il nome degli _Açvin_ dai cavalli (_Açvair açvinav ity Aurnabhâvah_).
Quindi Yâska si domanda: «Che sono i due Açvin?» E risponde: «Secondo
gli uni, i due Dyu o le due Prithivî (oppure Dyu e Prithivî); secondo
altri, il giorno e la notte; secondo altri, il sole e la luna; secondo
i narratori di leggende (_aitihâsikâh_), furono due santi re. Il loro
tempo è prima e dopo la notte, prossimo al manifestarsi della luce; il
tempo che sta in mezzo a loro è tenebroso; il tempo luminoso appartiene
al sole; il loro tempo è al levarsi e al tramontare del sole.»[52]
Secondo questa interpretazione, dovremmo cercare gli _Açvin_ così
nel crepuscolo vespertino, come nel mattutino, ossia sempre congiunto
con un fenomeno luminoso, sia che lo presenti il sole nascente, sia
che lo produca il sole moribondo. Tuttavia conviene avvertire come la
più costante rappresentazione de' due fratelli Açvin, presso gli Inni
vedici, appare nel cielo mattutino, ove arrivano quali forieri della
luce. L'uno di essi è il forte che combatte e vince (_g'ishnuh_), onde
fu paragonato ad Indra, l'altro è il ricco (_subhagah_; inno 181º
del primo libro del _Rigv_.), e fu identificato col sole luminoso
che trionfa. Da questa nozione elementare di due fratelli celesti,
de' quali l'uno forte, l'altro ricco, si svolsero poi numerosi miti
ed ampie leggende. Il fratello ricco divien superbo, e viene punito
tornando povero, mentre il fratello forte e sapiente, ossia virtuoso,
ha sempre con sè il mezzo di procurarsi, se l'ambisca, la ricchezza.
Ecco un aspetto. Il fratello glorioso diviene infelice; il fratello
forte ne piglia pietà e affronta ogni pericolo per liberarlo; va
per esso all'inferno, sostiene ogni maniera di fatiche per amore di
esso. Ecco un altro aspetto più simpatico che il mito assume. I due
fratelli si mostrano gelosi l'uno dell'altro e disputano pel possesso
d'una donna; ecco un terzo aspetto frequente con cui si mostrano i due
fratelli mitici. Ma non è qui luogo di svolgere le numerose forme che
il mito de' due fratelli assunse nella tradizione indo-europea, sì bene
soltanto di mostrare come essi ci appaiano negl'Inni vedici.
Ripeto dunque che l'aspetto vedico degli Açvin è sempre simpatico. I
due fratelli non solo vanno sempre insieme, ma si mostrano pur sempre
concordi nel volere il bene.
Come la loro sorella, quantunque antica, è cantata negl'Inni vedici
come _sempre giovine_, ossia come una vergine immortale, così gli Açvin
vengono, quantunque antichi (_pratnâ_), salutati come i più giovani
degli Dei. Essi hanno la giovinezza, essi sono giovani (_yuvânâ_);
uno de' loro miracoli più belli sarà quello di ridare la giovinezza
ai vecchi: essi sono belli (_valgû_); un altro loro splendido miracolo
sarà quello di ridare la bellezza a chi non l'ha; sono agili, rapidi,
arrivano _con la rapidità d'un giovine falcone_; essi hanno quindi pure
il potere di fare arrivar presto i loro protetti, o col dar loro altre
gambe, o un celere cavallo, o col pigliarli sul loro proprio carro;
sono forti, e assistono nelle pugne i combattenti, assicurando loro la
vittoria; sono ricchi, e il loro vasto carro, luminoso ed alato, porta
seco e spande l'abbondanza; essi amano, e però assistono gli amanti,
servendo loro come amabili mediatori e come paraninfi; sono sani e
restituiscono la salute agl'infermi; sono sapienti e danno la sapienza
agli stolti; benefattori instancabili degli umani e de' celesti.
La più beneficata delle Dee è la figlia del sole, senza dubbio,
l'aurora, alla quale gli Açvin, nell'importante inno 117º del primo
libro del _Rigveda_, fanno vincere la corsa, col permetterle di salire
sopra il loro carro. Il commentatore Sâyana reca una variante notevole
a questo mito. Non è, in essa, la figlia del sole che corre, ma sì
essa appare quale premio che il sole ha destinato al vincitore della
corsa, ossia a quelli che arriveranno più presto presso di lei: primi
ad arrivare, col loro carro volante, sono gli Açvin, i quali perciò
ottengono come sposa conquistata la figlia del sole, e la fanno perciò
salire sopra il loro carro. Di queste corse d'eroi per conquistare la
mano della figlia del re sono piene le novelline popolari indo-europee.
Ma, nell'inno nuziale vedico, gli Açvin appaiono soltanto come i
paraninfi della bella sposa celeste, i quali portano la sposa allo
sposo. Così, negli inni 116º e 117º del primo libro del _Rigveda_, essi
portano sopra il loro carro la sposa Kamadyû al giovine sposo Vimada.
Nell'inno 117º dello stesso libro gli Açvin danno uno sposo a _Ghoshâ_
che invecchiava nella casa paterna, e probabilmente, prima di sposarla,
la ringiovanirono, ossia la liberarono dalla lebbra, la vecchiaia
essendo appunto la lebbra incurabile, quando non s'abbia il potere di
far ringiovanire; perciò, ne' racconti e misteri popolari medievali,
i medici, con scellerato consiglio, ai re affetti di lebbra, ossia di
vecchiaia, raccomandano di pigliare un bagno nel sangue di fanciullo;
nè mancavano medici infami ed ingordi che facessero rapire fanciulli
per adoperarli al mostruoso ufficio. Il commentatore Sâyana ci fa
sapere che la invecchiante Ghoshâ ringiovanita e fatta sposare dagli
Açvin era appunto affetta dalla lebbra; il qual particolare ci permette
d'avvicinarla alla fanciulla Apalâ dalla brutta pelle oscurata, cui,
per la pietà di lei, il Dio Indra rese bella, dandole una pelle color
del sole. È evidente che questo miracolo fatto da Indra e dagli Açvin
si riferisce sempre all'aurora che la sera si oscura o divien brutta
e vecchia nella notte, per schiarirsi, ringiovanirsi, rimbellirsi di
nuovo al mattino, aiutata dagli Açvin crepuscolari. Negli inni 112º
e 116º del primo libro del Rigveda, si ricorda che gli Açvin diedero
una gamba di ferro a Viçpalâ, a cui in battaglia era stata tagliata
la propria; l'aurora amazzone abbiamo già veduto, e udimmo pure come
Indra ne abbia fatto in pezzi il carro; gli Açvin che pigliano sul
loro carro l'aurora perchè possa, correndo, vincere la corsa, fanno
un miracolo simile a quello ch'essi compiono con _Viçpalâ_, alle gambe
della quale sostituiscono gambe ferrate, ossia le proprie, o le ruote
del proprio carro. La parola _viçpalâ_ vale propriamente _protettrice
delle genti_, appellativo convenientissimo all'aurora, a quel modo
stesso con cui nell'inno 182º del primo libro del _Rigveda_ sono
chiamati Viçpalâvasû i due Açvin (ossia _i due esseri protettori delle
genti viçpalâu-asû_).[53] Un miracolo conforme a quello che essi fecero
con Viçpalâ lo rinnovano gli Açvin con _Vadhrimatî_, propriamente
_la fornita di un moncherino_,[54] invece del quale le regalano una
_mano d'oro_, ossia _hiranyahasta_, di cui si fa quindi un figlio di
Vadhrimatî, un figlio _avente mani d'oro_.
Ma qui non finiscono le opere benefiche degli Açvin celebrate negli
Inni vedici. La vacca di Çayu che non dava più latte, essi resero
nuovamente lattifera; al privo di cavalli essi diedero un cavallo; a
Pedu procacciarono un tale cavallo così forte, così rapido, che, con
l'aiuto di esso, egli potè vincere tutti i suoi nemici ed arricchirsi
delle loro spoglie; fecero andare e vedere Parâvrig' ch'era zoppo e
cieco; restituirono gli occhi a Rig'raçva (ossia quello _dal cavallo
rosso_, o _il cavallo rosso_), a cui il padre feroce li aveva tolti;
ad Atri Saptavadhri, chiuso nella fornace ardente, temprarono il
calore e gli recarono nutrimento, alfine lo liberarono; trovarono a
Viçvaka il figlio perduto Vishnâpû; diedero la sapienza a Kakshîvant;
salvarono Vandana dalla vecchiaia; ringiovanirono il vecchio C'yavana
e gli diedero una giovine sposa. Ed eccoci al mito ellenico di Titone.
Compiuto dai medici celesti, dagli Açvin, il miracolo, anche la
medicina umana s'affannò in cerca di rimedii, di acque di lunga vita,
di acque della giovinezza, che potessero richiamare la freschezza e le
forze della gioventù sul volto e nelle membra de' vecchi decrepiti;
e, non potendosi nella realtà riprodurre il miracolo, si volle
almeno riempirne con la immaginazione i racconti popolari, ne' quali
la ricerca dell'acqua dell'immortalità ritorna come uno de' motivi
favoriti. Ma noi sappiamo che cosa significano i miracoli celesti, e
quando il taumaturgo è un vero Dio, ossia una vera persona celeste,
noi siamo dispostissimi ad accettare e ad ammirare il miracolo. Ogni
sera il cavallo solare, l'eroe solare celeste, s'accieca o s'azzoppa;
e quando esso s'accieca e s'azzoppa, non solo non brilla più, non
solo non cammina più, ma impedisce anche a noi di vedere e di andare;
noi diventiamo, al pari di esso, ciechi e zoppi. Ma, per fortuna
sua e nostra, v'è nel cielo un salvatore, un taumaturgo, che dà la
vista ai ciechi e fa camminare gli zoppi; al mattino il sole, o mercè
sua, o per aiuti celesti, ritorna a splendere ed a correre le vie
del cielo, e noi torniamo sulla terra a brillare ed a muoverci con
esso; il sole risorto ha ridonato la vista ai ciechi, e rimette in
moto la gente zoppa. Il cieco e lo zoppo compagni nella notte, fra le
tenebre, s'aiutano e ritrovano nell'orizzonte la loro antica dimora.
Il cielo piglia nella sera e nel mattino l'aspetto di una fornace
ardente; spira la brezza vespertina e mattutina e ne tempra l'ardore;
il sole si libera dalla fornace che minacciava consumarlo, e ritorna a
splendere libero e puro per l'orizzonte. Il sole ogni sera invecchia,
e diviene impotente a nuove nozze; nella notte si rinvigorisce, e
riappare, al mattino, come un giovine sposo, ripieno di vigore. Non
ci dicono gli Inni vedici che gli Açvin abbiano pure risuscitato de'
Lazzari, ma il sole moribondo è l'eterno Lazzaro celeste, che ogni
giorno ed ogni anno muore e risuscita. Chè, se il miracolo celeste
si suppose poi rinnovato da migliaia di taumaturghi sopra la terra,
ciò non può recar meraviglia, quando si pensi come lo stesso bel
mito vedico di C'yavana, indubbiamente celeste, si fosse già umiliato
sopra la terra, nel tempo della redazione del _Çatapatha Brâhmana_,
il che vorrà dir sempre oltre quattro secoli innanzi l'êra volgare.
Gli Açvin vi appaiono già incarnati sopra la terra, per esercitarvi
la medicina fra gli uomini; s'abbattono in _Sukanyâ_, propriamente _la
bella fanciulla_, e se ne innamorano; ma essa è già sposa del vecchio
_C'yavana_, al quale vuole serbarsi fedele; essa narra anzi al marito
che gli Açvin voleano sedurla, ed egli: «Se ti rivolgono ancora una
simile domanda, tu devi dir loro: Voi non siete nè completi nè perfetti
(parole con le quali sembra indicarsi la natura incerta e quasi amorfa
dei crepuscoli); e se essi vorranno sapere in che cosa siano incompleti
ed imperfetti, allora soggiungi: Fate ritornar giovine mio marito,
ed io ve lo dirò.» Nel vero, gli Açvin, per la curiosità di sapere
in che cosa fossero incompleti ed imperfetti, indicarono a C'yavana
uno stagno, dal quale egli avrebbe potuto uscire con quell'età che
gli fosse meglio piaciuto, e quindi tornarono ad interrogare Sukanyâ.
Allora C'yavana rispose per lei: «Gli altri Dei stanno celebrando nel
Kurukshetra un sacrificio, e vi escludono da esso: ecco dunque perchè
siete incompleti ed imperfetti.» Gli Açvin s'affrettano al sacrificio,
e domandano di farne parte; ma gli Dei rispondono: «Noi non vogliamo
invitarvi, poichè voi avete errato confidentemente fra gli uomini,
in qualità di medici.» Allora gli Açvin osservano che il sacrificio
non è completo, perchè vi manca la testa del sacrificio, ossia la
testa di Makha, che gli Açvin ritrovano, a patto di essere ammessi al
sacrificio. Gli Dei consentono. Nella _Tâittiriya Samhitâ_[55] si dice
che avendo gli Dei qualificati come impuri gli Açvin, perchè aveano
frequentati gli uomini in qualità di medici, per questa ragione nessun
Brâhmano deve esercitare la medicina, poichè chi esercita la medicina è
impuro e però non adatto a celebrare il sacrificio. Ecco in qual modo
la superstizione religiosa può di uno stupendo e poetico mito celeste
fare una meschina e volgare parodia. Il salvatore del mondo diviene un
medico degli uomini, ed il medico un essere impuro, a cui il cielo si
chiude. A questo punto si chiude pure l'Olimpo, ed il mito deturpato
svanisce nelle aberrazioni di maliziosi commentatori. Indra pluvio
primaverile, apportatore del bel tempo, l'Aurora e gli Açvin arrecanti
la luce diurna, quando il culto della natura e della famiglia era
l'unica religione e l'unica poesia della vita, avevano invocazioni non
solo frequenti, ma tènere ed affettuose. Gli Dei amavano gli uomini,
perchè gli uomini amavano gli Dei; e gli uomini amavano i loro Iddii,
perchè li vedevano, li seguivano, sentivano il beneficio della luce che
pioveva dal cielo, ed il terrore malefico della tenebra e del verno
che portavano la morte nella natura. I ridestatori quotidiani della
vita erano pertanto benedetti ogni giorno; il crepuscolo era atteso con
impazienza, poichè annunziava l'aurora, e l'aurora salendo sul carro
degli Açvin, ossia de' solleciti, de' primi ad arrivare, risplendeva
a rianimare d'un tratto il mondo. Quando il sole saliva in alto, gli
uomini si trovavano già tutti intenti alle cure della vita; ma il
momento solenne era quello, in cui il vecchio sole dovea risorgere
ringiovanito; rinascerà esso? ecco la questione paurosa che doveano
porsi ogni sera i padri nostri, nel salutare oranti il vecchio sole
moribondo. Esso è passato a traverso la fornace ardente, s'è acciecato,
non cammina più, è scomparso; lo ritroveremo noi ancora? Noi abbiamo
veduto come gli Açvin ridonassero la vista al cieco, l'andare spedito
allo zoppo, il figlio perduto (e forse prodigo) al padre, lo sposo alla
fanciulla, la gioventù al vecchio, e beneficassero ancora in altre
forme l'eroe celeste; ma vi è ancora un'altra impresa degli Açvin,
che merita d'essere distintamente esaminata per la sua importanza.
L'eroe solare scompare la sera, in più modi, secondo la immaginazione
popolare. Ho già detto come la tenebra sia spesso stata paragonata ad
un mare; il sole vespertino che si perde nella tenebra s'immaginò pure
caduto nell'acqua, ed è da quest'acqua che gli Açvin verranno invocati
a liberare il loro divino protetto.
Nel discorrere dell'acqua mitica, accennammo come le antiche cosmogonie
si mostrassero quasi concordi nell'ammettere che il mondo fosse
nato dalle acque. L'uovo cosmico, il fuoco ed il vento, nell'India,
si figuravano usciti dalle acque, e l'afflato divino biblico, come
avvertimmo, vien portato anch'esso sopra le acque, nel principio
della creazione. Il signor Francesco Lenormant, in uno studio largo ed
originale da lui fatto sopra la leggenda babilonese del Diluvio,[56] vi
ha scoperto un _Nuah_ «signore delle acque, signore de' fiumi, signore
del mare, re, capo, signore, reggitore delle acque (e soggiunge) come
spirito _che si muove sopra le acque_; i monumenti dell'arte assira
e babilonese lo rappresentano spesso portato sopra le onde del mare
cosmico, nella forma di uomo-pesce, coperto il capo della tiara regia.
Nel vero, presso il lungo Catalogo de' suoi appellativi che fornisce
una delle tavolette mitologiche del Museo Britannico, noi troviamo
quelli di _pesce dell'abisso, pesce benefico, pesce salvatore_; nello
stesso documento ed in altri ancora, la Dea Davkina sua compagna si
denomina _la grande sposa del pesce_. Così nelle tavolette astrologiche
si fa spesso menzione di una costellazione chiamata _il pesce di
Nuah_. Non vi è dubbio che non sia l'intiera costellazione de' pesci,
od almeno quella de' due pesci collocata esattamente nella fascia
dello Zodiaco; poichè, nella singolare tavoletta che registra i dodici
nomi dati al pianeta Mercurio ne' singoli mesi dell'anno, noi vediamo
quest'astro prendere il nome di _pesce di Nuah_, nel mese di _adar_,
l'ultimo dell'anno (febbraio), cioè nel tempo preciso, in cui Mercurio,
accompagnando sempre molto dappresso il sole, si trova con esso
nel segno de' pesci, o, come dicono gli Astronomi babilonesi, nella
costellazione del _pesce di Nuah_.»
Ho voluto recare questo intiero passo del Lenormant, poichè
mi pare assai importante la nozione che ne deriva, cioè della
natura conforme di due tradizioni che si sono quindi distinte, la
cosmogonica e quella del diluvio. Nella tradizione cosmogonica, il
mondo vien fuori dall'oceano acquoso; nella tradizione del diluvio,
le acque minaccerebbero distruggere il mondo, ma un uomo si salva
miracolosamente che ripopola il mondo; il diluvio ci presenta una
seconda cosmogonia. Il Nuah babilonese, nel riscontrarsi col Noè,
presenta pure l'aspetto d'un primo Dio che s'agita sopra le acque.
Io ho già avvertito come le recenti scoperte delle scienze naturali
concordino perfettamente con la nozione cosmogonica d'un mondo venuto
fuori delle acque; e la priorità della fauna acquatica sulla fauna
terrestre ci mostra pure come potesse conservarsi la tradizione di
un primo creatore acquatico, di un Dio creatore in forma di pesce.
Quando la terra non era ancora scoperta, quando le acque ravvolgevano
ancora, il pesce esisteva già; il pesce ha preceduto l'uomo. Quando
s'immagina, nella leggenda del diluvio, una seconda sommersione della
terra, il pesce non solo sopravvive, ma, amico dell'uomo, lo salva
dalla inondazione. Amore ed Afrodite, prese forme mitiche mattutine e
primaverili, si tuffano nel mare in forma di pesci e rinnovano l'anno;
il nuovo anno solare si apre in febbraio ed in aprile coi pesci; e coi
pesci rinasce la vita nella natura; il pesce generatore, che rinnova
la vita, è un salvatore; nella bocca del pesce evangelico si trova la
moneta d'oro (e in altre leggende indo-europee l'anello fatato, ossia
il disco solare, il Cristo, il crestato); gli Apostoli del Cristo
dovevano perciò essere naturalmente pescatori. Per virtù del pesce,
il Cristo ha il potere di camminare sopra le acque senza annegarsi;
e Cristo stesso fa il miracolo di moltiplicare i due pesci alla folla
affamata, e di riempire di pesci la rete de' pescatori che pescavano
invano. Perciò, tra le rappresentazioni simboliche del Cristo, ne'
primi secoli della Chiesa cristiana, ossia prima di Costantino, la
più frequente è quella del pesce, la quale raffìguravasi specialmente
sopra le tombe e sopra gli anelli. La parola greca ἴχθυς, _pesce_,
divenuta simbolica del Cristo, i Padri della Chiesa, volendo poi
interpretarla al volgo, trovarono composta delle parole greche Ιησοῦς,
Χριστός, Φεου υιὸς, Σωτήρ, ossia _Gesù Cristo di Dio figlio Salvatore_.
Apparso nella tradizione il Cristo come pesce, ossia con una delle
forme zoologiche più umili, tentarono gli esegeti trarne profitto per
celebrare l'umiltà divina del Cristo; onde Gregorio Magno scriveva:
_Ipse enim latere dignatus est in aquis generis humani_; ed Origene
avverte che Cristo ha voluto che la moneta si trovasse nella bocca
del pesce, poichè egli stesso era pesce, e chiamavasi propriamente _il
pesce (tropice piscis appellatur)_. I primi Commentatori, non volendo
dare un significato mitico al Cristo, e, per altra parte, trovando
nella leggenda di esso particolari che offendevano il loro buon gusto
e la loro pietà, si sforzarono d'interpretarli per via d'allegorie;
ma queste allegorie tradiscono solamente il loro imbarazzo: così,
quando il Cristo, presso il mare di Tiberiade, offre pesci fritti a'
suoi discepoli, San Gregorio, assimilandolo a pesce fritto, dichiara
che lo stesso Cristo fu _quasi tribulatione assatus tempore passionis
suae_. E Sant'Agostino: _piscis assus Christus est_; e il venerabile
Beda: _piscis assus, Christus est passus_. Ma, per accostarci al nostro
proprio argomento, giova ricordare un'antica pietra anulare cristiana
già posseduta dal Foggini, nella quale «sarebbe rappresentata la
promessa di un Salvatore fatta ad Adamo ed Eva dopo il loro peccato.
Il serpente seduttore si mostra col fatale pomo nella bocca, e i nostri
primi parenti stanno inginocchiati in umile atto. Un personaggio molto
inclinato stende verso di essi le proprie mani, come per rialzarli.
Questo personaggio sembra essere il Verbo divino, e riposando i suoi
piedi sopra un pesce, indica in tal forma la natura ch'esso piglierà
nella pienezza de' tempi. E poichè la sua incarnazione doveva portare
la salvezza al mondo sommerso nell'errore e nel peccato, gli si
collocò presso l'arca di Noè con la colomba ed un'àncora, indicante
la sicurezza che sarebbe data in tal modo a quelli che navigano nel
mare tempestoso del mondo.» Questa descrizione non è mia; me la offre
invece uno scrittore ortodosso, l'abate Martigny nel suo _Dictionnaire
des antiquités chrétiennes_. Io metterò qui di mio una sola domanda:
Vi sembra egli lecito, dopo tutto ciò, l'avvertire come la leggenda
evangelica non è altro se non una nuova forma dell'antica leggenda del
diluvio, nella quale il Salvatore appare in forma di pesce, come nella
leggenda babilonese e nella indiana? E poichè il _Christus passus_
combina col pesce afrodisiaco d'aprile, ed il sole incomincia in aprile
ad ardere, ossia il pesce a friggere, qual meraviglia che il _Christus
passus_ e il _piscis assus_ siansi identificati; qual meraviglia
se, come la colomba (negli Inni vedici, i due Açvin sono talora
rappresentati in forma di due _Cigni_[57]) è nella leggenda di Noè (cui
Filone ebreo[58] chiama l'autore e il principio della rigenerazione
degli uomini e salvatore) la messaggiera del bel tempo rigenerato, lo
Spirito Santo in forma di colomba annunzii il Redentore e la colombina
di Casa Pazzi accenda in Firenze i fuochi d'artifizio, a mezzogiorno
del Sabato santo, ed annunzii il Cristo (che dopo essere stato pesce
risorge), il rinato sole primaverile uscito dalle acque invernali? Il
pesce allora si frigge, si sacrifica, poichè il sole venuto fuori delle
acque s'infuoca, e le acque sono scomparse; il Cristo sale al cielo; il
sole ascende l'orizzonte, e manda poi verso il giugno dal cielo le sue
lingue di fuoco, con le quali il mondo s'illumina; il grasso del pesce
trovato dal giovine Tobiolo ridona la vista al vecchio Tobia. Io non
posso qui darvi se non un accenno del mito biblico evangelico. Ma io
prego quelli de' miei uditori, ai quali la ricerca del vero non mette
sgomento, di approfondire questa ricerca, nella fiducia che tutti gli
studii, fatti col corredo di un'ampia erudizione, alla dimostrazione
della tèsi mitica che si svolge dal Vangelo, confermeranno nelle sue
parti essenziali la interpretazione ch'io vi propongo, per quanto
essa possa apparirvi insolita e, a primo aspetto, disgustosa. In
ogni modo deve rimanere per voi accertato che esiste nelle prime
tradizioni cristiane la nozione di un pesce salvatore, presso il quale
appare un'àncora; questo pesce (talora, invece di un pesce, se ne
rappresentano due) e quest'àncora ci conducono naturalmente a cercar
notizia del diluvio indiano e del vedico, il quale ci occupa ora in
modo speciale.
Ma, innanzi di passare alla descrizione del mito vedico, giova
osservare ancora qual sia propriamente il pesce o animale acquatico
che nelle antiche rappresentazioni cristiane figura più spesso come
salvatore, e specialmente come salvatore d'un fanciullo. Non è senza
una viva meraviglia, che, come nelle antiche tradizioni elleniche, il
salvatore di fanciulli è il delfino (onde Solino scriveva: «exempla
narrantur delphini puerum ardenti amore depereuntis, colludentis et
dorso suo medio mari gestantis, ac fideliter referentis ad litus»), nei
più antichi anelli cristiani il Salvatore appare in forma di delfino
congiunto con un'àncora. Sulla tomba d'una cristiana chiamata Redenta
appare un delfino, congiunto con una colomba, celebrata, com'è noto,
per la sua rapidità, affrettantesi verso un'anfora, ch'è il segno
zodiacale del mese di gennaio, come i pesci corrispondono al mese di
febbraio, e ritornano all'aprile. Così del delfino i Naturalisti sopra
tutte le altre qualità celebrano la prestezza;[59] presso i Romani
rappresentavansi delfini sopra colonne, e se ne pigliava augurio per
future nozze; il che si rileva da quel verso della sesta satira di
Giovenale:
_Consulit ante phalas delphinorumque columnas_
_An saga vendenti nubat caupone relicto._