Inni vedici: i principali sono quelli di _dâsâs_, di _dasyavas_, di
_asurâs_, di _krishnâs_, di _pânayas_, oltre a quello più comune di
_rakshasâs_ o _mostri_. Nelle parole _dâsa, dasyu_, parrebbe ancora
potersi ritrovare la stessa radice _dâ_, che occorre in _danu_ e
in _diti_ e _dâitya_; e come vedemmo gli Açvin signori del _dânu_
ambrosiaco, così, presso gli appellativi dei demonii _dasyu, dâsa_,
troviamo quello degli Açvin _dasrâu_, quello d'Indra e di Agni
_dasma_. Ma, nelle voci _dâsa, dasyu_, si videro poi particolarmente i
distruggitori malefici, i nemici, le persone volgari. Nè solo i demonii
combattuti da Indra, come, per esempio, Çambara, Çushna, C'umuri, ec.,
pigliano il nome di _dasyu_ negl'inni vedici, ma ancora le anime de'
morti, alle quali non è concesso di salire alle sedi beate; e però
esse errano simili alle _larvæ_ de' Latini, in una forma demoniaca,
a disturbare l'opera de' devoti. Il nome di _dasyu_ è quindi pur dato
agli empii nemici degli Arii, ai ladri, ai barbari irreligiosi. Così
_dâsa_, l'appellativo generico di parecchi demonii vinti da Indra,
come, oltre Çambara, Namuc'i, Pipru, Varc'in, venne poi a significare
lo schiavo, il servo, la persona vile. Nel cielo, i _Dâsâs_ o _demonii_
hanno spose o diavolesse, chiamate _Dâsapatnis_. Questo appellativo
è dato particolarmente alle _âpas_ od _acque_ nel citato inno 32º
del primo libro del _Rigveda_; una nuova analogia che ci dovrebbe
confermare nel ravvicinamento etimologico fra _dâsa_ o _dasyu_ e
_dâitya_ (da _diti_) e _dânu_. Ma, in altri Inni vedici, il _dasyu_
appare più tosto come un genio tenebroso notturno; il 5º inno del
settimo libro del _Rigveda_ ci fa sapere che Agni _cacciò dalla casa i
demonii_ (_dasyûn_), _generando la vasta luce pel devoto_ (_âryaya_).
Qui il _dasyu_ appare una specie di fantasma notturno, di larva, di
spirito, dissipato dalla luce del mattino; perciò ancora nell'inno 117º
del primo libro, a dissipare i _Dasyu_ appaiono i due Açvin, per mezzo
del _bakura_ (o _vakura_) che io interpreterei per _carro_[68] (dalla
radice vedica _vak_, che nello stesso _Rigveda_, VII, 21, trovasi
adoperata per esprimere il roteare del carro d'Indra comparato al
muggito di vacca, _tvad vavakre rathyo na dhenâ_). E l'_ârya varna_ che
Indra porta innanzi, distruggendo i _dasyu_, nell'inno 34º del terzo
libro (quantunque il _dâsa_, il _dasyu vedico_, appaia talora il nemico
terreno degli Aryâs), non mi pare potersi interpretare il colore degli
Arii, in opposizione al colore dei non Arii, ma semplicemente il bel
colore, lo splendido colore, la luce mattutina, che, distruggendo i
notturni tenebrosi Dasyu, Indra riporta nel cielo.
Il senso ambiguo che ha la parola _spirito_ nell'Occidente latino ebbe
già nell'Oriente indiano la voce _asura_, propriamente _l'essere_ (cfr.
_asu_, «alito vitale, spirito»). E come _gli spiriti_ servirono poi
particolarmente a significare _i genii maligni_, così gli _asurâs_,
posti in opposizione coi _devâs_, rappresentarono particolarmente
_i demonii_. E come _lo spirito_ divenne _Spiritus Sanctus_, come
l'_asura_, in zendo _ahura_, divenne _Ahuramazda _, il sommo nume
dell'Iran, così, nell'India vedica, Varuna, il sommo reggitore del
cielo, il cielo stesso, apparve col nome di _asuras_, ossia _di sommo
spirito_, _di spirito per eccellenza_, _di spirito onnisapiente_
(_asura Viçvavedâs_; _Rigveda_, VIII, 42). Ma, per lo più, l'_asura_
o _spirito_ rappresentò _lo spirito maligno_, e al plurale _gli
spiriti maligni_, _la schiera de' demonii_, retta secondo il
_Çatapatha Brâhmana_ da _Asita Dhânva_ (forse _il nero del deserto_,
ossia _la nuvola scura del cielo_), secondo il _Mahâbhârata_ da
_Baka_ o _Vaka_, secondo il _Râmâyana_ da _Bali Vairoc'ani_, secondo
il _Kathâsaritsâgara_ da _Mâyadhâra_, nome che ci richiama agli
_Asurâs mâyinas_ o _Demonii magici_ dell'_Atharvaveda_ e alla _magìa
demoniaca_ o _degli spiriti_, ossia _asuramâyâ_ dell'_Atharvaveda_ e
del _Çatapatha Brâhmana_. Ma, mentre, nell'India vedica, l'_asuratva_
e l'_asurya_, più che _l'essere demoniaco_ rappresentano _l'essere
spirituale_, _l'essere divino_, _la divinità_, dopo che le leggende
brâhmaniche rappresentarono gli _asurâs_ in guerra co' _devàs_, per
cagione specialmente dell'ambrosia, l'_asura_ finì col prendere
nell'India brâhmanica un aspetto intieramente demoniaco; nè ciò
soltanto, ma esistendo l'_asura_ come nemico dei _devâs_ (nell'inno
85º dell'ottavo libro del _Rigveda_ gli _asurâs_ sono anzi chiamati
_adevâs_), si dimenticò l'etimologia della parola (da _as_ «soffiare,
spirare, essere»), e si vide nell'_a_ iniziale un privativo, un nemico
del _Sura_, che valse a significare il Dio, come già di _Aditi_,
nati gli _Adityâs_, nei _Dâityâs_ non si videro già degli esseri
originariamente forse non punto demoniaci, ma dei figli di una _Diti_
nemica della divina _Aditi_. Così, per un duplice equivoco etimologico,
sarebbe nata tutta una serie di _Dei_ o _Surâs_, per un verso, e di
tutta una serie di _Demonii_ o _Dâityâs_ per l'altro.
Ma, dal sin qui detto, parmi poter constare abbastanza, come, in
origine, a quel modo stesso con cui non esisteva ancora un Dio
distinto, così non esisteva neppure un distinto Demonio. Il _dânu_ o
_danu_, il _dâsa_ o _dasyu_, l'_asura_, non furono originariamente
appellativi di figure distinte demoniache; essi, da principio,
erano comuni alle forme luminose celesti e alle tenebrose; ma, per
essersi quindi con qualche maggiore insistenza attribuiti ai fenomeni
tenebrosi, e per successive combinazioni mitiche e per sopravvenuti
equivoci di linguaggio, servirono particolarmente a denominare le forme
demoniache.
Ma come i _devâs_ e gli _asurâs_ appaiono quali creature d'uno stesso
padre (ora Tvashtar, ora Prag'âpati), così, presso il _Yag'urveda
nero_, essi si mostrano uguali in potenza e in dignità, e dediti
entrambi alla preghiera (_brahmanvantas_).
Il _Tâittiriya Brâhmana_, ci fa sapere che la terra in principio era
degli _asurâs (asurânâm vai iyam agre âsit)_, ma che, avendo gli Dei
chiesto loro un po' più di posto per sè stessi, ne ottennero tanto
quanti essi avrebbero potuto circondarne. Essi si posero ai quattro
angoli della terra e l'avvolsero tutta.[69] Lo stesso _Brâhmana_ ci
dice che i _devâs_ e gli _asurâs_ non si distinguevano gli uni dagli
altri. Queste sono pel mitologo nozioni preziose. Una leggenda del
_Çatapatha Brâhmana_[70] spiega in un modo infantile, ma moralmente
interessante, il passaggio che fecero i Devâs e gli Asurâs ad uno
stato di intiera opposizione. — I _devâs_ e gli _asurâs_ creature di
Prag'âpati ottennero in sorte dal loro padre Prag'âpati la parola, il
vero ed il falso; gli uni e gli altri pertanto parlavano ora il vero,
ora il falso; parlanti allo stesso modo, erano uguali. I _devâs_,
lasciando la menzogna, elessero quindi la verità; gli _asurâs_,
lasciando la verità, adottarono la menzogna. Allora la verità che
rimaneva presso gli _asurâs_ comprese: «Gli Dei, abbandonando la
menzogna, hanno scelta la verità; ch'io vada dunque a congiungermi con
essa;» e così recossi presso gli Dei. La menzogna che rimaneva presso
gli Dei comprese: «Gli _asurâs_, lasciando la verità, hanno prescelta
la menzogna; io voglio dunque riunirmi con essa;» così dicendo, essa
si recò presso gli _asurâs_. Allora gli Dei dicevano tutta la verità
e gli _asurâs_ tutta la menzogna. Dicendo intieramente il vero, gli
Dei divennero come deboli e poveri. Perciò colui che dice solamente
il vero diviene debole e povero; ma al fine egli riesce, come, al
fine, riuscirono gli Dei. E gli _asurâs_, dicendo unicamente il falso,
divennero prosperi e ricchi come l'aurora;[71] perciò colui che dice
unicamente il falso prospera e s'arricchisce come l'aurora, ma, al
fine, si rovina, poichè gli _asurâs_, al fine, si rovinarono. Quello
ch'è vero è la triplice scienza (_contenuta nei tre Vedi_); gli Dei
dissero: «Sacrificando, celebriamo questa verità.» — Gli Asurâs, dopo
di ciò, volendo disturbare i sacrificii divini, vengono maledetti. Ma è
agevole intendere come tutte queste spiegazioni leggendarie brâhmaniche
siano il prodotto non più di una mitologia, ma di una filosofia
scolastica; e, se noi possiamo dare ad esse alcuna importanza in
questo studio, non è tanto per le conclusioni, quanto per le premesse
che pongono, le quali confermano una gran verità essenziale, secondo
la quale il mito vedico antico non ci presenterebbe ancora un Dio
ed un Demonio spiccati, distinti ed in guerra fra loro, ma sì invece
indeterminati, affini, quasi necessarii l'uno all'altro; poichè gli
elementi della materia che combinandosi crea la vita non si presentano
in dissidio, in lotta fra loro, ma sì invece intenti a comporsi in
nuove armonie fisiche, le quali potranno divenire più tardi armonie
morali. L'uomo primitivo ha, di certo, sentito momenti di terrore
innanzi all'accostarsi delle tenebre della notte o tra il fragore
spaventevole di una bufera sugli altipiani dell'Asia centrale; ma il
più spesso egli vide e comprese come dalla tenebra vien fuori la luce,
dalla morte la vita, e fu sollecito a riconoscere in quella vicenda
naturale una tremenda insieme e poetica necessità della vita.
Quando poi si determinò con formole religiose, prima domestiche e poi
sociali, l'entusiasmo per la luce e il terrore della tenebra, ogni
fenomeno luminoso apparve divino, ogni fenomeno tenebroso demoniaco;
e quando, finalmente, sopra le mitologie essendo nate le religioni,
si fondarono sopra queste religioni le Chiese, queste, sollecitamente
operose come nell'Iran e nella Palestina, rovesciando l'edificio
mitico, stabilirono il monoteismo, o, per dir meglio, il dualismo,
ove un sommo Dio d'ogni perfezione combatte contro un Demonio, autore
d'ogni male. Nell'India la liturgia della casta brâhmanica arrivò,
quando i miti erano già stati consegnati alla storia negli Inni
vedici, prima popolari e poi, perchè popolari, in virtù della stessa
prudenza brâhmanica, divenuti sacri, e quando infinite leggende mitiche
correvano già di famiglia in famiglia, impossibili ad estirparsi. Il
Brâhmanesimo non risale come istituzione civile oltre il quinto secolo
innanzi l'êra volgare, e, prima di quel secolo, l'India aveva già
percorso tutto un ciclo della sua vita storica; la casta brâhmanica si
trovò innanzi ad un popolo non più giovane, anzi quasi vecchio, e con
materiali leggendarii di una mole prodigiosa, sopra i quali potè bene
combinare nuovi sistemi teologici e filosofici più o meno mostruosi, ma
non creare sopra di essi alcun nuovo mito veramente vitale. Rivoltasi
invece la religione a diventar strumento politico per costituire
l'onnipotenza di una casta privilegiata, essa perdette ogni naturalezza
e, come l'edera s'inalza gigante a usurpare le mura delle dimore
indiane, sopra le quali si abbarbica, così, sopra la mitologia vedica
che non poteva distruggere, il Brâhmanesimo s'inalzò per coprirla,
e per adoperarla come fondamento della sua ragione di Stato; presso
a poco quello che il Cristianesimo, ma con intento morale assai più
alto e benefico, operò sopra i miti ed usi pagani, de' quali si nutrì
come di sostanza vitale. Caduta, o per lo meno indebolita gravemente,
l'azione morale del Cristianesimo, esso, dispogliato del suo prestigio,
ci si ripresenta ora nella sua nudità, ossia nelle sua forma embrionale
pagana. Così, nell'India, tolto tutto ciò che le Chiese e scuole
brâhmaniche hanno aggiunto di parassito all'antica mitologia vedica,
noi ci ritroviamo nel cospetto di miti naturali, così semplici, che
la loro stessa semplicità potrebbe far disperare un interprete,
il quale si proponesse di rappresentare gli Dei indiani non già
com'essi nacquero, ma come si vorrebbero vedere, se un artista greco
avesse ricevuto l'incarico di finirli e di condurli, come si dice, a
pulimento. Perciò, come io non ho potuto rappresentarvi alcun Dio in
un solo unico, vivace, compiuto aspetto caratteristico, così e, tanto
meno, potrei rappresentarvi in una sola forma i demonii vedici; e dico,
tanto meno, poichè se il Dio che riproduce un fenomeno generalmente
luminoso può talora lasciarsi sfuggire la sua natura specifica, tanto
minore evidenza può avere per noi il Demonio che rappresenta, per lo
più, un fenomeno tenebroso e una negazione.
Il campo degli Dei e quello dei Demonii è il medesimo; solamente gli
uni finiscono col prevalere in una parte, gli altri nell'altra di quel
campo. Secondo l'_Aitareya Brâhmana_, gli Dei avrebbero avuto vittoria
sopra un solo punto, come il San Martino della leggenda cristiana per
un solo punto perderà poi la sua cavalcatura demoniaca.[72] Gli Dei e
gli Asuri combattono fra loro nell'Est, nel Sud, nell'Ovest e nel Nord,
e sempre gli Asuri rimangono vittoriosi, ma v'è una regione intermedia,
fra il Nord e l'Est, nella quale gli Dei trionfano; essa viene perciò
chiamata _la regione invitta_ (_sâ eshâ dig aparâg'itâ_). Accortisi
della loro debolezza sopra gli altri punti, gli Dei si eleggono per
loro re l'ambrosiaco Soma, e allora la piena vittoria sopra gli Asuri
viene ad essi assicurata; poichè la gran lotta fra gli Dei e i Demonii
si riduce essenzialmente ad una gara pel possesso dell'ambrosia, ora
trattenuta dagli uni, ora dagli altri, secondo che il cielo, sede
dell'ambrosia, è occupato dalla luce o dalla tenebra. E si capisce
come quando il Dio Ambrosio in persona regge l'Olimpo degli Dei, i
Demonii si trovano inferiori nella prova; ed il loro stato riesce
simile a quello di morte, finch'essi, con arte magica, non rientreranno
in possesso dell'ambrosia desiderata e perduta; l'_amr'ita_ dà
naturalmente l'immortalità a chi la possiede; perciò, in un inno
dell'_Atharvaveda_, non solo il Dio possessore dell'ambrosia vince gli
Asuri, ma riesce pure a distruggerli il penitente o _brahmac'ârin_, il
quale diviene, con la virtù delle sue penitenze, un germe nella vulva
dell'_amr'ita_, ossia diviene Indra (_garbho bhûtvâ amr'itasya yonâv
Indro ha bhûtvâ asurâns tatarda_), ossia acquista l'amuleto stesso,
col quale Indra stesso uccise Vritra, superò gli Asuri e conquistò
cielo e terra e le quattro regioni. In una leggenda cosmogonica del
_Çatapatha Brâhmana_ si narra che in origine tutto il mondo era acqua,
solamente acqua; le acque fanno penitenza, e nasce in mezzo ad esse un
uovo d'oro. L'uovo erra un anno sopra le acque, e poi si schiude e ne
vien fuori il _purusha_, il maschio universale, il creatore Prag'àpati.
Poichè Prag'àpati pose un anno a nascere, così i figli mortali stanno
un anno nel ventre materno. Dopo un anno Prag'àpati incomincia a
parlare, perchè nascano la terra, l'atmosfera, il cielo; perciò anche
i bambini incominciano a parlare dopo un anno. Egli è nato per un
millenio, e s'accinge in esso a creare l'universo. Coi proprii occhi
crea gli Dei nel cielo, quindi nasce la luce; con l'alito inferiore
crea gli _asurâs_ (_atha yo 'yam avâñ prânas asurân asr'ig'ata_), e
ne nasce la tenebra; con la tenebra vien fuori il male. L'_asura_ si
identifica qui col genio della tenebra, col genio scuro, interpretato
come cattivo; ma non sempre lo scuro valse il cattivo: così vedemmo
già Varuna, il copritore del cielo, la vôlta celeste, specialmente la
vôlta celeste notturna, assumere la qualità di supremo divino _Asura_:
una leggenda del _Çatapatha Brâhmana_ ci fa sapere come gli _Asurâs_
perdettero la loro superiorità sopra gli Dei per sola colpa della
loro eccessiva arroganza od opinione di sè stessi (_te'timânena eva
parâbabhûvus_).
La nozione più generale che possiamo dunque ricavare dagli scritti
vedici e brâhmanici intorno alla prima essenza degli _Asurâs_ è questa:
ch'essi in origine non furono dissimili dagli Dei; e che, se più tardi,
come scuri, tenebrosi divennero specialmente demoniaci, originariamente
non furono tanto i malefici, quanto i misteriosi nascondenti nella
loro veste scura alcun segreto luminoso, e però genii comuni tanto
de' fenomeni luminosi aperti, quanto de' fenomeni luminosi celati e
coperti. Indra stesso, che appare quindi come il più formidabile Dio,
sconfiggitore di mostri tenebrosi e malefici, partecipa delle due
nature celesti, luminosa e scura; ed ora avvolgendosi di tenebre o di
nuvole prepara la luce e apporta la pioggia; ora, invece di avvolgersi
con vesti tenebrose e nuvolose, le squarcia, ed in simile atto appare
qual nemico della tenebra e della nuvola. A far poi degenerare il
genio scuro in genio demoniaco valse non poco uno de' più frequenti e
dai mitologi non forse abbastanza avvertiti equivoci del linguaggio,
io voglio dire gli equivoci nati sopra i nomi de' colori. Nella mia
_Mitologia zoologica_ ebbi frequente occasione di notare parecchi
miti indiani nati pel solo equivoco fra le voci _hari_ e _harit_, che
denominano _l'aureo_, _il biondo_, _il giallo_, _il verde_; ma l'aureo
del fuoco è ancora chiamato _arusha_, _aruna_, _rohit_, _rohita_, che
vale poi specialmente _rosso_, _rossastro_; così dalla voce indiana
_kr'imi-karmi_ che vale _verme_ (_k-vermis_), lituano _kirminis_,
nacque il colore _cremisino_, e dalla parola _verme_ poi il nostro
colore _vermiglio_; al _vermiglio_ è affine il colore _pavonazzo_,
e il color _violaceo_ o _pavonazzo_ è chiamato in indiano _nîla_;
_nîlakantha_ vien denominato _il pavone_, ossia _dal collo nîla_, che
vale poi specialmente _azzurro_, _scuro_, _nero_; _nîla_ chiamasi
perciò l'_indigo_, e _nîlapatra_, _nîlapadma_, _nîlotpala_, ec.,
_il fior di loto azzurro_. Così da un solo colore, per gradazione di
tinte, passiamo a tutti gli altri. Confusisi in una omonimia costante
nell'India, il nero e l'azzurro, l'azzurro celeste diventò facilmente
il nero, e il nero un colore demoniaco. I demonii combattuti da
Indra pigliano talora insieme il nome di _Kr'ishnâs_, propriamente
_i neri_; ma la voce _kr'ishna_ servì pure in sanscrito a denominare
_la pianta dell'indigo_ e _il vetriolo azzurro_. Indra si raffigura
nella tradizione posteriore brâhmanica come milloculo, con un corpo
azzurro tempestato di occhi, ossia come cielo azzurro tempestato di
stelle. Indra, come vedemmo, fu in origine semplicemente (al pari di
Varuna e di Dyu) il cielo azzurro, come lo Zeus ellenico, il Jupiter
latino, sposo di Giunone; Giove in forma di cuculo visita segretamente
la moglie Giunone: _kr'ishna_ è pure uno degli appellativi indiani
del cuculo; e indica altresì il tempo, in cui la luna sta nascosta,
ossia la quindicina scura che passa tra il plenilunio e il novilunio,
ossia il tempo in cui il cielo notturno si mostra del colore di
un azzurro cupo, scuro, e che si confonde perciò col nero. Ma, per
terminare la nomenclatura indiana de' colori, mentre per un verso il
_kr'ishna_ o _scuro_ si accosta all'_arusha_ o rosso scuro, la stessa
analogia sembra presentarsi nella lingua russa fra il _c'ornoye_ o
_nero_ (da _c'orni_), e il _krâçnoye_ o _rosso_ (da _kraçni_), nel
ritrovare, presso il _Mahâbhârata_, stretti intimamente fra loro
_Kr'ishna_, _il nero_, ed il figlio d'Indra _Arg'una_, propriamente
_il bianco_, _argentino_ (Indra stesso è chiamato _Arg'una_ nel
_Çatapatha Brâhmana_, che dice esser quello il nome segreto del Dio;
perciò Arg'una intraprende nel _Mahâbhârata_ un viaggio al cielo
paradisiaco di suo padre Indra, che lo fa rallegrare dalle Ninfe
divine), dobbiamo intendere che il bianco è solamente un nero stinto;
e l'alba mattutina non è altrimenti prodotta che per l'indebolirsi
delle ombre scure, innanzi al primo riflesso de' raggi solari. Come
in uno specchio, come nell'onda, come nell'arcobaleno si rifrangono
tutti i colori dell'iride, ossia come da un solo punto per un solo
raggio di luce balzano fuori tutti i colori; così nel linguaggio, il
quale non è propriamente altro che una gradazione successiva di suoni
o di colori vocali che rivestono il pensiero, per minime deviazioni
di riflessi ideali, con parole omonime, si vennero a rappresentare i
colori apparentemente più opposti, e che l'analisi chimica può invece
restituire alla loro semplicità e conformità elementare. Il colore
argentino delle acque (_çvetî_ o _bianca_ è il nome vedico dato ad
una riviera) si trasformò più spesso in colore scuro; assimilato
il cielo ad un fiume, ad un oceano, quelle acque ora apparvero
azzurre, verdastre, scure, ora argentee; perciò, ripeto, possiamo
trovare strettamente congiunti fra loro Kr'ishna, _il nereggiante_ (e
ancora _l'azzurreggiante_ e forse pure _il rosseggiante_) e Arg'una,
_l'albeggiante_, che si loda particolarmente pel suo piè veloce, per
la sua agilità, prontezza, sollecitudine, come l'alba è la prima ad
apparire il mattino nel cielo orientale. Anzi Kr'ishna ed Arg'una sono
così vicini, che nel quarto libro del _Mahâbhârata_ Arg'una appare col
nome di _Kr'ishna_; e il duale _Kr'ishnâu_, rappresentandoci _Kr'ishna_
ed _Arg'una_, ci lascia pensare ch'essi siano una nuova forma epica
dei due fratelli Açvin, l'uno de' quali è in particolare relazione
colla luna, l'altro col sole; l'uno col giorno, l'altro colla notte.
Arg'una compagno di Kr'ishna, e Arg'una figlio d'Indra, e simile ad
Indra, ci presentano poi come affini Indra e Kr'ishna, quasi due forme
germane d'uno stesso Dio. Ma, come nella leggenda de' due fratelli,
l'un fratello, per gelosia, si rivolge contro l'altro, onde nasce fra
loro odio mortale e guerra infinita; così, mentre, negli Inni vedici,
vediamo Indra che combatte e vince i _Kr'ishnâs_ o _neri_, ed il
mostro nero, più tardi _Kr'ishna_, diviene Dio esso stesso pastorale e
guerriero, s'identifica con Vishnu, combatte contro un Indra decaduto
e quasi demoniaco, e lo vince. Le parti de' due fratelli, de' due
compagni, de' due rivali si scambiano: Kr'ishna diviene luminoso;
Indra tenebroso. Nel quinto libro del _Mahâbhârata_ si tenta di dare
una spiegazione del nome di _Kr'ishna_, e non se ne trova altra dal
brâhmano etimologo intento a predicare penitenza, se non questa:
_Kr'ishi_ vale «terra,» _na_ «non;» _la non terra_, _la rinuncia alla
terra_, e ai beni mondani. La ridicolezza di una simile etimologia è
troppo evidente per sè, perchè sia ancora necessario insistervi. Lo
stesso _Mahâbhârata_, nel suo primo libro, ha un'altra etimologia non
più seria, ma certamente più interessante. Identificato _Kr'ishna_ con
_Hari_, _il biondo_, _l'aureo_ Vishnu, si racconta che Hari si levò due
capelli, l'uno bianco, l'altro nero (_keçau_, Harir _udvavarha çuklam
ekam aparam c'âpi kr'ishnam_); i due capelli penetrarono nel corpo
di due donne, Devakî e Rohinî. Il capello bianco generò Baladeva; il
capello (_keça_) nero diventò Keçava, che è un appellativo di Kr'ishna.
Ma _Keçava_ vale propriamente _il capelluto_, _il chiomato_, onde
Kr'ishna appare anch'esso come una figura solare, ossia di crestato, di
Cristo; ed è assai probabile che a questo scambio abbia contribuito la
conoscenza del Cristo ellenico, con cui la vita del Kr'ishna brâhmanico
presenta curiose analogie. Ma io non posso discostarmi dall'opinione
che da gran tempo ha manifestato il professor Weber, il quale attribuì
alla conoscenza del Cristianesimo lo svolgimento nell'India brâhmanica
di una gran parte del mito di Kr'ishna, il quale nel periodo vedico
appare invece intieramente insignificante, anzi un mito vedico intorno
a Kr'ishna propriamente non esiste; Kr'ishna come Arg'una appare più
tosto un attributo, una forma d'Indra, che un demonio ben definito;
i _Kr'ishnâs_ o _neri Demonii_ sconfitti da Indra sono semplici
appellativi dei nemici celesti in genere. Lo stesso scetticismo che
mostrano, presso il _Mahâbhârata_, i Kuruidi intorno alla divinità di
Kr'ishna, possono avvertirci come una parte di questa figura dovea
essere fittizia e di recente e ancora screditata genesi, formata
sopra frammenti antichi molto scarsi e insufficienti, completati
perciò con invenzioni scolastiche, e con probabili nozioni tolte dal
Cristianesimo, sia detto con buona pace del credulo sognatore signor
Jacolliot.
Ma, se gl'Inni vedici non ci permettono di argomentare una figura
di demonio ben delineata e costante, non si vuol credere ch'essi
non rechino numerosi indizii d'una credenza in esseri mostruosi,
soprannaturali, malefici. Solamente, per essere appunto concepiti
come mostri informi o difformi, la loro forma sfugge e mal si può
definire. La stessa parola _rakshas_, con la quale è chiamato il mostro
vedico, non sembra ancora spiegata in modo definitivo. La etimologia
proposta dal _Dizionario Petropolitano_ non m'assicura; essa suppone
una radice _raksh_, che interpreta _offendere_, sopra un solo esempio
dell'_Atharvaveda_ (_ma no rakshîrdakshinâm niyamânâm_); ma niente ci
vieterebbe di interpretare qui _raksh_ per _trattenere_, _impedire_.
Il guardiano e il trattenitore o stringitore parrebbero confondersi; il
_rakshas_ sarebbe un _rapitore_, un _arpagone_, un _mostro arpia_, che,
dopo aver rapito come _ladro_ o _pâni_, trattiene, non lascia sfuggire;
la sua forma corporea è mobile, come mobile è il vedico _yaksham_ o
_spirito_ che si agita, in cui, come nelle larve, passano le anime de'
morti escluse dal regno dei beati, e il vedico _yâtudhâna_, il quale ha
la facoltà di penetrare in tutti i corpi, e di possederli.