«Andiamo, diss'egli seco medesimo dando al suo cavallo la di

FRANCESCO MASTRIANI

PARTE PRIMA

ROMANZI

Proprietà letteraria, dell'editore Cav. Gennaro Salvati acquistata

con rogito per notar Tucci.

FRANCESCO MASTRIANI

IL MIO CADAVERE

ROMANZO

IV

NAPOLI

STAB. TIP. CAV. GENNARO SALVATI

(Casa Editrice)

Maddalenella degli Spagnoli, 19

Parte Prima

Timor mortis conturbat me.

SALMI.

I.

LA FAMIGLIA DELLO STRADIERE

Se un viandante qualunque, trattovi per casualità o per vaghezza di

solitarie meditazioni, in sull'imbrunire d'una bella sera di està

dell'anno 1826 si fosse trovato a scendere pei greppi posti a ridosso

del Real Albergo de' Poveri e di _S. Maria degli Angioli alle Croci_,

si sarebbe certamente soffermato passando da costa a un povero abituro,

diruto in gran parte per le scosse del tremuoto detto di S. Anna,

avvenuto nella sera del 26 luglio 1805. La cagione che avrebbe indotto

il supposto passeggiatore a fermarsi dappresso a quell'abituro, era, il

sentirsi in una stanza del secondo ed ultimo piano, quello propriamente

che dava le viste di essere il più danneggiato, voci di pianto che

avrebbero straziato un macigno: quelle voci erano la più parte di donne

e di fanciulli; ed, alle smozzicate parole, ai moncherini di frasi che

si mischiavano ai singulti d'un pianto che parea di disperazione, si

capiva che una cara persona di quella famiglia era morta o moribonda.

Ed in fatti, un uomo era presso a spirare.

Quest'uomo era il capo di quella famiglia.

Inoltriamoci nell'interno del misero abituro. Spettacol sublime e

commovente! La religione, che sorregge gli ultimi istanti della vita di

un padre; che gli sta per dischiudere le porte del cielo; la religione

che sola rimane accanto al capezzale del moribondo, anello divino che

congiugne il tempo alla eternità; la religione, che vive nelle lagrime,

volgeasi benanche ai superstiti per mitigarne il dolore acerbissimo.

Un sacerdote stava dappresso all'infermo vegliardo, ed in pari tempo

che iva ravviando al cielo i pensieri dell'uomo giunto all'estremo

della sua carriera, egli era prodigo di affettuose parole e di cure

amorevolissime verso i costui figliuoletti, disacerbando e acquietando

l'esagerata escandescenza di un dolore che non conosce limite nè freno.

Era questo ministro di Dio giovane ancora, perocchè parea che sol di

fresco avesse varcato i trent'anni. Nelle sue sembianze, cosparse

di pallidezza leggeasi un'anima di angiolo, e massime negli occhi

che erano pregni, di una pietà incommensurabile. Per due notti e tre

lunghissimi giorni di estate quel venerando ecclesiastico non si era

dipartito da quella casa, in cui parea che tolta si fosse la nobile

missione di surrogare appo quella famigliuola le paterne cure, di cui i

miserelli figli eran privi, e per mancanza di madre e per l'infermità

del genitore. Egli somministrava i medicamenti all'ammalato, e li

facea comprare col proprio danaro; riconfortava quello a sperare nel

cielo, ad aver fiducia nell'arte salutare; e quando lo infermo, per

trista convinzione, dimenando il capo rigettava ogni argomento di

speranza, Padre Ambrogio (così nomavasi il reverendo) gli tenea diverso

linguaggio: parlavagli delle miserie dell'umana vita, del nobil fine

dell'uomo creato a più alti ed immortali destini, il riconsolava,

mettendogli dinanzi agli occhi la tenerissima e sacra memoria che di

lui avrebbero serbato i suoi figliuoli, l'onorato nome che ei lasciava

loro, il compianto generale e le preci che lo avrebbero accompagnato

allo eterno riposo, e da ultimo quel santo uomo il rassicurava

sull'avvenire dei fanciulli, promettendogli di non abbandonarli giammai

e di aver per essi le sollecitudini amorose e le cure di un padre.

Nè a quest'officio pietoso, ma tristo, limitavasi Padre Ambrogio;

sibbene, ne' momenti in cui il moribondo avea meno bisogno dell'opera

sua e della sua assistenza, quel sacerdote era tutto d'attorno a'

fanciulli. E quel generoso attingeva nei tesori della sua pietà

argomenti di conforto pei più grandetti che comprendeano l'amarissima

perdita che tra poco avrebbero fatta, e di distrazione al più piccolo,

il quale sovente piangeva in veggendo piangere, ma nulla comprendea

della ragione di quel pianto, o vagamente, l'attribuiva alla malattia

del babbo.

Padre Ambrogio era una di quelle creature, perle della umanità,

le quali sembrano aver ricevuto dal cielo l'esclusivo incarico di

rappresentare la Carità in sulla terra, non già quella carità monca

e superba che si tien contenta e soddisfatta nel gittare dall'alto

l'obolo della limosina, ma che consola, ravviva, si piega, si umilia:

quella carità che pone ad atto la vera e sola eguaglianza cristiana tra

gli uomini, quella che provviene da vicendevole amore. Padre Ambrogio

comprendeva tutta la altezza del suo divino ministero; abnegazione

intera, dilicata, ragionata a pro della umanità sofferente. Additando

il cielo, porto supremo di salute, ei leniva i mali della terra;

parlava agli umili e ai poveri della loro grandezza innanzi agli occhi

dell'Eterno; ai superbi mostrava il nulla del fasto umano, la vanità

dei beni mondani: i dissoluti poneva al cospetto della vergogna dei

loro vizii; aveva in copia grandissima argomenti e parole per ogni

miseria, per ogni debolezza; amava gli uomini quando più eran ciechi di

mente o gravati di mali o caduti all'imo dell'obbrobrio.

Cinque figliuoli rimaneano deserti dei loro genitori, due donne e tre

maschi.

Lucia era la secondogenita. Benchè non ancora arrivata al quarto

lustro di sua età, questa fanciulla avea tutto il senno e la prudenza

d'una donna; era ella in qualche modo la madre dei suoi fratelli: e il

governo della famiglia veniva retto da colei che vi mettea una tale

accuratezza una tal pazienza e tanto amore, che spesso ella privava

sè medesima di qualche cosa per non farne difettare i fratellini. Una

sensibilità eccessiva formava il complesso del suo carattere, come la

pietà era tutta la anima sua, la vita sua. Lucia non potea vivere senza

consacrarsi a ben fare, senza innumerevoli sacrificii giornalieri,

senza dar corso a quel fiume di amorevolezza che le traboccava dal

cuore. Iddio l'avea creata per amare e soffrire, e i suoi giorni non

furono infatti che il continuo esercizio di questo duplice destino

della donna. Lucia non era bella di volto, se si guardi alla regolarità

delle fattezze, ma gli occhi suoi erano la più sublime espressione

dell'anima umana. Non si potea guardarli senza sentirsi piovere

sul cuore torrenti di dolcezza: eran belli oltre ogni credere, e

diffondeano su tutta la sua persona l'incantesimo che ne derivava.

Abbiam detto che Lucia era la secondogenita; chi dunque era il

primogenito?

Il primo figliuolo di Giacomo era un idiota, il cui vero nome era

Giovanni, ma che veniva comunemente addimandato per ischerzo _Uccello_,

imperocchè il tapino nel camminare, non potendo ben sorreggersi su i

piedi, equilibravasi stendendo in certo modo le braccia e appuntando i

gomiti, a guisa delle ali di uccello. Una lunga e tormentosa malattia

da lui sofferta nella fanciullezza, per cui scampò di morte quasi per

prodigio, gli avea affranto per forma il sistema nervoso e muscolare,

che, oltre all'avergli storte le dita dei due piedi e della mano

sinistra, ed isviata la pupilla dal suo centro regolare, gli aveva

tolto interamente l'uso delle facoltà intellettuali. Uccello (d'ora in

appresso così il chiameremo), essendo eziandio balbo e scilinguatello,

malamente articolava i suoni e le parole; ed era curioso il sentirlo

a parlare quando si adirava contro qualcuno, chè in questo caso più

che pel consueto lo scilinguagnolo gl'imbrogliava o arroncigliava

siffattamente le parole con la bava che gli veniva in copia alla bocca

che era un vero fuoco d'artificio.

Il mal caduco, che frequentemente colpiva l'infelice, si aggiungea per

rendere estremamente misera questa creatura.

Per compire il ritratto d'Uccello dobbiam notare, che, quantunque

in età di ventitre a ventiquattro anni, era bassa la sua statura e

privo di lanugine il suo volto, sì che parea non esser giunto per anco

all'adolescenza. Ad ogni minima opposizione alla sua volontà infantile,

per qualsivoglia tenue contraggenio, ei piangeva dirottamente siccome

fanno i bambini; e tosto allietava il volto e mandava un suono come di

riso quando gli si dava il trastullo o il cibo che chiedeva. Mirabil

disposizione della Provvidenza! Uccello in questi momenti che otteneva

quello che bramava era felice, compiutamente felice, come l'ambizioso

che aggiugne e tiene l'intento suo, come l'avaro da costa al cassettino

dei suoi tesori, come l'amante nelle braccia della sua amata.

Uccello aveva nel suo idiotismo una singolare simpatia per Lucia più

che per l'altra sorella e per gli altri fratelli. Oh come era felice

il povero idiota allora che gli riusciva rubare un bacio alla sorella

prediletta! Come ne gioiva! Come ribaltava quel morto cuore quando

se la stringea sul petto! Ben è vero che rare volte si arrischiava a

far questo, per l'invincibile timidezza che gl'ispirava il contegno

serio di Lucia; ma, se talvolta la vedea meno pensierosa del solito,

se la sorprendeva a sorridere per le goffaggini che egli balbettava,

oh... allora non sapeva resistere, e le si gettava al collo come un

cagnolino. Quando ciò faceva l'idiota, Lucia incominciava dall'andare

in collera, indi rabbonavasi, e finiva non poche volte con imprimere

un bacio sulla fronte stretta e compressa del miserello, il quale non

rifiniva in questo caso di saltare per la gioia e di dire tante cose e

sì in fretta che la sorella niente ne capiva.

Gli altri tre figliuoli di Giacomo lo stradiere erano una giovinetta di

circa quindici anni a nome Marietta, e due fanciulli chiamati Giuseppe

e Andrea.

Marietta, fanciulla vispa e leggiera, più bella di Lucia, avea occhi

cilestri e capelli biondi. La più strana e notevole differenza era tra

queste due sorelle. Comechè entrambe compassionevoli, buone, e dotate a

dovizia di cuore eccellente, la Marietta affogava i generosi e nobili

istinti del suo cuore sotto una pazza e stravagante allegria, che

trasmodava insino all'insolenza. Ella non era già dissimile dagli altri

suoi fratellini nel ruzzar fragoroso, nello starnazzare su e giù per la

casa, nel tormentare la vecchia fantesca, tipo di pazienza verso quelle

creature. La Marietta non si facea scrupolo di dar la baia agli amici

di suo padre, ed in ispecialità ai più brutti, di spingere i fratelli

addosso ai pezzenti; sovente con una mano porgeva al mendico l'obolo

o il pane della carità, coll'altra gli tirava di dietro gli stracci

di abiti, sganasciandosi dalle risa assieme ai suoi piccoli complici.

Ammiravansi tutti come facilmente questa giovinetta, che si abbandonava

a tutta la naturale gaiezza del suo temperamento, ponea subito freno

alle sue fanciullaggini allora che pareale che queste dispiacessero

alla sorella; e come in copiose lagrime tosto rompesse, se dal padre o

da Lucia le venisse qualche volta severa ammonizione o rimproccio.

Era tra le due sorelle quella differenza che passa tra la pietà

dolcissima, trista, dilicata, e la bontà spensierata, pazzognola,

indiscreta.

Veggendo unite la Lucia pallida, dagli occhi e dai capelli neri, con

quel corpo alto, leggermente curvato, quasi debil canna che si chini a

sorreggere l'alga debolissima, e la Marietta, vivace, spirante salute

e allegrezza, di bassa e complessa statura; avresti detto esser quelle

due fanciulle le immagini perfette dell'aurora bionda e ridente,

ripiena di speranze e di vita, e della sera, bella del pari, ma

scolorata e malinconica per ricordanze e rammarichi.

Un altro sentimento contribuiva a far più spiccare la differenza

fisica e morale delle due sorelle: l'amore, che è tutta la vita d'una

donna, tutto il suo avvenire, tormento dolcissimo delle anime nobili,

e gentili, mondo interminabile di commozioni violente, in cui regna un

solo essere, l'oggetto amato.

Lucia amava. Verremo più tardi ampiamente parlando di un tale

amore, onde Iddio voleva provare tutta la sublime rassegnazione di

quell'anima.

La sera gittava già le sue ombre in quella casa dove la morte si

apprestava a cancellar dal libro della vita il nome di Giacomo lo

stradiere.

Oh quanto ci duole di dover presentare ai nostri lettori quest'uomo nei

momenti estremi di una vita povera, ma onesta e intemerata, modello di

saggezza, di carità, di evangelica morale, modello, che sebbene si vada

rendendo sempre più raro tra le classi bisognose della società, non

manca di rialzare a quando a quando la dignità dell'uomo anche sotto la

più dura fatica e nello stato più dimesso ed umile.

Da lunghi anni Giacomo Fritzheim, svizzero di origine, esercitava

l'officio di stradiere nelle Regie Dogane di Napoli. Uom robusto e

laborioso, di non comune intelligenza e istruzione, e d'una probità a

tutta pruova, egli era amato da' suoi superiori, rispettato da' suoi

compagni, idolatrato dalla famiglia. La moglie, morta per effetto

di parto prematuro, era così buona e compassionevole, che il più bel

giorno della sua vita fu quello in cui il marito, reduce da un piccol

viaggio fatto nell'interno del reame, le recava a casa un fanciullino

di quattro in cinque anni, raccolto di notte nel mezzo di un bosco,

morto di freddo e singhiozzante per pianto convulsivo.

Fin dal giorno in cui Giacomo perdè l'amata compagna, ch'era tanta

parte di sua vita, si era abbandonato a quella invincibile tristezza

che opprime i cuori virtuosi e appassionati quando morte gli strazia

nei loro affetti più cari.

Giacomo parea non portare il peso della vita che per sostenere gli

innocenti figliuoli, tenerelli ancora e bisognosi di ogni aiuto: parea

come se di repente altri venti anni gli si fossero accresciuti in sulle

spalle, che al presente eran curvate come ad un vecchio ottagenario;

i suoi capelli, che innanzi della morte della moglie conservavano

ancora il colore della giovinezza, imbiancarono tosto, e parte caddero

precedendo nella terra quella testa veneranda, che verso di essa

chinavasi ogni giorno vieppiù. Quelle labbra su cui la calma della

coscienza richiamava spesso il riso della gioia, or si negavano ad ogni

sorriso; e, soltanto nei momenti in cui vedea raccolti intorno a sè

gli amati figliuoli, l'anima gli si schiudeva ad una dolce mestizia, la

quale bentosto volgeasi in tristezza per lo scorgere ch'ei facea sulla

impensierita fronte della diletta figliuola Lucia la malinconia di una

vergine passione.

Da qualche tempo Giacomo, quasi presago della sua prossima fine, si

staccava a malincuore dal seno della propria famiglia, per la quale il

suo amore sembrava centuplicato; i suoi occhi che già tante lagrime

aveano sparse pel figlio Giovanni e poscia per la perdita della

consorte, ora si umettavan di continuo; e, rimirando con tenerezza

estrema i suoi figli, spesso il buon padre piangeva di soppiatto,

e particolarmente per la Lucia ed Uccello, come i più miseri, la

prima per troppa squisita tempera della sua fibra, il secondo per la

imperfezione delle sue morali e fisiche facoltà. Lucia era infelice

perchè troppo sensitiva; Uccello perchè privo di quel senso divino che

rende l'uomo superiore al bruto.

Già da alquanti mesi, prima di esser ridotto alle porte del sepolcro,

Giacomo si lagnava di una fiacchezza eccessiva per tutte le membra per

la quale gli riesciva faticoso qualunque movimento ei si facesse; ed

or, nascesse da ignoto e ascoso male che ivagli già serpeggiando pel

sangue, or fosse effetto di quella specie di abbandono di ogni cosa

terrena che prende gli uomini vicini al loro termine, il dabbenuomo

facea sforzi inauditi per recarsi al suo posto di stradiere, perchè

zelantissimo del proprio dovere. Ma un mattino il buon Giacomo non potè

levarsi di letto; una strana enfiagione gli si era manifestata negli

_arti_ inferiori; il giorno appresso, questa enfiagione sparì, ma sul

volto dell'infermo apparvero certe macchie di rosso vivido; il respiro

era difficile e affannoso.

La gotta, che era stata per lo passato la consueta malattia di Giacomo,

gli era questa volta piombata nel petto.

Dopo alcuni giorni d'infruttuosi rimedii, lo stato dell'infermo fu

dichiarato inguaribile.

Nel momento da cui diam principio a questa trista narrazione, il

medico non avea dato che poche altre ore di vita al misero Giacomo,

il quale già si era cogli aiuti della religione fortificato al solenne

passaggio.

Nella camera dov'è il letto dell'infermo è raccolta tutta la costui

famiglia. Non ostante le parole e i conforti di Padre Ambrogio, il

comune dolore disfogavasi in un lagrimar comune. Tutti quei cari

figliuoli non voleano staccarsi un sol momento dal letto paterno.

Una candela di sego messa sovra un vecchio cassettone illuminava la

camera, la quale sarebbe rimasta al buio, a dispetto di un lumicino

acceso in un bicchiere dinanzi ad un quadro della Madonna del Carmine,

e che, per essersi quasi tutto l'olio consumato, andava bruciando

la rotellina di carta, schizzando e friggendo sull'acqua che si era

scoperta sotto l'olio strutto. Lucia, col volto bianchissimo come panno

lavato, coi lunghi capelli rabbuffati su per la fronte e le spalle,

non si era da due giorni ristorata nè di cibo nè di sonno. Distesa

a metà del corpo sul letto del padre, ella non muoveva i suoi occhi

ardenti di lacrime dagli occhi del genitore, il quale, non potendo più

reggersi nè dall'uno nè dall'altro de' fianchi, era in qualche modo

costretto a guardar sempre lei. Nondimeno ei girava talvolta inquieto

le pupille, quasi avesse richiesto di qualcuno assente, e poscia

ritornava a fissare uno sguardo ineffabile sulla figliuola carissima; e

quello sguardo era di un amore d'un'ansietà che l'umano linguaggio non

potrebbe tradurre nè far comprendere.

Marietta, quella fanciulla sì leggiera, sì spensierata, piangeva a

dirotte lagrime. Ella teneva abbracciati i suoi due fratelli, i quali

piangevano come lei, e le domandavano perchè da qualche ora il babbo

più non parlava e più non si lagnava... Marietta, invece di rispondere,

singhiozzando baciava Andrea, il più piccolo dei fratelli.

Padre Ambrogio più non impediva lo sfogo di quel giusto dolore,

ma facea comprendere alla Marietta che il suo pianto e quello dei

fanciulli avrebbe trafitto il cuore del povero vecchio e distolto i

suoi pensieri dall'eternità.

A tal ragione la Marietta non si acchetava, ma muovea co' fratelli

nella stanza contigua; dove più libero dava il corso alle lagrime.

Presso l'uscio della camera, dov'era l'infermo, si fermava di tempo

in tempo Uccello, chiedeva con volto stupido e sorridente se il padre

fosse morto, e quindi tornava ai suoi balocchi nella cucina, vale

a dire tornava a ruzzar con due gatti, che formavano tutto il suo

divertimento, e che egli amava sopra ogni cosa al mondo.

Erano le dieci della sera, cioè due ore di notte all'italiana.

Padre Ambrogio, seduto appo il capezzale del moribondo, recitava

ad alta voce le orazioni che accompagnano la dipartita delle anime

cristiane, quando l'infermo, fatto uno sforzo violento, alzò il capo e

con distinta voce disse due volte:

— Daniele... Daniele...

Era questo il nome del suo figlioccio, del trovatello da lui allevato,

ed ora giovine di circa ventidue anni. Ah! Da due giorni che il misero

vecchio non avea fatto altro che dimandare di Daniele; il quale erasi

mandato a cercare nella sua abitazione; gli si era fatto dire che

il padre Giacomo era gravemente infermo e vicino forse a trapassare.

Daniele aveva risposto che sarebbesi affrettato a vederlo, a dipendere

dai desiderii di lui; ma intanto non appariva.

Padre Ambrogio osservò sul volto dell'infermo, quando costui ebbe

proferito due volte il nome di Daniele, un'angosciosa ansietà mista ad

un dolore profondissimo. Tutto comprese l'ecclesiastico, che conosceva

la storia di questa famiglia, ed esclamò fra sè medesimo:

— Oh l'ingrato! l'ingrato! Iddio abbia pietà di lui!

Voltosi poi verso l'infermo gli disse:

— State di animo sereno, Giacomo; Daniele non tarderà a venire;

il poveretto non ha saputo che quest'oggi che il vostro male si è

aggravato... Egli verrà... siatene certo, egli verrà.

Dette queste parole, Padre Ambrogio gittò uno sguardo furtivo su Lucia,

e il suo cuore fu straziato.

Questa misera fanciulla aveva nascosto il capo nel piumaccio che era su

i piedi del padre, e singhiozzava con un pianto convulsivo.

Non ci era più luogo a dubitare: Daniele più non l'amava!

Non erano scorsi pochi minuti da che Giacomo avea parlato, ed un

personaggio si presentò alla soglia di quella camera.

Egli era Daniele.

II.

IL GIURAMENTO

Singolare contrasto offrivano le vestimenta e l'aspetto del nuovo

arrivato con lo stato quasi indigente di quella casa.

Era Daniele un giovine di statura altetta, di volto piuttosto bruno,

di folti capelli bene allustrati e tagliati a leggiadra zazzerina; gli

occhi parimente scuri e malinconici acquistavano un'espressione di cupa

intelligenza per l'inarcare ch'ei facea sovente le nere sopracciglia;

non avea nè baffi nè barba.

Il suo vestito era de' più ricercati e di gusto per que' tempi. Un

soprabito alla prussiana e da cavalcare color verde salice; calzoni

bianchi a mezza gamba, stivali con gli sproni, cappello bigio.

Daniele avea lasciato alla porta di quel modesto abituro il suo cavallo

morello, sul quale era venuto. Diremo nel prosieguo di questa storia

perchè in età giovanile e in pochi anni di esercizio della professione

di maestro di musica, Daniele fosse già padrone di una modica

agiatezza.

Non si creda che Daniele avesse preferito di venire a cavallo per

affrettare il suo arrivo alla casa dello stradiere; però ch'egli non

si era dato la minima premura di accorrere presso il suo benefattore

moribondo e presso la fanciulla che ardentemente lo amava. Per due

giorni il giovine non avea pensato neppure per sogno alla infermità

di Giacomo, all'amor di Lucia, alle iterate richieste che di lui

avea fatte colui che per oltre a quindici anni lo avea nutrito col

proprio pane e lo avea amato come un altro suo figlio. Daniele non

ci avea pensato nemmanco per un momento: dappoichè un pensiero fitto

come un chiodo gli si era messo nel capo, e gli dava cruccio, smania

indicibile, indurimento di cuore, indifferenza su gli altrui mali.

Nel giorno da cui abbiam cominciata questa storia, Daniele verso le 23

ore italiane, fornito il giro delle sue lezioni di musica, per disviare

alquanto la tristezza che l'opprimeva, era andato a passeggiare a

cavallo verso il Campo di Marte. Al ritorno, in passando d'accosto al

Real Albergo de' Poveri, gli venne ricordato di Giacomo lo stradiere,

che dimorava alle spalle di questo Stabilimento di carità, dov'egli

forse sarebbe stato gittato qual trovatello, se quel generoso non

gli avesse dato ricetto, sostentamento, educazione nella propria casa

tra gli altri suoi figli amandolo al pari di questi. Allora soltanto

ricordò che parecchie volte il suo morente benefattore lo avea mandato

a chiamare.

«Andiamo, diss'egli seco medesimo dando al suo cavallo la direzione

della casa di Fritzheim, se egli è vero quel che mi si è detto, il buon

uomo non ha molti dimani a vedere. Incominciavo un poco a seccarmi de'

suoi continui rimproveri. È vero che di molto io gli sono debitore,

ma alla fin fine qualche cosa ho fatto anch'io per lui da qualche

anno a questa parte; non gli ho mandato denaro? Non ho fatto di bei

regalucci a Lucia? Ma or che ci penso; par che costei abbia preso in

sul serio le nostre fanciullaggini amorose. Che diascine! Men ci vuole

che una testolina come la sua per creder vero a vent'anni quello che

si è detto a quindici. Follie! Or più che mai questa chimerica unione

sarebbe impossibile. Quand'anco io non avessi qui in questo mio cuore

scolpita quella cara immagine di Emma, che mi divora a fuoco lento,

io non acconsentirei giammai ad essere lo sposo di Lucia. Che direbbe

la società di me? Che direbbero i miei amici? Sposare la figlia di uno

stradiere! Ed io mi esporrei con tal matrimonio a render nota a tutti

la mia storia, perocchè, non ci cade alcun dubbio, al domani delle mie

nozze si saprebbe nel paese che Daniele de' Rimini non è che figlio

della sventura o della colpa, raccolto per carità dal padre della

sposa! Ignominia! Un tal segreto vorrei che rimanesse un mistero per

tutti. Se il padre Giacomo il portasse tutto con sè nella tomba!... Oh

se Emma penetrasse!... Dio, Dio, non mi esporre a tal rossore!... Ella

così superba de' suoi natali, così ricca... ricca e nobile! Ecco...

ecco la felicità, il sogno ardente della mia vita! Ed io sposerei

Lucia, povera, oscura, _ignobile_, figlia d'un _vile_ stradiere! No

no..... Quando io non era ancora conosciuto, quando non mi era ancora

slanciato nel mondo, avrei forse potuto sposarla, imperocchè tutti

avrebbero ignorato l'oscura mia origine, ma ora! Io ho fatto tanto

per innalzarmi, ho gittato sudori e lagrime sul pianoforte, sono

impallidito su i capilavori musicali, non solo per amore a quest'arte,

che spero per altro abbandonare non sì tosto avrò raggranellato un

po' d'oro, ma bensì per farmi una strada alla fortuna, per vedere di

pormi ad un certo livello con quegli giovanotti miei amici, che non

si starebbero dal darmi la beffa per questo ridicolo matrimonio ch'io

farei a contraggenio, e che distruggerebbe per sempre ogni speranza di

possedere quel tesoro di grazie che m'innamora, e quella dote onde io

cesserei di essere una creatura mercenaria. Oh.... che ignobil cosa

è il lavorare per vivere! Qual differenza tra Emma e Lucia! Ma che

dico! Non sono io scemo di senno per istabilire un paragone tra queste

due donne! Un paragone tra Emma e Lucia! È lo stesso che paragonare

l'eleganza alla goffaggine, la farfalla alla mosca, la ricchezza alla

miseria. Che compiuta educazione! Che linguaggio elevato, che nobiltà

di sentire! e che bellezza! Oh quelle forme del suo corpo! quei

capelli! quegli occhi!! Oh la mia testa, la mia povera testa!

Ciò dicendo, Daniele, il cui carattere da questo breve soliloquio i

nostri lettori potranno in parte conoscere, era giunto all'abituro di

Giacomo, sotto il cui tetto egli avea per molti anni riposato.

Nell'entrar che fece Daniele nella camera dell'infermo, Lucia si era

incontanente alzata da su il letto del padre, avea fatto per correre

incontro al giovine, ma a mezzo la camera sentì fiaccarsi le ginocchia,

e quelle lagrime che fino all'arrivo di Daniele erano rimaste

premute nel petto, quivi costretto dall'acerbità d'un doppio spasimo,

rifluirono tutte in un momento alle ciglia della fanciulla per un

ritorno di tenerezza e Lucia pianse per qualche minuto con quell'impeto

irrefrenabile, che suol succedere ad una sì lunga compressione.

Oh quanto diceva quel pianto!

Daniele era rimasto alcun poco sulla soglia di quella camera, freddo

spettatore della scena di tristezza che gli si offriva; poscia, senza

rivolgere una sola parola a Lucia, si era inoltrato verso il letto

di Giacomo, chinando leggermente il capo dalla parte ov'era seduto

Padre Ambrogio. Maria, Giuseppe e Andrea lo avevano salutato con

affettuosità, se gli eran messi d'intorno; un raggio di gioia brillò

su quei volti infantili; la presenza di Daniele era per essi di buono

augurio; eglino tutti aveano rifuso addosso a questo giovine quella

espansione di affetto e di stima che l'idiotismo d'Uccello aveva in

certo modo respinto e deviato.

Nel venire Daniele, Uccello si era recato nelle braccia i suoi mici ed

era corso a far festa _al Contino_.

Era questo il nome che in famiglia si era dato al fanciullo Daniele,

alludendo alle costui maniere riservate e schife non meno che al

grandissimo livore dal quale insino dalla più tenera età questi era

preso per l'invidia che gli eccitavano i fanciulli meglio vestiti

o che passeggiassero in carozza o che fossero possessori di più bei

giocarelli.

— Guarda, Lucia, disse Uccello alla sorella alzando con le punte delle

dita le falde del soprabito di Daniele, guarda che bell'abito ha il

Contino, bada che non se lo imbratti vicino a noi altri!

Queste parole, che l'idiota avea detto in tutta l'ingenua volgarità

della sua favella, fecero apparire tutt'i colori sul volto di Daniele,

il quale con un mezzo sorriso rispose battendo lievemente colla frusta

sul capo dell'idiota:

— Non temere, Uccello, noi non ci faremo bruttar da nessuno; e poi non

ci è paura, tu mi guardi le spalle.

Così fatte celie scambiate tra Daniele e Uccello presso al letto del

moribondo rattristarono padre Ambrogio e Lucia.

Vi fu un momento di silenzio agghiacciato... Giacomo avea gli occhi

chiusi, e la voce di Daniele non ancora aveagli colpito l'orecchio.

Padre Ambrogio si affrettò di far conoscere all'infermo l'arrivo del

suo figlioccio con tanta ansia aspettato; onde, alzata alcun poco la

voce, e fattosi più dappresso all'orecchio di lui dissegli:

— Signor Giacomo, il vostro Daniele è qui.

Il volto cadaverico del vecchio si animò subitamente, dischiuse gli

occhi ne' quali brillò un raggio di viva gioia, e quelle pupille

andarono in cerca di Daniele, e si affisarono su lui. Giacomo

distese la destra al giovine, il quale senza torsi i guanti, se

l'accostò alle labbra e vi lasciò cadere un freddo bacio, sfiorando

appena l'epidermide di quella mano, quasi timoroso che gli si fosse

appiccato il male del vecchio, e schifo di baciar la mano di un onesto

gabelliere.

Erano molti anni dacchè Daniele non baciava la mano del suo benefattore.

Nello sguardo immobile del vecchio, in quella scintilla di fuoco che,

attraverso le nebbie della morte, dardeggiava dagli occhi vitrei di

Giacomo, fissi su Daniele, era un lacerante rimprovero, un dolore

cocentissimo ma rassegnato, una speranza viva, ardente, una preghiera

affettuosa, un comando.

Padre Ambrogio leggeva in quello sguardo queste diverse passioni,

questo linguaggio misto di tanti affetti, di tante commozioni; e

procurò di richiamare i pensieri dell'infermo a quella pacatezza che

debbon serbare gli uomini che stanno in procinto di elevarsi su tutti

gli umani affetti e passioni. Daniele era distratto, preoccupato, stava

così come se si fosse trovato in una casa straniera, indifferente.

— Signor Giacomo, disse Padre Ambrogio, vi avea pur detto che questo

caro giovine si sarebbe affrettato di venire a baciarvi la mano e ad

accorrere a' vostri desiderii: egli è qua, compatitelo perchè oggi

soltanto egli ha saputo essersi aggravato il vostro male.

Il buon prete avea poggiato la voce sulle parole _oggi soltanto_ per

farle ben notare a Daniele, il quale gittò su lui uno sguardo furtivo e

disse anch'egli:

— Si, signore, soltanto oggi m'è stato detto che voi eravate infermo.

Daniele non avea detto _papà Giacomo_, siccome per lo addietro chiamava

il suo benefattore. Questa parola _signore_ avea messo il ghiaccio di

morte nel cuore di Lucia.

Giacomo avea concentrate tutte le forze della sua vita in questo

supremo momento, in cui egli voleva assicurare la pace e la felicità

della figliuola. La mano del vecchio avea cercato quella di Daniele

e non la lasciava: il pugno dell'infermo avea acquistato una forza

straordinaria di cui lo stato di prostrazione in che lo aveva gettato

il morbo parea che il rendesse incapace. Questa pressura indicava

abbastanza l'ardente desiderio che il vecchio aveva avuto di riveder

Daniele e il timore che questi si allontanasse.

Daniele sembrava portar con impazienza quello sguardo e quello

imprigionamento della mano.

Passò qualche minuto.

Giacomo alzò il capo e fe' segno lo avessero adagiato su qualche

cuscino per potersi reggere a certa altezza dal letto: un eccitamento

estremo gli avea dato un'apparenza di salute e di forza.

— Un sorso di sidro, chiese il vecchio con voce distinta.

Era questa la consueta bevanda, di cui usava nello stato di sanità, e

che gli dava soddisfazione, ilarità, lucidezza di mente; onde quasi mai

mancavane qualche boccia nella famiglia, comunque povera.

Lucia corse, col cuore palpitante di speranza, ad aprire un vecchio

armadio, dov'era riposto un avanzo di caraffa di sidro inglese, ne

versò tre dita in un bicchiere, ed il recò al padre, accostandoglielo

alle aride e scolorate labbra.

Giacomo bevve con ansia; ma la deglutizione opravasi con difficoltà,

per modo che fu impossibile al misero vecchio di tranguggiare il

bramato refrigerio che gli rimase in sulla lingua; tanto più che quella

bevanda non è così fluida e potabile come l'acqua.

Giacomo gittò un profondo sospiro, scostò leggiermente dalla bocca

il bicchiere e la mano che glielo porgeva, e volse gli occhi al cielo

facendo tacita offerta a Dio delle sue sofferenze: il cuor di Lucia ne

fu trapassato: nascose il suo capo dietro quello del padre e pianse la

miserella, ma divorando nel cuore le amare lagrime che le strappava lo

stato del genitore.

Giacomo non era uscito dal suo abbattimento per due giorni continui;

poche e indistinte parole avea proferito in questo tempo, pochi segni

avea dato di vita e di avvedimento. Ma ora un pensiere, un proponimento

parea dargli una fittizia energia. Comechè privo del refrigerio che

sperava ottener dal sidro, ei raccoglieva quasi per forza intorno al

cuore la vita che gli fuggiva. Oh l'amor paterno! Chi può dire fin dove

questa onnipossente affezione dell'animo può imperare sulla caduca,

argilla? Chi può segnare i limiti della sua forza? L'amor paterno

commove ed agita ancora il cuore di un cadavere pochi istanti di poi

che morte vi ha soffiato il gelido suo alito: l'amor paterno è un

raggio dell'anima immortale che rimane ancora attaccato alla famiglia,

quando il corpo del padre rientra nella creta che il produsse.

Giacomo fe' cenno a Daniele di avvicinarsigli più, imperocchè non potea

parlare che a stento e con voce fiacchissima.

Daniele, Lucia e Padre Ambrogio si strinsero al letto dell'infermo per

udirne le parole. Marietta e gli altri due fanciulli intorniarono quei

tre: e tutti pendevano con trambasciata ansietà dalle labbra del capo

della famiglia.

— Daniele, disse il vecchio, ricordi tu quel che eri e quel che ora sei?

— Lo ricordo, rispose questi, alcun poco turbato da simile

interrogazione.

— Ti rammenti di quella notte in cui ti raccolsi morto di fame e di

freddo sopra una felce nelle boscaglie della Sila in Calabria?...

Pensa, figlio mio che ivi saresti immancabilmente perito; le tue membra

quasi nude erano intorpidite dal gelo onde eran tutti coperti que'

boschi deserti e quelle valli; i tuoi occhi eran chiusi, ed appena

uscia dal tuo petto un fioco gemito che si perdea ne' lunghi urli del

vento tra gli scheletri della vegetazione. Fu la Provvidenza che guidò

i miei passi in quel bosco tetrissimo: io avea smarrito il mio cammino,

o per dir meglio, Iddio volle che io mi fossi per poco allontanato

dalla strada regolare per menarmi a dar vita ad una innocente creatura.

In questo supremo istante della mia vita che si spegne, benedico la

Provvidenza che mi fece degno di esercitare la carità e di salvar da

morte un caro fanciullo, ch'io poscia ho amato qual mio figlio, e che

ora amo con tutta la tenerezza paterna, quanto amo queste infelici

creature che la mia morte lascerà diserte e abbandonate nel mondo.

Dagli occhi del vecchio cadde una lagrima, che restò fredda e

impiombata sulla sua guancia.

A quelle parole, non si udì che un pianto universale. Daniele era

commosso.

Dopo pochi momenti di silenzio, Giacomo riprese:

— Ho dovuto richiamare questa ricordanza, mio caro Daniele, non per

vantare titoli alla tua gratitudine, della quale non ho mai dubitato,

e di cui mi hai dato prove non equivoche; bensì per ottener da te tutto

lo affetto di un figlio in questo momento ch'è per me sì solenne. Se tu

ami ch'io dorma in pace il sonno della tomba, se vuoi che io chiuda gli

occhi benedicendo quell'istante in cui per la prima volta i tuoi gemiti

infantili colpirono le mie orecchie, togli dal mio animo ogni dubbio

sulle tue rette intenzioni a riguardo di questa misera fanciulla che

tanto ti ama...

Quest'ultima parte fu piuttosto indovinata dagli astanti anzi che

profferita dal vecchio, tanta fu la commozione ambasciosa che gli

oppresse il petto. Daniele impallidì e chinò gli occhi, interamente

ombreggiati dalle folte sopracciglia, che diventarono due archi

nerissimi; Lucia si sentiva scoppiare il petto; il cuore le palpitava

con tal violenza che un lividor di morte le imbiancò le labbra

semiaperte; gli occhi della fanciulla non si arrischiarono a riguardar

Daniele, e fu per bene di lei, che se quell'adorabile creatura avesse

gittato uno sguardo sul suo amato, avrebbe letto sul costui volto la

più chiara smentita delle parole del padre.

— Si avvicina il mio termine, figli miei... Ringrazio la Provvidenza

che mi concede la forza di parlare e di rivolgervi le mie estreme

parole. Daniele, Lucia, Iddio non ha permesso ch'io fossi testimone

della vostra felicità... Io avea ben ragione, mio caro figlio, di

spingerti ad affrettare questa bramata unione... L'innocenza e la virtù

fecero dapprima nascere il vostro amore; l'affetto fraterno si voltò

ne' vostri cuori in un sentimento più dolce, che crebbe col crescer

dell'età. Dio benedisse l'amor vostro, come l'ho benedetto anch'io.

Daniele, misero figlio della sventura o della colpa, infelice creatura

defraudata del più caro degli umani retaggi, l'amor paterno, il cielo

ha colmato un tal vuoto; tu sei idolatrato da quest'angioletta. Una

brillante carriera ti si apre dinanzi; così giovane hai ottenuto quello

che pochi o nessuno alla tua età giunge ad ottenere: riputazione e

fortuna, e ben le meriti per la tua abilità nell'arte musicale, per

la quale tanto genio appalesasti fin dalla tua fanciullezza. Possa

il cielo sempre più render prospere le tue fatiche, ad alleviarti le

quali, avrai al tuo fianco questa cara creatura.... La misteriosa mano

che oggi provvede a' tuoi bisogni o a' tuoi piaceri potrà un giorno

ritirarsi da te, senza che tu abbi a sentire dolorosamente una tal

perdita.

Giacomo ebbe d'uopo d'interrompersi per qualche momento... Gli astanti,

ed in particolar modo Daniele, e Lucia, erano diversamente agitati e

commossi.

— Daniele, ripigliò il vecchio, il tempo stringe ed io non posso

abusare di questi preziosi momenti che Iddio mi concede. Io non dubito

della lealtà delle tue intenzioni, tel ripeto; ben mi è noto il tuo

cuore, e so che l'opera mia non fu seminata in ingrato terreno... Ma

ho bisogno, nel licenziarmi da voi, figli miei, di essere pienamente

sicuro dell'avvenire della mia Lucia... Chieggo da te un giuramento,

Daniele.

— Un giuramento! esclamò questi, che era ben lontano da una simile idea.

— Si, figlio mio, un giuramento solenne che tu farai su quel

Crocifisso, presente Padre Ambrogio e gli altri figli miei: giurerai di

sposare quanto prima la dilettissima Lucia... Un tal giuramento nulla

può costarti; esso non serve che a render paga e soddisfatta l'anima

mia io andrò a raggiungere la mia amatissima compagna, la madre vostra,

figli miei, e di lassù le nostre benedizioni vi accompagneranno sempre

e dappertutto. Or via, non si perda più tempo. Son due giorni che ti ho

aspettato, Daniele, e credeva che Dio non mi accordasse il piacere di

vederti, per dileguare dal mio povero cuore ogni dubbiezza.

Un Crocifisso di avorio era in cima del letto, all'altezza della mano

di Giacomo, il quale, toltolo dal muro, il consegnò a Padre Ambrogio e

gli disse:

— Padre, ricevete il giuramento di Daniele, ed implorate le celesti

benedizioni sul capo dei figli miei.

Padre Ambrogio si alzò. Il suo volto era grave e solenne; con la destra

ei teneva il Crocifisso, con la sinistra toccò la spalla di Daniele,

figgendogli in volto uno sguardo severo ma ripieno di bontà.

— Daniele, Iddio vi ascolta e vi giudica; ponetevi in ginocchi, figlio

mio, e proferite con me il solenne giuramento che vostro padre, il

vostro benefattore, chiede da voi, per abbandonare in calma ogni

pensiero della terra e rivolgere tutta l'anima sua alla patria celeste.

Lucia s'inginocchiò e con essa tutti gli altri fratelli... In fondo

alla camera si vedea genuflessa anche la vecchia fantesca, biasciando

preci e facendosi cadere di grosse lagrime sulle aggrenzite guance.

Daniele ebbe un momento di titubanza.... Egli era rimasto all'impiedi,

mentre tutta la famiglia... era genuflessa. Un pallore di morte avea

coperta la bruna sua faccia... Questa titubanza non durò che momenti.

Daniele piegò a terra il ginocchio dritto e chinò il capo per non

lasciare scorgere il suo turbamento.

Padre Ambrogio spiegò la sua mano sul capo del giovine.

— Daniele, giurate voi nel nome dell'Eterno Dio e su questo segno

dall'Umana Redenzione di sposare quanto prima in legittimo matrimonio

Lucia Fritzheim, figliuola di Giacomo?

A questa interrogazione successero pochi momenti di silenzio. Padre

Ambrogio riprese:

— Pensate, Daniele, pria di giurare... Or siete libero ancora; un

momento dopo, la vostra vita è eternamente avvinta a quella di questa

fanciulla.

Daniele non rispose. Il vecchio Giacomo, Lucia, tutti trepidavano.

Questi minuti secondi erano spine acerbissime per quella sventurata

famiglia.

Il ministro di Dio replicò la formola del giuramento:

— Daniele, giurate voi nel nome dell'Eterno Dio e su questo segno

dell'Umana Redenzione di sposare quanto prima in legittimo matrimonio

Lucia Fritzheim, figliuola di Giacomo?

— Lo giuro, rispose Daniele con voce distinta ma rauca e profonda.

— Ti benedica Iddio! esclamò il prete.

Tutti si alzarono... Giacomo piangeva di tenerezza, di consolazione: il

cuore del vecchio infermo si dilatava; parea che la vita e la salute

gli tornassero; il suo volto si rischiarò; i suoi occhi brillarono

ancora sotto i vapori della morte.

— Avvicinati a me, figlio mio, Daniele, qua... qua sul mio cuore,

fa che ti abbracci; che io baci i tuoi capelli, la tua fronte. Oh

perdona, perdonami, figlio mio... per poco io aveva dubitato di te;

tel confesso... Io credevo che più non amassi la mia Lucia... Che ne

sarebbe stato di questa infelice che tanto ti ama?... Appressati anche

tu, Lucia, qua, qua ch'io vi stringa entrambi sul mio petto... Oh... or

muoio contento!... Grazie, grazie, mio Dio, che mi hai fatto degno di

tanta felicità!... Ah!.. la vista mi si abbuia... Sorreggetemi, figli

miei... mie cari fi...

Giacomo cadde estenuato e privo di sensi in su i guanciali...

Lucia era rimasta nelle braccia del padre, nel cui seno avea nascosto

il capo.

Daniele si era allontanato dal letto del vecchio. Nessuna lagrima avea

bagnato i suoi occhi... Egli raggiustava freddamente e ravviava in sul

dritto lato della fronte i capelli che, stando egli nelle braccia del

padre, aveano smarrita la loro studiata drizzatura.

III.

LE ULTIME PAROLE

Le diverse e violenti commozioni alle quali Giacomo era stato in preda

lo avevano abbattuto, stremandogli quel poco di forza vitale che egli

aveva attinta nello immenso amore che portava ai suoi figli. Quella

tensione eccessiva dei nervi nello stato in cui egli si trovava lo

aveva affranto a tale modo che per poco tempo fu creduto morto.

Padre Ambrogio aveva dapprima con bei modi allontanato i teneri

figliuoli dalle sponde del paterno letto, facendo a sè medesimo la

più dura violenza, perciocchè alla vista delle gelide mortali spoglie

del vecchio il dabben ministro della chiesa avea sentito dilacerarsi

il cuore nè più nè meno che se quel corpo giacente fosse stato di suo

padre: laonde ei comprendeva quale e quanto esser doveva il dolore dei

figliuoli, e come la cessazione di quella vita così cara doveva farlo

scoppiare qual repentina folgore.

Le sembianze del vecchio si erano imbianchite come i capelli che gli

ombreggiavan le tempia; nessun segno rivelava in lui la vita.

Padre Ambrogio tastò il polso del giacente e il suo volto si rischiarò.

— Non è che un deliquio, ei disse; ben presto ricupererà il sentimento.

E gli pose sotto le narici un'ampollina di etere vivificante.

Lucia, Marietta e Giuseppe eran seduti d'intorno al letto del genitore,

ma ad una certa distanza, così avendo disposto Padre Ambrogio.

Daniele stava all'impiedi, presso ad un terrazzino aperto, dal quale

facea vagar gli occhi distratti su i lontani colli di Poggioreale e di

Capodichino.

La luna si levava intera e vermiglia dietro quei colli e sprolungava

una larga fascia di bianca luce sui cipressi di S. Maria del Pianto

quasi lenzuolo mortuario. Varii lumi apparivano e sparivano tra

gli alberi di quella mesta campagna: era la pietosa processione che

accompagna con le preci divote lo scendere d'un uomo nel suo ultimo

asilo.

Uno spettacolo sì tristo e che avea tanta relazione con le presenti

circostanze non commoveva per nulla il cuor di Daniele, che, svagando

lo sguardo lungi dal luogo ove trovavasi, cercava di sfuggire alle

opprimenti riflessioni che si affacciavano al pensiero. In pari tempo,

altre idee, altre immagini affatto opposte si presentavano alla sua

mente, idee ripiene di vita, immagini ridenti, di giovinezza, di

piaceri. Egli pensava che era quella l'ora consueta in cui soleva

trovarsi quasi ogni sera tra crocchi brillanti di gai giovinotti, di

bellissime donne; avrebbe dato una metà della sua vita per potersi

involare da quella casa ov'eran la morte e la tristezza, e spiccare

un volo al Palazzo S... dove tutto era felicità, e dove egli forse era

aspettato da Emma!

Eran le undici della sera. Il silenzio regnava in quella solitaria

contrada siccome in quella casa.

Giacomo rimaneva tuttavia nell'immobilità di morte, contuttochè la sua

respirazione fosse talmente concitata da udirsi una maniera di rantolo

nel cavo del suo petto.

Lucia, poscia ch'ebbe riprovveduto di olio il lumicino che si era quasi

spento dinanzi alla sacra immagine, si era avvicinata a Daniele...

Nelle sembianze di lei scorgeasi al presente una tristezza più

rassegnata, più tranquilla, non perchè lo stato del genitore le desse

argomento di speranza, ma perchè Daniele era là... Negli affanni e

nelle sventure la presenza di chi si ama rattempra e lenisce la pena,

è balsamo al cuore sofferente. D'altra parte, non era il giovine da

considerarsi ora come sposo di lei?

— Daniele, dissegli timidamente la giovinetta, rimarrai con noi questa

notte? Nostro padre è così felice nel vederti al suo fianco, in mezzo

a noi... Vedi, io son quasi sicura che... ciò gli fa del bene; hai

osservato con quanta passione ei ti guardava pocanzi? Se sapessi quante

volte il poveretto ha chiesto di te in questi due giorni in cui non

sei venuto da noi!... non ti parlo di quello che hai fatto soffrire al

mio cuore, lo sa quella Vergine del Carmine, la quale ho pregata tanto

tanto di farmi morire appresso a mio padre, se mai tu... più non mi

amassi.

La fanciulla portò ai suoi occhi il lembo del grembialetto e

singhiozzando si andava rasciugando le grosse lagrime che il ricordo

del suo dolore le richiamava alle ciglia; poi dette un crollo al capo

per rimandar sulle tempia i lunghi capelli che le si erano staccati sul

volto e rizzò la faccia pallidissima guardando lui con tenerezza.

Il riverbero della luna rischiarava quelle delicate fattezze e quegli

occhi, il cui nero lucidissimo ora vie più spiccava su quel fondo sì

bianco. Lucia in questo momento sembrò bellissima a Daniele, il quale,

presala per mano, menolla in sul terrazzino, e stette alcun tempo in

silenzio contemplandola.

Era nel centro del terrazzino un cesto di gelsomino che iva ravvolgendo

le sue foglioline tra i bastoncelli della ringhiera, ed era tutto

coperto di bianchi fiorellini che esalavano un profumo soave tanto che

tutta la casa ne veniva imbalsamata.

— Prendi, amica mia, le disse Daniele spiccando uno di quei candidi

fiorellini e dandoglielo, stasera tu rassembri davvero a questo

fiore... Come sei bella! Oh, non dubitare, io non ti lascerò più; non

sono io oggimai lo sposo tuo? Non mi appartieni tu forse?

Uno scroscio di risa fu udito in quel momento, Lucia arrossì tutta, e

ratta s'involò dal terrazzino.

Uccello si era ficcato nell'ombra dietro alla pianticella del

gelsomino; aveva udito le parole di Daniele, e nel suo ingenuo

idiotismo avea riso.

Oh! quel riso era la più mordace ironia di quelle parole che non

esalavano dal cuore del perfido giovine.

Daniele esclamò nel venir dentro alla camera!

— Maledetto idiota! Io lo detesto come il mio cattivo destino.

Il mio cadavere · 第 1 / 20 段