Ma, tornando alla cosmogonia vedica, per quanto sia diverso il modo,

con cui ci rappresenta l'ordine della creazione, ciò che v'ha di certo

è che le acque ed il vento si considerarono come primi elementi,

e che il primo creatore o Prag'âpati fu un maschio o _purusha_, il

quale, dopo aver parlato, come il Jehovah biblico, dopo avere detto

il _fiat_, creò.[80] Anzi è singolarissimo il trovare nel _Çatapatha

Brâhmana_, ossia in un monumento letterario che risale oltre il quarto

secolo innanzi l'êra volgare, come prima parola detta da Prag'âpati,

desideroso di parlare per creare, la voce _bhûs_ che tradurremmo per

_fias_, e che, significando pure _terra_, fu cagione perchè, appena

detta quella parola, la terra fosse creata: la seconda parola detta

da Prag'âpati fu _bhuvas_, che vale ancora _fias_, ma significa

pure _firmamento_; perciò, detta quella parola, nacque tosto il

firmamento: nella terza parola non vi è più lo stesso equivoco, ma non

è impossibile che qui siasi alterato il passo e che, invece di _svar_,

vi s'abbia a leggere vedicamente _asas_ (_asa iti_), che avrebbe ancora

lo stesso valore di _fias_ e che ritornerebbe nell'_asau_ (_dyaur_)

che segue. Ma il primo esempio, in ogni modo, basta per mostrarci la

singolare analogia che presentano fra loro la leggenda cosmogonica

indiana e la biblica, anco ne' più minuti e caratteristici particolari.

È indiana, invece, esclusivamente indiana, la rappresentazione del

_Çatapatha_ di Prag'âpati in forma di testuggine, animale che nella

mia _Mitologia zoologica_[81] ho già tentato di mostrare[82] come

trovisi strettamente congiunto col _phallos_ cosmogonico. Prag'âpati

che diviene sostenitore del mondo, che, appena creato, domanda un

punto d'appoggio nelle acque, che appoggia poi l'universo sopra

Skambha, Prag'âpati che s'identifica con Kaçyapa, e, per esso,

con la testuggine, prepara gli elementi della leggenda cosmogonica

posteriore, nella quale i Devi e gli Asuri si accingono a creare il

mondo, a produrre l'_ambrosia_ o agitando l'oceano con un monte o

enorme bastone, sostenuto in fondo alle acque da una testuggine. Nella

mitologia brâhmanica la testuggine è un'incarnazione di Vishnu; ma noi

abbiamo già indicato come nel Prag'âpati si contengano in germe le tre

persone di una Trinità indiana. Viceversa, nella _Mundaka Upanishad_,

la qualità di conservatore del mondo (_bhuvanasya goptâ_) viene assunta

da Brahman, e, nello stesso _Çatapatha_, Nârâyana, ch'è poi uno de'

nomi principali di Vishnu, appare come _Purusha_, ossia assume la

qualità principale di _Prag'âpati_ (col quale appare pure in contrasto)

e del _Brahman_ creatore. E, come vedemmo al sole vedico attribuirsi

la qualità di Prag'âpati, e poi questa qualità staccarsi, astrarsi

in una persona divina distinta, intorno alla quale si aggrupparono le

varie leggende cosmogoniche esistenti e alcuni nuovi dogmi teologici;

così la qualità essenziale di Prag'âpati, ossia il _Purusha, il maschio

universale_, trovasi già nello stesso _Rigveda_, e specialmente in un

inno panteistico del decimo libro (intitolato da esso, _Purusha Sûkta_,

ossia _inno di Purusha_), distinta da Prag'âpati, col quale lo troviamo

così spesso identificato. Questo _Purusha_ riceve già una parte di

quel carattere mostruoso e gigantesco che distingue i concepimenti

brâhmanici, e, secondo ogni probabilità, non è nato in riva all'Indo,

ma nell'India gangetica; difatto vi si fa già una menzione evidente

delle quattro caste: esso ha mille teste, mille occhi, mille piedi;

avvolge d'ogni parte la terra; egli è tutto, il passato ed il futuro;

egli è l'eterno alimentatore. Il creato che esiste è solamente una

piccola parte di lui; il sacrificio che gli Dei fecero a lui durò

un anno; il burro liquefatto era la stessa primavera; l'estate il

combustibile, la libazione il pluvio autunno; dalla sua bocca uscì

il Brâhmano, dalle braccia il guerriero (_râg'anya_), dalle coscie

l'agricoltore (_vaiçya_), dai piedi il servo artigiano (_çudra_), dalla

sua anima (_manas_) la luna, dal suo occhio il sole, dalla sua bocca

Indra ed Agni, dal suo alito il vento, dal suo umbilico l'atmosfera,

dalla sua testa il cielo, da' suoi piedi la terra, da' suoi orecchi

le quattro parti dell'orizzonte. Ma il fine dell'inno ci tradisce la

intenzione tutta brâhmanica del poeta, e ci mostra come, staccandosi

da Prag'âpati, di cui non parea abbastanza determinata la santità,

il _Purusha_ sia passato in Brahman. I Brâhmani non fanno altro che

raccomandar la preghiera (_brahma_) accompagnata da sacrificii con

oblazioni; per offrirne un esempio, l'inno termina identificando

il _Purusha_ col sacrificio, col Dio che si offre come vittima in

sacrificio a quegli stessi Dei che sacrificano a lui. Il maschio

universale così purificato, e inalzato in una regione più spirituale,

s'identifica con Brahman, che dovrà quindi riuscire il sommo nume non

tanto dell'Olimpo indiano, quanto della fede brâhmanica. Il _Purusha_

panteistico si sacrifica disperdendosi, emanando nell'universo,

come fa per l'appunto Brahman, il Brahman che, nel _Purusha Sûkta_

dell'_Atharvaveda_, appare creatore del _Purusha_.

LETTURA QUINDICESIMA.

BRAHMAN, SKAMBHA, BR'IHASPATI E BRAHMANASPATI.

Sebbene talora il supremo potere, nella triade indiana, secondo le

preoccupazioni settarie, sia occupato da Vishnu (chiamato perciò nel

vishnuitico _Mahâbhârata_ un Brahman superiore), e alcuna volta anche

da Çiva, il Dio Brahman è il più universalmente venerato come principe

della indiana _Trimûrtti, qual Dio_ essenzialmente creatore, quale

_Prag'âpati_, uscito ancor esso dall'uovo cosmico, chiamato perciò

spesso _uovo di Brahman (Brahmânda)_.

Vediamo pertanto come questa fortuna mitologica di Brahman si venga

svolgendo ne' Vedi.

Una delle qualità essenziali dell'antico Dio vedico, del primevo Indra,

è quella di estendere, di allargare il cielo; il vasto cielo si suppone

disteso da un Dio che lo governa. La _Pr'ithivî_ o _larga_ è la forma

femminina di questo estenditore del cielo; la _Pr'ithivî_ si confonde

con la _Sarasvatî_, e la _Sarasvatî_ s'identifica con la _vac'_,

dapprima _la parola_, e poi _la sacra parola_. La parola _brahman_ ha

seguito vicende analoghe a quelle della voce _pr'ithivî_. La parola

risale ad una radice _barh_, che vale _accrescere, estendere_; perciò

essa espresse ad un tempo, come mascolino, il Dio creatore, il Dio

accrescitore, e poi l'accrescitore per mezzo della _preghiera_, della

_parola sacra_, ch'è il significato principale del neutro _brahman_.

Un Dio che si fonda sopra un neutro, ed anzi che con questo neutro

si confonde, poichè il Brahman essere supremo e il Brahman Dio

supremo riescono al medesimo, può avere una persona poco spiccata e

vivace, ed è condannato a rimanere un'astrazione immobile. Chè, se

anche col nome di Brahman si congiunge un gran numero di leggende,

o queste leggende sentono lo sforzo di una composizione scolastica,

o pure non appartengono in proprio a Brahman e gli furono attribuite

capricciosamente, modificandone, con lievi tocchi, il contenuto e la

forma. E questa è pure la ragione, per cui, sebbene nella gerarchia

teologica della religione brâhmanica il Dio Brahman occupi il grado

supremo, non abbia nell'India idolatri settarii quanti ne ottennero

Vishnu e Çiva; a quel modo stesso con cui, nel Cristianesimo, il

Figliuolo e lo Spirito preoccupano essi soli tutto il culto, e al

Padre Eterno non è consacrato neppure un giorno del calendario festivo.

L'immaterialità, l'idealità di Brahman sfugge all'idolatria; Brahman il

Dio della preghiera che accresce, della devozione che porta felicità,

è egli stesso il mezzo più che l'oggetto della purificazione. Senza di

esso nessun'opera umana o divina può avere efficacia: chi s'assorbe

nella preghiera, s'assorbe in Brahman; chi è assorto nella devozione

brâhmanica, rinuncia ai piaceri sensuali, ai beni della terra, e si

mostra liberale de' suoi doni ai diretti interpreti del sommo Brahman,

ai Brâhmani, con l'aiuto de' quali si può conseguire ogni beatitudine.

Brahman ch'è detto nel _Taittiriya Brâhmana_ essere, per sua natura, un

Brâhmano, è naturalmente il Dio particolare de' Brâhmani, come Vishnu

quello de' guerrieri, e Çiva delle caste inferiori, sebbene Vishnu e

Çiva appaiano anch'essi molto onorati dai Brâhmani. Ma i Brâhmani fanno

sacrificii solenni e dispendiosi, per conto altrui; a Brahman essi

sacrificano con l'esercizio della penitenza e con la preghiera; ossia

la preghiera diviene efficace pregando; il Brâhmano, per l'efficacia

della preghiera, ossia per la virtù di Brahman, può fare ottenere

ai devoti liberali dai singoli Dei ch'essi invocano i beneficii

desiderati. E la virtù della preghiera si ritenne essere tanta, che il

neutro _brahman_ valse pure _la formola magica_, e l'_Atharvaveda_, che

contiene il maggior numero di formole magiche, si chiamò pure pertanto

_Brahmaveda_, ossia _il Veda delle formole magiche_; onde il Brâhmano,

il quale adopera il _Brahman_, assunse pure autorità e prestigio di

mago; e l'arma magica viene ne' poemi epici chiamata arma di Brahman;

arco di Brahman (_brahmâstra_), secondo ogni probabilità, l'arma del

cielo, il fulmine, arma fatata per eccellenza, come il cielo è la sede

suprema delle magie.

Brahman divenne poi un'astrazione; tuttavia una personificazione mitica

di esso, per quanto mostruosa e mal determinata, esiste pure nella

mitologia vedica e brâhmanica, e serve a spiegarci la prima natura del

mito. Abbiamo detto valere la voce _brahman_ propriamente _il vasto_,

e _quello che s'allarga_, e quindi _quello che allarga_; dicemmo pure

una simile qualità attribuirsi pure ad Indra, che etimologicamente e

ideologicamente abbiamo già, nella sua forma primigenia, identificato

col cielo. Il cielo supremo, come immobile, tranquillo, infinito,

eterno, dà l'idea del Padre Eterno, come l'idea del Paradiso celeste.

Quindi il cielo o Paradiso celeste indiano ora è chiamato _Indraloka_,

ora _Brahmaloka_; chè, secondo la diversa qualità de' devoti e la

regione più o meno elevata, esso fu diversamente concepito, tanto che

trovarono posto nel primo le lascive ballerine dell'epopea brâhmanica

(quasi all'eroe si promettesse come premio delle battaglie mortali

gli amori immortali delle celesti Apsare), nel secondo gl'immobili,

assorti, spiritualissimi penitenti brâhmani ed _arhant_ buddhistici.

Il cielo, ora fisso, azzurro, tranquillo, sereno, raccolse alla

meditazione grave e solenne i penitenti; ora animato da fenomeni

diversi diede aspetto d'una vita olimpica mobile, variata, tempestosa.

Indra parve dominare specialmente in un paradiso sensuale, in un cielo

animato; Brahman, come Varuna, in uno spirituale, ossia in un cielo

tranquillo; ma la natura propria come la sede d'entrambi, più o meno

elevata, è il cielo.

Quando pertanto si parlò dapprima dell'unione finale del devoto con

Brahman, con questa espressione non si dovette intendere altro se non

la sua andata nel cielo, dove siedono i beati; ch'è sopra le stelle.

Il _Çatapatha Brâhmana_ sembra dichiararcelo apertamente, quand'esso

ci dice che s'arriva a Brahman passando per sei porte o vie, il fuoco,

il vento, l'acqua, il fulmine, la luna, il sole; pel fuoco del rogo,

l'anima portata dal vento arriva alle altre porte, che la introdurranno

a Brahman, nel mondo del quale essa vivrà (_so 'gnina Brâhmano dvârena

pratipadya Brahmanah sâyug'yam salokatâm g'ayati_). Qui Brahman appare

evidentemente come il cielo supremo, e quello che da noi si chiama

il terzo o settimo cielo. Lo stesso _Brâhmana_ avverte come l'anima

del devoto che muore, liberata da ulteriori nascimenti, si assimila

con Brahman, ossia ne assume la natura, una nozione panteistica che

prepara la dottrina dell'assorbimento buddistico. Questo Brahman, in

cui s'annienta beato il devoto, è sicuramente ancora il cielo, come

nell'_Aitareya Brâhmana_ il devoto che muore sapiente è detto unirsi,

dopo morte, col sole a partecipare della natura di esso e abitare nello

stesso suo mondo.

Il Dio Brahman appare dunque originariamente come un essere fisico,

anzi come la forma fisica più costante e però immortale. Chè, se,

nell'_Indraloka_, o, come abbiamo spiegato, cielo medio (_antara_),

cielo delle tempeste, vi sono ancora battaglie e passioni, nel

_Brahmaloka_, nel cielo supremo, regna l'impassibilità, carattere

massimo di Brahman. Chi corregge le sue passioni, doma i suoi sensi,

diviene insensibile, impassibile, nella vita terrena, partecipa

pertanto della natura di Brahman, e merita, perciò, dopo la morte, di

venire assimilato con esso, l'immobile assoluto. E si capisce ancora

come da quell'immobile assoluto celeste siasi potuto immaginare il

primo increato creatore, dal cui albero o dalla foresta del quale,

secondo l'inno 81º del decimo libro del _Rigveda_ commentato dal

_Taittiriya Brâhmana_, sarebbero poi nati il cielo luminoso e la

terra. In un inno cosmogonico dell'_Atharvaveda_, ove si dà della

parola _Purusha_, _il maschio_, una strana etimologia (dalla parola

_pur_, _città_ per eccellenza, la città di Brahman immortale; il

poeta dice che Brahman e i Brahmidi danno la vita, l'alito vitale

e la prole a quelli che conosceranno questa etimologia misteriosa:

_yo vai tâm Brâhmano veda amr'itenavr'i tâm puram tasmai Brahma c'a

brâhma c'a c'akshuh prânam prag'âm daduh_); di tutte le creazioni

del _Purusha_ o _maschio universale_ è fatto principal merito al

neutro _Brahman_, il quale pose la terra sotto, e sopra di esso il

cielo, e fra il cielo e la terra l'atmosfera. Con questo Brahman

vuole, senza dubbio, essere identificato il Dio supremo _Skambha_

dell'_Atharvaveda_, figurato ancor esso come albero; del quale gli Dei

sarebbero i rami, che contiene in sè l'intiero Indra, ossia, ciò ch'è

dentro, l'_antara_, il contenuto de' mondi, _Indra_, il quale, alla

sua volta, comprende in sè i mondi, la penitenza (ossia il calore) e

il cerimoniale. Come Prag'âpati e Brahman creano per effetto di lunga

penitenza (una delle forme predilette, della quale sappiamo essere il

mantenersi per lungo tempo immobile allo stesso posto), così _Skambha_

che contiene in sè Indra (ossia, come suppongo, l'interno, il medio, e

qui il contenuto), il quale accoglie in sè stesso la penitenza (ossia

il calore), incomincia a creare. Come Brahman si rappresenta in una

forma colossale, così, per venir fuori, la luna attraversa il gran

membro (o corpo, _angam_; la voce _Skambha_ vale _pilastro_; esso

serve, pertanto, come di _asse_ al mondo) del vedico Atlante Skambha,

da cui ogni cosa dipende, a cui ogni cosa tende, sopra il quale, come

sopra una leva, Prag'âpati il creatore fonda ed appoggia pertanto

tutti i suoi mondi, un _phallos_ o tronco d'albero, che ad un tempo

crea il mondo e lo regge occupando le quattro regioni celesti. L'inno

stesso ci fa sapere che chi conosce il gran mistero divino: Brahma

esser contenuto in Purusha, o Prag'âpati, conosce pure Skambha. Come

poi si diede a questo Brahman universale un corpo colossale umano

con testa, membra, ec., onde il mondo si crea; così nello _Skambha_

dell'_Atharvaveda_ ci appare un corpo umano colossale, la testa del

quale è il fuoco Vaiçvânara, gli occhi sono i luminosi Angirasi, la

bocca è la preghiera (_brahma_), le membra sono i Yâtavas (più sotto è

detto che i trentatrè trovarono i loro corpi nelle membra di Skambha),

la lingua è la verga del miele (_madhukaçâ_, ec).

Come Prag'âpati, come Brahman ora appare creato dall'uovo, ora increato

creante l'uovo cosmico, così di Skambha si dice nell'inno ch'esso

nel principio creò l'oro (_hiranyam_) nel mondo medio (_loke antare_,

ossia _nel mondo d'Indra_, che, com'è detto, contiene tutte le cose),

ossia l'_Hiranyagarbha_, «il germe d'oro, l'uovo d'oro,» sommo,

insuperabile. L'inno quindi invita ad onorare questo Brahman anziano

(_tasmai g'yeshthâya Brahmane_), di cui la terra è la base, l'atmosfera

il ventre, il cielo la testa, Agni la bocca, il vento l'alito,

gli Angirasi gli occhi; e a cui tutti gli Dei prestano omaggio; il

misterioso creatore Prag'âpati si manifesta quando nell'acqua trova

l'aureo bastone,[83] ossia, secondo il senso vedico della parola

vetasa, l'aureo phallos (_yo vetasam hiranyayam tishantam salile

veda sa vai guhyah Prag'âpati_). Riassumendo adunque queste nozioni

cosmogoniche, in principio esiste l'immobile Brahman; esso trova nel

mezzo un pilastro, o fulcro, o _phallos_, Skambha, contenente Indra, e

diviene da quel momento Prag'âpati o creatore; il _phallos_ d'oro che

sta nelle acque si trasforma in uovo d'oro che erra sopra le acque;

trovato il _phallos_, Prag'âpati crea, ossia, come si dice, esso fondò

la creazione sopra Skambha.

Così dal cielo supremo immobile, dall'impassibile Brahman si passò

all'idea di un solido sostenitore dell'universo; questo asse, di

forma fallica, movendosi nelle acque del caos s'illumina; le idee

di luce e di suono sono espresse da parole di radice comune; il

Prag'âpati luminoso parla; l'uovo d'oro, il _phallos_ d'oro e la parola

generatrice si producono insieme. Skambha tiene pertanto della natura

spirituale di Brahman e del carattere fallico di Purusha. In un altro

inno dell'_Atharvaveda_, in onore di Skambha, il più anziano Brahman,

si dice che colui, il quale sappia in che modo si produce il fuoco

da due legni (_arani_) confricati insieme, e distingua quale de' due

legni maschio e femmina è il superiore, conoscerà pure il supremo

mistero celeste, cioè l'essere supremo, il supremo maschio creatore

dell'universo (per opera, senza dubbio, di fregamento contro un essere

inferiore, femminino; il _phallos_ d'oro nelle acque ci mostra uniti

il principio maschio rappresentato dal fuoco, e il principio femmina

rappresentato dall'acqua; le scienze naturali non si oppongono punto

ad una simile spiegazione cosmogonica). _Filo del filo_ (_sûtram

sûtrasya_) è chiamato nell'inno medesimo il primo creatore, ossia il

primo principio creatore, l'essenza degli esseri. Brahman, secondo

l'_Atharvaveda_, contiene in sè tutti gli Dei, come una stalla, le

vacche (_sarvâh hi agmin devatâh gâvo goshthe ivâsate_). Un inno vedico

citato dal _Çatapatha Brâhmana_ incominciava con le parole: (Il sempre)

_esistito e futuro, grande, unico Brahman indestruttibile io celebro_

(_Bhûtam bhavishyat prastaumi mahad Brahmaikam aksharam_). Un altro

passo interessante del _Çatapatha Brâhmana_ citato e tradotto dal

Muir,[84] ci dà la notizia che Brahman si recò nelle regioni più alte

del cielo per dare nome e forma alle cose. Un passo del _Taittiriya

Brâhmana_ ci rappresenta così la grandezza di Brahman: «Brahma generò

gli Dei, Brahma questo intiero mondo, lo Kshattriya (o guerriero)

fu foggiato da Brahman: _ma_ Brahman è per sua propria essenza un

Brâhmano; entro di lui consistono questi mondi, entro di lui tutto

questo universo. Brahma è il più antico degli esseri (_bhûtânâm_,

propriamente _degli esistiti_): perciò chi è degno di stargli a

confronto? In Brahman i trentatrè Dei, in Brahman Indra e Prag'âpati,

in Brahman tutti gli esseri sono raccolti, come entro una nave.» Egli

è padre, madre e figlio a sè stesso, egli è l'uccello d'oro, che fa

ardere il sole (_hiranmayah çakunir Brahma nâma yena sûryas tapati

teg'aseddhah_), egli è la foresta e l'albero, onde si fabbricarono

tutte le cose e il fondamento, come Skambha, dell'universo creato.

L'_Atharvaveda_, volendo spiegare la virtù creativa di Brahman, gli

dà come antecessore un divino _Brahmac'ârin_, ossia _penitente devoto

alla preghiera_, che generato nel seno dell'immortalità, già fornito di

scienza, per virtù del _tapas_ (_caldo_ e _penitenza_) crea il divino

mistero o _brâhmana_ e l'antichissimo Brahman. Uno stesso ordine d'idee

religiose e di preoccupazioni brâhmaniche, presso il _Brahmac'ârin_,

una specie di precursore, che prepara l'avvento di Brahman, e che ha la

virtù di Prag'âpati, fece sorgere ad alta dignità, nell'ultimo periodo

vedico, il Dio _Brahmanaspati_ come _signor della preghiera_, che dà

alla preghiera tutto il potere e il prestigio desiderato.

Nè essendo ancora decaduto Indra, anzi continuandosi esso ad invocarsi

come nume privilegiato e a propiziarsi col sacrificio, per dare una

persona mitica popolare al nuovo Dio, e forse ancora per trasformare

Indra in un Dio più spirituale, la qualità di _Brahmanaspati_ fu

attribuita specialmente al Dio Indra, e sotto questo aspetto il

sommo Nume vedico trovasi negli ultimi Inni vedici invocato; alla

quale applicazione del nuovo mito, dovette, come parmi, concorrere

in parte l'originaria identità da me accennata fra il primitivo Indra

e il primitivo Brahman come _cielo_. Brahman, valendo il cielo, come

_vasto_, ed Indra (di cui persisto a riconoscere probabile l'etimologia

che avanzai, sebbene io sappia già che alcuni uomini dottissimi

la rifiutano; cfr., presso _antara_, _antra_, e, presso _mandra_,

_manthara_ = _mandara_ [radice primitiva comune ad entrambe le parole

è _man_], che si dà pure come un nome di _cielo_ e di _un albero

del paradiso d'Indra_, ossia l'albero celeste, l'albero di mezzo,

l'asse celeste), essendo chiamato spesso _Divaspati_ o _signore del

cielo_, l'appellativo _Brahmanaspati_, antico, perfetto equivalente

di _Divaspati_, dovea naturalmente attribuirsi ad Indra. Questa

argomentazione mi sembra poi tanto più probabile, se consideriamo non

solamente le qualità comuni d'Indra Divaspati e d'Indra Brahmanaspati,

di cui si dice, nel _Rigveda_, che risplende color dell'oro, e

che ha per sua voce il tuono, ma che si trovano insieme celebrati

_Brahmanaspati_ e _Br'ihaspati_ o _Vr'ihaspati_. _Br'ih_ vale _la

vasta_; _Br'ihaspati_ vale _il signore della vasta_, ossia della

_Pr'ithivî_ celeste.[85] _Brahman_ viene dalla stessa radice _barh_,

onde abbiamo _br'ih_; _Brahman_ è _il vasto_ (cielo), _Br'ih_ è _la

vasta_ come la _Pr'ithivî_; _Br'ih_ e _Brahman_ sono due equivalenti;

ed equivalenti sono perciò pure _Br'ihaspati_, il signore della _Br'ih_

e _Brahmanaspati_, il signore del _Brahman_.

E come s'invoca Indra con Divaspati e Brahmanaspati, così s'invoca

con Br'ihaspati; e come Brahman e Brahmanaspati assumono le funzioni

di _Prag'âpati_, e quindi presiedono alla preghiera come quella

che si estende, si eleva, e poi che eleva, estende, accresce; così

Br'ihaspati, invocato con Indra e con Prag'âpati, e reggitore

dell'astro di Giove, divenne anch'esso Dio della preghiera,

intercessore degli uomini presso gli Dei, pontefice massimo o

_purohita_ degli Dei. Nel mito di _Brahman_, _Brahmanaspati_ e

_Br'ihaspati_, noi dobbiamo dunque considerare due stadii, de' quali

l'uno antico, in cui essi non rappresentavano altro che il cielo; il

cielo ebbe quindi due aspetti essenziali e distinti, come creatore e

come tonante. Brahman (_il vasto_) ed Indra (_Antara_) rappresentavano

entrambi il cielo; ma Brahman specialmente il cielo supremo, Indra

specialmente il cielo del centro (il cielo ove si trova Skambha,

l'asse, il _manthara_ o _mandara_, leva o fallo che agita l'universo),

e poi il cielo medio che diviene pluvio e tonante: Brahman riuscì

specialmente il cielo creatore, Indra specialmente il cielo tonante.

Ma, nel suo nome di _Divaspati_ o _signore del cielo_, e in parecchi

altri indizii, conservò traccia del suo essere primitivo celeste. Così

nell'arma fatata da Brahman concessa agli Eroi delle leggende epiche,

Brahman viene ad assumere gli ufficii d'Indra fulminatore. A Divaspati

rispondevano, in parte, etimologicamente e, del tutto, ideologicamente

Br'ihaspati e Brahmanaspati; quindi si spiega l'analogia del loro mito

con quello d'Indra Divaspati tonante; ma, poichè la loro affinità di

nome e perciò la loro parentela mitica è maggiore con Brahman che con

Divaspati (ossia con Indra), divenuto Brahman, espressione particolare

non più del vasto, alto cielo, ma della preghiera che sale, si distende

e che accresce, alcune delle più recenti qualità assunte da Brahman

si attribuirono necessariamente a _Br'ihaspati_ e _Brahmanaspati_,

due Dei congiunti insieme, in ciascuno de' quali abbiamo due persone

mitiche distinte: l'una antica, essenzialmente fisica; l'altra moderna,

essenzialmente ascetica. Tenendo conto di questa duplice genesi del

mito, non mi pare che possa più presentare alcuna grave difficoltà

il dichiarare il carattere particolare di queste due divinità, il

posto che esse occupano nell'Olimpo vedico, e il vederle ora confuse,

per loro ufficio, col Dio Indra, ora col Dio Brahman, e, nella loro

qualità di _purohita_ e distruggitore delle tenebre, con Agni,

celebrato nel primo inno del _Rigveda_ come divino _Purohita_, e

spesso invocato con Indra come _Rakshohan_ od _uccisore del mostro_.

Ma l'identificazione loro più costante è quella con Indra e Brahman

per le analogie che abbiamo sopra dichiarate.[86] E la comparsa di

queste due insigni divinità nell'Olimpo vedico è per noi di sommo

interesse, pel riscontro ch'esso ci offre col modo, con cui la teologia

brâhmanica tentò poi di sbarazzarsi intieramente del Dio Indra e di

perseguitarlo. Nel periodo vedico le caste incominciano a disegnarsi,

ma non sono ancora bene distinte, e in ogni modo non si trovano

ancora fra loro in diretta opposizione. I sacerdoti sacrificatori

riconoscono ancora tutta la potenza del Dio Indra; esso è il massimo

Iddio, ma Dio battagliero; i sacerdoti, non potendo distruggerlo,

tentano farlo pio; attribuiscono pertanto gran parte delle sue vittorie

celesti alla sua qualità eminente di _Brahmanaspati_, interpretato

non più come signore del vasto cielo, ma come Dio della preghiera. Le

religioni ne' loro principii tengono sempre gran conto degli elementi

che offre la tradizione popolare; così fece pure il Brâhmanesimo,

valendosi d'Indra per costituire la potenza di Brahmanaspati, e del

trionfo di Brahmanaspati giovandosi per inalzare la dignità del Dio

Brahman nel cielo, e della preghiera o _brahman_ sopra la terra, e

quindi l'autorità della casta che rivendicò a sè il privilegio della

preghiera, _mercede pacta_.

Letture sopra la mitologia vedica · 第 20 / 26 段