L'inno seguente attribuisce a Vishnu parecchi degli attributi solari;

esso ha cento raggi, è rapido, fornito di cavalli, ricco, benefico.

Nello stesso inno Vishnu è ancora chiamato col nome di _Çipivishta_,

parola che vale propriamente _fornito di raggi_; ma sopra la quale,

frantesa, nacque ben presto un equivoco grossolano, che i commentatori

s'ingegnarono di spiegare con le più strane leggende. Vishnu chiama

nell'inno sè stesso _Çipivishta_; ma la parola, che vale propriamente

_il fornito di raggi_, può ancora interpretarsi _coperto di raggi_,

ossia i cui raggi lo nascondono; ma, fatto del sole una persona, i

suoi raggi divennero i suoi capelli; il sole con la sua chioma, il

sole capelluto (Sansone), è chiamato _Çipivishta_, appellativo dato

non solo a Vishnu, ma a Çiva nel suo carattere di sole moribondo,

rappresentato sempre con una vasta chioma. Ora pare che il nome di

_Çipivishta_ siasi pure dato per tempo al _phallos_, come _coperto di

peli_, e quindi _oscurato, nascosto_. Il poeta vedico allude certamente

a quel senso ignominioso che deve avere avuto la parola _çipivishta_,

quando, scambiando il senso nobile col senso ignobile della parola,

domanda a Vishnu: «Che cosa avevi tu da rimproverarti, o Vishnu, quando

hai detto: _Io sono Çipivishta_? non celare a noi questa tua forma

assunta, quando nella battaglia ti sei trasformato.» Noi sappiamo come

Çiva divenne quindi il Dio fallico per eccellenza, anzi che il fallo

stesso lo rappresentava; il nome di _Çipivishta_, che vien pure dato

a Çiva, basta ad assicurarci che, nell'inno vedico, ove appare Vishnu

come _Çipivistha_, si è preso equivoco tra il sole chiomato ed il

fallo coperto di peli, e che Vishnu usurpa anticipatamente uno degli

attributi, che saranno quindi proprii del Dio Çiva. E che non vi sia

dubbio sopra la interpretazione che propongo al passo vedico, ce lo

dichiara apertamente l'antico commentatore Yâska, il quale, parlando

del nome di _Çipivishta_ dato a Vishnu, come di un mistero da non

rivelarsi, fa che Vishnu si confronti da sè stesso al fallo; se non

che, interpretandosi ancora altrimenti la parola _çipivishta_, con

uno strano e capriccioso sforzo etimologico, Vishnu dice di sè stesso

ch'egli è un _çepa_ o _fallo svestito_ (che può interpretarsi come

_sprepuziato_, o come _privo di peli_), e Yâska, accettando, senza

dubbio, la seconda interpretazione, aggiunse, interpretando il mito:

_privo di raggi_. Ma questo errore de' commentatori indiani e quindi,

se non erro io, degli interpreti europei, è nato dall'aver ammesso che

il _nirveshtita_ di Yâska equivalga al _vishta_ del _Rigveda_, il che

non mi pare possibile in alcuna maniera; chè non solo sono sinonimi,

ma contrarii, _çipivishta_ valendo _fornito, vestito di raggi_ (e poi

_vestito di capelli, capelluto_, e infine _fornito, vestito di peli_);

mentre invece il _çepah nirveshtita_ non vale altro se non _il membro

spogliato_, qualità, con la quale si potè quindi raffigurare il Dio

fallico Luno, come privo di raggi o di peli, o calvo, od anche eunuco.

Ecco in qual probabile maniera un appellativo poetico semplicissimo

del Dio, male interpretato fin dall'età vedica, introdusse nel mito di

Vishnu un mistero, al quale il primo poeta, che aveva salutato il sole

con quel nome, non avea sicuramente pensato; chè il nome di _vish-ta_

deve essere stato piuttosto suggerito all'antichissimo _rishi_ vedico

dall'analogia che gli offriva la stessa voce _vish-nu_, la quale

non aveva sicuramente nessun significato vergognoso nell'età vedica.

Vishnu, lo ripeto, negli Inni vedici, non ha il posto primario, anzi

figura più tosto come un servitore che come un amico d'Indra, ma la sua

vita è pura, la sua storia vedica è priva di scandali; il mescolarlo

come il suo compagno Indra, anch'esso chiamato _çipivishta_ che appare

come un sinonimo di _çiprin_, in un mistero fallico, è una calunnia

nata da un antico malizioso equivoco, quantunque appaia ancor esso

nella qualità di generatore primevo, anteriore a Prag'âpati: l'inno

184º del decimo libro del _Rigveda_ canta che Vishnu foggiò la vulva

dell'universo, Tvashtar ne apprestò le forme, Prag'âpati versò il seme

genitale, Dhâtar posò è costituì il germe. Perciò vedemmo sopra Vishnu

come signore de' sette germi cosmici, e, presso l'inno 154º del primo

libro del _Rigveda_, non solo quello che pervade tutto l'universo,

ma quello che lo contiene tutto in sè. Il _viç-va_ e il _vish-nu_

provengono dalla stessa radice _viç_. Quando pertanto dal culto del

Dio concreto specifico si passò a venerare particolarmente il Dio

astratto generico; quando Indra come Divaspati cedette il campo a' suoi

antichi originarii equivalenti Brahman e Brahmanaspati, esprimenti il

cielo; si sostituì pure ad Indra grandeggiante nel cielo, distendente

il cielo, sopra gli altari del sacrificio, Vishnu il collega d'Indra,

che pervade ed occupa tutto l'universo, col quale evidentemente

s'identifica. Quando poi si divulgarono le leggende brâhmaniche, nelle

quali apparivano forme strane, divine, eroiche, umane, bestiali, sotto

le quali il Dio compieva miracoli, i settarii di Vishnu supposero

che ciascuna di quelle forme antiche, moderne o rinnovate, fosse una

incarnazione panteistica del loro Iddio prediletto; e così, dopo avere

creato, sopra il sole Vishnu, un Dio metafisico analogo a Brahman,

tornarono a decomporlo in numerose sacre particole, ciascuna delle

quali conteneva intiero il loro Dio; sotto questo rispetto, Vishnu

si poteva dunque, nell'età brâhmanica, considerare come un vero Dio

universale, poichè in tutte le antiche manifestazioni degli Dei,

raccontate con nuove varianti brâhmaniche della setta vishnuitica, egli

appariva come l'inevitabile _Deus ex machina_.

LETTURA DICIASSETTESIMA.

RUDRA-ÇIVA.[90]

Noi abbiamo già accostato Indra _Çiprin_ con Vishnu _Çipivishta_,

e notammo come _çipivishta_ fosse pure un appellativo dato a

_Rudra-Çiva_. _Rudra-Çiva_ raffigura specialmente il sole moribondo;

ma, poichè questo s'incontra con l'_astro_ lunare, lo stesso Dio solare

prese ben presto alcuno de' caratteri essenziali lunari, e specialmente

quello di generatore fallico, o di _phallos spogliato_, secondo il

senso che si diede alla parola _çipivishta_. Qui ancora è probabile che

a far di _Çiva_ un Dio fallico abbia, in parte, contribuito un equivoco

di linguaggio. Come Indra _çikhin_ o _çiprin_ prese pure nome nella

letteratura brâhmanica di _Çibi_ o _Çivi_, come Yâska prendeva equivoco

tra le voci vediche _çipi_, «raggio,» e _çepa_, «fallo, coda;» così non

mi pare improbabile che alla parola _çiva_ scambiatasi, per l'analogia

offerta dalla parola _çipivishta_, in _çipa-çepa_, siasi, sotto

l'influsso delle parlate prâcritiche, attribuito un senso intieramente

fallico, innanzi che altre occasioni esterne venissero a determinare

e svolgere maggiormente nell'Indra il culto del _phallos_ nella figura

del Dio Çiva. Ma _Çiva-Çipa_, che si riscontra per un verso con _çepa_,

per l'altro si accosta, per la mediazione naturale di _Çipivishta_ o

_fornito di çipi_, all'equivalente _çiprin_ (_fornito di çipra_ ch'è

_il ciuffo_); Indra _Çiprin_ è il Dio _col ciuffo_: Indra _Çiprin_ e

Vishnu _Çipivishta_ si rappresentano entrambi circondati dai Marut; ora

i Marut, il padre de' quali è Rudra, sono chiamati _hiranya-çiprâs_,

ossia _aventi un aureo ciuffo_. Ecco un primo carattere, per cui in

_Rudra-Çiva_ o _Rudra-Çiprin_ sembra indicarsi _il sole moribondo_,

ossia il sole col ciuffo. L'inno 43º del primo libro del _Rigveda_

ci fa sapere che Rudra splende come il sole e come oro; Pûshan, in

cui ravvisammo già il sole moribondo, è spesso chiamato nel _Rigveda_

con l'appellativo di _Kapardin_, e Kapardin, _dai capelli ispidi_,

dai capelli che vanno in su (a uso de' penitenti), è un appellativo

vedico e brâhmanico di Rudra e di Çiva. L'inno 114º del primo libro del

_Rigveda_, ove Rudra parrebbe identificarsi con quello stesso Vishnu

che, dopo aver negl'Inni vedici distrutto il cinghiale, apparirà esso

stesso, in una delle sue incarnazioni, nella forma d'un formidabile

cinghiale, il Dio Rudra circondato, come Indra, come Vishnu, dai

Marutas, si rappresenta qual rosso cinghiale celeste dall'ispido

pelo (_divo varâham arusham kapardimam_), ed è pregato perciò di

risparmiare i devoti mortali, e i loro figli, e i loro bestiami, e di

non distruggerli nell'ira sua. Nel primo inno del secondo libro del

_Rigveda_, Rudra, chiamato _asuro maho divas_, ossia _grande spirito

del cielo_, un equivalente di _Mahâdeva_ appellativo del Dio Çiva,

s'identifica esplicitamente con Agni e con Pûshan, onde si pare che la

sua propria natura è il fuoco del sole moribondo. Nell'inno 33º dello

stesso libro è pregato Rudra di non allontanare il sole dalla vista

degli uomini, altra prova evidente che si tratta d'un genio o Dio del

sole moribondo. Anch'esso, come il sole, sale sopra un carro; nell'inno

74º del sesto libro Rudra si trova invocato insieme col Dio Luno o

Soma, affinchè caccino insieme tutti i mali, mettano ne' corpi umani

tutti i rimedii, purifichino, allontanino la sventura (_Nirr'iti_),

liberino dal laccio mortale di Varuna, che è simile a quello di Yama.

Anche in quest'inno noi ci persuadiamo che il Dio dovea essere invocato

all'accostarsi della notte, quando la tenebra sembra farsi apportatrice

d'ogni male sopra la terra; si teme che Rudra sia complice di Varuna

o di Yama, e lo si scongiura; egli è supposto padrone di tutti gli

Dei, e il medico de' medici divini. L'inno 22º dell'ottavo libro

celebra gli Açvin, come numi splendidi, adorati il mattino e la sera,

che percorrono le vie di _Rudra_, ond'essi stessi vengono appellati

_Rudrau_ (_i due Rudra_, o _i due terribili_).

Dalla nozione adunque che, presso il _Rigveda_, si ricava intorno a

Rudra, non par dubbia non solo la sua natura solare, ma in ispecie

quella di sole moribondo, che conviene pure, come già vedemmo, a Yama,

col quale Rudra-Çiva presenta parecchi caratteri simili, essendo

divenuto, com'esso, terribile e beato, infernale e paradisiaco,

distruggitore e riproduttore della vita.

La nozione degli altri Vedi non distrugge punto, anzi conferma

eloquentemente questa impressione. Quando il _Yag'urveda bianco_ ci

dà come sorella di Rudra Ambikâ, e il suo _Brâhmana_ ci assicura che

Ambikâ è l'autunno, noi troviamo, come al solito, trasferiti al cielo

autunnale ed invernale i fenomeni del cielo vespertino e notturno.

Presso il _Çatarudriya_ dello stesso Veda Rudra appare, come Çiva,

nella qualità di _giriçanta_ o _abitante sui monti_, di _giritra_ o

_montanaro guardiano de' monti_, che è propria del sole al tramonto;

come _nîlagrîvo vilohitah_, ossia _rossastro dalla nuca azzurra_,

ossia la cui testa rossastra posa sul cielo azzurro; come _kapardin_

o _dagli ispidi capelli arricciati_; come _harikeça_ o _dalla chioma

d'oro_; come _ushnishin_ o _fornito di diadema_; come _çipivishta_,

come _hiranyabâhu_ o _dalle braccia d'oro_; come _rohitah shtâpati_

o _rosso artefice_, appellativo che ci richiama alla fucina del sole

che tramonta, ove siedono Tvashtar e Vulcano; come _stenânâm pati_

o _signore dei ladri_ (i quali rubano, per lo più, sull'imbrunire,

quando il sole non illumina più, e la luna non illumina ancora la

terra; del resto, anche la luna è chiamata protettrice de' ladri, e

con essa si può confondere Rudra, in tale qualità, come si confonde

nella sua qualità di signore di tutti i rimedii, di tutte le erbe,

di tutte le piante, e delle foreste); come Pûshan (il sole moribondo)

guida il viandante verso la sua dimora, e custodisce le strade, così

la luna rischiara le vie, erra nella selva notturna, ed errandovi

la illumina; essa è il lumicino delle novelline popolari che guida

l'eroe o l'eroina, che si smarrì nella foresta, al palazzo incantato;

come ladro, e ingannatore egli stesso (aspetto che, nella Mitologia

zoologica, piglia specialmente la volpe che rappresenta il sole

moribondo, ossia l'aurora vespertina); come nano e come gigante;

come primo ed ultimo nato; come vecchio e come giovine, propizio

e terribile; fornito di rapidi carri, munito di dardi formidabili;

come compagno di Soma, col quale protegge le case, come _Paçupati_

o _guardiano del bestiame_ (due qualità, con le quali Rudra torna

ad assimilarsi con Pûshan); come _çañkâra_ e _çiva_ o _propizio_,

due appellativi che distinsero quindi particolarmente il Dio Rudra;

e, al tempo stesso, come distruggitore e tormentatore (qualità che

distinse quindi, nella brâhmanica Trimûrtti, particolarmente il Dio

Çiva, ed ancora il Dio della guerra ch'è della stessa natura di questo

Rudra; ho già detto che il rosso di sera, nella superstizione popolare

subalpina, annunzia guerra); ad esso pertanto i devoti recitatori

del _Çatarudriya_, cioè al suo dente mortifero (come quello di Yama),

raccomandano e consegnano i loro nemici ch'essi odiano e dai quali sono

odiati.

Parmi evidente che, per i poeti del _Yag'urveda_, sotto il nome del Dio

Rudra si raffiguri ancora il sole moribondo vespertino ed autunnale,

il Yama che di paradisiaco diviene infernale, il Yama che di primo de'

nati diventerà il primo de' morti e il Dio terribile che fa morire;

all'autunno, oltre il nome di Ambikâ sorella di Yama, ci richiama

il _Çatarudrya_, dicendoci che la pioggia è dardeggiata da Rudra. E

questo trasferimento di Rudra dal cielo vespertino al cielo autunnale

ci è pure confermato, oltre che dalla sorella di Rudra, Ambikâ, la

pluvia stagione autunnale, dalla moglie di lui Priçnî, la vôlta celeste

macchiettata, e, sovra tutto, dai figli di lui i Marut, i venti, i

quali come si levano la sera, quando il sole tramonta e spirano le

gelide brezze notturne, così ancora più formidabili si scatenano negli

aquiloni autunnali, nunzii ed apportatori terribili della tempesta

invernale, per tornare poi nel marzo nunzii di buon tempo: invocati per

la distruzione de' nemici, mentre, secondo un inno dell'_Atharvaveda_,

Dundubbi o il Dio tamburo tona per far loro paura.

Per questa relazione strettissima che Rudra ha con l'oceano notturno e

con la stagione pluvia autunnale (esso è detto, presso il _Yag'urveda_

e presso l'_Atharvaveda_, aver sede non meno nell'acqua che nel

fuoco; l'acqua dà poi il succo medicinale, salutifero alle erbe,

delle quali Indra è pure signore), e poi Rudra regna dappertutto;

onde si spiega pure il suo appellativo di _Çarva_, col quale esso

viene particolarmente celebrato nell'_Atharvaveda _. Così come Vishnu

risalì al _viçvam_, all'universo, e divenne Dio universale; così Rudra

si trasformò in Çarva, e come tale, scambiato _Çarva_ con _Sarva_,

ch'è pure uno de nomi di _Vishnu_ e di _Çiva_ (lo scambio fra _Çarva_

e _Sarva_ appartiene già all'età vedica), si confermò e s'inalzò la

sua qualità di _Mahâdeva_, d'_Ica_, d'_Içvara_, di _Parameçvara_,

le quali riconosciute, _Rudra-Çiva_ dovea necessariamente pigliar

posto nella Trimûrtti, i componenti della quale si distinguono dagli

altri Dei minori specialmente pel loro carattere d'universalità; ma

poichè _Çarva_ non è già propriamente _il tutto_ (_Sarva_), ma _il

distruggitore_, il mahâdeva Rudra-Çiva rimase poi particolarmente

nella Trimûrtti col suo carattere di universale distruggitore, e

viene già scongiurato negli Inni vedici, affinchè non distrugga. _Ugra

terribile_ è uno degli appellativi, coi quali è invocato Rudra-Çarva

nell'_Atharvaveda_. Egli vi è celebrato come _çikhandin_ o _crestato_,

_fornito di ciuffo_, e munito di un arco del color dell'oro, col quale

_colpisce mille, uccide cento_; ed è pregato di tener lontano dalla

dimora dei devoti sciacalli, cani sinistri[91] e calve streghe; di

lanciare sopra altri che sopra i suoi devoti la sua arma terribile; di

non consumarli, di non ucciderli nè col veleno nè col fuoco, poich'esso

è padrone di tutte le erbe, ossia di tutte le acque che danno il succo

alle erbe, e di mettersi in collera contro di essi; di rivolgersi

contro gli animali mostruosi, contro i quali esso può liberamente

tirare; di scagliare altrove il fulmine (_Vidyut_). In questa qualità

di fulminante, Rudra padre dei Marut si identifica evidentemente con

Indra fulminante circondato dai Marut, il sole, chiuso nella nuvola

della tempesta, è egli stesso il fulminatore, mentre, secondo un altro

concepimento vedico, Indra trae dal sole o da Vishnu (avvolto ancor

esso dai Marut) il fulmine, per scagliarlo poi egli stesso. Avremmo

qui dunque in Rudra, non tanto il sole moribondo vespertino, quanto il

sole entrato nella stagione autunnale, che nelle tempeste dell'autunno,

circondato dai venti suoi figli, fulmina e tona, usurpando il supremo

ufficio di Indra, come altri ufficii vedemmo già essere stati ad Indra

disputati da Brahman e da Vishnu. È con le spoglie degli Dei vedici che

si rivestirono gli Dei brâhmanici, ogni nuovo Dio grandeggia a spese

degli Dei che l'hanno preceduto; e di questo divino travestimento gli

stessi Inni vedici ci lascian rintracciare le occasioni e le ragioni

celesti. Un inno dell'_Atharvaveda_, in cui Rudra è esplicitamente

identificato con _Mahâdeva_ e con _Içâna_, ossia con Çiva, ci avverte

come Rudra, per consenso di tutti gli Dei, fu convertito in arciere

celeste, qualità propria d'Indra, e poi di suo figlio Arg'una, ma che

s'attribuì quindi, come parmi, tanto più facilmente a _Çiva_, per

l'equivoco che dovette nascere tra le parole _Ìçvara_, che divenne

poi _il signore_ (ma che, in origine, significò _il penetrante, il

forte, il potente_), appellativo di Çiva, ed _Ishvâsa_ che vale

_l'arciere_. In una singolare leggenda del _Çatapatha Brâhmana_,

presso la quale si cerca dar ragione de' varii nomi di Rudra, figurato

come figlio dell'anno e di un'Ushas figlia di Ushas, ossia _Aushasî_

(la primavera risponde all'aurora mattutina, l'autunno all'aurora

vespertina; l'_Aushasî_ madre di Rudra sembra identica alla _Priçnî_

che gli è moglie, all'Ambikâ che gli è sorella), e che domanda gli si

dia un nome (poichè il neonato fanciullo indiano, secondo il vedico

_Çatapatha Brâhmana_, finchè non riceve un nome, non può essere

liberato dal male, credenza che ci richiama al dogma cristiano del

peccato originale portato via dalla cerimonia del Battesimo, nella

quale si dà al neonato fanciullo cristiano un nome che si spera possa

portargli fortuna), tra le forme che gli dovranno procacciare un nuovo

nome, troviamo pure indicata quella di _Parg'anya_, ch'è _il temporale_

e _il Dio del temporale_, armato del fulmine, ossia della _vidyut_,

_della lampeggiante_. E poichè la stagione autunnale, invernale,

e la notturna, ossia la stagione umida, acquosa, è particolarmente

retta dalla luna, la leggenda del _Çatapatha Brâhmana_, tra le forme

di Rudra, ci offre pur quella di _C'andramas_, ossia del Dio Luno;

e poichè il Dio Luno si raffigura come un Prag'âpati o conservatore

per eccellenza _della progenie_, Rudra è anch'esso un Prag'âpati,

qualità che abbiamo già veduto appartenere a Brahman ed a Vishnu;

nella Trinità brâhmanica poi, Brahman è il _Prag'âpati_ procreatore,

Vishnu il _Prag'âpati_ conservatore della progenie; nella qualità di

_C'andramas Prag'âpati_, Rudra-Çiva piglia ancor esso il carattere del

Dio creatore universale, come pure in quella di _îçâna_ che lo stesso

_Brâhmana_ spiega come _sole_, poichè il sole regge l'universo e forse

in _îça_, _îçâna_, _îçvara_, appellativi di Rudra, la radice _îç_ è

stretta parente di _viç_ che entra in Vishnu, com'è certo la stessa

che occorre in _Ishma_, _il Desiderio_, e poi il Dio del Desiderio,

l'Amore, il Dio d'Amore, che, come violento, diviene poi il Dio della

Guerra; e _Kumâra_ uno degli appellativi del terribile Karttikeya

o Dio della guerra indiano, nel periodo brâhmanico, chiamato nel

_Mahâbhârata_ figlio di Rudra, è pure uno degli appellativi di Rudra

attribuitigli dalla leggenda del _Çatapatha _, il quale, pigliando

equivoco fra il nome di _çarva_ o _distruggitore_ e _sarva_ o _tutto_,

considera pure Rudra nella sua forma di _Sarva_, e la spiega, nel modo

seguente, ove l'imposizione del nome e il battesimo con l'acqua si

trovano accostati. Dopo aver dichiarato che _Rudra_ si chiama così,

da _rud_ «piangere,» poichè il fanciullo neonato piangeva, essendo

travagliato dal male, per non avere ancora ricevuto alcun nome che

glielo portasse via; dopo aver soggiunto che il neonato Rudra passò

nella forma di Agni, ossia del fuoco, perchè il fuoco è un _Rudra_,

ossia _uno che piange_, la leggenda continua: — Il fanciullo disse: «Io

sono più grande di tutto ciò che esiste; imponimi un nome.» Prag'âpati

rispose: «Tu sei Sarva.» Poichè egli ricevette, un tal nome, le acque

divennero la sua forma; chè Sarva si chiamano le acque (per l'equivoco

nato sopra la radice _sar_, onde _Sara_, _l'acqua_; il _Sarva_ poi

si congiunge etimologicamente col _Sarpa_; onde si spiega ancor

meglio come _Sarva_ sia un appellativo di Vishnu e di Çiva, come Dei

universali, e che Vishnu appaia pure più tardi nella forma di _Sarpa

Ananta_ spiegato per _serpe infinito_, ma scambiato probabilmente col

_Sarva Ananta_, ossia _con l'universo infinito_, di cui Vishnu è il

reggitore, il conservatore; _Vishnu ananta_, ossia _il tutto infinito_,

si rappresenta seduto sopra il _çesha_ che propriamente rappresenta

la parte), e le acque si chiamano _sarva_, perchè da esse nasce

ogni forma. — I nomi di _Paçupati_, o, com'è spiegato, _signore del

pascolo_, di _Ugra_ il «terribile,» di _Vâyu_ «il vento,» di _Açani_

«il fulmine,» ec., che la leggenda attribuisce a Rudra, sono tutte

qualità speciali, caratteristiche date al Dio universale; la riunione

di esse costituì il carattere di _mahâdeva_ o _gran Dio_ Rudra-Çiva;

della sua qualità vedica di _distruggitore_ o _çarva_, nell'età

brâhmanica, si conserva frequente reminiscenza nel nome di _Sarva_,

che ha sostituito il _Çarva_, con significato di _universo_. In una

leggenda del _Çânkhâyana Brâhmana_ riferita per intiero dal Muir nel

quarto volume de' suoi _Sanskrit Texts_, il nascimento e l'imposizione

de' nomi a Rudra sono riferiti nel modo seguente: — Prag'âpati ha una

figlia di nome Ushas; questa si trasforma in una ninfa; Prag'âpati

la vede, e lascia cadere il suo seme genitale; quindi ei lo raccoglie

in un vaso d'oro, e ne nasce una creatura dai mille occhi, dai mille

piedi, dalle mille braccia[92] (oppure dalle mille saette fissate sulla

corda dell'arco). Il neonato si reca presso Prag'âpati e gli dichiara

ch'ei non toccherà cibo, finchè non riceverà un nome. Prag'âpati lo

chiama _Bhava_ od _essenza_, poichè Bhava od essenza sono le acque;

Rudra non è pago, e vuole un secondo nome; allora Prag'âpati: «Tu sei

_Çarva_,» poichè Agni (il fuoco) è _Çarva_ (ossia _struggitore_); il

terzo nome ricevuto da Rûdra è _Paçupati_ o _il signore del pascolo_,

perchè Vâyu o _il vento_ è Paçupati; il quarto nome è _Ugradeva_,

poichè Ugradeva o _il Dio terribile_ sono le erbe e le piante (qui è

evidentemente avvenuto uno scambio per errore del commentatore, poichè

_Ugradeva_ è il nome che conviene a Vâyu, e _Paçupati_, o _signore del

pascolo_, è invece il nome che conviene alle erbe ed alle piante); il

quinto nome è _Mahâdeva_ o _gran Dio_, perchè _gran Dio_ è _Âditya_

(ossia _il sole_, Vishnu); il sesto nome è _Rudra_, perchè Rudra è pure

_la luna_ (_C'andramas_); il settimo nome è _Îçâna_, poichè Îçâna è il

cibo (_annam_, per l'equivoco probabile nato fra _îçâna_ ed _açana_,

ch'è _il cibo_); l'ottavo nome è _Açani, il fulmine_, perchè Açani

(come Dio fulminante) è Indra. — Nel _Yag'urveda nero _Agni-Rudra è

già paragonato al tigre vorace, che divorerebbe il sacrificatore, se

questo non lo placasse con le oblazioni; il fuoco sacrificale è quel

tigre vorace sulla terra; e il sole moribondo sulla montagna, che

attira a sè, è il tigre celeste, che troviamo quindi rappresentato, nel

periodo brâhmanico, presso Çiva e Parvatî. Tuttavia l'insegna propria

di Rudra-Çiva tra gli animali è particolarmente il toro, emblema

essenzialmente lunare, onde Çiva viene pure rappresentato con la luna

in fronte; e questo suo associarsi e quindi identificarsi con l'astro

lunare dovette poi concorrere, in gran parte, a convertire Rudra-Çiva

in un Dio fallico, che offre un singolare contrasto con la qualità di

distruggitore rappresentata nella Trinità brâhmanica da Çiva. Il vedico

Rudra non ha ancora caratteri paradisiaci; egli è essenzialmente un

violento, un terribile armato, che gli uomini temono, quanto amano

invece Indra. La grandezza d'Indra spiegasi particolarmente nel

cielo primaverile, in cui si mostra circondato dai venti di marzo; le

tempeste di primavera, nelle quali Indra fulmina e tona, annunziano il

ritorno del bel tempo; gli Açvinau, i due gemelli, i due pesci, sono

compagni propizii d'Indra. Gli stessi Açvinau accompagnano Rudra, ma

essi sono gli Açvin autunnali (_Rudrau_), dai quali, anzi, un mese

dell'autunno s'intitola _Âçvina_; e i Marut dell'autunno non hanno

più la stessa natura dei venti di marzo; essi sono aquiloni funesti,

infernali; il loro potere perciò è temuto, come quello di Rudra loro

padre, il quale, congiungendosi nella notte e nell'inverno con l'oceano

acquoso, in esso trova poi ogni maniera d'umori, i salutiferi ed i

velenosi, onde esso può pure far concorrenza agli Açvin, come supremo

medico, ossia medico de' medici. È nel suo incontro con l'ambrosiaco o

dionisiaco Soma, con l'astro lunare, che Rudra acquista natura benigna,

fallica insieme e paradisiaca, offrendo in sè quello stesso duplice

carattere, che abbiamo già avvertito in Yama, Dio al tempo stesso

de' beati e de' dannati, infernale e paradisiaco. Ma la letteratura

vedica ci presenta Yama sotto un aspetto _particolarmente propizio_,

come Rudra sotto un aspetto _specialmente formidabile_; si direbbe

che dalla riunione di queste due persone vediche siasi formato, in

gran parte, per l'occasione di un equivoco nato sulla parola çiva, il

duplice Çiva brâhmanico (il cui carattere propizio è essenzialmente

fallico), come vedemmo già che dallo scambio sicuro di _Çarva_ con

_Sarva_, e forse quello d'Îç-a con Vish-nu, si costituì la grandezza

di Mahâdeva, che assunse anch'esso il carattere di fallo universale. La

_Çvetâçvatara Upanishad_ rappresenta Rudra come _signore dell'universo_

(_viçvâdhipa_), generatore del primo _germe d'oro_ (_Hiranyagarbha_)

increato esso stesso, quantunque altre volte si rappresenti al pari

di Yama qual primo de' nati e primo de' morti, o pure come figlio

di Prag'âpati e di una forma di Ushas. Nell'_Atharvaçiras Upanishad_

Rudra è celebrato come il Dio universale, eterno e non eterno, eterno e

primevo, visibile ed invisibile, maschio e femmina, principio e fine;

così si combinano le sue due nature di creatore e di distruggitore,

poich'egli è tutto e dappertutto; _nel tempo del fine_ (_antakâle_),

dice la _Upanishad_, egli distrugge tutti i mondi. Con simile carattere

universale è chiaro che Rudra possa raccogliere in sè solo gli aspetti

di tutti gli Dei. La _Kaivalya Upanishad_, secondo l'estratto che ne

diede il professor Weber negli _Indische Studien_, c'insegna che Rudra

è lo sposo di Umâ, è Brahman, è Çiva, è Indra, è Vishnu, è lo Spirito

(_Prâna_), è l'anima, è _Parameçvara_, ossia il _supremo Signore_.

Da tutti questi indizii vedici, e da quegli altri più copiosi che

lo studioso può trovare diligentemente raccolti nel IV volume dei

_Sanskrit Texts_ del Muir, a quale conclusione si può egli arrivare

intorno alla propria natura di Rudra-Çiva? — A nessuna affermazione

esclusiva ed assoluta.

Letture sopra la mitologia vedica · 第 22 / 26 段