L'ultimo periodo vedico ci offre parecchi anelli, pei quali possiamo

congiungere il Brâhmanesimo col Naturalismo vedico, e spiegarne

la derivazione. Indra cielo riuscì Indra Divaspati o signore del

cielo; Indra Divaspati si scambiò con Indra Br'ihaspati e con Indra

Brahmanaspati. Brahmanaspati, che, secondo l'inno 72º del decimo

libro del _Rigveda_, nella prima età degli Dei, quando dal non essere

nacque l'essere, foggiò tutte queste cose che esistono come un fabbro

(_karmâras_) mentre, nella sua qualità di fabbro, si univa con Indra

(strettamente congiunto col fabbro divino Tvashtar), nella sua qualità

di creatore associavasi particolarmente a Brahman, che, con le spoglie

d'Indra, potè quindi maggiormente grandeggiare; l'espressione: _tvam

brahmâ rayivid Brahmanaspate_ (Rigv., II, 1), spiegata per: _tu un

Brâhmano ricco o Brahmanaspati_, potrebbe ancora interpretarsi: _tu

il ricco Brahman o Brahmanaspati_. E il merito maggiore del ricco

Brahman o Brahmanaspati fu quindi per i suoi devoti la virtù, della

quale egli fece prova sacrificandosi. Il _Çatapatha Brâhmana_ racconta:

«Brahma Svayambhu (ossia _esistente per sè_) faceva penitenza; egli

comprese; nella penitenza non vi è infinità; orsù, ch'io sacrifichi

me stesso nelle creature e le creature in me; perciò in tutte le

creature sè stesso avendo sacrificato e le creature in sè, acquistò

eccellenza suprema, dominio di sè stesso, predominio universale; così

colui che nel _Sarvamedha_ sacrifichi tutto ciò ch'ei può sacrificare,

tutte le creature, consegue eccellenza suprema, dominio di sè stesso,

predominio universale.» Il Dio che si sacrifica era già una nozione

dell'antica mitologia vedica, figurato nel tramonto del sole e nel

principio elementare cosmico, che si distrugge, ossia si scompone per

moltiplicarsi. Sostituitosi al Dio reale, concreto, fisico, un Dio,

originariamente fisico anch'esso, ma divenuto a poco a poco una pura

astrazione, anche il sacrificio divino, per quanto apparentemente

grandioso (poichè in Brahman è l'universo stesso, il macrocosmo, che si

sacrifica per rinascere disperso in nuove forme individuali del creato,

e morire o sacrificarsi infinitamente nelle parti), perdendo della sua

poetica individualità, riesce solamente più un mistero religioso, che i

devoti devono venerare senza comprendere, per sacrificare i loro beni a

beneficio degli interpreti terreni del sommo Brahman.

LETTURA SEDICESIMA.

VISHNU.

Si è voluto ricercare la Trinità brâhmanica nell'Olimpo vedico; io

non nego punto l'esistenza di una trinità fisica, ma, salvo l'accenno

fatto, nel ragionar di Kâma e Prag'âpati, a tre Dei nominati insieme,

aggruppamento che potrebbe pur essere avvenuto per caso, o per

amore del numero tre, non trovo espressa una trinità teologica negli

antichi Inni vedici. Il concepimento di una trinità nel cielo è ovvio

e naturale; il cielo si compone apparentemente di tre persone, il

cielo stesso, che, quando sta immobile, inanimato, è cielo padre,

è padre eterno, è Brahman, e, quando si muove a tonare e fulminare

nelle tempeste, è Indra nella sua qualità battagliera di pluvio e

tonante; il sole e la luna. Cielo, sole, luna formano tre persone

in una, strette intimamente fra loro con vincoli necessarii. Talora,

invece, con altro concepimento, il cielo si rappresenta come un vasto

antichissimo oceano; il Padre Eterno, il Dio primevo esce dalle acque,

e con lui si agitano il vento ed il fuoco; ecco un'altra trinità, con

carattere specialmente cosmogonico, nella quale il Padre, il Figlio

e lo Spirito si trovano rappresentati. L'aria o vento, il fuoco e

l'acqua, formano una trinità. Ma, io lo ripeto, se gli antichi Inni

vedici ci riducono essenzialmente la sostanza divina a quella di

queste tre persone fisiche, o, per dir meglio, a questi tre fisici

elementi, se gli antichi Dei vedici non si possono, sottoposti ad una

rigorosa analisi, ritrovare e spiegare al di fuori di questi elementi

essenziali e costitutivi, sarebbe cosa vana il supporre che gli antichi

poeti dell'India vedica abbiano già concepita la divinità come una

suprema astrazione una e triplice, secondo il concetto brâhmanico

e cristiano. Dallo studio che abbiamo fatto fin qui, mi sembra che

risulti abbastanza chiaro come fosse ancora piena presso que' poeti

la coscienza del fenomeno fisico che il nome divino rappresentava; un

principio di astrazione si disegna con l'apparire dei nomi di Brahman,

di Vishnu e di Rudra Çiva; ma, come abbiamo dimostrato, ci sembra, con

qualche sicurezza, che i poeti vedici più antichi, nominando Brahman,

sapevano di nominare il cielo; così spero di potervi ancora provare

come, sotto i nomi di Vishnu e Çiva, si nascondevano per i poeti

vedici, non di rado, il sole e la luna.

La lingua sanscrita conosce mille appellativi di Vishnu, come mille

appellativi del sole; e parecchi di questi appellativi sono fra loro

comuni. Ma non è dalla letteratura sanscrita, sì bene dalla vedica

che noi dobbiamo cercare le prove del nostro asserto, poichè Vishnu e

Çiva nel periodo brâhmanico subirono tali trasformazioni, che rendono

spesso troppo malagevole il rintracciarne il primitivo carattere; non

già perchè tra loro vengono talora a confondersi; chè il mito stesso

ci spiega e giustifica una simile confusione, mostrandoci frequente

lo scambio fra il sole e la luna, come due forme gemelle che si

alternano, si succedono e creano talora nel cielo l'illusione che si

tratti sempre del medesimo astro; ma perchè le sètte religiose indiane

hanno sovraccaricato la leggenda de' due numi di qualità particolari

arbitrarie, che loro non appartengono in proprio.

Noi abbiamo già veduto che gli Dei si producono solamente nel cielo

luminoso; ossia un Dio, un luminoso, mena seco gli altri luminosi o

gli altri Dei. Conosciamo quindi già l'appellativo dato agli Dei come

risvegliantisi con l'aurora; coll'aurora mattutina si svegliano gli Dei

solari del giorno, coll'aurora vespertina gli Dei lunari della notte. A

questa duplice generazione di Dei solari o diurni, lunari o notturni,

si riferisce e ci richiama pure la duplice generazione di Eroi nella

tradizione indiana, risalendo gli uni ad una dinastia solare, gli altri

ad una dinastia lunare, secondo che le gesta mitiche degli antichi

Eroi ci riproducono sulla terra fenomeni celesti del cielo notturno o

diurno; _Soma_, _la luna_, e _Savitar_, _il sole_, sono entrambi due

_generatori_. Qual è ora, secondo la nozione vedica, il cielo proprio

di Vishnu? è esso un essere diurno o notturno? Io oserei dire che

egli non è esclusivamente nè l'uno nè l'altro, ma, per lo più, il sole

e, talora, la luna; Vishnu è più spesso certamente il sole, ma egli,

all'accostarsi della notte, invece di morire, si trasforma, s'incarna

in nuove forme mitiche, assume aspetti particolarmente lunari, erra

nella notte, pigliando quel carattere di salvatore, che, nel mito, si

attribuisce frequentemente al vecchio Luno, alla vecchia Luna, alla

vecchia Madonna, alla buona Fata celeste. La natura di Vishnu è per

lo più solare; quand'egli trionfa, è il sole; secondo il _Çatapatha

Brahmana_, tagliata la testa a Vishnu, questa testa passa nel sole;

il che vuol dire che, dalla sua forma notturna lunare, Vishnu ritorna

alla sua propria natura solare. L'astronomia indiana chiama col nome

di _Vishnutithi_ o _fase_, _costellazione di Vishnu_, il giorno 11º

o 12º lunare, onde si spiega pure il nome di _sposa di Vishnu_ dato

nell'_Atharvaveda_ alla _Sinîvalî_, ossia alla vigilia del novilunio;

nel _Yag'urveda nero_, invece, il nome di _Vishnupatnî_ o _sposa di

Vishnu_, è dato alla Dea _Aditi_, la vôlta celeste; _Aditi_ è pure

chiamata _madre di Vishnu_ nano presso il _Mahâbhârata_ e presso il

_Bhâgavata Purâna_, e, in un altro passo citato dal Muir,[87] essa

trovasi rappresentata come madre del sole _Vivasvant_; Vishnu sarebbe,

secondo il _Mahâbhârata_, il dodicesimo _Âditya_, e il più potente

e virtuoso di tutti (_sarveshâm âdityânâm gunâdhikah_); secondo

il _Nirukta_, Vishnu è l'_Âditya_ per eccellenza. Vishnu è ancora

rappresentato come compagno, seguace, fratello minore d'Indra, col

quale va a bere il _soma_, col quale combatte, presso il _Rigveda_,

il demonio serpente _Ahi_, onde si rappresenta poi sopra il demonio

serpente _Çesha_, e a cavallo dell'uccello solare, dell'uccello di

rapina _Garuda_, il più formidabile nemico dei serpenti; ed ancora,

per la sua somiglianza con Çiva, sposo della Venere e madre d'amore

indiana. I suoi dieci Avatâri sono famosi nella tradizione brâhmanica;

se ne contano fino a ventidue; ma le sue trasformazioni hanno già

incominciato negli Inni vedici; la nozione di Vishnu nano è già

una nozione vedica; anzi l'impresa eroica di Vishnu nel _Rigveda_ è

precisamente l'avere in tre soli passi misurato l'intiero spazio del

cielo con grande meraviglia de' Celesti, Devi e Demonii. È certamente

ancora in una forma gemella vishnuitica che il Dio Indra, passando

in tre tempi, in tre volte, in tre luoghi sopra il corpo della brutta

fanciulla, di brutta e scura ch'ella era la fa ritornar bella; è questo

un miracolo che si fa tutte le notti e tutti gli inverni sopra il

cielo e sopra la terra, che dalla tenebra ritornano alla luce; ma il

Dio nano, percorrendo lo spazio del cielo in tre tempi, compie questo

prodigio nel giorno come nella notte, e gli Dei, canta il _Rigveda_

(VIII, 29), _si rallegrano inebbriati_ (_madanti_), dove Vishnu dai

lunghi passi percorse i tre stadii. In un altro inno del _Rigveda _(IV

18), si dice: «Allora Indra per uccidere Vr'itra (disse): _O compagno

Vishnu, estenditi_.» In una leggenda del _Çatapatha Brâhmana_, che

abbiamo già ricordata, il più impaziente d'uccidere Vr'itra appare

Vishnu, nella sua qualità di seguace, o _compagno strettamente

congiunto d'Indra_ (_Indrasya yug'yo sakhâ; Rigv._, I, 22); nell'inno

89º dell'ottavo libro del _Rigveda_ Indra dice all'amico Vishnu di

estendersi, e quindi si aggiunge: «o cielo Dyaus, dà spazio al fulmine

perchè discenda.» Parrebbe di qui che dal sole Vishnu Indra tolga

i suoi fulmini e quindi li lanci pel cielo. Nel cielo tenebroso e

notturno il sole appare chiuso; in esso il cielo, ossia il luminoso,

si chiude: Indra estende l'uno e l'altro. In un altro passo vedico

il Dio si distende sopra la terra e nel distendersi segnala agli

uomini la terra come loro campo di conquista, il che fa veramente ogni

mattino ed ogni primavera il sole, illuminando la terra e ridestando

gli uomini al lavoro dei campi. Presso il _Mahâbhârata_ (V, 2560)

spiegandosi da _Sang'aya_ alcuni de' più illustri nomi mitici assunti

da Vishnu, si dice chiamarsi _G'ishnu_ da _g'ayana, la vittoria,_ quasi

_il vittorioso, Ananta_ come _eterno, infinito, Govinda_ dal _vedâna

gavâm, il ritrovamento_ e _possesso delle vacche_ (l'appellativo di

_Kr'ishna_, «pastore»), e _Vishnu_ dal _Vikramana_, ossia _dalla sua

facoltà di estendersi_; l'etimologia è, senza dubbio, falsa, e pure

essa conserva la coscienza del vero e proprio significato di _Vishnu_,

che è il _penetrante_, _il pervadente_, e forse pure il vestiente

il cielo di luce. Questo penetrante, questo pervadente può essere

la luna, come per lo più appare il sole, e la polvere, nella quale,

coi suoi tre passi, Vishnu involge il mondo, secondo il 22º inno del

primo libro del _Rigveda_, può essere tanto l'ambrosia luminosa del

raggio lunare, quanto la polvere d'oro dei raggi solari. I tre passi,

secondo il commentatore vedico Aurnavâbha, citato dal _Nirukta_, sono

fatti nel cielo, cioè, com'esso si esprime, «nel luogo in cui nasce,

nell'altezza meridiana o zenith (_Vishnupada_ per eccellenza) e nel

luogo in cui si corica.» Secondo Çâkapûni, altro commentatore vedico, i

tre luoghi, invece, sarebbero la terra, l'aria, il cielo. Si comprende

facilmente come, in questa sua qualità di penetrante tutto l'universo,

e specialmente di saliente allo zenith, all'altezza suprema de' cieli

o al _Vishnupada_, il Dio Vishnu abbia pur potuto identificarsi con

Brahman, che è salito all'alto de' cieli e che lo occupa tutto, e

come Vishnu occupante l'_antariksha_ siasi congiunto intimamente con

l'_antara_ o Indra, e come, finalmente, in qualità di moribondo che si

corica alla montagna, Vishnu s'identifichi specialmente con Çiva e si

ritrovi con l'astro lunare. Vishnu compie forse pure tre passi nella

notte come luna, ma, certamente, opera, presso il _Rigveda_, questo

miracolo nel giorno come sole: ossia si parte dalla montagna, dalla

terra, e, per la regione intermedia, il cielo d'Indra, l'_antariksha_

sale nell'alto de' cieli, nel cielo di Brahman, per ritornar quindi

a coricarsi alla montagna. Il genio solare che fa ogni giorno questo

bel miracolo fu particolarmente celebrato col nome di _Vishnu_, e,

secondo le regioni che esso visita, gli spazii che percorre, gli Dei

che incontra nel suo viaggio celeste, assume pure una parte della

loro natura. Si capisce tuttavia che la qualità eminente di Vishnu,

il suo momento trionfale dev'essere quello, in cui arriva nell'alto

cielo, che si considera come la sede propria non solo di Brahman, ma

ancora di _Sûrya_ il sole; motivo per cui Vishnu fu poi considerato

specialmente come una splendida figura solare, e come tale spiegato

particolarmente dai commentatori indiani ed europei e venerato

nell'India dai devoti. Il commentatore del _Yag'urveda bianco_,

citato dal Muir,[88] identifica il Dio Vishnu nel suo primo stadio

con Agni il fuoco, come quello che esce dalla terra; nel secondo,

come quello che vola per l'aria, con Vâyu il vento; nel terzo, con

Sûrya il sole. Torna qui la forma embrionale d'una trinità. Così

Vishnu che, nell'inno 61º del primo libro del _Rigveda_, ferisce il

cinghiale, appare una manifestazione dell'astro solare, che attraversa

la scura montagna celeste della notte e ne vien fuori luminoso; nella

tradizione brâhmanica poi, nella sua qualità di penetrante, Vishnu

stesso si personifica col cinghiale dalle acute zanne, a motivo degli

sporgenti suoi raggi o denti che sbranano il demonio della tenebra.

Così, quando Agni, nel _Rigveda_, dice di sè ch'egli è l'_arkas

tridhâtu_,[89] misuratore del mondo, s'identifica al tempo stesso con

Vishnu e col sole _Arkas_, che in tre tempi misura il mondo; lo stesso

appellativo di misuratore de' mondi vien dato, presso il _Rigveda_,

al sole _Savitar_. L'inno 156º del primo libro del _Rigveda_ ci

presenta il Dio Vishnu con qualità così rassomiglianti a quelle del

Dio Indra, che si direbbe con esso una sola persona; e ciò non deve

far meraviglia dopo quello che abbiamo detto intorno alla diversità

delle sedi di Vishnu corrispondenti alle varie sedi solari, ossia alle

varie stanze celesti. Nell'atmosfera, nel cielo nuvoloso, e nel cielo

notturno, Vishnu s'incontra necessariamente con Indra, una proprietà

del quale è pur quella di estendere, ossia di estendersi. Perciò

troviamo ancora Vishnu onorato da Varuna e dagli Açvin, e circondato

dai Marut; abbiamo già detto, che, secondo la interpretazione indiana,

Vishnu, nel suo secondo stadio, ossia nell'atmosfera, la regione

de' Venti, s'identifica pure col Dio del vento, ossia con _Vâyu_,

e necessariamente con Indra che ha per principali compagni eroici

i Venti. Così Vishnu s'identifica con Brahman creatore, ossia con

Prag'âpati come signore che appare, nell'inno 164º dello stesso libro,

dei sette piccoli germi che contengono in sè il seme del mondo, ossia

di tutte le cose. Chi fu questo primo generatore? Fu il sole? Fu la

luna? Il sole e la luna sembrano generarsi a vicenda l'un l'altro;

presso l'inno 22º del secondo libro del _Rigveda_ ci appaiono Vishnu

che genera il _Soma_ (l'ambrosia lunare) e Indra che lo beve; in un

altro inno vedico, invece (_Rigveda_, II, 40), _Soma_ appare come

produttore, creatore di tutti i mondi (l'inno 96º del IX libro fa di

_Soma_ il generatore del sole e di Vishnu); e il sole _Pûshan_, invece,

va proteggendo, ossia osservando e conservando il mondo. Si direbbe

qui già accennato in germe il carattere di _conservatore del mondo_

che Vishnu dovrà assumere più tardi nella brâhmanica _Trimûrtti_;

così nell'inno 36º del VII libro del _Rigveda_ si celebra Vishnu come

_Nishiktapâs_ o _guardiano de' semi_; nel 55º del terzo libro Vishnu

è chiamato col nome di _Gopâs_, «signore o guardiano, o protettore,»

il quale custodisce, difende, ossia regge la suprema regione celeste,

guardiano _delle care regioni immortali_, ed ecco un nuovo carattere,

per cui _il conservatore del mondo_ parrebbe congiungersi col Çiva

paradisiaco. Il carattere del vedico Vishnu è dunque evidentemente

tutto benefico, oltre che singolarmente modesto; Vishnu si presta per

gli altri Dei e specialmente per Indra, di cui assicura la vittoria,

e non raccoglie verun profitto. Questo carattere di particolare

generosità, che ci presenta nel solare Vishnu il solito Dio che si

sacrifica, dovea essere così sentito nell'età vedica, che, perduto il

senso etimologico dell'appellativo vedico _Tridhâtu_, ossia _quello

de' tre elementi_ dato a Vishnu, la _Taittiriya Samhitâ_ compone già

una leggenda etimologica, secondo la quale il nome _Tridhâtu_ varrebbe

quello _che si è dato tre volte_. Si narra cioè che Indra, volendo

uccidere Vr'itra, ordinò al fabbro Tvashtar di preparargli il fulmine;

Tvashtar si mise all'opera, e, per mezzo del _tapas_ (parola che [si

noti bene, per spiegare l'equivoco mitico della generazione per mezzo

della penitenza, che vuol dire, per mezzo del calore; senza il calore

non si genera] vale _calore_ e _penitenza_), riuscì a farne uno; Indra

si provò ad alzarlo, ma come avviene spesso agli eroi poco destri delle

novelline popolari russe, i quali non possono alzare il bastone di

ferro preparato dal mago nella fucina, Indra non può alzare il fulmine

forse troppo massiccio ed ardente preparatogli da Tvashtar. Noi abbiamo

già veduto Vishnu identificarsi, secondo la sede che egli occupa, con

Agni il fuoco, con Vâyu il vento, e con Sûrya il sole. Il fuoco deve

aver la forza di bruciare, il vento quella di volare, il sole co' suoi

raggi quella di penetrare. Vishnu, per compiacere Indra, che ha bisogno

d'un fulmine formidabile, ma che si possa lanciare a traverso gli

spazii, consente a farsi in tre pezzi, coi quali tre pezzi di sè stesso

il fulmine d'Indra si crea, e il Dio fulminante consegue la vittoria,

per merito singolare di Vishnu, che ha dato al fulmine il potere di

volare, trovandosi, come già abbiamo avvertito, nella sua seconda sede,

il sole circondato dai Marut, coi quali trovasi anzi invocato nell'inno

87º del quinto libro del _Rigveda_. Un'altra delle qualità peculiari

di Vishnu, che, oltre al rivelarne la sua speciale natura solare,

ardente, alla sua potenza nel _tapas_, ne rivelano l'indole benigna e

servizievole, è quella di cuoco celeste. Egli, in unione con Pûshan,

cuoce per Indra cento bufali, certamente per mezzo del suo fuoco

solare; nel vero, in un altro inno (V, 29), è detto che Agni, ossia

il fuoco, ha cotto trecento bufali per Indra, il quale, dopo averli

mangiati, e aver bevuto tre laghi di _soma_, ossia d'ambrosia, combattè

con Vr'itra e l'uccise. Secondo un inno del _Rigveda_ (VI, 69), una

parte di quel _soma_ sarebbe stato pure bevuto da Vishnu, invocato

insieme con Indra, Vishnu vi fa il solito miracolo di estendersi pel

cielo, ossia di estendere il cielo. Secondo l'_Aitareya Brâhmana_, in

quello spazio disteso da Vishnu gli Dei fabbricano i mondi luminosi, i

Vedi e la parola, che rimangono loro proprietà. Quello che rimane fuori

di tale spazio appartiene agli _Asurâs_, il che val quanto a dire che

tutto ciò ch'è fuori della luce è del dominio dei demonii.

Tutto il regno luminoso percorso da Vishnu è sede, ossia dominio degli

Dei; e della regione percorsa da Vishnu, ossia della sua grandezza,

dice un inno vedico (_Rigveda_, VII, 99), nessuno conosce il confine;

in questo inno di composizione probabilmente moderna, ove Vishnu ed

Indra tendono evidentemente già ad astrarsi, un versetto, col dirci

ch'essi producono il sole, l'aurora ed il fuoco, sembra già distinguere

Vishnu dal sole; ma la natura solare di esso ci pare tuttavia scolpita

nel versetto che precede, il quale ci dice che Vishnu, da ogni parte,

involge la terra co' suoi raggi di luce.

Letture sopra la mitologia vedica · 第 21 / 26 段