inciso un delfino col motto: _Pignus amoris habes_; così nelle tombe
cristiane si rappresentano i delfini al pari delle colombe, come
simboli d'amore. Ma v'è di più: come la colomba vien fuori dalle acque,
messaggiera del bel tempo; come il delfino salva il fanciullo dalle
acque nel mito ellenico, e si riproduce con l'àncora come una forma
del Cristo salvatore, e che salva pure sè stesso; come le antiche
rappresentazioni elleniche ci offrono il fanciullo sopra un delfino;
così il Martigny ricorda un geroglifico battesimale cristiano, nel
quale appare un fanciullo seduto sopra un pesce. E Orientius vescovo
del quinto secolo afferma: _Piscis natus aquis, auctor baptismatis
ipse est_. Quindi l'uso di rappresentare de' pesci ne' battisteri e
ne' battezzatoi. Tertulliano paragona i Cristiani a pesciolini, poichè
nascono nell'acqua come il pesce Gesù Cristo; e soggiunge che, come
per il pesce fuori dell'acqua non vi è salute, così non vi può essere
pel cristiano fuori dell'acqua battesimale. A Parenzo, nell'Istria, si
osserva ancora una vasca di marmo del sesto secolo, già appartenente
al Battistero della città, la quale presenta una croce scolpita
fra due colombe e fra due pesci. Come poi troviamo il delfino pesce
salvatore cristiano congiunto con l'àncora, così ne' battisteri, tra
le figure simboliche del Salvatore, appare pure il cervo,[60] il quale
va a specchiarsi nel fonte, desideroso dell'acqua come il catecumeno,
onde San Girolamo, paragonando ne' _Salmi_ il catecumeno al cervo,
soggiunge: «Desiderat venire ad Christum in quo est fons luminis; ut
ablutus baptismo, accipiat donum remissionis.» Da questi esempi e da
altri infiniti che si potrebbero addurre, par lecito il conchiudere:
_la leggenda cristiana non essere nata altrimenti che pel foggiarsi di
una magnifica allegoria morale sopra un'antica ricchissima mitologia
ellenico-orientale._
Riassumendo ora quello che riguarda il mito del diluvio nella
tradizione biblico-cristiana, vi troviamo nelle acque il pesce-delfino,
rapido, sollecito salvatore del fanciullo, ossia rigeneratore della
vita nelle acque; ai pesci quaresimali di febbraio, congiunti con la
colomba messaggiera come a zefiri di marzo della primavera, succedono
nello Zodiaco il montone ed il toro (due _versatori_, due _fecondatori_
mitici per eccellenza); al pesce d'aprile della tradizione popolare,
il _piscis assus_, succedono i due gemelli di maggio. Vedremo ora come
siansi pure scambiati nella tradizione indiana i due gemelli Açvin
con forme animali identiche a quelle che appaiono nel mito ellenico, e
nella tradizione biblico-cristiana.
È nota la leggenda epica del diluvio indiano. Il Dio Brahman si fa
piccolo pesce, e prega il Dio Manu di salvarlo dai pesci grossi; Manu
lo depone in un vaso che risplende come la luna; il pesce cresce:
Manu, pregato dal pesce, lo trasporta in un ampio stagno, poi di là
nel Gange, infine nel mare; il pesce, contento, prenunzia che l'oceano
un giorno salirà ad inondare tutta la terra, lo invita a costrurre
una nave e a munirla d'una fune; quando il diluvio arriverà, pensi al
pesce da lui beneficato, ed il pesce accorrerà prontamente munito d'un
corno, al quale si legherà la fune della nave; così Manu, insieme con
sette sapienti e con ogni maniera di semi, entrato nella nave tirata
dal pesce, salva sè stesso e salva o rigenera, a traverso le acque, il
mondo.
La conoscenza della sola tradizione epica e puranica del diluvio
indiano aveva indotto l'illustre Eugenio Burnouf ad ammettere che la
tradizione indiana fosse derivata dalla biblica; ma, come il Weber ha,
nel primo volume de' suoi _Indische Studien_, illustrato fin dall'anno
1850 la tradizione vedica del diluvio contenuta nel _Çatapatha
Brâhmana_, io spererei aver trovato negli stessi Inni del _Rigveda_ la
prova che la tradizione del diluvio appartenne non solo al periodo, nel
quale i popoli della stirpe aria non erano ancora divisi, ma sì ancora
a quello, in cui se la razza semitica e la turanica non formavano più
una razza sola con l'ariana, erano, per lo meno, ancora intimamente
congiunte con essa. Secondo la tradizione raccolta nel _Çatapatha
Brâhmana_, ossia in un'opera, la cui redazione rimonta sicuramente
oltre il quarto secolo innanzi l'êra volgare, si racconta che Manu
si lavava, quando gli apparve un pesce e gli disse: «Salvami, io ti
salverò;» Manu piglia la stessa cura di lui che ci viene descritta nel
racconto epico; quando il diluvio arriva, al corno del pesce si lega
la fune della nave, e la nave viene tirata sulla cima d'un monte e
legata sovr'esso ad un albero. Cessato il diluvio, Manu, per mezzo del
sacrificio, della penitenza e della preghiera, crea una figlia, e con
essa rigenera quindi il mondo de' viventi. La figlia di Manu si chiama
Idâ, e la parola _idâ_ vale _la libazione, la preghiera, la parola
sacra_, che ci richiama al verbo rigeneratore, al _logos che era nel
principio, e da cui furono fatte tutte le cose_, secondo il Vangelo
di San Giovanni. La leggenda cosmogonica, la leggenda del diluvio e
la leggenda del sacro battesimo rigeneratore presentano fra loro una
strettissima analogia.
Ma è tempo oramai che stringiamo più dappresso il mito vedico.
Nell'inno 116º del primo libro del _Rigveda_ ci si rappresenta il
giovinetto Bhug'yu, figlio di Tugra,[61] smarrito nella nuvola acquosa
(_udameghe_), nell'oceano (_samudre_); intervengono i due Açvin, i
quali sopra una nave _dai cento remi_ lo portano alla riva açvinâ
yad ûhathur Bhug'yum astam çatâritrâm nâvam âtasthivân'sam. Questa
nave, in altro versetto, figura al plurale; e le navi alla loro volta
si trasformano in tre carri volanti, dai cento piedi, ossia dalle
cento ruote, tirati da sei cavalli, in tre giorni e in tre notti; ma
qui evidentemente vuolsi ritenere la variante come prodotta per solo
amore del numero tre; i sei cavalli in tre notti formano due cavalli
per notte; i due Açvin rapidi salvatori, e i due cavalli tiratori del
carro, in cui si salva l'eroe Bhug'yu dalle acque, s'identificano
perfettamente. Nell'inno 117º ritorna lo stesso motivo mitico; il
figlio di Tugra, _dal mare inondante_ (_arnasah samudrâd_), avendo
invocato gli Açvin, viene salvato, per mezzo di volanti cavalli, sopra
un carro rapido come il pensiero. Nell'inno 182º lo stesso figlio di
Tugra, _tuffato nelle acque, nella profonda tenebra_, vien liberato
dagli Açvin sopra navi. L'inno 68º del settimo libro ci mostra
finalmente la stretta relazione della storia dell'eroe rimasto nel
pozzo, per l'invidia de' suoi compagni, con la leggenda dell'eroe che
minaccia di perdersi in una inondazione universale; dicendoci esso come
Bhug'yu sia stato abbandonato nel mezzo del mare, non più dal padre, il
perverso Tugra, ma da' suoi malvagi compagni.
Ma in altri inni (_Rigv_., I, 112, 116, 117, 118, 119) egli, invece di
Bhug'yu, piglia il nome di _Rebha_ e chiuso nelle acque in un pozzo,
per l'opera di maligni, invocando gli Açvin, viene liberato; io ho già
mostrato altrove[62] l'identità di questo _Rebha_ col Trita acquoso, il
terzo fratello valente e perseguitato, e la sua probabile parentela con
uno dei tre fratelli _R'ibhavas_, de' quali il più giovane si mostra
il più esperto. In ogni modo, qui il mito ci offre chiaramente un eroe
fanciullo che si salva dalle acque, per mezzo di una nave miracolosa,
volante, dai cento remi; e dalla leggenda del _Çatapatha Brâhmana_ ed
epica apprendiamo come Manu si salva dall'inondazione sopra una nave
legata al corno d'un pesce. Questo pesce salvatore, cornuto, attaccato
alla nave (che ci ricorda la nave con l'àncora, il pesce o i pesci con
l'àncora della rappresentazione cristiana), occorre pure presso gli
Inni vedici, ove gli Açvin appaiono ora in forma di _nave dai cento
remi_, ora in forma di carro dalle cento ruote, ora in forma di cavalli
volanti tiranti il carro, ora in forma di cigni, ora in forma di pesci
rapidissimi tiranti la nave.
Nella leggenda puranica il Dio salvatore, invece di Brahman, appare
Vishnu in forma di pesce. Questo pesce, in cui Vishnu s'incarna,
ora appare una _çaphari_ (il _cyprinus sophore_), ora un _çiçumâras_
o _çinçumâras_. _Çiçumâras_ è il nome dato, in lingua indiana, ora
al _riccio di mare_, ora al _delfino_. L'inno 116º del primo libro
del _Rigveda_ ci fa sapere che il carro ripieno di ricchezze degli
Açvin è tirato da un _Vrishabhas_ o _toro_, e da un _çinçumâras_,
che vale tanto _il riccio di mare_ quanto _il delfino_. Dicemmo
che la nave degli Açvin, nella quale è salvato dall'inondazione il
giovine _Bhug'yu_,[63] è chiamata _dai cento remi_, ed è interessante
l'apprendere ciò che dalla Sicilia mi scrive Giuseppe Pitrè, cioè che
i fanciulli siciliani, dopo aver pescato il riccio di mare, spandono
sopra di esso un po' di sale, e lo invitano a navigare, chiamandolo
_quello dai cento remi_.
Ma il _Çiçumâra_ non è solo, in lingua indiana, il riccio di mare, il
_Delphinus Gangeticus_, ma il vero delfino, e poi il delfino celeste,
che si colloca nella parte più stellata del cielo. Dei due Açvin,
adunque, che accorrono a liberare il figlio del mostro Tugra, ossia il
giovine Bhug'yu dalle onde, l'uno si fa pesce, l'altro toro, come il
pesce apre il mese d'aprile, ossia il mese del pluvio toro fecondatore,
e, cadute le pioggie d'aprile, fritto il pesce, il sole primaverile,
il celeste fanciullo s'avanza vigoroso e potente per le vie del
cielo, dopo essersi battezzato nelle acque, che gli diedero forza, e
dalle quali scampò per aiuto del pesce, e specialmente del delfino,
che la grossolana scienza popolare ha sempre figurato come pesce. Da
questi esempi ch'io ho accostati parmi non resti dubbio intorno ad
alcuni fatti essenziali: 1º che una forma elementare della leggenda
del diluvio è già contenuta negl'inni vedici; 2º che la leggenda
vedica presenta riuniti in germe i caratteri che si trovano sparsi
e divisi nella leggenda biblica e nelle tradizioni cristiane; 3º che
il delfino è il pesce liberatore del fanciullo divino, come il pesce
cristiano porta figurato sopra di sè un fanciullo, come il fanciullo
Eros ellenico è figurato sopra un delfino, l'amico dei fanciulli, come
il delfino Cristo, il pesce Cristo lascia venire a sè i fanciulli.
Ma, per qual ragione, fra tutti gli animali acquatici fu preferito
il delfino, come salvatore dal diluvio, destinato a purgare, come le
onde battesimali, il mondo dal peccato, ossia a liberare dal male,
a salvare l'innocente? In Grecia il delfino era sacro ad Apollo, per
averne salvato dal naufragio il figlio Icadio, il quale giunto a terra
edificò, per riconoscenza, un tempio dedicato ad Apollo, per memoria
del delfino, chiamato Delfo. Noi siamo qui in piena mitologia solare;
il delfino salva il giovine figlio del sole, ossia il nuovo sole dalle
acque. La Grecia ricordava numerose varianti di questo racconto; e
sempre, in esso, il naufrago salvato è un fanciullo, e il salvatore è
un delfino.
Quando il mare minaccia tempesta, i delfini si mostrano alla superficie
del mare, e così avvertono i naviganti, nel tempo stesso che offrono
aspetto di una nave galleggiante. Ma, per qual ragione, essi danno la
loro preferenza ai fanciulli? Nel cielo mitico, il delfino, il pesce
rostrato, il pesce dalla testa grossa, il pesce cornuto, il pesce
con l'àncora, o la nave dai cento remi, il riccio dai cento remi che
tira fuori l'eroe solare perduto nelle acque, è, per lo più, l'astro
cornuto lunare, il quale domina particolarmente la stagione notturna
invernale e pluvia, che nell'oceano notturno ed invernale emerge solo
dai flutti, e cede quindi il posto al mattino ed alla primavera, al
giovine sole, al sole fanciullo. Ma di questa sua predilezione per
i fanciulli vi è pure una ragione ne' suoi appellativi. Solino ci fa
sapere che _simones_ amavano essere chiamati dai pescatori i _delfini_,
a motivo del loro muso depresso, e che chiamati in tal modo accorrevano
subito, non meno obbedienti dell'apostolo Simone, il più sollecito
seguace del Cristo, il crestato salvatore del mondo, che salva primo sè
stesso traverso le acque, e nel battesimo. Presso Plauto e Terenzio,
il _simo_ appare una maschera di vecchio anzichè di fanciullo; ma il
delfino è pesce celebrato ancora per la sua prestezza nel crescere,
nel farsi grande di piccolo che era; gli si attribuisce pure una grande
longevità, dicendosi ch'ei possa vivere fino a trecento anni. Per tutte
queste qualità, il delfino doveva apparire ben degno di dar forma ad
uno di quegli Açvin, che hanno il potere di concedere la immortalità,
l'acqua della lunga vita, ossia la giovinezza ai vecchi, e poteva pure
raffigurar Vishnu, il Dio nano, che, facendosi a un tratto gigante,
misurava in tre passi il mondo. Le leggende epiche e brâhmaniche del
diluvio ci presentano dapprima piccolissimo il pesce salvatore, e poi
di tale grandezza ch'esso possa solamente più agitarsi nell'Oceano.
Ora è interessante conoscere come le voci _çiçuka_, _çiçumaras_, che
denominano _il delfino_ (ond'è, senza dubbio, derivato l'equivalente
zingarico, il delfino _simôrus_), contengano, come idea principale,
quella di _çiçu_ che vale _piccolo fanciullo_, e presentino una stretta
analogia con la parola _kumâra_ che vale per l'appunto _fanciullo_,
anzi _il fanciullo per eccellenza_, _il fanciullo reale_, _il principe
ereditario_, che gli Spagnuoli chiamarono _infante_, ed i Francesi, per
una singolare coincidenza storica, _Dauphin_, in memoria d'un giovine
principe ereditario del secolo decimosecondo, che prese, per quanto si
narra, come sua insegna _il delfino_. Il nome del _delfino_ e quello
del _fanciullo_ furono, in lingua indiana, equivalenti; quando perciò
il delfino vedico unito col toro salva il giovine Bhug'yu, salva un
_Kumâra_, e il valore del prefisso _ku_ e quello dell'aggettivo _çiçu_
essendo analogo salva, per simpatia, un simile a sè stesso; l'astro
lunare salva l'astro solare, ossia ringiovanisce il vecchio sole.
La luna cede il posto al sole, la luna trae fuori il sole che s'era
perduto nelle acque della tenebra notturna ed invernale; un Dioscuro
salva l'altro. Il Dio Luno, al pari del sole, si rappresenta ora come
il vecchio per eccellenza, onnipossente, che scopre tutti i segreti,
ora come un nano che ha tutte le malizie; la luna cresce per fasi; il
fanciullo mitico prevede tutto ed il vecchio mitico ha tutto veduto;
perciò il delfino, il pesce salvatore, chiamato _çiçumâra_ o piccolo,
appare dapprima piccolo e debole, e finisce _col _diventare immenso ed
onnipotente; così _Kumâra_, «il fanciullo,» divenne in sanscrito un
appellativo del terribile Skanda, il Dio della guerra; il giovinetto
Eros, come abbiamo già notato, ed Ares s'identificarono. Il delfino
porta, ossia salva, Eros; il _çiçumâras_ o delfino vedico e puranico
trascina e salva il _kumâra Bhug'yu_, il figlio reale dalle acque,
ossia il nuovo sole progenitore, il reale infante celeste, dalla
tenebra notturna ed invernale. Ogni giorno ed ogni anno si rinnova nel
cielo la leggenda cosmogonica e del diluvio: ogni giorno ed ogni anno,
l'antico Manu, l'antico Noè, ed il Cristo, dopo essere divenuto pesce
nelle acque dell'oceano notturno ed invernale; dopo avere ritrovato, in
forma di pesce, la moneta d'oro, l'anello, la gemma, il disco solare,
ossia sè stesso; dopo essere entrato come Giona ed Hanumant nel ventre
del pesce, e avere così attraversato incolume l'Oceano; dopo essersi
chiuso nella nave tirata dall'animale cornuto celeste; il delfino
dalla testa grossa, o il toro, vien fuori ringiovanito e potente in
tutto il suo splendore. È possibile che alcuni particolari del mito
da me qui esposto possano ancora dichiararsi altrimenti da quello che
ho fatto; ma non mi sembra che la natura mitica del diluvio possa più
essere messa in dubbio, come neppure la necessità di associare oramai
gli studii di mitologia biblico-cristiana con quelli della mitologia
comparata indo-europea.
LETTURA DODICESIMA.
IL DIO YAMA.
Noi conosciamo già il Dio che si salva dalle acque e che diviene il
salvatore per mezzo dell'acqua. Ma, perchè il Dio si salvi, bisogna
prima che corra pericolo, che si sacrifichi. Il Dio che risuscita
deve prima necessariamente morire, se pure la sua morte non abbia ad
essere che apparente. Noi diciamo del sole che alla sera è andato _a
coricarsi_ e che al mattino _si leva_; i Francesi chiamano _coucher
et lever du soleil_ lo scomparire del sole dal l'orizzonte e il suo
riapparirvi. Dunque, nella notte, il sole dorme. Ma questo sonno del
sole parve talora uno stato di morte, dopo avere attraversato un mare
tenebroso. L'anima del morto celeste non sta ferma, ma viaggia occulta
per un mondo misterioso, per ricongiungersi al mattino con la sua forma
corporea; così, ne' sogni, l'anima nostra alata, mentre il nostro corpo
giace come morto, visita mondi insoliti. Presso la _Katha Upanishad_
citata dal Weber negli _Indische Studien_ si paragona il mondo dei Mani
al mondo che si visita nei sogni.
Il sole, nei tre tempi della notte, nei tre giorni del solstizio
d'inverno, nei tre giorni dell'equinozio di primavera, par morto; pare,
ed invece esso viaggia da una parte all'altra dell'orizzonte; dopo tre
giorni, Lazzaro vien fuori; Cristo rompe il suo sepolcro dopo aver
visitato il Limbo dei Santi Padri e liberate e guidate al Regno dei
Beati le anime loro. Il vedico Yama ci offre una somiglianza mirabile
con quella forma peculiare di Cristo legato che si sacrifica pel bene
degli uomini, che guida le anime de' trapassati, e poi risuscita. Il
sole muore la sera e rinasce al mattino, muore in autunno per nascere
a Natale come fanciullo e rinascere adulto in primavera, dopo essersi
battezzato nelle acque benedette, nelle acque sacre, nelle acque
d'aprile che ravvivano. Noi assistiamo ogni sera ed ogni autunno allo
spettacolo del sole moribondo. Yama, il Dio de' morti, non rappresentò
in origine altro che il sole moribondo vespertino. La parola _Yama_
vale propriamente _il legato_ e _l'infrenante sè stesso_, ossia
_il legato_, _l'infrenato_; così il vecchio Sansone legato perde la
sua chioma, ossia la sua forza, e s'accieca; il sole ritira i suoi
raggi, perde la sua chioma luminosa e s'accieca nella scura notte; il
Cristo, il crestato, legato come malfattore, alla sua aureola luminosa
sostituisce una corona di spine, e muore. Io potrei proseguire,
stringendo più ancora simili raffronti; ma, poichè comparazioni così
fatte non saranno ammesse se non dopo lunga discussione, io debbo
tenermi pago ad accennarvi una via larghissima, feconda di belle
scoperte per lo studioso che la percorra senz'altra ambizione che
quella di trovare il vero e di propagarlo. Intanto cercheremo qui
di rappresentare la figura del Dio Yama, quale ce la offrono gl'inni
vedici.
_Yama_, _il legato_, _l'infrenato_, propriamente _il legante_,
_l'infrenante sè stesso_, dell'età vedica, che diviene poi nell'età
brâhmanica il legatore, l'infrenatore, quello che getta il collare
funebre sopra i moribondi, che li lega con la sua fune per trascinarli
all'inferno, si rappresenta come figlio di Vivasvant, al pari di Manu.
Dunque Yama e Manu sono equivalenti mitici. Nella leggenda del diluvio,
Manu figlio di Vivasvant si salva dalle acque del diluvio universale
per la sua pietà; negl'Inni vedici, l'eroe è salvato dal naufragio
per l'intervento degli Açvin; ma uno degli appellativi degli Açvin è
pure _Yamau_, ossia propriamente _i due congiungentisi_, _i due legati
insieme_, _i due gemelli_, rappresentati essi pure nell'inno 17º del
decimo libro del _Rigveda_ come figli di Vivasvant. Manu figlio di
Vivasvant rinnova il vedico Yama figlio di Vivasvant; Manu figlio
di Vivasvant esce dalle acque come l'eroe vedico, salvato dai Yamau,
ossia dai Dioscuri. Abbiamo un gemello che va all'inferno per liberar
l'altro gemello; nel mito cristiano, il Cristo scende all'inferno
per liberare i morti prima; nel mito vedico dei due Açvin, liberatori
dell'eroe solare, dopo la rappresentazione che abbiamo fatto di essi,
è evidente che l'uno de' due Açvin si trova specialmente congiunto
col sole, l'altro specialmente con la luna; la luna libera il sole, un
gemello libera l'altro gemello; un _Yama_ è liberato dall'altro _Yama_;
i due Yama si liberano l'un l'altro; e come il Yama legato, o legante
sè, divenne il Yama legatore, così il Yama liberato, o liberante sè,
divenne il liberatore, per la stessa analogia, per cui vedemmo che
il Cristo, il quale si salva dalle acque, a traverso le acque, per
mezzo delle acque, divenne l'istitutore del battesimo, il salvatore
per mezzo dell'acqua battesimale che libera dal male. Così miti
apparentemente diversi trovansi, per un filo sottilissimo, congiunti.
_Come l'aggettivo nel divenire appellativo creò gran numero di persone
mitiche; così il passivo, per mezzo del medio, divenendo attivo, diede
occasione a parecchie gesta mitiche_; l'equivoco del linguaggio ebbe
qui ancora larghissimo potere. La vittima sacrificata o sacrificantesi
diviene eroica; l'eroe che si salva è un salvatore di sè stesso; e il
salvatore di sè stesso riesce quindi semplicemente un salvatore, ed
il salvatore per eccellenza. Ed il linguaggio, nel compiere una tale
evoluzione, seconda pure la serie de' ragionamenti che doveva fare
naturalmente l'uomo primitivo nell'osservare i fenomeni della natura
e specialmente i fenomeni solari. È necessario in cielo come in terra
che uno muoia per tutti; guai se il sole non tramontasse mai, la terra
sarebbe tutta un incendio. Il sole tramonta, il sole muore, e, morendo
come risuscitando, ci salva da morte. Egli ama tutti, e muore per
tutti. Il primo de' mortali è il sole, ed egli è al tempo stesso il
primo di quelli che si salvano, ossia il primo de' salvatori.
Ma il primo de' mortali dovette pure essere il primo de' nati; e, pel
solito frequente naturale equivoco tra il passivo, il medio e l'attivo,
il primo de' generati, il primo che si genera riuscì pure il primo
de' generatori. Come nella genealogia biblica Adamo è il primo dei
nati e il primo destinato alla morte, così il vedico Yama appare il
primo mortale. Come poi la genealogia biblica incomincia con un uomo
ed una donna, ossia con due forme gemelle, figlie del creatore, delle
quali l'una maschio, l'altra femmina; così, negl'Inni vedici, presso
il Dio Yama, ci occorrono i due gemelli _Yamau_ identificati con gli
_Açvin_, e poi i due gemelli, de' quali l'uno maschio, l'altro femmina,
_Yama_ e _Yamî_. De' due gemelli, in natura, l'uno è, per lo più,
forte, l'altro debole; dei due fratelli mitici l'uno soccorre l'altro,
e il soccorritore non è sempre il più forte; un debole fanciullo, un
impotente, un imbecille appare spesso come liberatore; il passivo
soccorre l'attivo; la donna tiene il posto del gemello debole. Per
cagione della donna l'eroe mitico si perde, talora si salva. Eva
appare come peccatrice che perde l'uomo; Dalila tradisce Sansone;
la Vergine Maria appare, invece, come la salvatrice degli uomini. In
Yama ed in Yamî si videro il giorno e la notte; ma niente c'induce a
riconoscere la notte nella Yamî, mentre Yama appare indubbiamente il
sole; come, pertanto, vedemmo già l'aurora strettamente congiunta coi
due Açvin, ossia coi due Yama, il Yama vespertino e il Yama mattutino,
e rappresentarsi come loro sorella, non mi par dubbio che la _Yamî_,
gemella di Yama, non sia altro che l'aurora gemella del sole e della
luna. Adamo ed Eva son creature dello stesso padre, e però fratello e
sorella; si uniscono, ed il loro peccato si sconta con la morte; dopo
una vita dolorosa, Eva partorirà con dolore; Adamo lavorerà per la sua
famiglia: la leggenda del Cristo, che con la morte sconta il peccato
originale, si congiunge intimamente con la leggenda di Adamo, del
quale esso appare una splendida variante mitica. Gli Inni vedici non ci
rappresentano ancora la pena, ma raffigurano la colpa dell'unione d'un
fratello con una sorella, la quale deve essere evitata come incestuosa.
L'inno 10º del decimo libro del _Rigveda_ ci offre un dialogo singolare
tra il mortale Yama e Yamî, tra il fratello e la sorella. Come nel
racconto biblico la donna fa da seduttrice, Yamî invita Yama ad unirsi
con lei. Essa dice al fratello: «Gli immortali desiderano questo: un
discendente di te, unico mortale; poni l'animo tuo nell'animo mio; come
sposo, entra nel corpo della sposa.» Yama risponde che non vuol fare
quello che finora non ha mai fatto, e che vuol conformare le opere alle
parole oneste. Ma Yamî insiste, avvertendo come lo stesso Dio creatore
Tvashtar onniforme li abbia creati in un solo germe, per essere marito
e moglie (_dampatî_). Yama si rifiuta sempre, e tratta la sorella come
una donna impudica; ma essa diviene provocante, avverte come in cielo
ed in terra i due gemelli sono uniti e dovrebbero però girare insieme
le ruote del carro, come se non fossero fratello e sorella. Yama invita
Yamî a cercarsi un altro marito. Essa rimprovera il fratello di non
esser buon fratello (_Bhrâtar-fratello_ e _Bhartar-marito_ sono due
noti equivalenti che significano _il sostentatore_), poichè non viene
in aiuto alla sorella e la lascia andare in disperazione, mentre essa
è tormentata dall'amore. Yama risponde: «Io non potrei accostare il mio
corpo al tuo; un peccatore chiamarono colui, il quale si unì con la sua
sorella; con altri, all'infuori di me, pigliati piacere; il fratello
tuo, o bella, non può desiderare codesto.» Yamî irritata risponde:
«Oh tu sei un uomo da nulla, o Yama; noi non vediamo in te nè animo nè
cuore; ed un'altra donna t'abbraccierà stretto, come ghirlanda, o come
una liana l'albero.»