Come gli Açvin, che amano la loro sorella aurora, anzichè unirsi con

essa, finirono per trovarle uno sposo e le servono da paraninfi;

così Yama termina con l'augurio che Yamî possa trovare uno sposo,

che la faccia felice. Quest'inno, di cui una variante trovasi pure

nell'_Atharvaveda_, rivelasi di una composizione relativamente moderna,

poichè ci richiama ad un tempo, in cui l'adagio popolare, la _vox

populi_, sta per diventare _vox Dei_, ossia legge sacra: _dissero

peccatore_, esclama il poeta, l'uomo che s'unisce con la propria

sorella; la sentenza popolare consegnata nell'inno vedico diventerà,

in breve, autorità religiosa, inviolabile. Ma l'inno stesso tradisce

tuttavia la presenza di una tradizione, secondo la quale il primo

uomo e la prima donna erano stati fratello e sorella, e la donna

avea tentato l'uomo. È notevole come nell'inno vedico si faccia da

Yamî l'augurio, perchè Yama ottenga un figlio, ossia dia al padre un

nipotino, _dopo avere attraversato il vasto oceano_ (_tirah puru c'id

arnavam g'aganvan_).

In questo carattere il mito di Yama si congiunge anco più intimamente

con quello degli Açvin liberatori dalle acque, e con quello del

loro proprio _alter ego_, Manu Vàivasvata, il liberato dal diluvio

universale, che, uscendo dalle acque, rigenera, dopo aver fatta molta

penitenza, il mondo.

Nel sesto libro dell'_Atharvaveda_ (citato dal Muir), _Yama_,

identificato con _Mr'ityu_, «la Morte,» appare il primo che arrivò al

fiume. Questo è fiume ad un tempo di perdizione e di purificazione.

Nell'inno 14º del decimo libro del _Rigveda_ son pure ricordati i vasti

fiumi, ai quali arriva il re Yama, figlio di Vivasvant, ed esplora

la via (_panthâm_) per i molti (che la dovranno percorrere). È nota

l'analogia che passa tra le voci _pons_ e _pontus_. Il mare, i fiumi

diedero sembianza di vie; solamente, invece di percorrersi sui carri

rotanti, si solcavano sulle barche remeggianti.

È singolare qui ancora la corrispondenza delle credenze vediche con

le elleniche: _Yama_ arriva primo al mare, al fiume, lo attraversa,

esplora la via, la insegna agli altri; al regno de' morti, secondo il

concepimento ellenico, si arrivava attraversando l'onda del fiume o

della palude infernale. L'inno vedico afferma esplicitamente che Yama

fu _quello che morì primo, che de' mortali partì primo pel mondo di là_

(propriamente, _per quel mondo_); _il primo che trovò la via per noi,

dalla quale non possiamo discostarci_. Le anime de' morti s'incontrano,

partendo, in Yama e Varuna; Yama concede a quelle che gli appartengono,

una dimora luminosa ed acquosa; le difende dai due cani nati di Saramâ,

dai quattro occhi, macchiettati, insaziabili, dalle vaste narici,

che stanno a guardia della via (_pathirakshî_), altro carattere

di somiglianza tra il Regno de' morti vedico e il Tartaro ellenico

guardato dal tricipite Cerbero. I due cani errano fra gli uomini,

come messaggieri del Dio Yama, ossia della Morte (messaggiero di Yama

nel _Rigveda_ è pure un uccello funebre). E, come si adora il Diavolo

perchè stia lontano, così si pregano i due cani di Yama, perchè lascino

ancora rivedere il sole al devoto, perchè gli diano ancora in terra

una esistenza felice. Ma Yama è specialmente invocato ne' funerali,

perchè dia una lunga vita al devoto fra gli Dei. Evidentemente il

vedico Yama si disegna già in un duplice aspetto, l'uno paradisiaco,

l'altro infernale. Esso ha i suoi protetti, e quelli che caddero nella

sua disgrazia; i protetti saranno beati, e quelli ch'egli non ama,

erreranno incerti o dannati.

La virtù di Yama come quella de' suoi cani consiste particolarmente,

a quanto pare, nella sua virtù visiva; egli guida per vie inesplorate

le anime de' morti, ed i suoi cani hanno quattro occhi. Ma come mai

può Yama avere conservato la vista, s'egli personifica specialmente

il sole moribondo che s'accieca? Come può essere egli la guida de'

morti, se, morendo, secondo la credenza vedica, dal Muir dottamente

riscontrata con le credenze elleniche, perfettamente analoghe, l'occhio

del trapassato va a perdersi nel sole, da cui è nato,[64] ed il sole

vespertino si estingue? Qual è l'occhio di Yama guidatore de' morti?

Gli Inni vedici non c'istruiscono su questo punto; ma vi è un Dio

brâhmanico che ha stretta affinità col Dio Yama, e di cui occupa i due

ufficii, quello di beato paradisiaco e quello di distruggitore; esso è

Çiva che si rappresenta con la luna in fronte.

Noi diciamo ancora _il mondo della luna_ per indicare _il mondo di là_;

come il sole, il primo mortale, si scambia colla luna, così il mondo

lunare allieta le anime dei morti e le fa quindi risorgere, coi loro

corpi, dopo averle probabilmente fatte passare per l'ambrosia della

via lattea. La luna guardiana delle vie è probabilmente l'occhio, per

cui Yama viaggia esso stesso, e conduce i viandanti trapassati; noi

abbiamo già veduto come Manu Vâivasvata si salva dalle acque mercè il

corno del pesce delfino che emerge dalle acque, il quale tira la nave

sopra la cima di un'alta montagna. Questo corno salvatore è la luna

cornuta; così la luna fa da guidatore all'eroe solare nella tenebra

notturna. La stretta relazione che passa fra Lucina (Lucna, Luna) e

la infernale Proserpina o Persefone dominatrice del regno de' morti,

moglie di Plutone il re de' morti, rende ancora più probabile la

relazione che supponiamo nel mito vedico fra Yama Dio de' morti, e Soma

il Dio Luno, il Dio ambrosiaco, che lo guida, lo ristora e lo salva.

Yama è rappresentato nell'inno 135º del decimo libro del _Rigveda_

come bevente insieme con gli Dei presso un albero dalle belle foglie,

il noto albero paradisiaco; quello è sicuramente il luogo luminoso, in

cui nel consorzio dei devoti, dei beati, Yama si trattiene, facendo

festa con essi, dopo averli guidati per la via delle stelle[65] alla

dimora dei loro padri, ove giunti nessuno ha più desiderio di rinascere

nella vita mortale, poichè quella è la vita perfetta. Nel _Çatapatha

Brâhmana_ si dice, in vero, che l'uomo nasce tre volte: la prima

quando il padre lo genera, la seconda quando si purifica per mezzo de'

sacrificii (noi diremmo, dopo aver preso i sacramenti del Battesimo e

della Cresima), la terza quando muore; poichè, dopo che il cadavere fu

arso, Yama conduce l'anima, ossia, come dicemmo già, la parte innata

(_ag'o bhâgah_) del trapassato nel terzo cielo, al cielo _pradyaus_,

forse la via lattea; o al regno de' beati, ov'è gioia e luce eterna,

adempimento completo di tutti i desiderii, nella vista degli Dei, dopo

avere attraversata una regione scura, la quale, come dicemmo, si figura

acquosa.

Yama trovasi ora identificato con Sûrya il sole, ora con Agni il fuoco,

ora con Vâyu il vento, che vedemmo far spesso da messaggiero. Esso

è il portato o portante sè, ed il _portitor_; la brezza vespertina e

mattutina, la brezza autunnale e primaverile è messaggiera; essa porta

l'anima del morto sole nel regno de' beati; essa dal regno de' beati la

riporta nel mattino e nella primavera alla vita. Yama s'identifica col

suo proprio messaggiero; così, come troviamo presso Yama, i _Yamau_,

i due rapidi Açvin, i due suoi cani messaggieri _Sarameyau_, ossia

appartenenti alla _Saramâ_ (ed è noto come il Kuhn abbia avvicinato ai

vedici messaggieri _Sarameyau_ ed a _Saramâ_ l'ellenico messaggiero

_Hermeîas_), è importante il riscontrare, presso il nostro Yama,

guidatore delle anime de' morti e signore de' due cani _Sarameyau_,

l'ellenico _Hermeîas psychopompos_.

Yama apparirebbe esso stesso una forma di _Hermeîas_, con cui forse ha

pure qualche attinenza etimologica, quando si voglia tener conto del

facile scambio che poté accadere fra le voci _Sayamâ_ e _Saramâ_; onde

la _Sayamâ_ riuscirebbe una equivalente della _Yamî_. Ma non vogliamo

insistere sopra una semplice ipotesi. Ciò che invece non resta dubbio è

la presenza nel periodo vedico di un Dio che primo muore, e che mostra

agli altri la via della salute, per arrivare all'eterna beatitudine,

e che questo Dio benefattore, chiamato Yama, è un Dio solare. Noi

possiamo, di più, già trovare negl'Inni vedici indizii d'una vaga

credenza nel paradiso e nell'inferno, e però in un Dio che premia e

castiga.

Abbiamo già detto come, secondo la credenza degli antichi Indiani,

le anime dei trapassati, ossia dei _Pitaras_, de' padri, de' morti

maggiori, i Mani, si trovassero per lo più in una condizione simile a

quella, in cui l'anima nostra si trova quando si sogna. Essa, prima

di fermarsi nella sua sede beata, più tosto che incorporea, piglia

un corpo a piacere, diviene alata, vola, percorre liberamente gli

spazii, è capace di dolore e di gioia. Quest'anima viaggiatrice,

secondo gli Inni vedici, senza aver più un proprio corpo materiale,

dava una forma più luminosa alle proprie sembianze individuali. Secondo

l'_Atharvaveda_, i _Pitaras_ riuniscono invece tutte le membra e tutti

gli spiriti del trapassato, mostrandosi così di credere ad una completa

risurrezione de' corpi simile a quella ch'è promessa o minacciata a noi

nella valle di Giosafatte.

Dei _Pitaras_ ve ne sono di varie condizioni: i soli che il devoto

invoca sono quelli che arrivarono al sommo cielo, ossia alla somma

beatitudine, i quali, partiti prima, come Yama, il primo de' morti,

possono venire in aiuto de' nuovi arrivati, siccome quelli che godono

già dell'ambrosia immortale insieme con gli Dei, con Indra, e possono

farne partecipi i loro discendenti. Come gli Angeli e i Santi del

Paradiso cattolico sono invitati a pregare e intercedere per noi

peccatori; così il poeta vedico, nell'inno 15º del decimo libro del

_Rigveda_, rivolgendosi ai beati Pitaras, diceva le sue litanie: _Essi

arrivino, essi ascoltino, essi parlino per noi, essi ci proteggano_;

ed aggiungeva: _Non fateci danno, o padri, se noi per umana debolezza

abbiamo potuto peccare contro di voi._ Il danno maggiore che potevan

fare loro i _Pitaras_ era sicuramente quello di negare l'ospitalità

nel sommo cielo, al quale ogni anima di trapassato, bruciato il corpo,

tendeva di salire, serbando, come ci assicura il _Tâittiriya Brâhmana_,

piena coscienza di sè stessa. «Ognuno, — esso dice, — partendo da

questo mondo, conobbe sè stesso, dicendo: Io son pur io;» precisamente

come le ombre di Luciano, e come avviene ne' sogni, dai quali, senza

dubbio, si regolavano i Brâhmani per definire la grave questione della

immortalità dell'anima.

Il morto teme che tutti gli offesi in vita da lui si levino a vendetta;

perciò, consumandosi il corpo nel rogo, si supplica dagli astanti il

fuoco Gârhapatya di liberare l'estinto dal danno che gli può venire

per le offese da lui fatte alla terra, all'aria, al cielo, alla madre,

al padre, per poter salire al mondo de' giusti. La terra potrebbe

trattenerlo quaggiù, l'aria impedirgli la via, il cielo non lasciarlo

entrare, il padre e la madre, che siedono beati fra i Pitaras,

cacciarli dall'eliso; perciò è necessario, ne' sacrificii funebri,

far dimenticare tutte le offese. Ma, mentre si prega perchè il morto

arrivi presto in cielo, con la stessa sollecitudine il superstite

orante supplica d'essere lasciato vivere lungamente sopra la terra,

il che prova come, nel periodo vedico, se era grande la speranza di

rivivere dopo morte, era più forte il desiderio di conservare la vita

come un bene provato e sicuro; e la stessa speranza nell'immortalità è

una prova del vivo desiderio che l'uomo ha di vivere, del grande amore

ch'esso porta alla vita.

Ma non è dubbio che gl'Indiani del periodo vedico hanno creduto

nell'immortalità dell'anima, nella vita dopo la morte. La vita mortale

è sempre amata; la morte è temuta e scongiurata; prima d'arrivare

al concepimento buddhistico del dissolvimento completo come suprema

beatitudine, il pensiero indiano dovette dunque passare per una lenta

e lunga evoluzione; ma a questa evoluzione dovette pure preparar la

via la stessa consolazione vedica nella speranza d'un'altra vita

spirituale, beata, al sopraggiungere della morte. Ripeto che il

desiderio intenso della vita dovette essere la principale ragione che

alimentò l'antica fede nella sovresistenza spirituale dell'uomo dopo

la morte; ma è certo che questo bisogno di sopravvivere alla vita

mortale diede presto origine ad una credenza vivace nella vita in un

mondo di là, come fu chiamato fino dall'età vedica il mondo, ove si

suppose che i morti si recassero. Quando poi si radicò profondamente

nell'animo degl'Indiani la credenza nella metempsicosi, la vita mortale

fu considerata come una vera sventura, la morte come una liberatrice, e

il regno de' beati apparve il mondo, in cui cessa ogni sensazione della

vita. Ma negl'Inni vedici e ne' loro commentarii immediati l'uomo ama

ancora la vita, e la prolunga nell'immortalità. Si negò la presenza

dell'inferno presso il mondo vedico; ma dove abbiamo una pena, un

castigo, abbiamo pure l'inferno. Già dicemmo come Yama ed i Pitaras

accolgano nel loro mondo paradisiaco i soli trapassati che furono pii;

è un premio; l'esclusione da un tal premio è il primo castigo.[66] Ma

vi ha di più.

Nel _Çatapatha Brâhmana_, ci si disegna già una forma del cristiano

arcangelo San Michele, il pesatore delle anime. Il male ed il bene

di ciascuno viene pesato sopra una bilancia; e secondo che il bene

od il male ha il di sopra, si avrà bene o male nella vita futura.

E il bene, secondo lo stesso _Çatapatha Brâhmana_, già interpretato

dal professor Weber, è, nell'età vedica, non solo l'immortalità, ma,

secondo che abbiamo già accennato, per un indizio dell'_Atharvaveda_,

l'immortalità col proprio corpo; onde con ragione osserva il Muir

che in relazione con tale credenza, è la cura posta dagli astanti,

nella cremazione de' morti per raccogliere le ossa del trapassato, le

quali dovranno servire a ricostituirne il corpo; la carne è materia

che si può perdere e riacquistare; le ossa invece sono il tronco

ed i rami, sopra i quali si estende e si propaga la vita.[67] Per

questo riguardo è assoluto il contrasto fra le dottrine vediche e le

dottrine brâhmanico-buddhistiche. Nel periodo vedico si considera come

un bene la vita, si prega il fuoco sotterraneo di non distruggere il

corpo del devoto seppellito e s'augura che i _Pitaras_, ricomponendo

le membra del morto, lo raccolgano nella loro beatitudine; l'anima è

troppo stretta al corpo per potersene lungamente disgiungere; l'anima

dell'uomo, disgiunta dal corpo, secondo il pensiero vedico, erra

incerta, finchè s'annienta, o pure, secondo un concepimento posteriore,

nasce in altra vita terrena assai peggiore della precedente. Ma questo

annientamento, ch'è la pena de' dannati vedici, non ha niente di comune

con l'annientamento buddhistico, il quale nel sopprimere presso l'uomo

devoto il corpo sensibile e le sensazioni d'ogni maniera, lo santifica

e gli prepara un'ascendente beatitudine divina. Nel mondo vedico,

i soli Dei hanno il privilegio di poter vivere immortali, non senza

forma, chè assumono anch'essi sempre or l'una or l'altra forma, ma

senza un loro proprio corpo immutabile. I devoti mortali del periodo

vedico non ambirono punto una forma d'immortalità incorporea; e come

ai nostri bambini cattolici si promettono tuttora le mele d'oro del

paradiso, così ai bambini vedici si prometteva il latte, il miele,

l'ambrosia nel regno dei _Pitaras_, nel cielo _pradyaus_, distante

dalla terra _per mille giorni di viaggio a cavallo_ (secondo una

nozione dell'_Aitareya Brâhmana_). Il paradiso vedico, non dissimile

dal cristiano, non è privo di sensualità; perciò il devoto desidera

di salirvi col proprio corpo, come vi sale, in premio delle proprie

penitenze, il devoto Mudgala, presso il _Mahâbhârata_. Il regno de'

beati prese perciò in sanscrito l'appellativo di _Nandana_, ossia

_luogo di delizia_. Non è qui il luogo di considerare il paradiso

indiano, secondo le rappresentazioni brâhmaniche; ma voleva pure

essere accennato come, nel periodo vedico, la beatitudine paradisiaca

riducevasi già alla perfetta soddisfazione con la presenza del corpo,

il che lascia naturalmente supporre che si trattasse, insomma, di una

suprema soddisfazione de' sensi, insieme con la continuazione degli

altri piaceri più puri che rendevano lieta la vita terrena: così,

nell'_Atharvaveda_, il devoto invoca il nume, perchè lo lasci salire

al cielo eternamente luminoso e vivere in esso, privo d'ogni malanno,

con la propria sposa, coi proprii figli e con gli amici virtuosi, ed

ottenere il conseguimento di tutti i desiderii; e i desiderii devono

essere essenzialmente sensuali, poichè una delle prime preghiere

rivolte, nell'_Atharvaveda_, al fuoco del rogo che consuma il cadavere,

è ch'ei non gli consumi l'organo della generazione (_çiçnam_). Come gli

Dei vedici son dediti a piaceri carnali, così i _Pitaras_, e i loro pii

discendenti che vanno a raggiungerli nel mondo di là.

I dannati, invece, non potendo salire nella regione luminosa, vanno,

secondo gli Inni del _Rigveda_, perduti _nelle tenebre dell'abisso più

profondo_, specie d'Inferno vedico che ci richiama al Tartaro ellenico;

nell'_Atharvaveda_ l'inferno stesso si trova già nominato col suo nome

ordinario di _Nâraka-loka_, e considerato come sede riserbata agli

empii ed ai malvagi.

LETTURA TREDICESIMA.

I DEMONII.

Per la stessa ragione, per cui nel mondo vedico originario non troviamo

ancora distintamente indicato il Dio unico assoluto, e ci appaiono

invece molti Dei proteiformi, il pastore vedico non concepiva ancora

il Diavolo come un essere singolare, unico, potente, rivale di Dio.

Vi sono Demonii come vi sono Dei; ma non vi è il Demonio unico come

non v'è l'unico Dio. Quando il monoteismo appare, si manifesta pure,

se così può chiamarsi, il monodemonismo; e a quel punto la religione

iranica si stacca dalla indiana: l'India, nel vero, non ci offre nessun

antagonismo così deciso e spiccato come quello che ci presentano i

libri zendici nella lotta fra Ahura Mazda e Anhro Mainyu, l'uno genio

di luce che crea le cose buone, l'altro genio tenebroso che suscita

tutte le forme del male. Nell'India, invece, nel tempo stesso in

cui Brahman vi assume dignità di nume supremo, esso non ha contro di

sè una sola forma di demonio: com'egli non è solo nell'Olimpo, ove,

prima di lui, altri numi potenti, più che imperare, operavano cose

mirabili, ed ove più tardi vengono a dividere con esso il supremo

potere altri due numi, Vishnu e Çiva; così i demonii mutano nomi e

forme non solo secondo che mutano gli Dei, ma secondo che il Dio si

trasforma: Satana e Anhro Mainyu sono sempre conformi a sè stessi,

e mantengono costante il loro carattere maligno. I demonii vedici e

brâhmanici, invece, partecipano di tutta la mobilità degli Dei, e,

come il Dio si muove dalla forma luminosa e termina nella tenebrosa,

così accade che il Demonio si muova dalla forma tenebrosa e riesca

alla luminosa; il Paradiso e l'Inferno confinano fra loro; agitandosi,

l'uno passa nell'altro; così il Dio e il Demonio scambiano le loro

parti. L'appellativo più frequente dato al demonio vedico e brâhmanico

è quello di _Viçvarûpa_ od _onniforme_, e _Kâmarûpa_, ossia _mutante

forma a piacere_: simili appellativi assumono pure talora gli Dei;

ora si comprende come il Dio, potendo pigliare ogni forma, possa pure

assumere vesti demoniache, e il Demonio del pari, nella sua capacità

di trasformarsi senza fine riesca pure ad appropriarsi le forme

luminose divine. Gli Dei come i Demonii sono nati insieme, e, secondo

la mitologia vedica, da uno stesso padre, dal fabbro universale celeste

Tvashtar.

Noi troviamo dunque perciò ordinariamente accennati al plurale i

demonii vedici, o, quando essi appaiono al singolare, il loro nome è

generico, indistinto, come _rakshas_ che vuol dire _mostro_, oppure

specifico di specie molteplici e differenti.

Uno degli appellativi plurali de' demonii vedici è _Dânavas_. La parola

_Dânavas_ è il plurale di _Dânu_ e si dà come equivalente di figli di

_Dânu_, uno de' nomi attribuiti alla moglie del mostro Vritra, ucciso

da Indra, nell'inno 32º del primo libro del _Rigveda_, oppure di

_Danu_, che appare come figlia di Daksha e sposa di Kaçyapa presso il

_Çatapatha Brâhmana_. _Dânu_, al neutro, vale, presso gli Inni vedici,

_rugiada_, _stilla_, _goccia_; onde i _Dânavas_ apparirebbero _gli

umidi_, nel loro primitivo aspetto. Ma, perdutosi l'antico originario

significato della parola, in breve i Dânavas divennero i mostri

demoniaci, i nemici degli Dei in genere, e tra questi mostri generici

potè quindi trovar posto lo stesso _Çushna, secco_ e _disseccatore_,

il quale trovasi in una delle _upanishad_ definito come un _dânava.

Dânunaspatî_, o signori del _Dânu_, ossia dell'umore ambrosiaco, sono

chiamati in alcuni Inni vedici i due bellissimi Açvin; in quanto i

fenomeni rugiadosi dell'aurora mattutina e della primavera si rinnovino

nel cielo pluvio, lo stillante divino può diventare un umido demoniaco;

e quindi si può forse spiegare la leggenda epica indiana di un figlio

della Dea della bellezza, _Çrî_, la Venere indiana, convertito nel

mostruoso _Dânava_ o demonio _Kabandha_ presso il _Râmâyana_. La

parola _Kabandha_ vale propriamente _barile_; il _mostro-barile_ o

_Kabandha_ del _Râmâyana_ ha la sua origine nella _nuvola kabandha_,

ossia nella _nuvola-barile_ degli Inni vedici. Il figlio della

Venere ambrosiaca, il figlio di Çrî, che diviene demonio Kabandha,

sembra farci assistere particolarmente al fenomeno del cielo pluvio

primaverile. E non solo Kabandha è figlio di Çrî, ma tutti i Dânavas

sono posti sotto la particolare protezione dell'astro di Venere, del

quale si mostrano particolarmente devoti, onde poi gli appellativi di

_dânavaguru_ o _maestro dei Dânavas_ e di _dânavapûg'ita_ o _venerato

dai Dânavas_, dati presso l'astronomo Varâhamihira al pianeta _Çukra_

o Venere. Il numero dei _Dânavas_ appare infinito negli scritti

brâhmanici; nell'inno 120º del decimo libro del _Rigveda_ se ne

rammentano soli sette: così da Sâyana, in nota all'inno 114º del primo

libro, si danno anche gli _Asurâs_ come figli di Diti, e si narra che

Indra li distrusse in germe nell'utero materno, nel numero di sette.

L'appellativo sanscrito di _Dâittyâs_, o _Dâiteyâs_, o _Ditig'âs_,

dato, negli scritti brâhmanici, ai demonii, come _figli di Diti_,

immaginata, come dicemmo in opposizione alla veneranda _Aditi_, madre

de' divini Adityâs, non si trova ancora negli scritti vedici. Tuttavia,

come da _danu_ o _dânu_ si ebbero i _dânavas_, si potrebbe nella parola

_diti_ riconoscere la stessa radice _dâ_ o _dî (di)_, che occorre in

_danu_ o _dânu_; onde i _dâityas_ sarebbero _gli umidi goccianti_ come

i _dânavas_, di cui uno pigliò, come dicemmo, forma di _nuvola-barile_.

Letture sopra la mitologia vedica · 第 17 / 26 段