamo, Duchessina, a voi nulla può esser difficile.

— Davvero vi dico che non raggiungerò mai la semplicità e la grazia

di questo canto; ho paura che nol canterò sabato alla serata di Lady

Boston.

— In questo caso io mi attirerei l'odio e l'animosità di tutti,

Duchessina, perocchè a me si attribuirebbe la colpa di non avervi fatto

cantare questa ballata.

— Vi assicuro che non la canterei se non avessi ciò promesso a tutte le

mie amiche.

— Ed al Visconte di Boisrouge, Duchessina, soggiunse cupamente Daniele,

affisando i suoi occhi torbidi in volto alla giovinetta.

— Ebbene, sì, vel confesso; anche a costui l'ho promesso: sapete che

questi è uno dei miei ammiratori, disse ridendo la fanciulla, mostrando

quei due filari di denti nivei ed ugualissimi.

— Ammiratore! Duchessina, e chi non è vostro ammiratore? Dategli

piuttosto un altro titolo.

— E quale?

— Quello di vostro amante.

— Gli è vero, rispose Emma, e dei più noiosi.

— Non tanto, Duchessina; mi permetto di ricordarvi che lunedì sera alla

festa di Madama A.... voi cantaste con tanta espressione con lui il

duetto del _Tancredi_, che tutti invidiarono la sorte del Visconte...

— Oh! ben sapete che io cerco sempre di porre un poco di anima in

quello che canto; non posso vincere il mio temperamento. D'altra parte,

quel duetto è tanto bello!

— Io lo detesto, Duchessina.

— Lo detestate! e perchè?

— Non so, lo detesto tanto che ho giurato di non più accompagnarne il

canto in qualsivoglia riunione.

— Eppure, voi medesimo mi diceste che quel duetto vi piaceva

estremamente, e foste voi, se ben ricordate, che mel faceste imparare.

— Oh, Duchessina, se io avessi supposto che...

— Che cosa, maestro?

— Non so, volea dire che... che... io detesto quel duetto da lunedì

sera.

Daniele abbassò gli occhi: sul suo volto era apparsa una leggiera tinta

di vermiglio. Emma finse di non comprendere la significazione di quelle

parole e trasse a caso un accordo dalla tastiera.

— Volete aver la bontà di riascoltar questo pezzo?

— Io vi ascolto, Duchessina.

Emma cominciò a cantare la ballata spagnuola. Era nella voce della

giovinetta un tale incanto, una tale voluttà che avrebbe sconvolta la

ragione del più freddo uditore: avea certe corde che andavano a toccare

il fondo del cuore, e rimescolarvi le passioni: avea certi tuoni di

contralto, certe modulazioni, certe cadenze che avrebbero fatto cader

un teatro per gli applausi, se quella donna fosse stata artista. Quella

voce, quell'accento, quel canto ti mettevano il fremito in tutte le

fibre del corpo, ti faceano impallidire per tempesta di commozioni.

Non sappiam dire quello che accadeva nel cuor di Daniele in udendo

cantare quella ballata. Senza dire della divorante passione che lo

struggeva per quella fanciulla e gli mettea la febbre nei polsi ogni

qual volta l'udiva semplicemente a parlare, egli provava un sentimento

indefinibile tutte le fiate che udiva parole spagnuole. Egli stesso

non sapea rendersi di ciò ragione, ma era un nembo di rimembranze

indistinte, un sogno lontano che gli si riaffacciava alla mente, un

altro cielo, un'altra terra ch'ei vedeva attraverso confuse immagini:

era forse la lingua che in culla egli udiva susurrarglisi all'orecchio,

e che forse ei medesimo balbettava quando era bambinetto di due in tre

anni. Certo si è che quel canto e le parole di quella lingua facevano

sull'animo di Daniele tale impressione ch'ei si sentiva toccare il

cervello e diventar pazzo. Aggiugni che nel cumulo delle ricordanze

velatissime che gli si presentavano al pensiero, ei vedeva una casa

splendidissima e tanti vaghi oggetti che non giungeva a distinguere:

tra l'altro, raffigurava in mezzo alla sua memoria una donna bellissima

che sempre il baciava, e che gli diceva appunto tante cose in quella

lingua che or egli ritrovava sulle labbra di quella bella creatura,

che gli sedeva allato. E quando Emma ebbe terminato di cantare, Daniele

rimaneva tuttavia nella immobilità di statua, assorto in una sola idea

che gli dava rovello e che il faceva uscir di senno. Egli pensava...

pensava che forse egli era nato RICCO E NOBILE!

— Ebbene, maestro, non avete nulla da osservare, nulla da correggere

nel modo di cantare questa ballata? chiesegli Emma.

— Nulla, Duchessina. Quando io vi ascolto, io non sono più su questa

terra, il sapete. L'arte sterile e pedante è fulminata dal vostro

genio. Quando io vi ascolto non sono più vostro maestro, ma vostro

ammiratore.

— Voi mi lusingate troppo, maestro; ho paura che non mi guastiate.

— Ed io vi guasterei davvero se facessi la minima pedantesca

osservazione a quello che avete cantato. Noi abbiamo cambiato le nostre

parti, Duchessina; voi siete che insegnate ed io che apprendo. Se

sapeste quante ascose bellezze artistiche mi rivela il vostro canto!

Non vi parlo dell'impressione che in me produce, di quello che io

sento... Duchessina, io sarò costretto di rinunziare al piacere di

udirvi.

— Che vuol dir questo? domandò la giovinetta abbassando quelle sue

lunghe ciglia.

— Vuol dire che star vicino a voi un'ora o due, qui, in questo salotto,

colla mia sedia così vicina alla vostra, vedervi così dappresso,

gustare io solo la immensa delizia di sentirvi a cantare, trattenermi

con voi da solo a solo, udir le vostre parole, guardare i vostri

occhi... è troppo crudel prova pel mio povero cuore... nol posso, no,

Duchessina... Mille altri invidiano la mia sorte, eppure io sono più

infelice assai di loro tutti... Perdonate, l'ardita franchezza del mio

linguaggio, e compatite ai mali che voi fate.

— Non v'intendo, signore. Non è la vostra professione quella di maestro

di musica? Non sono io la vostra discepola? Non debbo al vostro merito

impareggiabile quel poco che so? In quanto all'effetto che produce in

voi il mio canto, siccome voi dite, l'attribuisco alla bella tempera

dell'animo vostro si ben formato. D'altra parte, è vero che il canto

suol produrre di strani effetti sul cuore degl'innamorati.

Daniele fece un balzo in sulla sedia, trasalì, si scolorò, ed indi il

suo volto diventò fiamma ardentissima.

— Che! Duchessina, balbettò egli, avreste voi letto nell'anima mia?

— Non propriamente, nell'anima vostra, rispose sorridendo la

giovinetta, ma qualche cosa ho indovinato da questo biglietto che vi

consegno. Ieri sera voi non veniste alla nostra conversazione, e ieri

sera appunto avreste trovato qui qualche cosa che vi avrebbe fatto

estremo piacere. Or bene, eccovi il biglietto; via, non arrossite; è

così naturale alla vostra età il far l'amore!

Emma traeva dal seno una carta piegata in forma di lettera e la

consegnava all'attonito giovine, il quale vi gittò con ambasciosa

avidità gli occhi e lesse sulla sopraccarta: DANIELE DE' RIMINI — DA

LUCIA FRITZHEIM. Daniele impallidì: le sue labbra s'imbiancarono come

quelle di un morto, e rimase lungo tempo con quella lettera in mano

senza sapersi risolvere ad aprirla. Egli era atterrato! Avea fatto

tanto per nascondere ad Emma i suoi amori con Lucia, per tema che non

le fosse giunta all'orecchio la bassa sua origine!

— Ebbene, maestro, a che pensate adesso? Non vi affrettate a leggere

quello che vi scrive la vostra bella? Ora su, andiamo, ve ne dò il

permesso.

— Duchessina, rispose con rauca voce il giovine mal nascondendo il

turbamento e l'ira ond'era preso, permettete ch'io vi dica esservi

di gran lunga ingannata nelle vostre supposizioni. Questa donna che

mi scrive, questa donna che voi credete mia innamorata, non è che una

avventuriera.... una straniera ch'io ho conosciuta per casualità; il

suo cognome v'indica che essa non appartiene a questo paese. Io non

so come abbia avuto l'ardire di scrivermi dopo che l'ho dispregiata,

dopo che non ho voluto cadere nei lacci delle sue seduzioni.... Ma già

conosco quello che questa donna mi chiede, Duchessina. Non è amore quel

che questa disgraziata mi chiede, ma sibbene del pane... del pane.

Ciò dicendo, l'infame trovatello intascava la lettera senza neppure

dischiuderla, per tema che ad Emma non fosse nata la curiosità di

gittarvi lo sguardo.

— In questo caso vi chieggo scusa, maestro che una tal donna fosse

vostra innamorata. Vi assicuro che mi dispiace di essermi ingannata:

non so perchè, ma quel nome avea destato in me una certa simpatia,

anche perchè mi si disse ieri sera che un fanciullo di circa dieci

anni in undici anni avea recata quella lettera. Il poveretto era

stato dapprima alla vostra abitazione alla _Riviera di Chiaia_, dove

gli avean detto che forse vi avrebbero trovato qui. La mia cameriera

soggiunse che quel miserello si pose a piangere quando seppe che non

eravate qui; sembrava afflittissimo e stanco a morte, perocchè avea

fatto cammino a piedi, e diceva di esser partito nientemeno che da una

strada lontana lontana; se ben mi ricordo, da _S. Maria degli Angeli

alle croci_ vicino al Real Albergo dei poveri! Queste ultime parole

agghiacciarono il cuore di Daniele. Emma sapeva ormai la dimora di

Lucia! Un'orma era segnata per discoprire il tutto! Daniele si morse le

labbra: i suoi occhi gittavano veleno di collera.

— Intrighi, bugie, Duchessina: nulla di vero di quanto asserì quel

fanciullo, al quale era stata forse insegnata una parte per commuover

la gente di questa casa e carpirvi del danaro. Bricconi di pitocchi!

Ei bisogna far cacciare dai vostri servi quel fanciullo, se si

presenta di bel nuovo o qualunque altro venga in nome di questa

intrigante avventuriera; i loro piedi brutterebbero la vostra casa;

le loro parole contaminerebbero gli orecchi della vostra gente.

Non mi arrecherebbe maraviglia se ardisse venir qui la stessa Lucia

Fritzheim! Oh, Duchessina, ella ingannerebbe i più astuti. Se vedeste

che sembiante d'innocenza! Che modi ingenui propri di un cuor gentile

e virtuoso! Ma or siete avvertita, e non darete nella pania, siccome

non vi cascheranno i vostri servi. Ma che dico! Ei bisogna, vi ripeto,

ei bisogna far cacciare costoro senz'ascoltarli! Oh se vostro padre

o vostra madre sapessero che donna è cotesta Lucia Fritzheim, non

saprebbero abbastanza rammaricarsi che voi abbiate conservato un suo

biglietto.

— Ma io ignorava tutto ciò, disse la fanciulla vagamente colorandosi di

rosso nel volto.

— Abbastanza ci siamo occupati di questa sciagurata. Che il suo nome

non contamini più le vostre labbra, Duchessina, fatemi l'onore di

credere che nè il cuore nè il mio pensiero scendono tanto giù.

Sul sembiante di Daniele eran dipinti il dispetto, la collera, il

livore. Emma credette scorgervi un sentimento di giusto sdegno.

— Dite bene, maestro, non parliamo più di ciò. Non potete credere come

mi fa male il sentir certe cose. Oh che brutta cosa è la menzogna,

l'ipocrisia, il tradimento!

Daniele stravolse gli occhi come se avesse avuto sul capo un colpo di

mazza. Per buona ventura, Emma nol guardò in quel momento, dappoichè

avea di bel nuovo spiegato sul leggio del piano-forte la prima pagina

della ballata spagnuola.

— Voi dunque, maestro, m'incoraggiate a cantare questa ballata sabato

sera da Lady Boston?

— Se v'incoraggio, Duchessina! Che cosa volete ch'io vi dica? Voi

la canterete, se vi piace, e se l'avete promesso a quella ragunata e

al visconte di Boisrouge; voi la canterete, e farete impazzare tutti

quei signori. Ma per me, voi lo sapete; io vorrei che voi non cantaste

giammai nelle ragunate... Io sono geloso, Duchessina.

— Geloso! esclamò la giovinetta sorridendo.

— Sì, geloso; o per dir meglio, egoista. Vorrei sentirvi io

solo; vorrei che nessuno altro provasse quella gioia ch'io provo

nell'ascoltarvi. Io so bene, Emma, che nessuno può in quei momenti

sentir quello che sento io; ma pure, allora che gitto uno sguardo sul

circolo de' vostri uditori, e veggo i loro volti infiammati, i loro

occhi scintillanti, e indovino i palpiti dei loro cuori, a me pare che

tutti debbano adorarvi siccome... siccome si adorano gli angioli come

voi.

Daniele non disse _siccome vi adoro io_, ma Emma il comprese e sorrise.

Da molto tempo la giovinetta si era accorta dell'amore di Daniele per

lei, e ne gioiva. Daniele era per lei una _vittima_ ch'ella attaccava

al carro dei suoi continui trionfi, e cui si compiaceva di turbare.

— Sempre cortese e galante è il vostro linguaggio maestro. Se non

sapessi che siete sincero, vi crederei adulatore...

Dopo qualche momento di silenzio, Emma riprese:

— Avrò un bel coraggio sabato sera per pormi a cantare. Sapete chi

canterà da Lady Boston?

— Chiunque altro non potrà che sfigurare al vostro paragone.

— Anche se quest'altro o quest'altra fosse la signora Pasta?

— Ebbene, anche la signora Pasta non potrebbe che stare in seconda riga

a petto vostro, Duchessina.

— Oh! oh! convenite che questo è troppo. La signora Pasta è la prima

cantante che oggi sia in Italia.

— Non niego il suo merito, ma guai a lei, vi ripeto, se voi calcaste le

scene per una sola sera!

— Tregua ai complimenti, signor maestro, e permettete ch'io vi dimandi

che cosa canterete voi: ricordatevi che sabato scorso prometteste di

farvi udire, e sarebbe scortesia il mancare.

— Io non mancherò; ho promesso di cantare... e canterò per la prima

volta in casa di Lady Boston.

— Vi hanno ammirato come esimio suonatore; avranno l'agio di ammirarvi

come esimio cantante. Che pezzo canterete?

— Un pezzo di mio componimento: farete le grandi meraviglie se vi dirò

che anch'io ho composto le parole di questo pezzo.

— Davvero! sclamò la giovinetta, ecco che ogni giorno discopro in voi

nuovi pregi e novelle doti; non sapevo che foste anche poeta.

— Duchessina, quando si ha nel cuore una profonda passione, si diviene

poeta senza volerlo.

Emma chinò gli occhi sulla tastiera; e, fingendo spensieratezza,

soggiunse:

— Ed è una romanza quella che avete composta?

— Non so quello che è; soltanto so che le parole e la musica sono

esalate dalla profondità dell'anima mia.

— Avete almeno dato un titolo a questo vostro componimento?

— Sì, Duchessina, il titolo è, _Un colpevole amore_.

— Perchè _colpevole_? dimandò la fanciulla.

— Perchè è colpa in me l'amore; ei mi fa d'uopo idolatrare.

Emma si alzò e sorridendo disse a Daniele:

— Sedetevi qui, signor maestro, e fatemi udire il vostro _colpevole

amore_.

Il giovine si sentì profondamente umiliato da questa specie di sottile

e beffarda ironia.

— Non posso, Duchessina: in questo momento ci è troppa differenza e

troppa distanza tra le nostre anime perchè voi possiate appieno gustare

il mio componimento; l'anima mia è trista, assai trista, e la vostra è

gaia, sorridente, felice. Non pertanto, poichè lo volete, io canterò,

vi farò sentire il mio componimento e aspetterò dal vostro labbro la

mia sentenza... cioè se potrò arrischiarmi a cantarlo da Lady Boston.

Daniele si sedè al piano-forte e cantò la seguente romanza:

Ah non mai, non mai saprete

Del mio amor qual'è l'oggetto,

Se anche un regno mi darete,

Non sarà ch'io v'apra il cor.

Resterà sepolto in petto

Il segreto del mio amor.

Muto il labbro non si affida

Rivelar la fiamma ascosa;

Sia ch'io pianga, sia ch'io rida,

Chiuso è a tutti il mio penar;

Chè a se stesso il cor non osa

La sua colpa confessar.

Se colei che m'innamora

Semplicetta a me sorride,

Il mio volto si scolora,

E l'incendio in me si fa;

Ma l'arcano che mi uccide

Ella stessa ignorerà.

Come è nato l'amor mio,

Quale ha speme non so dire;

Ardentissimo un desio

Sol mi va rodendo il sen.

Ah potessi nel morire

Quanto io l'amo dirle almen!

Daniele avea cantata questa romanza con tale accento di disperata

passione che Emma non potè nascondere il suo turbamento. Il giovine

avea una bellissima voce di baritono, al che si aggiungeva un modo di

cantare così perfetto e tant'arte che il suo canto innamorava. Pensate

quale e quanta espressione fu da lui posta questa fiata nel pezzo di

musica, in cui ritratto avea le sofferenze del proprio cuore.

— Magnifico! sublime! esclamò la fanciulla; voi sarete l'eroe della

serata di sabato; ma badate che tutti useranno l'indiscrezione di

chiedervi il nome dell'oggetto da voi amato.

— Indarno il chiederanno, Duchessina.

— Ebbene, maestro, ditemi la sola lettera iniziale del suo nome; ditela

a me sola, vi prometto che non la paleserò a nessuno.

— Che mi chiedete, Duchessina!

— La sola lettera iniziale; pensate ch'egli è impossibile conoscere un

nome da una lettera.

— Ebbene, io vi dirò una lettera del suo nome e vel lascerò indovinare;

ma allora peserà su voi la responsabilità del mio segreto discoperto.

— Dite dunque.

Daniele trasse di tasca una piccola matita e con mano tremante segnò

sulla carta di musica della sua romanza la lettera M.

Ah! indovino, esclamò l'astuta giovinetta per torturare l'amante, e

quasi che non avesse compreso che questa M era tutto il proprio nome;

indovino di che si tratta; voi amate _Lady Maria Boston_: avete ragione

di aver intitolato la vostra romanza _un colpevole amore_, perchè

questa donna è maritata.

Daniele pallidissimo e turbato stava per rispondere quando sì presentò

nel salotto la Duchessa di Gonzalvo madre di Emma. La lezione cessò, e

la conversazione si aggirò su cose indifferenti.

III.

DUE AMICI DI DANIELE

Daniele tornando a casa era in uno stato che facea paura; si sentiva

umiliato agli occhi suoi stessi in quella specie d'indifferenza con

cui era trattato da Emma: il suo amor proprio, la sua vanità, la

sua passione, tutto era ferito, ulcerato nell'anima sua — Durante il

cammino dal palazzo S.... alla _Riviera di Chiaia_, parea demente,

parlava solo, urtava tutti, prendeva una strada per un'altra.

— Questo tormento non può durare, diceva tra sè stralunando gli occhi

e gesteggiando come un attore che reciti un monologo violento — no,

non può durare; io mi ucciderò se Emma non corrisponderà al mio amore.

Bisogna ch'io me le dichiari apertamente.... Allora vedremo, se potrà

sfuggire destramente alle mie dichiarazioni.... Se ella è ricca, nol

potrò anche io diventare? Non è questa l'ardente speranza della mia

vita? Non gitto sudori, non mi ammazzo forse per acquistare un po'

d'oro? D'altra parte, che bisogno ha ella di sposare un ricco, quando

ha tante ricchezze? La sua mano farà ricco l'uomo ch'ella sposerà.

La sua nobiltà! Ecco... ecco l'ostacolo di ferro, impossibile a

sormontare... Eppure, chi sa! se io giungessi ad innamorarla di me;

se ella mi amasse, i suoi genitori farebbero la volontà di lei...

Potrei sperare... Oh! perchè ho conosciuto questa donna? La mia salute

deteriora ogni giorno: ho abbandonato tutti i miei amici, tutte quelle

famiglie che avrebbero potuto essermi utili.... Non è possibile ch'io

viva più con tal serpe nell'anima; bisogna finirla; o Emma sarà mia o

io mi ucciderò o ucciderò lei, perocchè non potrei sopportar l'idea che

un altro la possedesse!... No, non è possibile che io mi strugga a tal

modo; io le aprirò tutto il mio cuore, mi getterò alle sue ginocchia,

implorerò l'amor suo e la pregherò che mi dia la morte.

Così parlando il forsennato era giunto alla sua abitazione. Nell'entrar

che fece nel suo salottino, trovò sdraiati presso il camminetto il

Marchesino Gustavo che leggeva, e un altro giovine suo amico, per nome

Stefanello, anche di nobil famiglia. Daniele aveva invitato a pranzo

questi due amici.

— Oh, bravo, maestro! farsi aspettare un'ora, è proprio dell'ultima

eleganza! disse il Marchesino, gittando le sue lunghe gambe sovra

un'altra poltrona che gli stava di contro.

— Perdono, amici miei, ho avuto impacci per le mani: ben sapete le

seccature annesse alla mia professione.

— Che hai? ti veggo in fronte una cera lunatica, alla Jacopo Ortis; che

ti è accaduto?

— Niente... propriamente niente; ho lavorato molto, sono stanco.

— Non me la darai ad intendere, discolo di prima sfera, riprese

il Marchesino, qui ci è sotto roba femminile... Un tradimento, eh?

Buffoneria l'accuorarsi per le donne... Ma già, alla tua età si crede

ancora a quelle pappolate di fedeltà, di costanza di amore eterno, di

un tugurio ma con lui, e a tante altre graziose parole di questo conio,

belle invenzioni del secolo passato, ma che ora sono rancide o uscite

di moda come Madame Colbran... Ricordati che

Femmina è cosa mobil per natura:

Solca nelle onde, e nelle arene semina

Chi pone sue speranze in cor di femina.

Ecco per esempio, quando tu sei venuto, io stava leggendo questo

vecchio fascicolo dell'_Utile Passatempo_[1]. Ascolta questo

aneddotuccio; «Veniva consigliato un padre di aspettare che suo figlio

fosse più saggio per dargli moglie. Il vostro consiglio, rispose, non

mi pare troppo buono, poichè se mio figlio diventa saggio, temo che più

non si abbia ad ammogliare».

Il mio cadavere · 第 4 / 20 段