suoi occhi a metà dischiusi erano iniettati di quell'umore livido,
biancastro che annunzia l'ora estrema.
Padre Ambrogio avea ripreso, presso il moribondo, il tristo ufficio di
assistente.
Tutta la famiglia era immersa in uno stato di angosciosa aspettativa:
pallidi, muti, inanimati, quei figliuoli non trovavansi neanche più
lagrime in su gli occhi.
Daniele si era messo a sedere al fianco di Lucia: non per questo era
pago e tranquillo a segno che non si leggesse sul volto distratto
una febbrile impazienza: se si fosse gittato uno sguardo in fondo
di quel cuore, sarebbesi notato con raccapriccio un desiderio vivo,
ardentissimo della morte di Giacomo. Sì fa d'uopo confessarlo; Daniele
contava i minuti secondi per la brama di sentir morto quell'uomo che
con la sua lenta agonia gli toglieva un'ora di piacere ed il condannava
a star lontano dalla donna che egli amava.
Ah! pur troppo questo cuore umano è tale impasto di contraddizioni
malvage, di barbare tendenze ed in pari tempo di slanci di sublime
affetto e di sacrificii inauditi che l'uomo ha sempre di che rimanere
stupefatto e avvilito nella contemplazione dell'uomo. Vi sono, nel
fondo dell'anima, certe cloache di turpitudini siccome certe miniere di
eroismo che renderanno sempre l'umana creatura il soggetto più curioso
delle investigazioni dei filosofi i quali finiscono col confessare la
loro piena ignoranza su queste arcane contraddizioni.
Poco stante, non ne potendo più per l'estrema impazienza che il
vinceva, e stanco di più aspettare, Daniele si rizzò subitamente in piè
e disse a Lucia queste poche ed aspre parole:
— Mia cara, tuo padre non morrà per ora; è affare di domani; intanto
io debbo andar via; nulla ho detto al mio domestico, il quale mi
aspetta... D'altra parte, ho quaggiù il mio cavallo, e fa d'uopo che il
faccia ristorare di qualche cibo.
Ciò dicendo, carezzandosi i capelli in sulla tempia dritta, e
riprendendo il suo cappello, si disponeva, senz'altro, a lasciare
quella casa: avea già dato due passi inverso l'uscio, quando, non già
Lucia ch'era rimasta stupefatta e annientata da tanta barbara fattezza,
ma sibbene Marietta s'interpose tra l'uscio e lui.
— Oh! Daniele; tu non andrai via, n'è vero? Tu non ci abbandonerai
questa notte: papà può spirare da un momento all'altro, non è così,
padre Ambrogio? Abbi pietà del nostro dolore; se ci ami ancora, se
ami la mia povera sorella, tu non andrai via! Ormai è tardi, questa
campagna è mal sicura... Tu hai da fare sì lungo cammino... No,
Daniele, non andartene per questa notte..... Vedi, noi abbiam paura a
star sole.
— In verità, non vorrei andarmene, rispose Daniele, ma non posso
trattenermi; vi dico che egli è difficile che papà Giacomo se ne vada
stanotte: non senti? ei dorme profondamente, non fa che russare.
— Russare! interloquì il sacerdote, a cui tanta durezza di cuore
cagionava un dolor profondo: signor Daniele, _vostro padre_ si muore;
ei non ha che pochi minuti di vita: non vogliate abbandonarlo in tal
momento... Egli vel comanda anche morto.
— Signore, ripeto, che io non posso trattenermi: tornerò domattina ben
per tempo, allo spuntar del giorno. Intanto se c'è bisogno di danaro,
eccone.
E traeva dalla tasca del soprabito un elegante borsellino di seta a
maglie, ne cavava una moneta, gittandola con superbia e con fastidio
sul cassettone. Era un pezzo di dodici carlini che ribaltò su quel
mobile, e urtò nel bicchiere ove era riposto il lumicino che si spense
affogando nell'olio rovesciato.
Lucia mandò un grido di disperata angoscia.
Padre Ambrogio si alzò pacatamente, raccolse dal cassettone la moneta,
e, consegnandola al giovine, gli disse con paterna bontà:
— Prendete, signore; per ora questa disgraziata famiglia ha d'uopo
di pietà, di amore, di aiuti affettuosi; ha bisogno di cuore e non di
metallo. Riprendete la vostra piastra: se ci sarà bisogno di danaro,
posso pel momento provvedervi io stesso. Unisco le mie preghiere a
quelle di queste infelici creature acciocchè vi compiaciate rimanere
in questa casa durante questa notte, ch'è già scorsa quasi della metà.
Pensate che il misero Giacomo non vedrà la dimane; egli forse, innanzi
di spirare, può chieder di voi: pensate che quest'uomo è stato per voi
non solo un padre, ma un amico, un vero amico. Si provvederà poi pel
vostro cavallo, non temete. Rimanete, non abbandonate questa infelice
famiglia in questa ora tremenda.
— Mi duole dovermi ricusare a' vostri comandi, rispose Daniele, ma è
impossibile ch'io mi trattenga più a lungo. Sarò qui domani all'alba...
Addio.
Non fu più possibile trattenerlo.
Egli avea varcata la soglia della porta senza neanche gittare uno
sguardo al vecchio moribondo e alla sua fidanzata, che rimaneva come
istupidita e schiacciata dalla disperazione.
Un solo individuo avea la faccia sorridente nel mezzo di que' gruppi
di dolore: Uccello; un lampo di gioia stravagante brillava sulla sua
stupida fisonomia. Egli girava qua e là per la camera, schioppettava
con la mano, guardava sovente verso l'uscio delle scale, e rideva...
rideva con quel riso corto e a colpetti.
Di botto, Daniele si presenta di bel nuovo in sul limitare della camera.
Ei getta d'intorno a sè uno sguardo furioso.
— Chi ha ferita la gamba del mio cavallo? grida con voce stentorea, e
con gli occhi fiammeggianti di rabbia e di vendetta.
— Io, risponde Uccello ridendo sempre, come quando solea fare qualche
burla alla vecchia fantesca e di cui prendea tanto sollazzo.
— Tu! esclama Daniele ruggendo qual leone.
Ed alzava la frusta per colpire l'infelice idiota.
Padre Ambrogio s'interpose e fermò il braccio di quel furibondo.
Un grido intanto era partito dal letto ove giaceva il moriente.
Era Giacomo che tutto avea udito, tutto compreso!...
Oh spettacolo terribile! Il vecchio avea levato il capo dal cuscino
come da una tomba: sembrava una larva, un fantasma.
— Ingrato!... ingrato!... mormorava il misero con voce soffocata dai
singulti della morte... Iddio mi aprì gli occhi in sull'orlo... della
fossa... Tu vuoi... colpir mio figlio Giovanni... come già... mi hai
distrutta... mia figlia Lucia... Va, figlio del peccato... Tu tradisci
un moribondo. Va... ingrato... se tu mediti io spergiuro... Iddio ti
punisca!..
Lucia manda un urlo disperato... il sacerdote immantinente chiama alla
calma il moribondo che si mostra pentito dell'ira subitanea in cui
la ferocia di Daniele lo avea gittato... guarda il crocifisso e tenta
di dire qualche cosa, ma non può finire una parola, che termina in un
singulto profondo. Il misero era ricascato in su i guanciali.
Egli era morto!
Pochi momenti dopo questa scena di spavento, nella camera ove giaceva
il cadavere di Giacomo non era altri che Padre Ambrogio, che recitava
d'accanto al morto la seguente prece:
«Onnipotente Iddio, col quale vivono coloro che muoiono nel Signore,
e col quale le anime de' fedeli, poi che libere sono dal fardello
della carne, sono nella gioia e nella felicità, noi ti ringraziamo
dal profondo del nostro cuore per esserti piaciuto di liberare questo
nostro fratello dalle miserie di questo mondo di peccati: e non
tralasciamo di pregare la tua misericordiosa bontà di ammetter lui ben
presto nel novero de' tuoi eletti.»
Non dobbiamo trasandare di osservare che Uccello, per impedire la
partenza di Daniele, di soppiatto armatosi della sciabola di suo padre,
che n'era provvisto come militare doganiere, avea ferita la gamba
del cavallo del giovine, senza che alcuno della famiglia addato se ne
fosse.
Uccello aveva avuto bastante lucidezza di mente per comprendere che
Daniele non avrebbe potuto andarsene a piedi alla sua abitazione che
era ben lungi di quella strada; e che gli sarebbe stato impossibile di
trovare una carrozza in quella via solitaria e ad un'ora si avanzata
della notte.
IV.
UNO SGUARDO INDIETRO
È necessario toccar qualche cosa che alla storia di questo giovine si
riferisce, innanzi di proseguire il nostro racconto.
Daniele, in tutto il tempo ch'era stato in casa di Giacomo lo
stradiere, non si distingueva dagli altri figliuoli di questo dabben
uomo, sì per l'amore onde corrispondeva ai beneficii di quella
famiglia, sì pei modi rispettosi e umili, ch'ei teneva inverso Giacomo
e la costui consorte; i quali siffattamente lo amavano, che a tutt'i
vicini e agli amici soleano dire che Iddio avea mandato loro quel
caro fanciullo in compenso dell'infelice Uccello, miseramente privo
d'intendimento. Daniele era un giovinetto affettuoso benchè un poco
troppo serio per la sua età, perciò che mai o rarissime volte si
abbandonava ai giuochi e ai divertimenti degli altri figli di Giacomo
ei se ne stava in disparte; e mentre quelle creature baloccavansi in un
modo o in un altro, egli avea paura di bruttarsi le vesti o le mani.
Giacomo e la moglie queste tendenze così singolari in un fanciullo
attribuivano ad una certa natural propensione ch'egli avesse per la
nettezza e l'appariscenza della persona, mentre quelle altro non erano
che un istinto di superiorità su gli altri fanciulli, i quali, non
badando a tenersi puliti, meno belli di lui o meno decentemente si
mostravano a coloro che venivano a far visita al signor Giacomo.
Questa tendenza che in sul principio pareva tanto innocente e
commendevole, prese bentosto il suo vero aspetto allora che il
fanciullo crebbe in età. Ben presto Giacomo discoprì nel trovatello
un vizio radicale del cuore e si adoperò a correggerlo, a drizzarlo
a bene, ma fu tutto indarno; il vizio era nel sangue del fanciullo:
quanto più egli diventava adulto e grandetto, tanto più in lui si
appalesava la passione della vanità. Oltracciò, Daniele aveva un
sentimento che molto si avvicinava all'odio per l'infelice Uccello:
sentimento ch'ei non dissimulava ne' momenti in cui si trovava
solo coll'idiota, però che non si facea scrupolo di beffarlo, di
maltrattarlo con epiteti ingiuriosi, e sovente di batterlo. Il misero
Uccello piangeva, ma non si arrischiava a dire al babbo il motivo
del suo pianto, che se questo avesse fatto, non gli mancavano altre
più forti battiture, con cui quel cattivello di Daniele vendicavasi
dei rimproveri che gli venivano da Giacomo. Un fatto narreremo il
quale, sebbene puerile, ebbe influenza grandissima nello sviluppo di
quell'odio che Daniele nutriva per l'infelice Uccello.
Solevano que' fanciulli presso che in ogni sera sollazzarsi con
qualcuno di quei giuochi infantili, di cui si conservano poscia
gratissime ricordanze tra i quali i più frequentemente messi in
opera erano i giuochi delle merenducce, della mosca cieca, del capo
a nascondere, dei pilastri, del guancialino d'oro, dell'oca, delle
capannelle, del buffetto ed altri consimili. La più grande ilarità
soleva regnare tra quelle care ed innocenti creature. Il più delle
volte Daniele non prendeva parte a questi giuochi e si accontentava
di starsene a rimirarli; ma talvolta, istigato dai suoi fratelli (così
chiamavansi tra loro) e premurato dalla madre, il _Contino_ (abbiam già
detto perchè un tal nome fu posto a Daniele) degnavasi di onorare il
giuoco colla sua presenza.
Un giorno, si scherzava alla mosca cieca. Furon tirate le sorti a
chi dovea pel primo bendarsi gli occhi: toccò a Daniele: ciascuno,
fuggendo, ruzzando, ridendo, il percuoteva con un fazzoletto, con uno
sciugamano o con altro panno avvolto... Daniele si voltava e rivoltava
per acchiappar qualcuno, ma tutti se la sbiettavano con garbo, sicchè
l'impazienza e il dispetto cominciavano a dominare nel Contino,
allora che sentissi applicata in sulle spalle una violenta percossa
accompagnata da uno scoppio di risa universale: era stato Uccello
che avea fatto il colpo, e poscia, per non essere afferrato, si era
appiattato sotto un tavolino. Ma alle grida di _viva Uccello_, Daniele
avea conosciuto chi lo aveva colpito sì fortemente, e pensando quegli
averlo fatto per istizza o per malvagità, fu preso da tanta rabbia e da
tanta sete di vendetta, che tra sè deliberò di avernelo a far pentire
se gli venisse sotto.
Perchè, studiata ben la posizione e dissimulando il meglio che seppe,
si pose freddamente a girar per la stanza, poi che con destro movimento
ebbesi cacciato un poco più su degli occhi la benda che gli nascondeva
i suoi avversari. Non andò guari, ch'essendo tornato in giuoco Uccello,
fu preso di mira dal perfido Daniele, il quale, acchiappatolo tra
le risa degli altri e tra le baie che si davano all'inesperto, lo
stramazzò al suolo e con pugni e calci così fattamente il rendette
malconcio che in copia usciva al miserello il sangue dal naso e dalla
bocca. Il giuoco ebbe termine: Lucia e Marietta cercarono di occultare
il misfatto, ma, accorsi alle strida Giacomo e la moglie, Giuseppe
fu sollecito di narrar loro l'accaduto. Giacomo rimase stupefatto e
addolorato di tanta malvagia indole del trovatello, e, per castigarlo,
non gli fece per qualche tempo abiti nuovi, tremendo castigo per
quell'indole vana e orgogliosa.
Daniele rimase così vulnerato della punizione inflittagli, che il suo
carattere ne addivenne più cupo, e più duro il suo cuore. D'allora
in poi più non rivolse la parola ad Uccello, pel quale se gli erano
accresciuti l'antipatia e l'odio.
Intanto ei diveniva grandetto; era già arrivato al tredicesimo anno,
allora che Giacomo, accortosi dell'estrema inclinazione e attitudine
che il giovinetto appalesava per la musica, il pose a studiare
quest'arte con un suo parente. Questi ebbe ben per tempo posto amore
addosso al giovinetto, poi che scorto ebbe in lui un vero genio
e rarissimo. La natura lo aveva chiamato alla musica. Stranezza
incomprensibile! Quest'arte, che richiede sensibilità squisita, tempera
di animo affettuosa e soave, era attecchita in un cuore mal formato e
proclive alle più tristi passioni.
Gli elogi che il giovinetto Daniele riportava, dovunque facevasi udire
a suonare il piano-forte, il suo contegno nobile e altero, quella
sostenutezza di modi e di linguaggio, sì poco in armonia col suo stato
e colla sua origine, ed anche quei suoi occhi malinconici ma espressivi
e intelligenti, gittarono a poco a poco nel cuore di Lucia i germi
di una passione che si fece gigante. Daniele si avvide prestissimo
dell'amore di Lucia, e la sua vanità fu lusingata e soddisfatta: egli
non le corrispose per amore, ma per compiacenza di sè medesimo per
talento di tiranneggiare una creatura a lui sottoposta, per desiderio
di dominio. E s'infinse così bene, e simulò tanto la passione, che
l'innocente donzella il credette innamorato morto, siccome il credette
Giacomo in appresso.
Lucia era tutt'altra; la sua adolescenza e il suo amore l'aveano
trasformata: di quindici in sedici anni essa era sì malinconica, sì
appassionata e sensitiva, che il padre, avveggendosi esser cagione di
tanta malinconia la passione che già la struggeva, stimò conveniente
di allontanare Daniele dalla famiglia. Oltracciò, morta la cara sua
moglie, chi poteva oggimai guardar l'innocenza di Lucia? Onde estimò
necessario di rimuovere ogni cagione, e partirsi dal giovinetto, il
quale, dal canto suo, mal sembrava portare la dimora dello stradiere,
essendosegli accresciuti nell'animo la vanità e il desiderio di esser
distinto.
Giacomo iva da qualche tempo pensando al modo come provvedere
all'esistenza di Daniele, allora che lo avrebbe allontanato dalla sua
famiglia, quando uno strano avvenimento venne a troncare ogni dubbiezza
ed ogni imbarazzo. Un bel mattino, si presentò in casa di Fritzheim un
giovine di bell'aspetto e di belle maniere, decentemente vestito, il
quale con accento straniero ma in buono italiano, dimandò di parlare al
padrone della casa.
— Siete voi il Signor Giacomo Fritzheim? chiese poscia che questi se
gli fu presentato.
— Per lo appunto, rispose lo stradiere, a che posso servirla?
— Non avete voi, molti anni fa, raccolto nel bosco della Sila un
fanciullo che ivi era abbandonato e moriente?
Giacomo restò interdetto: guardò con attenzione la persona che gli avea
fatta quella inattesa interrogazione e cercò d'indovinare se colui che
gli parlava potesse essere il padre di Daniele, che avea già diciotto
anni compiti; per lo che rispose:
— Sì, signore, sono io a cui la Provvidenza volle concedere la grazia
di salvare un'innocente creatura, ed arricchire la mia famiglia con un
altro figlio.
— Mi giova conoscere con precisione l'epoca in cui ciò avvenne, disse
quello straniero, il quale avea nella mano una carta su cui sovente
gittava gli occhi.
— Io non so, signore, rispose l'onesto gabelliere, quale interesse
possiate avere nell'indagare un fatto sul quale io non dovrei dare
ragguagli che ad un'autorità riconosciuta; ma qualunque sia la cagione
che vi muove, vi avverto che nessuno al mondo potrà strappare dal mio
fianco un giovinetto sul quale vanto ormai i dritti di padre.
— Non dubitate, sig. Fritzheim; ben lungi dal farvi del male o dallo
svellere dal fianco vostro il giovane, che forma l'oggetto delle
mie investigazioni, io son venuto per più bella opera. Piacciavi di
rispondere, senza tema, alle mie dimande. In che anno e in che giorno
trovaste voi nelle boscaglie della Sila il fanciullo?
— Nella notte del 24 gennaio 1809, rispose Giacomo.
L'incognito gittò novellamente lo sguardo in sulla carta che avea
nelle mani; fece col capo un atto affermativo e di soddisfazione, indi
prosegui:
— Sta bene: potreste ora indicarmi con precisione il sito ove trovaste
il bambino?
— Il trovai in una selva di abeti e di pini, sopra una larga felce, a
qualche miglio da S. Vincenzo, e non molto lungi dal Neto.
Altra occhiata fu data da quell'uomo alla carta e altro segno di
approvazione.
— Ricordate gli abiti che aveva addosso il bambino?
— Me li ricordo benissimo, poichè li conservo ancora, soggiunse lo
stradiere: vesticina di albagio color tabacco, calzoncini di panno
turchino, calzerotti di cotone colorati, scarpine con becchetti senza
laccetti, e berretto di castoro nero con tettino di cuoio.
— Perfettamente, ripigliò l'incognito col riso della gioia e della
soddisfazione in sulle labbra: or non mi resta che farvi un'ultima
interrogazione. Che nome disse di avere il bambino?
— Daniele, replicò Giacomo.
— Non ci occorre altro, è desso! Eccomi ora ad adempiere alla mia
parte, sig. Fritzheim: questa è una polizza di duemila ducati ch'io
sono incaricato di consegnarvi per ricompensa della vostra bell'opera e
per le cure paterne di cui foste prodigo verso il fanciullo Daniele.
Ciò dicendo, l'incognito traeva dal taccuino una polizza sul Banco di
Napoli, e la porgeva al gabelliere; ma questi si ritrasse indietro, e
dimandò stupefatto.
— Chi v'incarica di ciò, o signore?
— Non posso dirlo; è questo un segreto che ho giurato di serbare.
— Suo padre o forse sua madre?
— Non rispondo, o signore...
— Ebbene, a chiunque v'incarica di ciò, signore, voi risponderete
ch'io ho ricusato di prender questo danaro; un padre non si fa pagare
delle cure ch'ei prodigalizza a suo figlio, e padre io mi estimo
inverso Daniele. Io son povero, signore, ma non mi avvilisco a ricever
guiderdone da una incognita mano e per un'opera onde io risento la più
cara soddisfazione dell'anima mia.
L'incognito non credeva a' suoi orecchi; pareagli che lo stradiere non
avesse parlato da senno, e tornò a dirgli:
— Sig. Fritzheim, questi duemila ducati sono vostri, interamente
vostri; non vi si danno per compenso alcuno; voi seguirete ad essere il
padre di Daniele; parmi che non vi sia ragione di ricusare.
— Ed io ripeto che non accetterò mai questo danaro; non l'accetterei
neanche se mi venisse dalle mani medesime del padre di Daniele; pensate
se voglio accettarlo da una mano che si nasconde.
— Ebbene, io vi ammiro, sig. Fritzheim: la rigida probità del vostro
animo già mi era nota. Vi confesso nondimeno che un simil rifiuto è al
di sopra di ogni previsione; io però non insisterò più oltre, ma la mia
commissione non si limita a questo, sig. Fritzheim, e questa volta vi
avverto che un vostro rifiuto sarebbe inutile.
— Di che si tratta ancora? dimandò Giacomo con leggiero aggrottar di
ciglia.
— Si tratta che io sono incaricato di passare questa somma di duemila
ducati a Daniele. Non si era preveduto il vostro rifiuto, sibbene il
caso in cui non vi avessi trovato, capite!
E l'incognito fece un gesto col quale intendeva dire: nel caso in cui
vi avessi trovato morto.
— La cosa è differente, disse Giacomo, non posso oppormi a tutto ciò
che può contribuire alla felicità di Daniele.
— Lodato Iddio! esclamò l'incognito; compiacetevi di chiamare il vostro
figlioccio.
Giacomo entrò nelle stanze contigue e poco stante tornava con Daniele.
Il giovine salutò col capo l'incognito; il quale rispose con bel garbo
e guardandolo fisamente.
— Alla buon'ora! osservò tra sè l'incognito, eccone uno che gli
rassomiglia! Bel giovinotto, voi siete nato sotto una buona stella;
la fortuna vi arride; d'ora in poi non dovete pensare ad altro che a
divertirvi.
— Come a dire? chiese il giovine estremamente maravigliato.
— Eccovi una polizza di ducati duemila; essa è vostra.
— Mia!! esclamò Daniele con gli occhi lampeggianti di gioia.
— Sì Signore, vostra; questa polizza è pagabile al porgitore, e la
firma è ben nota al Banco.
Daniele che aveva afferrato con avidità quel pezzo di carta che per
lui era una fortuna enorme, gittò gli occhi sulla firma per conoscere
il nome di colui che il rendea ricco. Quella polizza avea sul dorso il
nome di _Maurizio Barkley_.
— E questo nome signore? dimandò Daniele.
— Non posso rispondere a nessuna vostra interrogazione, signor Daniele.
Ma io non ho ancora finito di adempiere al mio incarico. Eccovi un
altro polizzino di cinquanta ducati: ogni mese avrete una simil somma.
È singolare! soggiunse Giacomo, cui un tal mistero facea balestrare il
cervello.
— E voi stesso verrete a portarmi in ogni fin di mese una polizza di
cinquanta ducati? domandò Daniele.
— Io stesso, o un altro in vece mia.
Daniele gittò parimente gli occhi sul polizzino, e lo stesso nome
_Maurizio Barkley_ eravi scritto.
— Favoritemi una ricevuta, sig. Daniele. Per la prima volta il sig.
Giacomo Fritzheim mi sarà garante della vostra firma...
Daniele firmò DANIELE FRITZHEIM. Fa d'uopo notare che soltanto da poco
tempo di poi che uscì dalla casa di Giacomo, Daniele si era dato il
fittizio cognome di _dei Rimini_. Giacomo appose la sua firma sotto
quella del giovine.
— Or non ci è bisogno di altro; son davvero contento di aver fatto
la vostra conoscenza, sig. Fritzheim, e la vostra benanche, bel
giovinotto. Addio, a rivederci al mese venturo.
Il forestiere non diede il tempo a nissuno dei due di soggiungere una
sola parola, e sparì senza lasciare un'orma sola d'investigazione.
È superfluo il dire che simile avvenimento cangiò al tutto lo stato
di Daniele, il quale fece subitamente istanze di separarsi da Giacomo,
sotto pretesto di dovere abitare nel centro della capitale per meglio
darsi a' suoi studi musicali. Giacomo, benchè con estremo dolore, dovè
acconsentire ad una tale separazione per le ragioni da noi dette più
sopra e che ogni giorno si rendevano sempre più forti.
Daniele adunque si congedò un bel mattino da quella tenerissima
famiglia. Rinunziamo a dipingere il dolore di Lucia nel dì che Daniele
abbandonò quella casa. L'acerbezza del suo cordoglio non venne mitigata
che dalla sua angelica rassegnazione a' voleri di suo padre, e dalla
promessa fattale dal suo diletto di venire a trovarla ogni giorno.