somma che per lui era un principio di fortuna, tolse in fitto dapprima
un quartierotto alla strada Foria. In sulle prime ei tenne la sua
parola, recandosi ogni giorno in casa di Giacomo; ma ogni dì crescea
pure la sua vanità e il suo desiderio ardentissimo di divenir ricco;
onde, ogni altra passione, ogni altro suo pensiero taceva nel suo animo
sotto l'impero di quella sola dominante. Tuttochè l'incognito straniero
non avesse giammai mancato di portare egli stesso, in ogni fine di
mese, la polizza di ducati cinquanta al nostro Daniele, questi spendea
più che non comportassero le sue facoltà, epperò non bastandogli quella
somma mensuale ei si era dato alle lezioni di musica, le quali in gran
numero e di nobili famiglie i suoi amici procacciavangli.
Non tralasciamo di dire che il primo uso fatto da Daniele de' duemila
ducati venutigli dal cielo, fu di ammobigliare con eleganza la sua
casa e di comprare un cavallo: il tenere un cavallo era stato sempre
uno dei sogni della sua vita. Guari non andò e il giovin bellimbusto
incominciò a trovar noioso e plebeo l'amore di Lucia, tanto che per
avere un plausibile pretesto di porre qualche intervallo tra le sue
visite, deliberò andarsene a dimorare alla riviera di Chiaia, anche
perchè è questa la contrada ove maggiormente bazzica ed abita la
nobiltà napolitana e massime gli stranieri. Questa ferita fu anche
asprissima al cuor della misera figliuola di Giacomo, che pur sempre
cotanto amava quell'ingrato: ma ella, buona siccom'era e indulgente e
amorevole, si persuase che la sola necessità di meglio provvedere a'
bisogni della vita avesse indotto Daniele ad allontanarsi tanto da lei.
Ciò nulla manco, Daniele non lasciava mai passar due giorni di seguito
senza tornare a _S. Maria degli Angeli alle Croci_: e questo confortava
la miserella a sperare, tanto più ch'egli avea già promesso al padre
d'impalmarla non sì tosto meglio si fosse dato a conoscere nella
Capitale. E quando gli facea qualche premura di affrettarsi a sposare
l'onesta e cara giovinetta, egli adduceva or la troppo giovanile sua
età, ora i suoi studi che non gli permettevano pensare ad altro pel
momento, or s'appigliava al partito di procrastinar sempre sotto l'un
pretesto o l'altro.
E ciò durava da varii anni, quando a troncare ogni dubbiezza, a
infrangere ogni proponimento, ad allontanare per sempre il cuor di
Daniele dalla famiglia Fritzheim, avvenne il caso della presentazione
di lui qual maestro di piano-forte della nobile giovinetta spagnuola
Emma, figliuola del duca di Gonzalvo.
Qui ci fermiamo, bastandoci il già detto. Nel prosieguo di questa
storia verremo allargandoci sul carattere di Emma, sulla parte e sulla
influenza funesta che questa donna si ebbe su gli avvenimenti che
narriamo.
V.
IL CUORE DI UN PRETE
Daniele adunque abitava alla Riviera di Chiaia.
Il suo quartiere, composto di poche stanze, ma tutte con eleganza
addobbate, guardava, per un lungo terrazzo, sulla villa Reale. Due
erano le principali stanze del nostro celibe maestro di musica,
il salottino da conversazione e lo studio, vale a dire lo stanzino
dov'egli solea dar lezioni di piano-forte. Queste due stanze erano
contigue e strette l'una all'altra sicchè era mestieri passar pel
salottino per entrare nello studio. L'addobbamento di queste due stanze
avea qualche cosa di troppo splendido pel modesto stato di maestro di
musica, e dava subitamente a divedere nel padron di casa quella smania
d'imitare le maniere ed il fasto dei nobili e dei ricchi. Per porre la
sua casa sovra un piede aristocratico, Daniele avea contratto non pochi
debiti, cui egli soddisfaceva il meglio che poteva, perciò che sarebbe
morto di vergogna se nella capitale si fosse buccinato esser egli stato
perseguitato dai creditori.
Il salottino, messo con paramenti di Francia, era un vero mazzolino
di fiori per freschezza, per profumi, per colori. Il palco, a fondo
bianco venato avea nel mezzo una bella dipintura rappresentante il
gruppo delle tre Grazie; una piccola ma gentil lumiera di bronzo dorato
sorreggente dodici torchietti scendeva a mezzo la stanza, per via di un
largo cordone, il cui capo fingeva di esser sostenuto dalle tre Grazie.
Un caminetto alla foggia inglese era scavato in fondo del salottino;
aveva un paracenere di ottone indorato con fregi a rilievo, ed altri
a retina di ferro. Nella stagione estiva il suo vano era chiuso o
meglio velato da un telaio sul quale eran dipinte parecchie caricature
e scherzi e fiori e frutte. Intorno a questo caminetto era un mezzo
cerchio di sedie imbottite e coperte di raso bianco, di seggioloni
a ruote con ispalliere ricurve indietro, di sedie a bracciuoli, di
poltrone a molle. A piè della più parte di queste sedie eran seggioline
e panchettine, similmente imbottite, da appoggiarvisi i piedi, cassette
da sputare, arnese tanto necessario a' fumatori, principalmente là dove
di be' tappeti covrono il pavimento, siccome in casa di Daniele nella
stagione invernale. Un gran sofà era situato alla parete opposta al
caminetto; questo canapè con doppio rullo era coperto di raso cilestre
ed avea la spalliera e i bracciuoli lavorati con intagli ed ornamenti
finissimi. Un tondo di mogano a lastra di marmo era situato nel mezzo
del salotto, zeppo di tutte quelle figurine di marmo, di stucco, di
alabastro che popolano i salotti e che sembrano ivi dimenticate dal
padron di casa. Questo mondo di lilliputti preziosi che si accalcano
sovra un tondo o sovra una mensola rivelano le passioni infantili
degli uomini dell'era nostra, i quali a somiglianza dei bimbi, prendono
diletto nei balocchi e nei giocarelli. Non poteva la moda inventar cosa
più adatta all'indole puerile del secolo nel quale viviamo.
Lo studio di Daniele era più semplice. Un divanetto rosso da un lato
avea dinanzi a sè un deschetto da colezione; più lungi uno scaffale di
bel lavoro su ciascun palchetto del quale eran gittati alla rinfusa
libri e carte di musica. In altro lato di questa stanza, aderente al
muro, una scrivania ad una sola cassetta, coperta parimente di libri,
di carte di musica e di arnesi da scrittoio, tra i quali primeggiava
per gusto e per lusso il ricapito da scrivere tutto in oro, di cui
ciascuna parte, cioè il calamaio, il polverino, il pennaiuolo o il
vasetto da cialde, rappresentava un differente animale, e congegnato in
maniera che ciascun animale adempiva al suo diverso officio di fornir
quello che si aveva in corpo. Il piano-forte compiva l'ammobigliamento
di quella stanza: magnifico strumento di artefice tedesco. Queste
due stanze comunicavano tra loro non pure per mezzo dell'uscio di
entrata comune, ma eziandio per mezzo del lungo terrazzo di cui abbiam
parlato più sopra. Eleganti cortine di finissima mussolina velavano
la luce nella estiva stagione e temperavano il freddo nell'inverno.
Un'affettazione di studiata imitazione, un desiderio di far mostra di
agiatezza, un'apparenza di lusso, eran questi i caratteri specchiati di
questa casa. Da qualche tempo nondimeno tutto pareva quivi negletto e
abbandonato, mentre ordinariamente la massima cura metteasi da Daniele
per tener tutto pulito, ordinato e appariscente.
Abbiam dovuto un poco allargarci su questi inetti particolari,
acciocchè più spiccatamente apparisca il carattere del personaggio di
tanta importanza nella storia che abbiam preso a narrare.
Otto giorni sono scorsi dalla morte di Giacomo. Eran le dieci d'un
mattino di domenica, quando una violenta scampanellata fece accorrere
all'uscio da scala un giovin domestico ch'era al servizio dell'elegante
maestro di musica. Daniele ritornava in sua casa da una breve
passeggiata che avea fatta nella Villa Reale. Egli era più del solito
abbattuto pallido, di pessimo umore.
Insin dal dì della morte di Giacomo, il giovin Daniele non era più
tornato in quella casa dove avea passata la sua giovinezza. Il suo
giuramento, le ultime parole del vecchio, la disperazione di Lucia si
presentavano a quando a quando nel suo animo per gittarvi un'ombra
tetrissima: ma tosto venivan cotali funeste immagini cancellate
dal turbine dei piaceri e dalla presenza o dalla immagine di Emma.
Questo per tanto si aggiugnea agli altri argomenti di tristezza che
oppressavano il petto di lui, tra i quali non ultimo la sete divorante
ch'ei sentiva di ricchezze e di onori. Nel ritirarsi ch'ei fece quel
dì, erasi gittato in una poltrona del salotto, sprofondandosi nei
suoi cupi pensieri, allora che un personaggio si presentò agli occhi
suoi, senza farsi annunziare. Questi era Padre Ambrogio. Daniele non
potè frenare, in veggendo il sacerdote, un moto di spiacimento: egli
non si aspettava quella visita. A Padre Ambrogio non era sfuggita
l'impressione poco piacevole da lui fatta sull'animo del giovine, ma
non si scuorò per questo, imperocchè l'avea preveduta, anzi, ei si
attendeva di non esser ricevuto; epperò, infingendo col domestico di
Daniele essere in grande intrinsechezza con costui, non avea voluto
farsi annunziare. Il buon prete salutò con composta umiltà l'altero
signorotto, che non si era neanche alzato dalla sua poltrona.
— A che debbo servirla? chiese questi secco al reverendo, senza nemmeno
offrirgli da sedere.
— Vi chieggo scusa se vi disturbo; imploro dalla vostra cavalleresca
cortesia pochi minuti di udienza.
Questa specie di fina ironia, di cui si sarebbe accorto ogni altro il
cui lume d'intelletto non fosse stato offuscato dalla vanità, sedusse
l'animo del giovanotto, il quale rispose con volto meno burbanzoso:
— Si segga, signor Abate.
Padre Ambrogio si sedè dirimpetto a Daniele.
— Il motivo che qui mi mena, riprese quegli, è sì grave, o signore,
ch'io non ho temuto commettere un'indiscrezione per adempire ad un
dovere altissimo del mio ministero.
— Di che si tratta? chiese il giovine chinando gli occhi.
— Si tratta che io promisi a Giacomo Fritzheim, poco prima della sua
morte, di avere pei suoi figli l'affetto e le cure di un padre; ed io
_non manco alle promesse_, signor Daniele.
— Me ne compiaccio infinitamente, disse questi ferito alquanto dalle
ultime parole del prete.
— Or dunque, signor Daniele, la sorte di Lucia mi commuove
profondamente. Dal dì della morte del padre la tapinella è in preda ad
una febbre nervosa che minaccia di voltarsi a male. La trista scena
ch'ebbe luogo pochi istanti pria che spirasse il buon Giacomo e le
costui ultime parole le cagionarono un delirio violento che per buona
ventura è cessato, lasciandole impertanto nel capo una confusione
spaventevole per la sua ragione. E voi l'avete abbandonata, signor
Daniele, mentre una vostra parola avrebbe gittato in quel cuore la
speranza e la vita? Voi l'avete abbandonata appunto allora che suo
padre l'abbandonava, da Dio chiamato, come spero, alla gloria celeste,
e allora che un dubbio crudele su i vostri sentimenti lacerava l'animo
di quella infelice! Voi avete, signor Daniele, deposto nelle mie mani
un giuramento ed eravate libero di non profferirlo. Io non dubito che
voi lo manterrete. Se, oltre la religione, l'amore non ve ne fa una
legge l'onore vel comanda; voi siete un gentiluomo, l'onore è sacro
per voi... Venite adunque, venite a rassicurare quella misera, venite
a spargere su quel povero cuore una goccia di balsamo: vel chieggo in
nome di Dio, dell'onore, dell'umanità.
Daniele, senza dar segno di minima commozione, suonò un campanello
d'oro che aveva a distanza di mano, e al domestico che si presentò sul
limitar della porta disse in lingua francese, perocchè francese era il
domestico:
— Non è venuto questa mattina alle nove il Marchesino?
— No, signore.
— Va bene. Come sta il mio cavallo?
— Sta meglio, signorino; ieri ha camminato un poco e parea che più non
zoppicasse.
— Avete fatto accomodare il fusto della sella?
— Signorsì.
— E gli staffili?
— Nuovi, signore, al tutto nuovi, perchè il cuoio era consumato ai
vecchi.
— Bene; e le sguance?
— Tutto a nuovo, signore.
— Benissimo; accendete un candelotto pel sigaro. Eccomi a voi, signor
Abate, riprese con massima freddezza l'insolente trovatello; scusate se
vi ho interrotto.. Voi dunque dicevate che...
E Daniele accendevasi il sigaro, come se si fosse trattato della più
indifferente conversazione.
Una lagrima spuntò sulle ciglia del sacerdote. Tanta perversità di
animo superava qualunque antiveggenza.
— Veggo che il vostro cavallo vi sta più a cuore che la povera Lucia,
signore. Non ho più a dirvi che una sola parola: Dio salverà Lucia e le
darà la forza di strapparsi dal cuore una passione cotanto infelice; ma
Dio confonde anche i perversi, e guai... guai all'uomo che si fa giuoco
della vita del suo simile!
Padre Ambrogio si alzò... Non mai questo venerabil servo del Signore
era stato visto così commosso ed agitato; il suo volto era pallido, i
suoi occhi bagnati di lagrime.
— Non voglio esservi più importuno, o signore; io vado via, ritorno
presso quella sventurata che considero come mia figlia. Ah! voi non
potete comprendere quello che ora soffre il mio cuore. Avea sperato
ritornare presso quella buona creatura arrecandole una parola di
speranza e di conforto; io le avea promesso di ritornar con voi...
Con quale ansia non mi aspetterà la misera? E dovrò dirle che Daniele,
l'amor suo, la sua vita, più non è per lei! Che ogni speranza è finita!
Ah signore, ripeto, che voi non potete, comprendere quel che soffre al
presente questo mio cuore!...
Padre Ambrogio piangeva... Daniele non avea cessato di fumare con una
placidezza spaventevole.
— Voi siete un uomo eccellente, signor Abate, si fece indi a dire
intermezzando frequenti buffi di fumo tra le sue parole; e mi dispiace
che prendiate sì viva premura di questo _affare_, cui penserò io di
_rimediare_ al miglior modo. Vi sono talune _circostanze_, taluni
_riguardi_ che mi impediscono per ora di sposar Lucia. Ho _promesso_
di sposarla tra un anno... e si vedrà... ma, pel suo meglio crederei
che si acconciasse a dismettere questa idea; anzi voi, sig. Abate,
cercate di persuaderla a non più pensarci: sono cose da fanciulli,
sono parole che si scambiano alla prima età. Vi assicuro che se avessi
saputo che tanto in sul serio quella giovinetta avesse preso le cose,
mi sarei astenuto di corrisponderle... Con tutto ciò, io son sicuro
che ella mi dimenticherà col tempo, si sanno le arti delle donne,
convulsioni, malattie, stiramenti di cuore; lagrime, e poi finiscono
con adattarsi ad altri amanti. Lucia farà lo stesso, siatene certo:
io me ne intendo un poco in materia di donne: le donne e la musica
sono state la mia passione... Persuadetevi, sig. Abate, che nulla di
più vero del proverbio: _L'amore fa passare il tempo, e il tempo fa
passar l'amore_... Io le voglio del bene a Lucia, e le farò del bene
sempre che potrò... Ma, in quanto a matrimonio, non è possibile. Io
sono slanciato nel mondo, frequento la miglior società di Napoli, e un
matrimonio _ignobile_ mi ruinerebbe nei miei _affari_... Questa società
in cui viviamo è così _esigente_! Beato voi, signor Abate, che non ci
siete in contatto! Se sapeste quello che vi si soffre! I sacrificii che
si fanno per conservarsi in una certa _sfera_ di riputazione... Io lo
so, per mia mala ventura, che sono tanto ricercato e da pertutto!
Qui Daniele si alzò e riprese, quasi per accomiatare il sacerdote:
— Ritornate adunque da lei, e ditele da parte mia che non mi
dimenticherò di lei, che verrò a trovarla non sì tosto le mie faccende
mel permetteranno, e che faccia capitale di me in ogni emergenza; ma
sopratutto fatele ben comprendere, signor Abate, che _provvegga ai suoi
casi_ il meglio che può, che non rifiuti, per me, qualche altro partito
_a lei più conveniente e più adatto_, e che io sarò pienamente felice
quando saprò ch'ella è del pari felice con un compagno più degno di
lei... A rivederci adunque, Padre Ambrogio, non posso goder più a lungo
della vostra compagnia, stante che le mie faccende mi chiamano altrove.
Daniele fece un leggiero inchino di testa e si inoltrò verso l'uscio,
come per indicarne il cammino a Padre Ambrogio, il quale, senza più
aggiungere una parola, profondamente addolorato si partia di quella
casa per tornare colà dove LA CARITÀ il chiamava a tergere le lagrime
di una misera famiglia e a pianger con essa.
Parte Seconda
I.
EMMA
Lasciando per poco la sventurata famiglia dello stradiere, inoltriamoci
in quella vita rumorosa, gaia, splendida di movimento, di cerimonie, di
convenienze e di piaceri che si addimanda la vita del gran mondo.
Che cosa è la vita del gran mondo? È un circolo matematico dentro il
quale si aggira quella porzione della società che sembra straniera
al retaggio di miserie lasciato all'uman genere dalla colpa de' primi
genitori. In questo circolo segnato dalla verga di quella fata che ha
nome civiltà non è ammesso chiunque è sottoposto alla dura legge del
lavoro, perciocchè la sola fatica che vi si sopporta, che vi si tollera
è il piacere. Fiori, profumi, dolcezze, canti, seta, oro, squisitezze
di ogni maniera, allettamenti di ogni sorta sono gli elementi vitali
dell'atmosfera di questa vita del gran mondo, siccome l'azoto e
l'ossigeno sono gli elementi respirabili della vita comune. Qui nulla
troverete che non sia strettamente sottoposto a un codice severo che
ha un milione di leggi ignote al volgo, e che costituisce in gran
parte la scienza della vita del gran mondo; qui il linguaggio non ha
niente di comune con le ordinarie favelle; tutto riceve denominazioni
particolari, epiteti e aggiunti di nuovo conio: tutto in somma portar
debbe l'approvazione e l'impronta di quella dispotica dea del gran
mondo che si chiama la _Moda_.
Non si dimanda se in Napoli, in questa regina del Mediterraneo, in
questa incantevole villa del mondo, dove tutto respira il piacere,
dove l'aria è profumo, dove il cielo è un sorriso, dove l'inverno è la
stagione dei fiori, dove ogni voce è un canto, e ogni canto un'armonia,
non si dimanda se in Napoli la vita del gran mondo è brillante e
animata al pari di quella delle altre capitali di Europa. Aggiungi che
la nobiltà napolitana alla perfetta cognizione delle leggi dell'alta
società accoppia un gusto squisitissimo per le lettere e per le arti,
che essa coltiva ed incoraggia splendidamente: e questo delicato gusto
per le arti ravvicina l'aristocrazia del merito a quella della nascita
e delle ricchezze, sì che le porte dorate dei grandi non sono chiuse
all'artista, che si ebbe in retaggio l'ispirazione ed il genio. D'altra
parte, la vita del gran mondo è dappertutto la stessa; le sue leggi, i
suoi usi, i suoi pregiudizii sono dappertutto presso che i medesimi in
Europa.
La casa del Duca di Gonzalvo era nell'anno 1826 la più rinomata
per isplendidezza di servizio; per l'eleganza e pel fasto del suo
trattamento, per le persone che la frequentavano. Il duca di Gonzalvo,
discendente d'illustre lignaggio e di una delle primarie famiglie
nobili di Andalusia, abitava da parecchi anni in Napoli. Egli era
stato per molto tempo governatore o capo politico di quella bella
provincia delle Spagne, quando la rivoluzione del 1820 il toglieva da
quel posto eminente, accusandolo di troppo attaccamento ai principi
della pura monarchia ed alle gloriose tradizioni di quel governo che
per tanti secoli avea formata la grandezza, la felicità e la possanza
dell'iberica penisola e dei suoi estesi domini transatlantici. Il Duca
Gonzalvo, sbalzato dal potere, e già tristo per gravissima sventura di
famiglia, non soffrì di più rimanere in un paese, nel quale infinite
e amare memorie lo avrebbero assalito ad ogni momento: ondechè fermò
di abbandonare la Spagna, e trasferirsi colla famiglia in Napoli, dove
risiedevano alcuni suoi larghi parenti, e dove l'amenità del clima,
la salubrità dell'aria e la bontà degli abitanti lo invitavano a
stabilirsi. Il Duca di Gonzalvo era un uomo in su i cinquant'anni, ma
non ne addimostrava più di quaranta, sendone la persona alta, complessa
e ben formata: i capelli eran tuttavia nerissimi e ricciuti siccome
i baffi e il pizzo ch'ei portava lunghissimi e puntuti alla maniera
spagnuola. La sua carnagione era bruna, belle le fattezze del volto;
e la sua andatura avea qualche cosa di maestoso e d'autorevole. Sempre
serio, misurato e cerimonioso era il suo linguaggio, in cui nondimeno
trapelava sempre quell'alterigia, che forma il fondo del carattere
spagnuolo. Gli avvenimenti politici del suo paese non meno che le
disgrazie della sua famiglia avean lasciato nel suo temperamento una
certa soverchia bile, per cui sovente era soggetto a moti irrefrenabili
d'ira: allora quel suo bruno volto diveniva di brace, quei suoi
occhi neri schizzavan fuoco, e quell'uomo avea tutta l'ardenza della
giovinezza congiunta alla forza della virilità.
La famiglia del Duca di Gonzalvo si componea della moglie; donna di
cuore compassionevole a' miseri ma estremamente altiera e severa in sul
capitolo della nobiltà. Questa donna aveva ereditato dal padre ingenti
ricchezze, possessioni senza fine, di cui gran parte avea formato la
sua dote: il superbo castello moresco di Santiago nell'Andalusia era
proprietà di lei co' titoli e privilegi annessi. La _Senora Duquesa
Isabel de Gonzalvo y Monreal-Santiago_ avea toccato i 55 anni.
Sebbene macerata dal cordoglio di veder tolto dal potere il consorte,
ella potea dirsi ancor bella, essendosi la sua lunga capellatura
conservata ancora intatta dalle ingiurie del tempo, e i suoi occhi
non avendo affatto perduta quella vivacità e quella espressione che
aveano tanti cuori umiliato. Or tutto l'orgoglio di questa donna era
riposto nell'unica figliuola, erede d'immense dovizie, in Emma bellezza
singolare, di cui ci studieremo di adombrare, per quanto è possibile,
il ritratto.
Questa giovinetta, cui vent'anni appena infioravano la vita, era una
di quelle bellezze che non si trovano tranne che sotto il cielo della
Spagna, ed in ispezialità nell'Andalusia; bellezze vigorose, spiranti
tempestose passioni, bellezze che sconvolgono subitamente la ragione a
chiunque per la prima fiata le contempla: l'incanto è negli occhi loro;
fiamma d'amore son le loro labbra; il comando è stampato sulla loro
fronte.
Come faremo a dipingere Emma colle parole ordinarie? In quale lingua
troveremo le immagini equivalenti per farla raffigurare ai nostri
lettori? Oh se eglino la vedessero siccome la veggiamo noi! Ci sentiamo
palpitare il cuore in parlandone, tremar la penna scrivendone, vorremmo
che le febbrili sensazioni che l'immagine di questa donna ci desta,
passassero tutte quante ne' nostri lettori, per vie più svegliare in
essi la simpatia per questo personaggio della nostra storia. Emma era
il tipo della bellezza andalusa: carnagione e colori di miniatura,
occhi di lustrino splendidissimo, sguardo elettrico, sopracciglia di
velluto, labbra alquanto larghette, bottoni di rosa orientale, denti
di una bianchezza abbagliante, sorriso di baiadera, lunghe le chiome e
di un ebano fulgidissimo, cui ella solea portare divise e scinte dietro
gli orecchi, ovvero raggomitolate in grandi giri sulla coppa del capo.
Ma siffatti particolari del volto di Emma erano un nulla a paragone
delle fattezze del suo corpo, modello di grazia, di avvenenza, di
proporzioni; era nel complesso delle sue fattezze qualche cosa che
sospingeva a riguardarla in estasi di simpatia. Se ella affissava
qualcuno, lo sguardo di lei lasciava un incendio nel cervello di chi
ella avea guardato, siccome interviene allora che si dirizzano gli
occhi al sole, che lascia nel capo del riguardante una confusione
spaventevole di luce e di colori. Ella avea certe maniere di volgere il
capo, di chinar le lunghe ciglia, di fissare obliquamente quegli occhi
di odalisca, avea certe maniere di movimenti, di gesti, ch'erano una
grazia singolare; ci era da smarrire il senno.
Qual'era il carattere morale di questa donzella? Ah! Perchè non possiam
dire di lei quel che dicevano di Lucia, buona, semplice, modesta,
riserbatissima con tutto che sensibilissima! Emma era nel morale quel
che può essere una donna sì ben favorita dal cielo in dono di bellezza.
Ella era così bella, così ricca, così giovane, fornita a dovizia degli
appannaggi della più compiuta educazione! Quale altro sentimento potea
dominare in lei, all'infuora d'un amore ardentissimo di sè medesima?
Farfalla dalle ali dorate, ella svolazzava libera, leggiera,
spensierata e felice in su i fiori della vita, di cui non conosceva
altro che le delizie e quella specie di cara languidezza che tien
dietro a' piaceri. Unica figliuola, ella era idolatrata da' suoi
genitori, i quali non avevano altra volontà che la sua, altro amore che
di lei, altri pensieri che per lei, di cui andavano superbi più che di
tutte le loro ricchezze e possedimenti.