Dopo che il cuculo ha cantato, dopo che Giove, in forma di cuculo,

ha visitato Giunone in segreto come un adultero, dopo i primi toni

e lampi di marzo accompagnati da zefiri erotici e da venti marziali

nunzii della primavera, il seduttore, l'amante, il guerriero inebriato

si perde; Eros ed Aphrodite abbracciati si trasformano in pesci e si

gettano in mare; viene l'aprile con le pioggie inondatrici; viene il

mese del pesce; Indra adultero nell'acqua ed il pesce erotico, che

si mangia nel venerdì, ossia nel giorno di Venere, l'Eros, guerriero

erotico che divien pesce, il pesce, anzi i due pesci (Amore ed

Afrodite, Indra ed Ahalyâ) che aprono il mese d'aprile, e coi quali,

pel loro significato fallico, è tempo che la nostra società civile

cessi di scherzare, sono perfetti corrispondenti mitici.

Dopo aver così determinato il campo mitico speciale d'Indra, studiamo

ora com'egli vi nasca, quale battaglia, e con quali alleati, e contro

quali nemici egli vi conduca.[46]

Indra essendo il più eroico degli Dei, la creazione più maravigliosa

del cielo dovette esser quella d'Indra. L'inno 18º del IV libro del

_Rigveda_ ci rappresenta il Dio Indra come il figlio di una vedova.

Il poeta domanda ad Indra: «Chi ha fatto vedova tua madre?» E, appena

egli è nato, vi è alcuno (senza dubbio, lo stesso che uccise ad Indra

il padre) che tenta pure di uccidere il figlio, onde lo stesso poeta

domanda ad Indra: «Chi è colui che desidera di ucciderti, sia che tu

rimanga a piacere, sia che tu cammini?» La madre d'Indra è salutata

con gli appellativi di _fortunata (Bhadrâ)_ e _divina (devî)_ e

_nârî_, ossia _donna forte_. La madre d'Indra è chiamata, in un inno,

_Nishtigrî_; e _Nishtigrî_ appare come un sinonimo di _Aditi_, uno

dei nomi dati alla volta celeste. Onde Indra, il cui nome è pure

_Divaspati_, apparirebbe, non solo _signore del cielo_, ma ancora

figlio del cielo, come Parg'anya, come l'Aurora, come, in somma,

tutti i Celesti, tutti gli Dei luminosi, tutti gli _Adityâs_ figli

di Aditi. Un altro de' nomi della madre d'Indra è, nell'_Atharvaveda,

Ekâshtakâ_, parola che significa propriamente «la prima ottava parte

dell'anno;» la quale dovrebbe corrispondere ai mesi di marzo ed aprile,

il tempo, in cui il Dio tonante e pluvio si manifesta. L'_Atharvaveda_

avverte tuttavia come, per sola virtù di penitenza, Ekâshtakâ generò

il glorioso Indra. Così Indra fu creato per virtù di penitenza, secondo

una leggenda del _Tâittiriya Brâhmana_ riferita dal Muir (volume cit.):

— Prag'âpati aveva creato i Devâs e gli Asurâs; ma non aveva ancora

creato Indra. Gli Dei dissero a lui: «Genera Indra per noi;» egli

disse: «Come io ho creato voi per mezzo della penitenza, così generate

voi Indra.» Allora essi fecero penitenza: videro Indra in sè; onde essi

gli dissero: «Nasci.» Allora egli disse: «Per qual destino nascerò io?»

Gli Dei e gli Asuri lo destinarono allora a proteggere le stagioni,

gli anni, la prole, gli armenti, i mondi. — È evidente come, in questa

teogonia d'origine brâhmanica, si cerca già d'umiliare la grandezza

del Dio Indra, poichè, mentre gli altri Dei si rappresentano come

dirette creature del sommo Dio Prag'âpati, Indra appare invece una

creatura secondaria degli Dei; perciò non è meraviglia se, nello stesso

_Brâhmana_, gli Dei si vantino ad Indra d'essergli superiori, mentre

invece reca meraviglia il vedere come, offeso per quel vanto, Indra ne

porti lagno al tribunale supremo di quello stesso Prag'âpati che aveva

già disdegnato di crearlo, ed al quale, per divenire il re degli Dei,

Indra domanda lo splendore che risiede in lui. Ma il _Rigveda_ stesso

ci presenta già la nozione di un Indra generato dagli Dei. Nel _Purusha

Sûkta_ poi Indra appare uscente con Agni dalla bocca del Purusha o

maschio universale.

Ma nè gli Dei, in genere, nè il maschio Purusha possono valere come

il proprio padre d'Indra, la cui madre rimane vedovata. Come la madre

Aditi dicemmo rappresentare il cielo femmina, così il padre d'Indra

(quando Indra non si concepisca come un figlio illegittimo, ossia nato

per miracolo da una vedova, come altri Eroi son nati per miracolo da

una vergine, o da una donna vecchia o da una donna sterile) non può

essere stato altro che il cielo maschio, ossia Dyu, Dyaus, il nome

antico d'Indra. Ed esso è nel vero nominato come proprio padre d'Indra

nell'inno 17º del IV libro del _Rigveda_: «Fortissimo fu giudicato

il tuo genitore Dyaus; d'Indra il creatore fu un abilissimo operaio.»

(_Suvîras te g'anitâ manyata. Dyaur Indrasya karttâ svapastamo 'bhût_.)

Questa nozione vedica è importante.

Il cielo come infinito, indestruttibile, è Aditi; come luminoso,

è Dyaus; quando il Dio pluvio e tonante copre il cielo, la vôlta

infinita, la madre Aditi esiste ancora, ma il luminoso Dyaus è

scomparso. Il nascimento d'Indra pluvio e tonante porta la morte del

luminoso Dyaus; così, nella mitologia ellenica, uno Zeus rovesciò

l'altro, ossia lo Zeus pluvio e tonante distrugge l'antico Zeus

luminoso. Indra, la cui madre diviene vedova, quando egli nasce, è

ancor esso un'antica forma del mitico parricida, o di figlio nato in

modo eccezionale.

Appena Indra nasce, appare forte: «Appena nascesti, o Indra, per

ottenere la forza, hai bevuto il soma; e la madre proclamò la tua

grandezza.» (_Rigveda_, VII, 98.) Un altro inno canta: «Appena nato,

Indra, l'uccisore di Vritra, afferrò il dardo, e domandò alla madre:

Dove sono quelli che vengono celebrati come guerrieri terribili?» Ecco

qui ancora uno de' caratteri proprii dell'eroe epico e leggendario, il

quale, essendo ancora fanciullo, dà già prove singolari del suo valore.

Ognuno di voi ricorda Ciro, Ercole, Sansone fanciulli; e, ne' futuri

raffronti, converrà forse ancora soggiungere Cristo, il quale, presso

l'importante, quantunque apocrifo, Vangelo ambrosiano,[47] nella prima

sua infanzia, mentre egli sta in Egitto, ossia nella regione nera,

vede muovere incontro a sè dragoni spaventosi; Giuseppe e la madre ne

pigliano terrore; il fanciullo Gesù invece corre loro incontra e li

doma.

Indra deriva la sua forza dal _soma_. Il _soma_ è per lui l'acqua della

forza. Come l'eroe epico e leggendario beve quell'acqua, Indra se ne

disseta largamente; perciò negli Inni vedici, non solo egli viene

chiamato _somapâs_, ossia _bevitore di soma_, ma l'_ekah somapâs_,

ossia _l'unico bevitore di soma_, e _somapâtamas_, ossia _il più gran

bevitore di soma_; un inno del _Rigveda_ ci dice che l'anima, la mente

d'Indra consiste tutta nel desiderio del soma (_somakâmam hi te manach;

Rigv._, VIII 50); uno de' nomi d'Indra perciò è pure _somakâmas_,

ossia _amante del soma_. E non solo il bere il soma è nella natura

d'Indra, ma una delle sue prodezze, per la quantità sterminata ch'egli

ne può bere ad un tratto; nella mitologia slava e scandinava l'eroe si

distingue spesso per la sua potenza nel bere più d'ogni altro, senza

alcuno sforzo. Indra con un solo sorso rasciuga bevendo trenta laghi

di _soma_: e quanto più egli beve, tanto più s'afforza; onde lo stesso

devoto, perchè si spieghi quindi e toni e fulmini un vero Indra, e non

un simulacro di esso, invita Indra a ber bene. L'eroe, essenzialmente,

deve saper bere; il più forte de' Panduidi, il figlio del Vento,

_Bhîma_ «il terribile,» acquista la sua forza invincibile dopochè,

gettato nel Gange, discende nel regno de' serpenti a bere l'acqua

della forza. Ma poichè l'eroe beve molto, si suppose, per analogia,

ch'egli mangiasse del pari; perciò Indra è ancora celebrato come una

specie di Milone Crotoniate che si mangiava un bove per ogni pasto.

Indra mangia, secondo un inno vedico, un bove; secondo un altro inno,

cento; secondo un terzo inno, trecento bovi per volta. Ma sulla potenza

d'Indra nel mangiare il poeta vedico non insiste molto, mentre quasi

ogni inno vedico a lui dedicato fa cenno del _soma_, che il Dio Indra

beve. Vi è un inno singolare nel X libro del _Rigveda_ (119); in esso

Indra celebra le proprie lodi; secondo il commentatore indiano Sâyana,

Indra canta quell'inno, in forma di quaglia, dopo aver bevuto il soma,

appena si accorge della presenza di un _rishi_. Che può significare

questa leggenda? La quaglia è animale che dorme di giorno e veglia di

notte, eccitato specialmente nelle notti, nelle quali la luna, ossia

Soma, appare nel cielo. La notte dell'anno è l'inverno, di cui la luna

vien considerata il principale reggente; è in relazione specialmente

col Soma ambrosiaco, col Soma apportatore delle pioggie primaverili,

che il Dio tonante e pluvio ritrova nel cielo la sua forza. L'inno

vedico suona così: «La mia mente è quella di dare la vacca (l'aurora

o la primavera) ed il cavallo (il sole); perciò io ho molto bevuto. Le

bevande mi sospinsero come venti gagliardi; perciò io ho molto bevuto.

Le bevande mi eccitarono come rapidi cavalli portano via un carro;

perciò io ho molto bevuto. Il soma[48] scorse verso di me, come una

vacca si affretta verso il caro figlio; perciò io ho bevuto il soma.

Intorno al cuore io mi circondo di soma, come un falegname si circonda

di carri. Le cinque classi d'uomini non appaiono alla mia grandezza

neppure come un atomo; perciò ho bevuto il soma. I due mondi non sono

neppure uguali alla metà di me; perciò ho bevuto il soma. Io oltrepasso

in grandezza il cielo e la terra; perciò ho bevuto il soma, ec.»

Si direbbe quasi che Indra tema di essere preso dai devoti per

un briaco, e che canti l'inno apologetico, per scusarsi dell'aver

bevuto oltre la misura ordinaria. Indra parrebbe voler mostrare che

il bere non lo eccitò altrimenti che _il forte inebriato_ biblico

e manzoniano. Ma Indra non è solo forte per sè; la sua forza è pure

nelle proprie armi, ossia nel fulmine apprestatogli da Tvashtar, e

ne' proprii alleati, tra i quali si celebrano per la loro potenza,

e per la loro fedeltà ad Indra, i Marutas. Nelle novelline russe,

una delle prove eroiche fra l'eroe ed il suo nemico consiste nella

gara a chi fischia più forte. Anche il nemico d'Indra, il copritore

Vritra si distingue come soffiatore, ossia come fischiatore; Indra in

questa prova è assistito dai venti Marutas. Sâyana riferisce, nel suo

commento, questa leggenda: — Indra, volendo uccidere Vritra, disse

a tutti gli Dei: «Seguitemi, aiutatemi.» Essi dissero: «Sta bene;»

e corsero per ammazzare. Vritra pensò: «Essi corrono per ammazzarmi;

io farò loro paura;» e contro di essi soffiò un vento poderoso; tutti

gli Dei scapparono frettolosi per quel fischio di lui; i soli Marutas

non abbandonarono Indra. Essi stettero presso di lui, dicendo questo:

«Uccidi, o Dio, uccidi il forte.» Vedendo questo, Indra pensò: «Ecco i

miei alleati; essi mi amano: essi devono aver la loro parte in questo

inno;» così disse Indra. — Dar loro parte nell'inno, non vuol dire

dargli il primo posto, ed io ho già avvertito come sia nata nell'Olimpo

vedico una forte gelosia tra il Dio Indra e i suoi compagni Marutas.

Questi sono i compagni del Dio, nel forte della battaglia; altri

alleati conta Indra nel cielo, e tra questi la Sarasvatî e i simpatici

Açvinâu, che lo aiutano specialmente a fare opere buone ed anzi a

liberare lo stesso Indra dal pericolo, quando il mostro Namuc'i viene a

bere il soma, ossia la forza d'Indra.

Nel _Çatapatha Brâhmana_ si trova una leggenda, della quale il senso è

questo:

— Il mostro Namuc'i portò via la forza d'Indra, il soma, col liquore

inebriante. Indra accorre per aiuto agli Açvinâu ed alla Sarasvatî,

dicendo: «Io aveva giurato a Namuc'i che non l'avrei mai ammazzato nè

di notte, nè di giorno, nè con la mazza, nè con l'arco, e neppure con

la palma della mano distesa, o col pugno stretto, non con la siccità,

non con la umidità; ed egli ha portato via la mia forza; chi me la

ricupera?» Gli Açvinâu e la Sarasvatî domandano ad Indra che permetta

loro di goderne una parte, e ch'egli riavrà la sua forza. Indra dice:

«Essa deve esser comune fra noi tutti; perciò, ricuperatela.» Allora

gli Açvinâu e la Sarasvatî unsero il fulmine, dicendo: «Esso non è

nè secco nè umido.» Con questo Indra colpi Namuc'i nella testa, nel

punto in cui la notte stava per passar nell'aurora, e ne venne fuori

il soma, insieme col sangue di Namuc'i. — Il sangue di Namuc'i ucciso

verso l'aurora non può essere che il rosso dell'aurora stessa. Ma nelle

imprese gagliarde il più utile concorso Indra lo riceve certamente dai

Marutas, e dalle proprie armi fulminee. Vishnu gli è pure compagno e

seguace fedele, ma lo segue più come servo devoto che come cooperatore

magnanimo.

Così, se i nemici d'Indra sono molti, se tutti i _krishnâs_

innumerevoli, ossia tutti i neri, tutti i mostri sono i suoi nemici,

chiamati col nome generico di _Dânavas_ o figli di _Dânu_, di

_Daittyâs_ o figli di _Diti_, creata in opposizione all'Aditi, di

_Asurâs_, raffigurati come nemici dei suri, gli Eroi divini, se tra

i nemici d'Indra appaiono _Namuc'i_ «quello che non lascia andare,»

_Sushna_ «il disseccatore,» _Pipru_ «il riempitore,» _Çambara_, di

cui sono celebrate le cento forti città celesti, nelle quali egli

si chiude, Kuyava, Varc'in, Urana, Arbuda ed altri più, i due nomi

che piglia più spesso il nemico d'Indra sono _Vritra_, propriamente

_il copritore_, figlio di Tvashtar, ed _Ahi_, «lo stringitore, il

serpente,» il gran drago celeste. Tutta la lotta epica consiste nella

lotta contro il mostro, contro il drago; e la grande impresa eroica

del Dio Indra nel _Rigveda_ è, per l'appunto, l'uccisione del mostro

Vritra, l'uccisione del serpente Ahi, per la morte del quale si

scatenano le acque, e si precipitano in vasti torrenti sopra la terra;

il fenomeno naturale e la figura mitica si collegano intimamente. Il

sole ritorna dopo la battaglia a splendere nel cielo, gli uomini e

gli animali per la vittoria d'Indra si rallegrano; le spose degli Dei

liberate, ossia le acque sprigionate, cantano inni di gioia al loro

liberatore. Questa battaglia d'Indra è descritta in modo vivace e

potente in un gran numero d'inni, ne' quali vediamo Indra in perfetto

costume di guerriero, armato di armi divine, che lancia contro il suo

nemico ogni maniera di armi, mazze, aste, dardi, fulmini. Tra queste

armi troviamo pure celebrata la pietra: açman. Che può significar

questa pietra? Ci dovrebbe essa richiamar col pensiero all'età della

pietra, e riportarci perciò alla prima più elementare mitologia,

o, con più verosimiglianza, questa pietra non è essa altro che la

roccia, la nuvola montagna, sotto la quale il nemico è oppresso

da Indra, precursore degli eroi poderosi che aiutano l'impresa di

Râma nel _Râmâyana_, scagliando contro i Racsasi intiere montagne?

Noi ammiriamo la immaginazione gigantesca degl'Indiani, leggendo la

descrizione delle battaglie del _Râmâyana_; ma il principal fondamento

di quelle immagini gigantesche è nel cielo mitico, ove, raffigurata

la nuvola come enorme montagna, divenne naturale il concepire l'eroe

divino Indra, il quale muovendo le nuvole muove le montagne mitiche e

schiaccia con esse i suoi nemici. Io non indugerò ora nella descrizione

delle battaglie celesti del Dio Indra. Mi basterà avervi mostrato

come in questo Dio si accennino già tutti i caratteri principali,

proprii dell'eroe epico-leggendario indo-europeo.[49] Mi basterà che

rimaniate, come spero, persuasi che l'eroe epico è nato naturalmente

e necessariamente sopra il Dio, e che il Dio è una persona sempre

celeste. Se gli altri Dei ci lasciarono fin qui incerti sopra la

identità originaria dell'epopea o della mitologia, il Dio Indra non

ce ne può lasciare alcun dubbio. Egli non è meno eroe che Dio; e il

Dio raffigura ad evidenza il fenomeno naturale. Ma una delle imprese

principali dell'eroe leggendario, mi direte, è quella di conquistare e

liberare la donna, senza la donna non vi sarebbe epopea. Ebbene, quelle

vacche che Indra libera dalla spelonca del mostro che le ha, simile

a Caco, rapite,[50] in altri inni appaiono col nome di donne. Indra è

liberatore delle acque chiuse nella nuvola, delle aurore chiuse nella

notte, delle primavere chiuse nella scura terra; è liberatore delle

spose degli Dei; è liberatore delle donne, e le libera perchè le ama,

e perchè le ama troppo, la mitologia brâhmanica rappresenta poi il

trono d'Indra circondato dalle Ninfe _Apsarâs_; e, per cagione della

sua eccessiva tenerezza per le donne, il Dio Indra si perde. Alla sposa

d'Indra furono dati parecchi nomi diversi, fra gli altri: _Çac'î_,

«la forza;» _Indrânî_, «la forza d'Indra:» ma è troppo evidente che

questi nomi sono semplici astrazioni di una qualità del Dio, e non

possono pigliare persona viva, e tanto meno svegliare il Dio sensuale.

Ma, quando Indra si innamora dell'aurora umida e luminosa, delle acque

lucenti, questi esseri femminini possono pigliare una figura poetica,

la quale attrae il Dio Indra, il celeste _Çiprin_, «il vago, il

bello.» E le rappresentazioni dell'Olimpo brâhmanico ci rappresentano

però Indra in forma di bellissimo giovine, agile, elegante, col corpo

tempestato di occhi luminosi, ossia di stelle. Il guerriero ha ceduto

il campo all'amante, il quale combatte perchè ama, e, dopo aver

combattuto, raccoglie nell'amore il frutto della sua vittoria.

LETTURA UNDECIMA.

GLI AÇVIN.

Di tutte le figure mitiche che l'Olimpo vedico ci presenta, la più

simpatica è, senza dubbio, quella degli _Açvin_; se i nostri primi

padri ariani non avessero creati altri miti, questo solo basterebbe

a persuaderci com'essi siansi nella più remota antichità affacciati

alla storia con un ideale poetico. Qualunque sia stata l'origine

fisica del mito, la sola facoltà di creare due persone mitiche

cavalleresche come gli Açvin, è già prova di una singolare eccellenza

morale nella nostra razza. Chi attribuisce al Cristianesimo tutto

il merito della cavalleria, dovrebbe soltanto meditare sopra la

mitologia vedica e la ellenica, e sopra le epopee che ne derivarono

naturalmente, per avvedersi del proprio errore. L'uomo ariano apparve

nella vita storica con un sentimento cavalleresco, e però creò pure

sollecito nel suo olimpo l'eroe cavaliere. Già nelle figure d'Indra

e dei Marutas, e in quella dell'eroina aurora, ravvisammo numi

cavallereschi, protettori dell'innocenza, della virtù perseguitata.

Ma il protettore, per eccellenza, il perfetto cavaliere è l'_Açvin_:

anzi la parola _açvin_ venne a significar precisamente _il cavaliere_,

e, come due sono gli ellenici Dioskuri, così due sono i cavalieri

vedici od _Açvin_. Ma, poichè non ci è bastato fin qui l'indicare come

gli Dei vedici siano rappresentati, ma tentammo pur sempre, quando

ci fu possibile, d'esaminare com'essi siano nati; così, innanzi di

descrivere la figura e le opere degli Açvin, indugieremo per poco

a ricercarne la natura specifica originaria. Abbiamo, dunque, nel

cielo due _Açvin_, che interpretiamo per due _cavalieri_; ma ho già

accennato nella Introduzione di queste letture, come la parola _açvin_

significhi propriamente il fornito di _açva_, e la parola _açva_

valga _il rapido_ (e al neutro forse _la rapidità_); i due divenuti

_cavalieri_, furono, dunque, in origine, _i rapidi, i solleciti_, al

pari dell'aurora, che vedemmo esser la prima ad arrivare: un primo

equivoco di linguaggio trasformò _il rapido_ in un _cavallo_;[51] un

secondo equivoco, _il fornito di rapido_, in un _fornito di cavallo_

e in un _cavaliere_. Ma, perchè due rapidi celesti? quali fenomeni,

quali esseri celesti si raffigurano in que' due rapidi? Come l'aurora

mattutina è la prima a vincere la corsa al mattino, così il sole è il

rapido che appare primo sull'orizzonte. Ma vi è un altro rapido nel

cielo, l'astro che primo arriva sull'orizzonte alla sera, la luna;

il sole e la luna sono i due rapidi celesti, i due fratelli rapidi, i

due fratelli cavalieri, i quali si scambiano, si aiutano l'un l'altro,

e soccorrono coi loro aiuti potenti i mortali bisognosi. E perchè la

luna è preceduta dal crepuscolo della sera, e il sole dal crepuscolo

del mattino, i crepuscoli annunziano pure i due fratelli Açvin, che

s'identificano anzi, spesso, con essi; e poichè la luna, oltre la

notte, regge specialmente la stagione fredda dell'anno, e il sole,

oltre il giorno, regge specialmente la stagione calda dell'anno, gli

equinozii d'autunno e di primavera ebbero pure il loro crepuscolo

lunare e solare, dominati dai due fratelli Açvin. Di più, come il

giorno è preceduto da due fenomeni luminosi, l'uno biancheggiante,

_l'alba_, l'altro rosseggiante, _l'aurora_, gli Açvin furono pure

particolarmente considerati in relazione con questi due fenomeni, ossia

con questi due crepuscoli mattutini: l'uno passa dal nero al grigio,

o al bianco pallido dell'alba; l'altro dal grigio al roseo od aureo

dell'aurora. Il grigio o biancastro che appare nella sera, fra l'aurora

vespertina e la tenebra, e, al mattino, fra la tenebra e l'aurora

mattutina, corrisponde a quel tempo che i Francesi chiamano _entre

chien et loup_, cioè, di sera, quando non è più giorno e non è ancora

notte; di mattino, quando non è più notte e non ancora giorno: questo

Açvin è in particolare relazione con la luna, e l'altro più luminoso in

particolare relazione col sole: nessuna meraviglia quindi se troviamo

identificati i due Açvin con la luna e col sole, e strettamente

congiunti con l'aurora, ora loro protetta, ora loro compagna, ora loro

amica, ora loro sorella; ond'essi vengono al pari di lei, della _divo

duhitar_, chiamati _figli del cielo (divo napâtâ)_, e, quando essa

appare o sta per apparire, vengono invocati ed adorati, poichè in quel

tempo si compiono pure le loro imprese eroiche.

L'antico commentatore vedico Yâska sembra ancora avere alcuna coscienza

del primo valore etimologico della voce _açvin_, ossia _rapido,

sollecito_, quando dice: _Açvinâu yad vy açnuvâte sarvam rasena anyo,

g'yotishâ anyah (Açvin_, son così detti, poichè penetrano tutto,

l'uno con l'umore, l'altro con la luce). Qui abbiamo evidentemente

indicato un _açvin_ lunare ambrosiaco, ed un _açvin_ solare rifulgente.

L'_açvin_, «penetrante,» ci appare parente dell'aurora _Urvâçî_, «la

vasta penetrante.» Il crepuscolo penetra, si distende, pervade il

cielo come l'aurora; ma poichè _il penetrare_ è un _andar innanzi_, un

_arrivar prima_, l'_açva_, «il penetrante,» riuscì pure un _rapido_, un

_corsiero_, un _cavallo_.

Letture sopra la mitologia vedica · 第 14 / 26 段