Quando si parla di Çiva, vuolsi concepire sotto molteplici forme; la

più antica è quella del violento vedico Rudra generatore dei venti,

che nel cielo vespertino e autunnale, e, più di rado, mattutino e

primaverile, appare ora malefico, ora propizio, ora promettitore di

bel tempo, ora di tempo malvagio; come vi sono due Açvin, come vi

sono due Yama, così vi sono due Rudra, l'uno _Çarva o distruggitore_,

l'altro _Çiva_ o _felice_. Ma il _Çarva_ divenuto _Sarva_ (_universo_)

prese aspetto d'un Dio universale simile al Creatore Brahman; e

_Çiva_, confusosi forse col _Çepa_ o _Çipivishta_, converti facilmente

il Dio universale Creatore in un Dio fallico. Il Çiva del periodo

brâhmanico conservò alcune delle qualità del terribile Rudra-Çarva;

ma, per i contatti con le popolazioni dravidiche, quasi a liberarsi

dai maleficii del Çiva distruggitore, gli indigeni finirono poi col

venerare specialmente il Dio fallico, il _liñga_, che dovea mantenere

la generazione, e impedire così che il _Sarva_ fosse distrutto dal

_Çarva_, ossia che il Mahâdeva creatore annientasse l'opera propria.

Ed ora, per proseguire, dovremmo entrare, alla nostra volta, nella

regione della metafisica, ai confini della quale ho, invece, desiderato

arrestarmi. Se io l'ho pur tuttavia, in qualche maniera, sfiorata,

siami di scusa la stessa classificazione da noi fatta degli Dei

vedici, i quali tutti, senza eccezione, hanno bensì una base fisica,

ma non sì che alcuni di essi non accennino già ad una imminente

trasformazione della loro natura mitica in natura teologica, anzi

non dimostrino ad evidenza che la trasformazione è già incominciata;

e, contemporaneamente al Dio teologico, ossia all'astrazione suprema

dalla realtà, nasce nel culto il grossolano idolo fallico. Fra il mondo

teologico e il mondo della materia inconsciente, che sembrano assai

lontani e pure si toccano, sta il mondo mitico, ossia il mondo ideale,

il mondo poetico, il mondo delle realtà luminose che si agitano perenni

nella vita dello spirito.

LETTURA DICIOTTESIMA.

CONCLUSIONE.

Noi siamo giunti al fine della nostra breve peregrinazione a traverso

l'Olimpo vedico, contemplando la figura di Rudra-Çiva. Noi abbiamo

considerato il primo aspetto del Dio; per studiare, nella sua

interezza, il secondo, dovemmo mutare d'ambiente storico, e però

necessariamente d'ambiente mitico. Poichè, ammesso ciò che non si nega

più da ogni mitologo intelligente, risultare il mito dal linguaggio

insieme e dalle idee che quel linguaggio esprime, ossia dalle immagini

figurate ed animate del linguaggio, poichè le idee si trasformano

insieme con le parole, anche le mitologie passano necessariamente

per stadii diversi. Così nell'India abbiamo collegate fra loro e pure

distinte due mitologie, la vedica e la brâhmanica, come abbiamo due

civiltà, e due lingue fra loro collegate e pure distinte, la vedica

e la brâhmanica; a queste due lingue, civiltà e mitologie, se ne

potrebbe ancora, nell'India, aggiungere una terza, ch'è la lingua

sacra, la civiltà, la mitologia buddhistica. E, col trasformarsi delle

mitologie, anche le religioni che posano sopra di esse, si modificano.

La mitologia vedica s'accompagna con un culto religioso de' fenomeni

più splendidi e delle forze più temute della natura; la mitologia

brâhmanica che ingigantisce gli Dei senza farli più luminosi e più

venerabili, si accompagna con una idolatria mostruosa; la leggenda

mitica spirituale del Buddha porta alla sua suprema esagerazione

l'ascetismo. Ogni età storica ha un suo carattere particolare; se vi

è capacità morale in una razza di creare il mito, e se questa razza

può contare più di una età storica, essa muterà necessariamente di

mitologia e di religione col mutarsi di civiltà e di linguaggio. Ma,

come nessun linguaggio è così distinto dal suo predecessore da farlo

dimenticare, così nessuna nuova mitologia fa intieramente dimenticare

l'antica, da cui si è svolta. Accade nella successione mitologica

quello che si osserva nella successione ereditaria di padre in figlio.

Certamente l'eredità che il figlio riceve dal padre o dagli avi, è

gran parte del suo organismo; ma, poichè l'educazione di questo nuovo

organismo è inevitabilmente diversa da quella che ricevette l'organismo

precedente, poichè i mezzi, coi quali il figlio vive e l'ambiente

storico, in cui si agita, sono diversi da quelli, coi quali visse

e in cui s'agitò il padre, per questa sola diversità d'educazione,

di mezzi e d'ambiente si produce un nuovo carattere morale. Così il

carattere mitologico appare diverso secondo le età storiche, nelle

quali si manifesta. Ebbe quindi ragione il professor Adalberto Kuhn,

uno de' fondatori illustri della Mitologia comparata, in un recente

suo notevole discorso letto all'Accademia delle scienze di Berlino

(_Ueber Entwicklungsstufen der Mythenbildung_), di negare l'esistenza

di un solo periodo mitico. Tuttavia, se si devono ammettere parecchi

periodi di creazione mitica, chè, negandoli, si negherebbero all'uomo

moderno intieramente quelle facoltà poetiche, ideali, inventive, che

si riconoscono all'uomo primitivo, non bisogna poi dimenticare le

ragioni, per le quali l'uomo primitivo era più atto dell'uomo civile a

creare il mito, e le ragioni, per le quali un mito elementare che si

lasciava creare da un uomo primitivo, non si potrebbe più inventare

da un uomo incivilito. Per crear miti è necessaria molta ingenuità,

e la molta ingenuità s'accompagna per lo più con la molta ignoranza;

l'entusiasmo poetico che si sente innanzi alla natura è ancor esso una

illusione creata da una specie d'ignoranza; il poeta vede nell'aurora

la fanciulla che sparge rose, che apre con rosee dita la finestra

d'oriente; lo scienziato considera attentamente il fenomeno, lo

sottopone ad una fredda analisi, calcola la distanza ed i riflessi de'

raggi solari sopra un cielo simile ad una vôlta azzurra, ma che non

è in realtà nè azzurro nè vôlta, e si mostra solo con quel colore,

con quella forma alla nostra vista ingannata; e, arrivato a quella

conoscenza, lo scienziato non solo non crea più alcun mito sopra

l'aurora, ma non lo lascia più creare. Perciò mi convien ripetere

quello che ho già affermato nell'aprire queste letture; se si creano

ancora miti, il solo che li crea è il popolo, perchè più ingenuo e

più prossimo alla natura; i poeti cittadini possono guastare i miti,

con la pretesa di abbellirli, di ornarli, come fece Ovidio con le

sue _Metamorfosi_, ma non già creare alcun mito vivace. Se vi furono

dunque parecchi periodi storici, ne' quali si crearono ordini diversi

di miti, convien pur sempre ritenere che nessun terreno, nessun tempo,

nessun linguaggio tra quelli che conosciamo fu più propizio alla

creazione dei miti, che il terreno, il tempo, il linguaggio vedico.

Noi siamo richiamati ad una regione, nella quale i fenomeni naturali

si manifestano più ricchi e più grandiosi, ad un'età patriarcale,

ad un linguaggio particolarmente agile, vivace e trasparente. Io ho

detto esser necessaria molta ingenuità per creare i miti, ma s'intende

che questa qualità negativa non basterebbe da sola a produrre altro

che facili e volgari idolatrie; ma il popolo che cantava gl'Inni

vedici aveva ancora un sentimento vivacissimo, ed una immaginazione

ardente, due qualità necessarie a produrre l'entusiasmo poetico,

primo artefice di miti. Dico primo e non unico. Poichè, come ho già

avvertito più volte, e, come spero aver dimostrato con un sufficiente

numero di esempi, un gran numero di miti nacque sopra un solo equivoco

di linguaggio. Quando noi tra le opere indiane ne troviamo una che

ci reca i mille appellativi di Vishnu, un'altra che ci offre i mille

appellativi del Sole, da questa ricchezza d'appellativi attribuiti ad

un solo essere mitico comprendiamo insieme tre cose: 1ª che quella

ricchezza d'appellativi è prova della potenza immaginativa, ossia

poetica, del popolo che sapeva inventarli; 2ª che, diventando quegli

appellativi figure mitiche distinte, un solo Dio poteva moltiplicarsi

e trasformarsi tante volte, quanti erano i suoi appellativi poetici;

3ª che scambiandosi l'uno con l'altro gli appellativi di uno stesso

Dio, o, come più spesso avvenne, l'appellativo d'un Dio con quello d'un

altro, essendo impossibile che alcuno degli appellativi dati in gran

numero ad un solo Dio non ritornasse come appellativo proprio d'alcun

altro Dio, da questo scambio nasceva un equivoco, e da questo equivoco

molte volte un intiero ordine di miti. E gli equivoci possono essere

diversi secondo le età; vi sono, per esempio, equivoci spontanei,

come quello che nasce fra la nuvola e la montagna, fra i due Krishna,

il vedico ed il brâhmanico, fra la Pr'ithivî celeste e la Pr'ithivî

terrestre; vi sono equivoci per ignoranza mista ad un po' di malizia,

come abbiamo veduto essere quello nato tra gli stessi poeti vedici

sopra la parola _çipivishta_; vi sono finalmente equivoci originati

dalla ignoranza de' commentatori, e questi, come sono della peggiore

specie, così alimentano una mitologia grottesca, massiccia, che vive

alle spese della credulità del volgo, ma non contiene in sè stessa

alcun germe vitale. Ma, se gli equivoci d'un'età sono diversi da quelli

d'un'altra, la tendenza a crear miti per mezzo di equivoci è un fatto

antico e costante. Nuovi miti possono certamente apparire nella storia,

e vi sono alcuni miti recenti, come ve ne sono moltissimi antichi. Il

voler pertanto spiegare ogni mito col richiamarlo, come a sua prima

fonte immediata, ai miti vedici, sarebbe sicuramente impresa temeraria;

poichè il nostro linguaggio non rimase inerte dall'età, in cui si

produsse nelle sue primitive forme ariane, convien supporre che esso,

svolgendosi, abbia pure creato la sua parte di miti caratteristici. Ma

ciò che importa a noi, quando accostiamo un mito occidentale ad un mito

orientale, non è già il mostrare la provenienza di quello da questo,

sebbene, per parecchi miti europei, sia necessario il riconoscere

la loro provenienza asiatica, non essendo possibile l'ammettere che

gli Europei togliessero dall'Asia il loro linguaggio privo di ogni

contenuto mitico, che vorrebbe dire privo d'immagini poetiche, ma sì di

ritrovare una sola legge costante nella generazione di miti conformi.

De' miti gli uni sono antichi ed ereditarii, gli altri sono moderni

e nostri; degli ereditarii gli uni sono di origine orientale, gli

altri nazionali. Come confrontiamo gli antichi nostri miti con gli

orientali, così è utile il confrontare anche i moderni, fondati sopra

lo stesso principio di produzione mitica. Io ho già citato il _vin

di nuvoli _del linguaggio popolare toscano e piemontese, con cui si

esprime l'acqua piovana; ecco un mito moderno, che ho creduto di poter

riscontrare nel mito indiano equivalente di _Kabandha_, ossia della

nuvola barile, sebbene certamente il contadino toscano e piemontese non

abbiano avuto bisogno d'alcuna nozione tradizionale per immaginare il

loro mito. Così, quando in Piemonte piove da molti giorni, suolsi dire:

_tempo di Dio seguita_; quando una tale espressione non sia derivata

dalla tradizione biblica del Diluvio, quel _Dio_ fatto sinonimo di

pluvio ci richiama al cielo, ossia al Giove pluvio, e questi alla

sua volta si ricongiunge col vedico _Dyu, Dyaus_, col cielo medio,

che, sotto il nome d'_Indra_, diviene pluvio. Ecco una foggia di mito

ereditario, il quale può essere nato sul suolo italiano, come derivato

dal suolo asiatico; ma qualunque sia la sua antichità, la espressione

del linguaggio piemontese vuol essere considerata come un vero mito,

ed un tal mito è della stessa natura di quelli che i poeti vedici ci

hanno descritti; e merita pertanto che il psicologo comparatore se ne

occupi. Quando il dotto mitologo Mannhardt, nel suo bel saggio _Sui

demonii del grano_, mi fa conoscere che il popolo tedesco conosce

pure un demonio delle patate, sono lontano, non ignorando come sia

moderna la coltura di questa pianta in Europa, dal voler inferire che

bisogna ricercare ne' miti primitivi un demonio delle patate; bensì,

invece, argomento che un'antica nozione mitica, secondo la quale

gli esseri demoniaci penetravano nelle piante per mandarle a male,

mantenutasi viva nella tradizione popolare tedesca, prese una nuova

forma speciale sopra un nuovo oggetto; e non commetto quindi nessun

arbitrio, quando ricerco pure nel demonio delle patate una prova della

persistenza che hanno i miti ariani nella loro stessa varietà. Egli

era, per lo stesso principio critico, che, or sono ben sei anni, da

questa stessa cattedra, discorrendo del ciclo epico Carolingio, io,

pure nell'ammettere il concorso occasionale di nuovi elementi storici

francesi alla formazione dell'epopea Carolingia, osai riscontrare

i nuovi eroi medioevali coi loro antichi fratelli mitici indiani.

Lasciate che critici di mala fede vengano a provocare le risa del volgo

con la stolida accusa che tutte le tradizioni popolari odierne siano da

noi spiegate coi soli miti vedici, dai quali, secondo essi, li facciamo

immediatamente discendere; con avversarii di tal natura sarebbe sterile

ogni lotta; ma, questo m'importa bene che fermiate nella mente: che

se vi sono degli stadii diversi di forme mitologiche, vi è continuità

e identità di principio che le governa e ne determina lo svolgimento.

La difficoltà maggiore sta, senza dubbio, nel determinare se un

fatto mitico sia antico o moderno, indigeno od importato; e, in tale

ricerca, spesso l'acume dello storico delle mitologie non basta, poichè

mancano ancora a questa storia segreta del genere umano, contenuta

ne' miti, troppi documenti; ma, se non si può sempre determinare la

provenienza d'un fatto mitico, la sua sostanza mitica non può essere

contestata se non dalla molta mala fede o dalla molta ignoranza degli

ostinati oppositori della Mitologia comparata. Accettando, pertanto,

in massima il principio stabilito dal professor Kuhn nella sua dotta

dissertazione, per temperare l'opinione che gli parve un poco troppo

assoluta del professor Max Müller, il quale poneva l'origine de' miti

nella sola sede originaria asiatica della stirpe indo-europea, parmi

che convenga, anzi tutto, fare una distinzione molto viva tra i miti

primarii ed i miti secondarii; i miti primarii, o espliciti od in

germe, furono portati tutti dalle sedi asiatiche in Occidente; inoltre,

nello stadio de' miti secondarii, per quanto lontani ed isolati, vuolsi

riconoscere sempre una stessa legge o meglio un complesso di leggi,

di formazione mitica, legge o complesso di leggi, in cui trova la

sua ragione scientifica la Mitologia comparata, e senza la quale essa

riuscirebbe ad uno studio vano e capriccioso.

Con tale opinione ch'io sono venuto formandomi intorno alla scienza

che qui ci occupa, io non vi renderò altra ragione del metodo che,

in questo primo corso di Mitologia vedica, mi è sembrato di dover

seguire. La mitologia vedica somiglia tuttora ad un vasto mosaico senza

disegno composto di pietre preziose. Io ho tentato di dare una prima

distribuzione critica alla materia, classificando, in letture distinte,

gli Dei più eminenti dell'Olimpo vedico. Incominciai col dimostrarvi

come, da prima, le sole forze della natura fossero cantate col loro

proprio nome, come dalla poesia che le cantava siasi naturalmente

disegnata la prima mitologia, ossia come sopra i fenomeni celesti siano

nati gli Eroi divini. Tentai quindi indicare quale fosse il principale

fenomeno rappresentato dal Dio eroico, e come da questa figura divina,

per un concepimento più largo, più grandioso, più universale della

totalità de' fenomeni celesti, sia sorto, dopo il Dio eroico, il Dio

astratto o metafisico; ma di questo stesso Dio metafisico tentai pure

determinare il limite fisico probabile, sopra il quale s'innalzò; così

che per noi rimarrebbe, dalla caratteristica che abbiamo data agli

Dei vedici, persuaso che tutta la mitologia vedica ne' suoi tre stadii

ha un solo fondamento fisico, e che la fisica, la quale muove gli Dei

vedici, è la sola fisica celeste. Nella brevità de' limiti concessi a

queste mie letture, io non potei recare nè molte nozioni nuove, e nè

pure tutte le nozioni già aperte agli studiosi vedisti intorno agli Dei

dell'Olimpo vedico; ma spero bene aver fatto abbastanza per rilevare

e stabilire di ciascun Dio il suo carattere eminente, come desidero

non essermi ingannato in quelle nuove interpretazioni che ho cercato

proporvi di certi nomi e fatti mitici. S'io avessi inteso a divertirvi

con una pomposa descrizione dell'Olimpo vedico, l'India non mi avrebbe

negato i suoi colori per farvene una splendida rappresentazione.

Ma, se mi lusingherei che m'avreste prestato più fida e più animata

attenzione, sentirei vergogna di me stesso, ove, per raccogliere

fugacemente un vantaggio artistico, fossi venuto a tradire un mio

grave dovere come studioso. Un poeta potrebbe certamente con gli Dei

del _Rigveda_ comporre un panteon glorioso, e riempirlo d'armonia e

di luce; ma pel critico, che attraversa gl'Inni vedici, questa luce

e quest'armonia non appaiono punto costanti; vi sono sprazzi di luce,

vi sono momenti di serena tranquillità; ma, al di fuori dell'idillio

degli Açvin e dell'Aurora, e delle battaglie d'Indra, nessuna impresa

mitica si trova illuminata nel _Rigveda_ di piena luce, onde, facendo

parlare il solo testo, vi possiate appassionare per quegli Dei; alla

lirica vedica mancò il suo epico Omero; e tra i poeti vedici e gli

ellenici corre questa differenza, che i primi sono in atto di creare i

loro Dei, i secondi già intenti ad ornarli; se il mondo vedico si fosse

potuto continuare, in modo immediato, nell'India gangetica, forse que'

stessi poeti che scrissero il _Râmâyana _ed il _Mahâbhârata_ sarebbero

riusciti, con la loro mirabile potenza artistica, a completarci in modo

più grandioso e poetico la figura degli Dei vedici; ma questo secondo

periodo di elaborazione mitologica per mezzo dell'arte mancò all'India;

fra il periodo lirico delle tribù e il periodo epico delle caste corre

uno spazio di tempo enorme, nel quale i miti vedici o si pèrdono o si

corrompono; quando il _Râmâyana_ ed il _Mahâbhârata_ furono scritti,

alla società patriarcale vedica era già sottentrata la società castale

brâhmanica, e coi moncherini degli Dei vedici s'erano già fabbricati e

collocati molto visibilmente, in forme strane, grottesche ed immobili,

sopra la terra, idoli giganteschi e mostruosi. La mitologia vedica può

quindi constare di soli bei frammenti; mia industria presente fu di

dare a tali frammenti qualche ordine logico, e di argomentare a quale

intiero organismo divino un tal frammento possa ricongiungersi nella

storia de' miti, ossia in quale famiglia mitica abbia trovato il suo

più probabile svolgimento. Fu lavoro delicato e, lo confesso, pieno

di pericoli; ma non sarà, io spero, di vergogna a me l'averlo tentato,

nè d'intiero perditempo a voi l'aver tenuto dietro a queste indagini,

sopra un terreno ancora tutto ingombro di sassi e di spine, ma dove non

vi è viaggiatore volonteroso che non possa incontrar qualche fiore.

FINE.

INDICE ALFABETICO

de' Nomi e delle Cose principali che si contengono nelle presenti

Letture.

A

Ab-ovo, pag. 127.

Acciecato (il sole Bhaga), 81, 165, 212, 213, 215, 220.

Accipiter, 145.

Acqua, 46, 48, 49, 75, 78, 119, 120, 121, 122, 125-143, 144, 176, 203,

212, 216, 232, 233, 235, 238, 239, 252, 280, 281, 292, 299, 321, 322,

323.

Adamo, 111, 219, 236, 237.

Aditi, 43, 46, 48, 66, 76, 77, 80, 87, 106, 172, 195, 196, 197, 201,

252, 254, 302.

Âdityâs, 43, 76, 87, 195, 252, 254, 302, 322.

Adri, 115.

Afrodite, 145, 153, 154, 194, 218.

Agastya, 159.

Ag'a, 275.

Agni, 84, 85, 109, 124, 125, 128 (correggasi garbhah), 133, 134, 140,

148, 150, 154, 155, 196, 242, 266, 271, 276, 295, 305, 314, 321, 323.

Ago meraviglioso, 98.

Ag'o Bhaga, 119.

Agonj, 109.

Ahanî, 46, 48, 66.

Ahalyâ, 192, 193, 194.

Ahi mostro trattenitore, e l'avaro dell'adagio popolare italiano, 18,

201, 202, 266.

Ahuramazda, 249, 254.

Aksha, 139. (Cfr. quello che si dice nell'_Indice_, pag. 344, sotto

la voce _Div_, intorno al valore di _lusingare cogli occhi_, che ha in

russo questa radice.)

Akshakâmâs, pag. 136.

Alba, 57, 207.

Albero di Natale, 110, 145; fuoco nato dalla punta degli alberi, 111,

114, 115.

Albero paradisiaco e cosmogonico, 241, 289, 292.

Ali dei venti, 150.

Allievo del diavolo, 169, 172, 173, 174.

Amari Michele citato, _Dedica_, iii.

Amazzone vedica, 68, 69, 70.

Ambikâ, 315, 317, 319.

Ambrosia, 47, 48, 57, 68, 106, 107, 129, 173, 176, 177, 178, 182, 190,

198, 199, 200, 241, 251 (umore ambrosiaco), 259, 260, 281.

Amore, 98, 99, 100, 104, 153-158, 194, 218, 305, 308, 320.

Amuleto, 172.

An, anala ed anila, 147; anemos, 147; anima, 147; immortalità

dell'anima, 244-247.

Ananta, 303, 321.

Anavadyâ, 137.

Ancora, 219, 221, 222.

Andra, 188, 189.

Añga, 290.

Angeli, 136, 243.

Añgiras, 93, 99, 104, 129, 168, 290, 291, 296.

Anhro Mainyu, 249, 250.

Animali mitici, 38, 94, 117, 161.

Ança, 76.

Antakâla, 324.

Antar, Antara, Antari-ksha, 188, 189, 190, 277, 289, 295, 304.

Anumati, 93, 95, 98, 99, 101, 104.

Anyatahplaksha, 141.

Apâd açirshâ, 117.

Apâlâ, 68, 106, 173, 199, 211.

Apâm napât, 120.

Apollo, 228.

Apsarâs, 64, 129, 134-143, 148, 193, 203, 288.

Ar, 156, 157.

Ara, 157.

Ârâ, 83.

Aracne (Tela d') nella mitologia, 51, 98.

Arai, pag. 156, 157.

Aramati, 101, 102.

Aranî, 109, 110, 117, 291.

Aranyânî, 94, 95, 97.

Arbuda, 201.

Arco ed arciere, 157, 319.

Ares, 154-159, 230.

Arg', 79.

Argo, 192.

Arg'una, 178, 262, 263, 265, 319.

Arhant, 288.

Ari, 157.

Arkatridhâtu, 305, 307.

Armonia divina, 91, correggasi alla quinta linea: invece di _secondo le

quali_, leggasi _senza le quali_.

Arpia, 265.

Artemis, 93.

Artisti vedici, 172, 174.

Aruna-Arusha, 261.

Arva, 135, 139.

Aryaman, 76, 80, 81, 82, 87.

Açani, 321, 322.

Açman, 115, 202.

Açu, 162.

Açva: mobilità di questa voce, 16, 59, 60, 61, 62, 162, 163, 172, 206.

Açvahayo rathânâm, 83.

Açvina, 323.

Açvin, 43, 63, 67, 70, 86, 101, 122, 132, 138, 153, 157, 164, 200, 201,

205-232, 235, 236, 238, 239, 252, 263, 266, 269, 306, 315, 323.

Asamati, 49.

Ascetismo, 295, 298.

Ascoli G. I. citato, _Dedica_, vi, 26, 281.

Asino, 135, 171, 259.

Asmodeo, 225.

Asura ed Ahura, 32, 249, 314.

Asurâs, 197, 201, 251-269, 308.

Asuratva, 254.

Atman, 147, 150, 277.

Atmosfera, 188.

Atri Saptavadhri, 212.

Atlante, pag. 127, 128, 273, 290.

Attonito, 183.

Atharvan, 117.

Athênê, 71, 101.

Atithi, 117.

Aurora, 42, 43, 48, 50, 53, 55-72, 74, 75, 87, 88, 89, 98, 100, 102,

116, 127, 137, 138, 140-143, 152, 153, 154, 162, 164, 165, 169, 180,

195, 201, 206, 207, 209, 211, 214, 215, 238, 266, 269, 279, 294, 319,

322.

Aurnabhava, 208.

Aushasî, 319.

Autunno, 317, 319.

Avaro che crepa: adagio mitico italiano, 18.

B

Bagat, 81.

Bagnante (La), 65.

Bahvaçva, 138, 139.

Baka o Vaka, 254.

Bakura o Vakura, 253.

Bali Vairoc'ani, 254.

Ballo e ballerine celesti, 64, 135, 136.

Barh, 285.

Bastone mitico, 281, 291.

Battesimo e Diluvio, 225-232; Battesimo e Cresima, 241, 242; battesimo

e imposizione del nome, 320; porta via il male, 321.

Baudry Fed. citato, _Dedica_, VI, 60, 188.

Beda, 219.

Befana, 12, 13.

Bellum, 156.

Benedizione dei vecchi, 81.

Benfey Teodoro citato, 63, 150, 189, 253.

Bhadiâ, 195.

Bhaga, 66, 76, 80, 81, 82, 88, 102, 227.

Bhag'ya, 227.

Bhava, 322.

Bhîma, 150, 158, 178, 198.

Bhrâtar e Bhartar, 238.

Bhug'yu, 225, 226, 227, 230.

Bhr'igu, 156.

Bhûmî, pag. 39, 43, 50; il Bhûmideva, 41, 49, 50, 53.

Bhûrig'anma, 116.

Bhûs, 280.

Bhuvas, 280.

Bilancia funebre, 245.

Bodhayantî, 71.

Bog, 76.

Bopp Francesco citato, _Dedica_, iv, vi.

Bosco, 109.

Bois, 109.

Brahma, 282.

Brahmac'ârin, 260, 293.

Brahmac'odânî, 83.

Brahmaloka, Indraloka, 287.

Brahman, 33, 78, 126, 163, 167, 178, 191, 192, 193, 223, 226, 249, 267,

270, 271, 273-298, 299, 304, 305, 306, 311, 319, 320, 324, 325.

Brahmanaspati, 33, 79, 167, 178, 285-300, 311.

Brahmânda, 126, 285.

Brahmanvantas, 255 (nel suo significato primitivo, la parola potè

esprimere tanto i vasti, quanto i celesti).

Brahmâstra, 287.

Bréal Michele citato, _Dedica_, vi, 189, 203.

Brutta (La) divien bella, 68, 69.

Br'ih, 294.

Br'ihadrathâ, 61.

Br'ihaspati, 285-300.

Buddha, 328.

Buddhi, 71.

Buddhismo in opposizione alle credenze vediche, 246.

Buffalo, 308.

Letture sopra la mitologia vedica · 第 23 / 26 段