domestici, a spegnere il fuoco, non dissimile, per sua natura, dallo
spirito folletto delle nostre credenze popolari; e ogni forma mostruosa
che spaventi, assume forma e nome di _rakshas_. L'ufficio di uccidere
il _rakshas_ o i _Rakshasi_ appartiene, negli Inni vedici, specialmente
ad Indra, ad Agni, agli Açvin ed all'Aurora, come quelli che dissipano
la tenebra notturna, e per Indra poi, oltre la tenebra notturna, il
mostro che sta chiuso nella nuvola.
Oltre i nomi generici di demonii da noi fin qui esaminati, il _Rigveda_
ci mostra poi, in opposizione particolarmente ad Indra, alcuni demonii
di forma speciale, i più formidabili de' quali sono Vr'itra, _il
copritore_ o _trattenitore_, ed Ahi, _il serpente_; seguono Namuc'i,
Çambara, Râuhin, Varc'in, Pipru, Urana, Çushna, Kuyava, ec. _Vr'itra,
il copritore_, offre alcuna analogia col _Kr'ishna, lo scuro, il nero_;
come Kr'ishna s'identifica con Hari, _il biondo_, così nel _Çatapatha
Brâhmana_ Vr'itra viene identificato con la Luna (_Hari_); come per la
uccisione di Vr'itra figlio di Brâhmano, e però Brâhmano esso stesso,
Indra viene perseguitato e precipitato, così il devoto, il pio Kr'ishna
finisce per trionfare d'Indra suo rivale. Il mito vedico di Indra
e Vr'itra servì di probabile fondamento ad una parte della leggenda
brâhmanica di Kr'ishna. Indra azzurro, Indra pavone, Indra _çiprin_,
Indra col _pennacchio_ cede il campo a Kr'ishna Keçava, al nero od
azzurro chiomato.
Così, invece di una forma distinta demoniaca, abbiamo qui due forme
divine analoghe, le quali diventano forme rivali; l'una succede
all'altra, e la forma vinta, decaduta, abbandonata, appare forma
demoniaca: nel _Rigveda_ il Demonio si chiamava _nero_ o _Kr'ishna_,
_copritore_ o _Vr'itra_; nelle leggende puraniche dell'India
brâhmanica, Indra subisce tutte le conseguenze della sua parte di
vinto. E, nello stesso _Râmâyana_, il cui eroe, com'è noto, muove
alla distruzione dei Rakshasi, nell'ultimo libro, pare, nella massima
parte, inteso a magnificare la grandezza, la potenza, la virtù, la
religiosità dei Rakshasi, singolarmente privilegiati dal Dio Brahman.
Mettiamo pure che, a rovesciare così le basi dell'Olimpo vedico nel
periodo brâhmanico, abbiano potuto valere, in gran parte, le ragioni
di casta, le quali, dopo aver messo in seconda linea Indra il Dio de'
guerrieri, per inalzare Brahman alla prima potenza, doveano pur porre
qualche cura ad accrescere la dignità dei nemici d'Indra, e, come oggi
si dice, a riabilitarli; ma, se ciò fu possibile, bisogna pur dire che
nello stesso Olimpo vedico le figure demoniache come le divine fossero
trovate, per la loro mobilità, capaci di alterarsi ancora e di subire
nuove fantastiche trasformazioni non più per opera fatale del popolo,
ma per la rettorica astuta dei teologi brâhmani.
LETTURA QUATTORDICESIMA.
PRAG'ÂPATI E PURUSHA.
Noi assistemmo fin qui alla rappresentazione vedica di esseri mitici,
la natura fisica de' quali si lasciò sempre rintracciare. Ma gl'Inni
vedici di più recente composizione ci presentano pure alcuni numi
metafisici, sopra i quali essenzialmente si basò poi la teologia
brâhmanica, e per i quali soltanto i Vedi furono dai sacerdoti indiani
santificati e raccomandati come autorità suprema. Già commenti e
trattati vedici, quali il _Brâhmana_, e la _Upanishad_, più che ai
numi idillici ed eroici, quali sarebbero l'Aurora, gli Açvin, Indra ed
i Marutas, rivolsero una speciale attenzione ai numi vedici di ultima
formazione, alcuni de' quali furono anzi immaginati pel solo commento;
onde non siamo liberi da ogni sospetto che una parte degl'Inni del
_Rigveda_, specialmente dei filosofici, teologici, rituali, compresi
negli ultimi libri, sia stata contemporanea ai commentarii, ossia
non risalga molto più in là del quarto o quinto secolo innanzi l'êra
volgare. È noto[73] come il _Çatapatha Brâhmana_ abbia foggiato una
nuova forma del Dio Prag'âpati, scambiando, o per ignoranza, o per
mala fede sacerdotale, con un divino appellativo _Ka_ l'interrogativo
_Ka_, con cui nel ritornello dell'inno cosmogonico 121º del decimo
libro del _Rigveda_ il devoto si domanda a qual Dio creatore si debba
sacrificare; questo preteso Dio _Ka_ venne poi ancora identificato
con Kaçyapa, con Brahman, con Vishnu, con Yama, con Kâma, col Vento,
col Fuoco! L'inno vedico dice semplicemente: _a qual Dio dobbiamo noi
sacrificare?_ (KASMAI _devâya havishâ vidhema;_) l'antico commentatore
vedico interpretò: al Dio _Ka_ noi dobbiamo sacrificare.
Ma, se questo _Ka_ è un nume intieramente fittizio, e di cui non si
può tener conto se non per avvertire di che sorta di mostruosità può,
consapevole od inconsapevole, farsi gravida la teologia, non è dubbio
che gl'Indiani si posero, innanzi di conoscere la filosofia greca, la
questione delle origini del mondo, e si domandarono quale fosse stato
il creatore; il problema posto implicava la necessità di ammettere la
esistenza di un Dio creatore; ed, ammessa questa ipotesi, ne veniva
naturale il tentativo d'immaginare in qualche modo questo creatore
universale, questo _Prag'âpati_ o _signore della generazione_. Ma
ognuno di voi comprende come qui l'osservazione de' fenomeni naturali
deve avere una parte infima, e che il Dio dev'essere dalla sola
immaginazione creato _ex nihilo_; arduo cómpito, e disperato. I poeti
metafisici dell'ultimo periodo vedico e i loro immediati commentatori
tormentarono singolarmente il loro ingegno, per ricercare il primo
perchè delle cose; ma è evidente che il Dio venuto fuori da quella
indagine spirituale non debba aver quasi più nulla di comune con la
mitologia propriamente detta, ed entri invece più tosto nel dominio
della filosofia e della religione. Che anco i commentarii vedici
considerassero come un Dio di formazione recente il creatore Prag'âpati
(Prag'âpati come Dio distinto appare soltanto nel decimo libro del
_Rigveda_, ove furono accolti, per la massima parte, gl'inni più
recenti), si può ricavare da una notizia del _Çatapatha Brâhmana_, ove,
nominatisi i trentatrè Dei vedici, si aggiunge come trentesimoquarto
Prag'âpati; sebbene da altri passi dal _Çatapatha Brâhmana_ Prag'âpati
appaia creatore degli Dei, non esclusi i principalissimi Indra, Agni,
Soma, ec., e quello che assicurò agli Dei la immortalità, per mezzo de'
sacrificii che vengono loro offerti. Gli antichi Inni vedici ci offrono
già un sole _Savitar_, e abbiamo già detto che la voce _savitar_
vale _il generatore_, come _g'anakas_, uno degli appellativi solari;
gli antichi poeti vedici adorarono dunque ancor essi il loro Dio
_creatore_, ma questo _creatore_ era per essi semplicemente il sole,
che ridesta alla vita erbe ed animali, che porta la vita nel mondo.
Ma gli antichi poeti vedici non erano metafisici; nel sole creatore
vedevano e ammiravano il generatore della vita ad essi presente; ma
essi non staccavano ancora dal sole la persona di un sole creatore
universale del cosmo. Se anche Savitar mena seco i Devâs, noi sappiamo
già qual valore originario avesse per gli antichi poeti vedici la
parola _deva_; che essa, cioè, esprimeva il luminoso celeste; niente
quindi di più naturale che il concepire gli Dei uscenti fuori col
sole. Ma da questa espressione poetica al concetto cosmogonico del
_Prag'âpati_ e poi tanto più del creatore Brahman corsero parecchi
secoli; e la loro distanza o differenza perciò è immensa.
Il sole _Savitar_ è chiamato negli Inni vedici anche esso _Prag'âpati_,
ch'è il perfetto suo equivalente; _Savitar prag'âpati_ vai quanto
_il generatore signore della generazione_; ma qui _prag'âpati_ è un
semplice appellativo ed attributo solare, non è ancora una persona
divina, astratta dal sole. Nel _Taittiriya Brâhmana_ l'antica
espressione vedica è già frantesa; e, per spiegare il sole generatore,
ossia _il generatore signore della generazione, Savitar prag'âpati_,
si crea una leggenda, si suppone esistente come essere supremo il Dio
creatore, il Dio Prag'âpati, e si narra che questo Dio si personificò
in Savitar, per creare tutte le creature. Con questi equivoci, de'
quali, al solito, un po' di mala fede e un poco d'ignoranza fanno le
spese, si diminuisce il valore mitico del vedico Savitar e s'accresce
la dignità del nuovo venuto Dio supremo brâhmanico, del sommo
Prag'âpati, il quale come fa dimenticare il sole, così fa dimenticare
il fabbro divino vedico, l'artefice che compone tutte le forme nel
cielo mitico, Tvashtar Viçvakarman e Viçvarûpa. Ma Tvashtar era persona
mitica rispondente a fenomeni fisici; Prag'âpati invece vuol essere
uno spirito dell'alto cielo, il genio Dyu[74] creatore, inspiratore
supremo dei Veda, quantunque molte delle leggende che si riferiscono
ad esso lo dimostrino spesso compiaciuto in godimenti assai materiali.
Ma accanto ad esse se ne trovano altre, le quali ci offrono un curioso
riscontro col dogma cristiano del Dio che per bene degli uomini si
sacrifica, sacrificio di cui la Messa è un simbolo quotidiano. Io ho
già avvertito come nel cielo mitico stesso il Dio solare si sacrifichi,
giornalmente e annualmente pel bene degli uomini; ma, come son nati
Dei astratti o metafisici, sopra Dei concreti o fisici, così il mito
del sacrificio solare passò nel dogma di Prag'âpati, del quale nel
_Çatapatha Brâhmana_ si narra: «Prag'âpati diede sè stesso agli Dei, e
divenne la loro vittima sacrificale (_yag'n'as_), poichè il sacrificio
è il cibo degli Dei. Egli, dando sè stesso agli Dei, creò il sacrificio
a sembianza di sè medesimo; perciò dissero: Prag'âpati è il sacrificio,
poichè lo creò a sua similitudine.» Qual meraviglia che, con simili
precedenti mitici, e poi teologici, siansi quindi nell'India svolte
numerose leggende di carattere buddhistico, nelle quali vediamo Dei
e penitenti sacrificarsi intieramente, per arrivare alla suprema
beatitudine, ossia per identificarsi con Prag'âpati? chè, al pari
del Dio Prag'âpati (secondo la nozione del _Çatapatha Brâhmana_), _il
sacrificio è l'anima di tutte le cose e di tutti gli Dei_ (_sarveshâm
vai esha bhûtânâm sarveshâm devânâm âtmâ yad yag'n'ah_).
Ma, più che quello di sacrificarsi, ossia di spirare per mezzo del
proprio sacrificio, o della penitenza, come Brahman,[75] la vita
nell'universo, l'ufficio proprio e costante di Prag'âpati è quello
di creare, dando forma e qualità alle cose _g'anma_ (o _rûpam_) e
(_g'_)_nâma_, generazione e nome, di creare il genere e la specie,
l'universo, ch'ei pone sopra l'enorme _Skambha_ (una forma di
Brahman con ufficio di Atlante) tutte le creature, ed, in proprio,
trentatrè figlie che sono forse i trentatrè mondi ch'egli suscita
dall'oblazione di riso bollito, presso l'_Atharvaveda_. Una sola
creatura è eccettuata, nata da un appellativo forse più recente di
quello di Prag'âpati; quest'unica creatura, presso il _Çatapatha
Brâhmana_, appare Brahman. Come vedemmo il 34º Dio, ossia l'ultimo,
Prag'âpati sovrapporsi agli Dei a motivo dei suo nome, come creatore
universale; così Brahman, che succede a Prag'âpati come Dio supremo
e supremo creatore, non appare già figlio di Prag'âpati, ma, a
motivo del suo comodo appellativo di _Svayambhû_ o _esistente_ per
sè, suo padre immediato, ad esempio di Prag'âpati, appare qual padre
immediato di _Tura Kâvasheya_ (_Tura_ è un appellativo dato spesso
ad _Indra_ e ai _Marutas_: vale _il forte_; ed io sospetto che possa
essere un equivalente dell'alito, o vento primigenio, il _prâna_,
che trovasi pure identificato con Parg'anya, il Dio della tempesta,
nella quale soffiano i potenti _Marutas; Kâvasheya_ proviene da
_kavasha, tonante_; onde la prima creazione di Prag'âpati sarebbe
stata il vento tonante; presso l'_Atharvaveda_, Prag'âpati trovasi
identificato col _prâna_). Tuttavia, nel _Yag'urveda bianco_, lo
stesso Prag'âpati, al pari di Brahman, è ricordato come increato
(_ag'ayâmâna_), che, recipiente d'ogni cosa, fornito di vulva, si crea
in più forme (_bahudhâ vig'âyate_); ma, non potendosi concepire l'idea
dell'eternità del Dio creatore, si ammise pure il _Tempo_ o _Kâlas_
(che ci richiama all'ellenico _Kronos_), come un Dio, e si rappresentò,
presso l'_Atharvaveda_, Prag'âpati come figlio di Kâla, ossia del
Tempo immortale, motore del passato e del futuro. Ma l'espressione del
tempo padre di Prag'âpati equivale a quest'altra: _il tempo generò le
creature_; nel vero, queste due espressioni equivalenti si trovano
riunite nell'inno dell'_Atharvaveda_ che celebra Kâla od il Tempo
(_Kâlah prag'âh asr'ig'ata; Kâlo' gre Prag'âpatim_). L'inno aggiunge,
identificando perciò Prag'âpati con Kaçyapa e con la penitenza: Dal
tempo si generò _Kaçyapa_, «l'esistente per sè» (_Svayambhû_, come
Brahman), dal tempo la penitenza (_tapah_, propriamente _il calore_).
Vedemmo poco sopra associarsi, identificarsi Prag'âpati, ossia il Dio
creatore con Prâna e con Tura Kâvasheya, ossia, come interpretammo,
col vento tonante; invece di questo vento che sona, trovasi, pure
congiunto con Prag'âpati, il divino _flatus oris_, «la voce, la sacra
parola, la _Vâc'_;» perciò si narra nel _Kâthaka _del _Yag'urveda_:[76]
«Prag'âpati era questo mondo; seconda a lui seguì la parola (la _vâc'_,
«il verbo»); egli s'accoppiò ad essa; essa s'ingravidò; si allontanò
da lui; e produsse queste creature; quindi rientrò in Prag'âpati.»
Quest'ultimo particolare combina con la nozione del _Pan'c'avinça
Brâhmana_, che fa uscire la parola da Prag'âpati: «Il solo Prag'âpati
era questo mondo; egli aveva in proprio la parola; essa era a lui
seconda; egli pensò: voglio lasciar andare questa _Vac'_; essa vuol
distinguere tutto questo universo; e lasciò uscire la _Vac'_; essa andò
distinguendo questo universo.» Il mondo biblico si crea in sei giorni,
nel settimo il creatore si riposa, ossia cessa; Prag'âpati impiega
mille anni solo per far penitenza, prima della creazione. Secondo
il _Çatapatha Brâhmana_, esso aveva occhi, orecchi, bocca, poichè
dall'occhio crea il cavallo, dall'alito la vacca, dall'orecchio la
pecora, dalla voce la capra;[77] l'uomo lo crea dal _manas_ o _animo_,
che contiene in sè tutti gli aliti vitali (_mano vai sarve prânâh_);
ma la forma di Prag'âpati non è immortale; essa si può distruggere; il
solo che non muoia è il suo alito, il suo spirito. Così nella _Maitrî
Upanishad_, si dice che «in Brahman coesistono due forme, la corporea e
la incorporea; la corporea è fallace (_asatyam_), la incorporea salda
(o sincera, _satyam_).»[78] Così ancora avviene che, dopo aver creato
il mondo, Prag'âpati possa, presso il _Çatapatha Brâhmana_, farsene
il sostentatore, ossia alimentarne la vita (_Prag'âpatir vai bharatah
sa hi idam sarvam bibharti_). Quindi finalmente comprendiamo come,
nella leggenda dello stesso _Brâhmana_, quando gli Dei abbandonano
Prag'âpati divenuto debole e piangente, rimanga solo fedele presso
di lui a consolarlo, a raccoglierne le lacrime, il Dio _Manyu_, il
sentimento, e in ispecie, un sentimento violento, il quale degenera
poi in violenza aperta, in collera furente. Il pio _Manyu_, sopra il
quale cadono le lacrime di Prag'âpati derelitto, diviene Rudra, il
terribile Rudra, una forma del Çiva distruggitore. Ed ecco come sulla
persona divina di Prag'âpati, parecchi secoli innanzi al Cristianesimo,
dal Dio creatore che fa penitenza, si sacrifica e crea, si svolge
inconsciamente e non ancora teologicamente una Trimûrtti; Prag'âpati
è egli stesso creatore, e poi _bharata_ o _bhartar_ o _sostentatore_,
e genera con le sue lacrime Rudra o Çiva distruggitore. Egli è
evidentemente uno e trino come il Dio cristiano. La conoscenza poi
della Trinità cristiana potè accrescere favore nell'India al concetto
della _Trimûrtti_; ma, se esso potè trovare nei tempi moderni così
largo svolgimento, e tanto credito, e se i Missionarii cattolici non
trovarono gran difficoltà a provare agl'Indiani che le due trinità si
somigliavano, nella speranza di far quindi prevalere la superiorità
della dottrina cristiana, convien dire che esistesse una base fisica
del dogma, la quale ci sembra potersi rintracciare nella figura del
_misterioso_[79] Dio Prag'âpati increato, che col Verbo crea; che,
col sacrificio di sè stesso, salva le altre creature; che, dopo avere
creato, conserva il mondo, e che si prepara, unito col fuoco, ossia con
Agni, Çiva, Rudra distruggitore, a consumarlo. Come creatore, per virtù
del sacro Verbo primogenito, del triplice Veda (considerandosi dai
devoti il quarto Veda come apocrifo), secondo la leggenda cosmogonica
del _Çatapatha Brâhmana, Prag'âpati_ potè poi anche più facilmente
fornire gli elementi per costituire il Dio trino ed uno. Ritorna poi,
nella leggenda cosmogonica del _Çatapatha_, ove compare Prag'âpati, una
nozione che ci richiama al pesce fallico, primo generatore, che dicemmo
essere pure penetrata nella cosmogonia biblica e cristiana. Secondo la
leggenda (che incomincia con le parole: Da principio questo mondo non
era esistente: «_Asad vai idam agre âsît;_» ma vi erano sette spiriti,
aliti o venti «_prânâh;_» [lo spirito di mezzo si chiama Indra: «_sa yo
'yam madhye prânah esha evendrah;_» altra analogia che conferma in modo
evidente la etimologia da me proposta per la parola _Indra-antara_]), i
sette spiriti, i sette maschi, per riuscire più potenti si riuniscono
per formare un solo gran maschio, un solo _purusha_, quattro di essi
formano il gran _purusha_, che sarà Prag'âpati, l'_âtman_, ossia qui la
parte sostanziale, il nerbo, l'anima del _phallos_, e gli altri tre le
due alette (qui, come sembra probabile, i due testicoli, quasi la parte
piumata, pennuta, alata del _phallos_) e la coda (la coda del purusha
non può essere altro che il _phallos_ stesso; ho già avvertito come il
pesce, primo degli animali apparsi nel cosmos involto dalle acque ed il
_phallos_ cosmogonico siansi identificati; e dopo il _phallos_ vedremo
sorgere l'_uovo_, nuotante nelle acque). Nato il gran _purusha_, questo
gran maschio desidera di diventar _Prag'âpati_, ossia di moltiplicarsi:
come i Principi delle leggende epiche, quando vogliono aver figli,
vivono per lungo tempo nell'astinenza, come Manu, dopo il diluvio, per
ripopolare il mondo, fa grande penitenza; così Prag'âpati, volendo
creare, fa grande penitenza (_tapo 'tapyata_), e, come frutto di
tale penitenza, acquista la triplice scienza, che inspirerà poi i tre
Vedi; allora ei fa uscire dallo spazio le acque e la parola; la parola
s'aggiunse a lui; essa creò questo universo; Prag'âpati desiderò essere
riprodotto per mezzo delle acque; ed entrò con la triplice _Vidyâ_
(_la scienza_, quella che trova, quella che vede, quella che conosce;
qui parrebbe l'arte di trovare, di scoprire, di vedere); e venne fuori
un uovo; egli lo toccò, e ne fece nascere _brahman_, la preghiera,
l'essenza della triplice scienza, l'essenza dei Vedi.
È evidente che una simile mostruosa leggenda consta di elementi di
natura assai diversa, cioè di nozioni cosmogoniche mitiche e di
sillogismi teologici, con l'intento d'inalzare a suprema dignità
il Brâhmanesimo. Ma ciò che per noi importa qui aver dimostrato, è
la forma primitiva del così detto Dio creatore, la quale non potè
da prima essere concepita se non in un modo fisico e materiale,
che ravvicina _Prag'âpati_ all'appellativo del sole generatore del
_Rigveda_, malgrado le aggiunte teologiche che convertono il primo
creatore _ardente_ e _luminoso_ in un primo _penitente_ e _parlante_,
ed al vento o _prâna_ primigenio. Così, nella leggenda dello stesso
_Çatapatha_, ove si descrivono gli amori incestuosi di Prag'âpati con
sua figlia, sebbene l'Autore del _Brâhmana_ tenti distruggere tutto
l'orrore del delitto con una sola finale confessione: «_Prag'âpati_ è
questo sacrificio,» è evidente che si tratta ancora di un Dio solare,
e, in ogni modo, celeste, poichè lo stesso narratore della leggenda,
nel dirci che Prag'âpati ama sua figlia, si mostra incerto nel definire
se questa figlia, che gli Dei chiamano loro sorella, sia l'aurora od il
cielo.
La interpretazione mitica del sole padre che si unisce con la figlia
aurora, non offende punto la morale; poteva offenderla invece l'Autore
della leggenda e più il suo malizioso commentatore indiano, mostrando
l'Olimpo pieno di scandalo per tale delitto, e Rudra, per incarico
degli Dei, intento a ferire Prag'âpati (probabilmente negli organi
della generazione), così che il suo seme cadesse a terra per metà, in
conformità del terribile precetto derivato da un inno del _Rigveda_, e
che getterebbe una luce sinistra sopra una parte della vita patriarcale
indiana (non troppo dissimile da quella biblica, che ci rappresenta
gli amori di Loth con le sue figlie); ma l'inno diceva semplicemente:
«Quando il padre s'uni con la propria figlia, il seme di lui cadde
sopra la terra» (_Pitâ yat svâm duhitaram adhishkan kshmayâ retah
san'g'agmâno nishin'c'ad_). Nel mito questo accoppiamento è poetico,
poichè il seme che cade dal cielo sopra la terra è la rugiada o la
pioggia; unendosi il sole con l'aurora, con la figlia del cielo, oppure
con la nuvola pluvia, il seme del sole padre dell'aurora o del signore
del cielo cade, in forma di rugiada o di pioggia, sopra la terra; ma,
volendo pigliare alla lettera i miti e cavarne dogmi religiosi, si
corre rischio di dare alla religione una morale scellerata. L'inno
vedico (_Rigveda_, X, 61), quantunque non puro, nel suo linguaggio
allegorico, si può spiegare tutto miticamente; l'interpretazione
scorretta che si dà invece ad essa nel _Çatapatha_ è mostruosa, poichè
si converte un precedente mitico in una specie di diritto e di dovere
nella regola della vita, facendosi del passato allegorico un presente
reale.