Viçvarûpa, è _Trita Aptya_, il quale conoscendo le armi paterne
combatte, taglia le tre teste delle sette corna del figlio di Tvashtar,
libera le vacche. La parola _Trita_ vale propriamente _terzo_; suoi
fratelli sono _Ekata_ che val _primo_, e _Dvita_ che val _secondo_.
Come, nelle novelline popolari, il terzo fratello è sempre il più
valoroso, così la grande impresa mitica celeste è compiuta da _Indra_
come _Trita_, ossia come _terzo_.[39] Trita troviamo identificato ora
con Indra, ora con Marut, Vâta, Vâyu; così nel _Mahâbhârata_, Arg'una
figlio d'Indra e Bhîma figlio del Vento fanno prodezze insieme. Bhîma
precipitato, per insidia, nel regno de' serpenti, vi beve l'acqua della
forza, come il vedico Trita è calato nel pozzo, come Indra trova nel
pozzo il _soma_, ossia la bevanda ambrosiaca, dalla quale egli trae la
sua forza; in una leggenda del _Mahâbhârata_ si narra che Trita nel
pozzo appresta il _soma_. Il sole che si tuffa nella nuvola e nella
notte tenebrosa, nell'acquosa stagione invernale, retta specialmente
dalla luna (Soma), come il giorno e l'estate dal sole, vi acquista la
sua forza, e ne vien fuori. Indra pluvio e tonante primaverile, Indra
pluvio e tonante estivo, e Trita che piglia forza nelle acque, che
sconfigge il mostro trattenitore delle acque, che uccide il figlio
di Tvashtar, hanno natura comune. Ma in quali relazioni di parentela
stanno Trita ed Indra con Tvashtar? Tvashtar identificandosi con
_Prag'âpati_, con _Dhâtar_, con _Savitar_, con _Pûshan_, appare un
Dio creatore. Dicemmo già ch'esso diede _vigore ad Indra_. Trita si dà
nella leggenda brâhmanica come figlio di _Prag'âpatî_. Ma _Prag'âpati_,
o _signor delle creature_, è un termine troppo generico, ed ogni
creatura si può considerare come opera di _Prag'âpati_. Tvashtar
riproduce, invece, particolarmente il carattere del vecchio padre, del
vecchio suocero, che accoglie, per volere del fato, inconsciamente,
incautamente quello che lo dovrà perdere. Indra e Trita devono tutto
il secreto dell'arte loro a Tvashtar, ma di esso si valgono appunto
per distruggerlo. Indra e Trita sono in alcun modo figli adottivi,
figli inconsapevoli del padre Tvashtar inconsciente che prepara il suo
danno senza saperlo. Egli ha un proprio figlio simile a sè, Triçiras,
ed una figlia Saranyû; sposa la figlia a Vâyu, e secondo una nozione
più frequente a Vivasvant. Ma Vâyu s'identifica con Trita, e Trita
con Indra. Perciò Trita od Indra ci dovrebbe apparire al pari di
Vâyu come genero di Tvashtar, accolto da lui come figlio, ospitato,
nutrito, ammaestrato nell'arte sua, fortificato a tutto suo detrimento.
La leggenda cristiana ha fatto di Giuseppe il legnaiuolo lo sposo
impotente della Vergine, che lo Spirito Santo viene a fecondare; la
leggenda vedica ci dà il vecchio legnaiuolo Tvashtar, il quale sposa la
vergine sua figlia Saranyû ora a Vâyu, il sacro vento, ora a Vivasvant,
uno de' nomi del giovine sole. La leggenda del _Mahâbhârata_ ci offre
il sole che visita in segreto nella casa paterna di lei la vergine
Kuntî, si unisce con essa, le dà un figlio, ma l'assicura che rimarrà,
dopo il parto, sempre pura; lo zefiro ed il sole s'uniscono ogni
giorno con l'aurora mattutina, e questa riappare ogni giorno vergine,
o _sempre giovane_, come dice l'inno vedico, quantunque _antica_.
L'aurora, quantunque _antica_, è sempre capace d'essere fecondata;
quindi se, nella Bibbia, la vecchia Sara, al passare degli angeli,
si feconda, se la madre di Sansone, dopo l'annunzio di un angelo,
quantunque creduta sterile, si feconda dell'eroe, la cui forza è nella
chioma; noi abbiamo sempre lo stesso fenomeno dell'aurora o della
primavera, che, quantunque antica, quando zefiro spira, quando il nuovo
sole si mostra, ci appare giovine, pura, e si rifeconda. Interpretati
coi fenomeni naturali, i miti pèrdono il loro carattere mostruoso. Così
ancora, quando il _Mahâbhârata_ ci racconta che _Pându, il pallido_,
è impotente a generar figli nel seno della sua sposa _Kuntî_, la
quale, consenziente lo sposo, riceve la visita degli Dei Yama, Vâyu
ed Indra che vengono a fecondarla; noi abbiamo ancora un mito che ci
rappresenta il fecondarsi dell'aurora e della primavera, a cui non
bastando _Pându, il pallido, l'imbelle_ sole invernale, perchè divenga
viva ne' figli e nelle opere, s'inviano il sole luminoso o sapiente
Yama, il vento vigoroso Vâyu, il tonante, fulminante, pluvio ed agile
Indra primaverile a fecondarla. Ma, per tornare agli Inni vedici, non
è dubbio che abbiamo in essi un divino falegname _Tvashtar_ che sposa
la propria figlia a Vâyu o Vivasvant, de' quali Indra e Trita appaiono
equivalenti. Indra e Trita si mostrano quindi nemici di Tvashtar, ma
prima essi furono beneficati da esso, avendo essi da Tvashtar appreso
l'arte, per cui riescono invincibili. Indra o Trita è l'artista che
supera il suo maestro. E come Indra s'identifica con _Trita_, così
tre si rappresentano i _R'ibhavas_ od artefici celesti, discepoli di
Tvashtar; Indra è il _R'ibhu_ per eccellenza; perciò i _R'ibhavas_
appaiono per lo più congiunti con Indra; ed è il terzo _R'ibhu_ quello
che fa il gran miracolo, il miracolo più bello, pel quale Tvashtar
stesso ne piglia invidia. Essi aveano già fabbricato con l'arte loro
appresa da Tvashtar de' carri, col loro attacco, cioè vacche e cavalli,
e altre cose mirabili; essi aveano pure la virtù di ringiovanire i loro
genitori (_Sudhanvan_ è il nome vedico dato al padre dei _R'ibhavas_);
ma tutto ciò all'ingenuità del poeta vedico pareva ancora poco: esso
riserbava invece tutta la sua meraviglia per i _R'ibhavas_, i quali
da una sola coppa sacrificale ne aveano, abilissimi prestidigiatori,
formate quattro. E questo portento lo compie il più giovine de' tre
fratelli. Tvashtar, il loro maestro, in alcuni inni, appare soddisfatto
di quella meraviglia d'arte; in altri, invece, lo vediamo vergognoso.
Egli avea fatto quella coppa che i _R'ibhavas_ aveano moltiplicata
per quattro; vedendo alterata l'opera sua, e certamente migliorata,
egli va a nascondersi confuso tra le sue donne (_gnâsu_), ove si
sdegna e si prepara ad uccidere i suoi rivali. Tvashtar disse così:
_Uccidiamo quelli, i quali hanno profanata la coppa, nella quale gli
Dei venivano a bere_. Poichè tra que' profanatori si trovava il Dio
Indra in persona, il cui potere è appunto quello di estendere il cielo
celeste, si comprende come sia avvenuto l'espandimento della coppa
di Tvashtar, e come (una specie di _Secchia rapita_ celeste), dopo
quell'espandimento dell'opera di Tvashtar, Indra ed i R'ibhavas si
separino da esso, e la guerra s'accenda nel cielo per cagione della
coppa, in cui si beve, come poco innanzi abbiamo veduto Tvashtar
guastarsi con Indra per cagione della bevanda divina, che egli era
venuto a bere, per propria forza, senza essere stato invitato dal
guardiano del _soma_ alla libazione. Vedremo nella prossima Lettura
qual Dio sia stato negli Inni vedici questo Indra, che qui ci appare
già indicato come un artista meraviglioso, come un bevitore potente, e
come un guerriero di forze straordinarie.
LETTURA DECIMA.
INDRA.[40]
Fra tutti gli Dei dell'Olimpo vedico, Indra è il più potente, il
più caratteristico, il più frequentemente invocato. E non s'invoca
solamente perchè si ama, ma spesso ancora perchè si teme. Tutta la
scienza magica, che ha le sue radici nelle superstiziose credenze
popolari, si fonda sopra una continua evocazione delle forze di un
dèmone occulto che si suppone occupar tutta la natura. Cicerone, nel
secondo libro _De Divinatione_, lasciò scritto: «Nonne perspicuum
est ex prima admiratione hominum, quod tonitrua, jactusque fulminum
extimuissent, credidisse ea efficere rerum omnium praepotentem jovem?»
Il tono ci rende _attoniti_ ed _intontiti_, come si dice in Toscana,
che vale quanto _istupiditi_, per la stessa analogia onde dal verbo
_stupire_ è nato l'aggettivo _stupido_. Il massimo degli Dei, il Dio
tonante, per suo supremo effetto, istupidisce il suo devoto ammiratore;
dove lo stupore non ha limiti, s'accoglie pure la stupidità; e
cessa questa, dove allo stupore sottentra la curiosità della ricerca
scientifica. I primi pastori vedici rimasero sotto il fascino tremendo
del cielo tonante, e accordarono pertanto al Dio che lo reggeva gli
onori supremi. Io ho già indicata la grande somiglianza che hanno fra
loro il vedico _Tvasthar_ che prepara ad Indra i fulmini, e Indra
stesso che brandisce il fulmine per lanciarlo; come Tvashtar prese
pertanto aspetto demoniaco, così Indra, il sommo degli Dei, ebbe pure
talora aspetti formidabili e demoniaci, e fu poi finalmente nella
mitologia brâhmanica rappresentato e perseguitato come Demonio. Come
ogni medaglia ha il suo rovescio, così non vi è Dio, di cui non si
potrebbe trovare il corrispondente demoniaco, fisico e morale; onde si
potrebbe dire egualmente che il Dio è un Demonio rovesciato o scoperto,
o pure che il Dio rovesciato e coperto diviene un Demonio.
Il bello ed il brutto, il bene ed il male, non sono distinti in natura:
l'uno rientra nell'altro, l'uno esce dall'altro, ed essi si confondono
in una lotta perenne. L'opera può esser buona o cattiva, ma l'operaio
medesimo può essere autore dell'una come dell'altra. Un inno del
_Rigveda_ (VIII, 86) canta: «O fulminante, per timore di te, tutte le
cose create, il cielo e la terra tremano.» In altri inni consigliati
dalla paura,[41] il devoto assicura Indra ch'egli serba fede al
violento Indra (_tvishimate Indrâya_), quando egli ferisce col fulmine
(_Rigv._, I, 55); e lo prega perciò di non distruggere la gioia o la
salute, o il nutrimento vitale che sia, del devoto (_mâ antarâm bhug'am
â ririsho nas; Rigv._, I, 104); un altro poeta con singolare insolenza
canta, rivolgendosi ad Indra (_Rigv._, VIII, 45): «Io ho inteso poco di
quello che un tuo pari ha fatto sopra la terra; mostra l'animo tuo, o
Indra. Crederò vere quelle tue prodezze, meritate le lodi che si fanno
di te, se ti mostrerai propizio a noi. O eroe, non fulminarci nè per un
peccato, nè per due, nè per tre, nè per molti. Io ho avuto paura di un
terribile, lacerante, distruggente offensore tuo pari.» Il devoto qui
diviene ribelle; e si sente in questa antica protesta dell'uomo contro
una forza soverchiante della natura, adorata come divina, fremere
l'anima di un Prometeo.[42] Il tonante apparve potente, il potente
prepotente o tiranno, e contro il tiranno arbitrario, capriccioso,
violento, i devoti meno persuasi della divinità d'Indra si sollevano
sdegnati. Mentre adunque molti devoti salutano Indra per lo più col
nome di _padre (Jupiter)_ e lo colmano di tutte le carezze che il
linguaggio poetico può immaginare per raffigurare un nume prediletto,
dal quale s'attendono ogni maniera di favori, vacche, cavalli, cibi,
ricchezze, la vittoria ne' combattimenti, la felicità, la gloria, altri
dubitano ancora della sua esistenza, e da questo dubbio alla ribellione
contro la sua presenza che si rivela quindi in modo terribile,
formidato, è agevole il passo. Un poeta dice (_Rigv._, VI, 18): «Sei
tu forte, o Indra, o non lo sei? móstrati nel tuo vero aspetto.» Ma,
poco dopo, sentendolo probabilmente tonare, s'affretta esclamando: «Io
credo, o potentissimo, reale la forza di te nato potente.» Ed un altro
poeta (_Rigv._, VIII, 89): «Se Indra esiste veramente, offriamogli un
vero e proprio inno, domandandogli degli alimenti.» Ma alcuno dice:
«Indra non esiste; chi l'ha veduto? e (se nessuno l'ha veduto) a
chi inneggieremo noi?» (Ma Indra si fa ben presto sentire, dicendo):
«Eccomi, o devoto; ravvisami: per la grandezza, io sto sopra tutte le
creature.» Noi vediamo qui dapprima un dubbio intorno alla presenza
dell'Indra fisico; quindi si venne a dubitar pure del suo carattere
divino. Vi sono alcuna volta nel cielo lampi e toni che non portano
alcun effetto sopra la terra, che non menano e non accompagnano alcuna
tempesta; allora il poeta si domanda se Indra ci sia o non ci sia, se
quel tonante celeste sia il vero Indra, od una mistificazione di esso.
In questa domanda noi abbiamo indicato il carattere più generale, più
frequente dell'Indra vedico. La sua qualità di tonante e pluvio lo rese
eminente tra gli Dei eroici. Ma non è probabile che questo sia stato
il carattere primitivo d'Indra come non è stato l'ultimo. Nel periodo
brâhmanico Indra ritorna ad essere quello che sembrami sia stato
nel primo periodo vedico, cioè il cielo e specialmente poi il cielo
azzurro, stellato, notturno. L'_Indraloka_ o _il mondo_ o _paradiso
d'Indra_, vale per me semplicemente _il cielo_, come lo _svargaloka_,
che vale _il mondo celeste_ ed _il paradiso_. Perciò troviamo
Indra chiamato _sahasrâksha_ o _milloculo_, e poichè il _pavone_ si
distingue per le sue penne gemmate ed occhiute, la leggenda indiana ci
rappresenta Indra in forma di pavone, e il mito indo-europeo il corvo,
ossia il nero, la notte scura, che si veste delle penne del pavone,
ossia che s'ingemma d'occhi. Perciò ancora il pavone era dedicato alla
_Dea Giunone (D)junon_ il cielo femminino, come _Dyu, Dyaus, Zeus,
(D)jupiter_ o _(D)iespiter_ è il cielo mascolino. Abbiamo un cielo
concepito come mascolino _Dyu_, e un cielo concepito come femminino
_Div (Pr'ithivî_ «la larga» abbiamo già detto corrispondergli); così la
parola dies in latino è comune al mascolino ed al femminino. Concepito
_Div_ come un femminino, il suo mascolino è o _Dyu (Dyâus, Zeus)_,
oppure _lo sposo_, _il signore (pati o pitar)_ di _Div_, chiamato
_Divaspati_ in lingua vedica, e _(D)jupiter, (D)iespiter_ in lingua
latina (il vedico _Dyaush_). Giunone è dunque la sposa legittima di
Giove, poichè Giove è il cielo, e il signore del cielo, e Giunone è il
cielo stesso. _Divaspati_ è uno de' più antichi appellativi che assume
negli Inni vedici il Dio _Indra_, il quale pertanto fu, anzi ogni cosa,
semplicemente il cielo, e poi il padrone, il reggitore del cielo; ma,
divenuto il signore del cielo, poichè nel cielo non si manifesta alcun
fenomeno più meraviglioso e più formidabile del fulmine, il fulmine fu
posto nelle mani di quel _Divaspati_ o _signore del cielo_.
S'è molto disputato fin qui intorno all'etimologia del nome _Indra_, ed
invano. La parola _Indra_ non ci offre alcun derivato, nè alcuna radice
indiana che valga a dichiararla; ed è alquanto curioso che non si possa
in una lingua tutta trasparente come quella che ci occupa, ritrovare
il senso intimo dell'appellativo del Dio supremo vedico; mentre poi
questo pronto sottrarsi della parola all'analisi etimologica potè
forse servire a far d'Indra una potenza più venerabile, per essersi
perduta la coscienza del primitivo significato del suo nome. Tuttavia,
come ogni avvocato non ama dichiarar perduta una causa importante,
finch'ei non s'è provato alla sua volta a difenderla, pare a me d'aver
finalmente trovato la prima forma ed il primo senso del nome di quel
Dio, con cui mi sono accostato[43] la prima volta agli studii di
mitologia indiana, nel proposito di penetrarne, secondo il mio potere,
l'intima natura.
Io suppongo, per l'analogia del nome zendo d'_Indra_, che è _Andra_,
essersi assimilata la sorda dentale innanzi alla sonora semivocale,
dopo la metatesi, e dopo la perdita della media vocale _a_, e
restituisco pertanto il nome _Indra_ (per _Andra_) ad _Antar_ o
_Antara_, che valse la regione di mezzo, come _Antari-ksha_ (secondo
la probabile spartizione della parola, proposta dal professor Weber)
vale la regione di mezzo, il cielo di mezzo, quel cielo appunto,
nel quale si adunano le tempeste, il cielo delle tempeste, che si
rappresentò quindi particolarmente come pluvio e tonante. Quando
diciamo dunque _Indra_, diciamo ancora _il cielo_, diciamo _Dyu_,
diciamo _Divaspati_, ma quel _Divaspati_ specialmente, nel cui
esclusivo dominio succedono le tempeste. La verità fisica viene in
sostegno della nostra etimologia; poichè è solamente nell'_antar_
od _antara_ od _antariksha_, o cielo di mezzo, che si raccolgono le
nuvole, che guizzano i lampi, che _Indra_ od _Andra_ tona. E di questa
verità naturale i pastori che parlavano la lingua vedica avevano dovuto
essere frequenti spettatori dall'alto delle montagne dell'Himâlaya,
come potremmo rendercene ancora capaci noi stessi, salendo ne' mesi
estivi sopra le vette del nostro Appennino o delle nostre Alpi,
onde assisteremmo al meraviglioso spettacolo di un mare di nuvole
solcate dai fulmini, e fragoroso per frequenti scoppi di tuono, onde
sentiremmo sotto i nostri piedi traballare la montagna. L'_antar,
antara_, o _Andra_ od _Indra_ tonante, accompagnato dai _Marutas_ o
_venti_, incominciò dunque, per quanto ne pare a me, a rappresentare
l'_atmosfera_, o regione de' venti, o regione delle tempeste, de' toni,
de' fulmini, e quindi si trasformò nel Dio che regge le tempeste, a
quel modo stesso con cui _Dyu_ «il cielo» divenne _Divaspati_ «il
reggitore del cielo.» E questa etimologia che io ardisco proporre
con qualche fiducia, per la parola _Indra_, non solo non obbliga ad
alcuno sforzo di derivazione, non solo combina perfettamente coi
fenomeni fisici che _Dyu_, divenuto _Divaspati_ e poi _Indra_, fu
chiamato a rappresentare, ma con tutta la nozione che la mitologia
vedica ci può dare del primitivo Indra posto in relazione strettissima
con _Varuna_, il copritore celeste, che, secondo il professore Roth,
fu venerato prima del Dio Indra, e con Dyaus, di cui i professori
Benfey e Brèal hanno fatto il predecessore del nostro Dio. Nessuna
meraviglia invero che Indra o Divaspati, Dyaus e Varuna, avendo in
origine rappresentato solamente il cielo, i tre numi abbiano pure un
loro antico uniforme carattere. Solamente col tempo ciascuno de' tre
Dei prese una sua caratteristica speciale: Dyaus riuscì particolarmente
il cielo luminoso, Varuna il cielo acquoso, tenebroso, Indra il cielo
pluvio e tonante; dall'uno identico si staccarono tre varietà, le quali
presero persona, ma ogni persona conservò pure e tradì spesso alcuno
de' comuni caratteri generici, alcuno dei segni dell'antica parentela.
L'antico _antara_ o _medio_[44] divenuto _Andra_ e poi _Indra_, con
questo appellativo, il nume scambiò poi alcuna delle sue qualità con
quelle di un Dio di nome analogo _Indu_, il Dio Luno, rappresentato
come particolar reggitore della stagione acquosa, invernale; ed Indra
che si chiude nella nuvola, ossia il cielo che si copre di nuvole, si
rappresenta come un gran bevitore d'_Indu_ e di _Soma_, voci che, oltre
la luna, dicemmo rappresentare l'ambrosia. L'ambrosia d'Indra pluvio
è l'acqua della nuvola, nella quale egli si disseta, s'inebria, piglia
forza nel marzo e in estate (come la perde nell'aprile e nell'autunno),
quindi fulmina e tona, uccidendo il mostro che trattiene le acque.
Siccome poi il sole fa il medesimo che il cielo, cioè si chiude, si
nasconde nella nuvola, e il sole è chiamato signore del cielo non
meno di Indra, lo stesso Indra che, nella sua qualità di pluvio si
confonde con l'umido Indu, il Dio Luno, ci si rappresenta ancora con
alcuni caratteri conformi a quelli proprii del sole. Ma, per quanto
elastica possa essere la natura del sommo degli Dei, il quale è pure
in parte tale, perchè si associa alcuni attributi proprii degli altri
Dei, si può ritenere come cosa certa che il primo carattere generale
d'Indra fu quello di _cielo_, il suo carattere specifico eroico divenne
quello di _cielo fulminante e tonante_. Un inno vedico (_Rigv._,
VI, 82) ci fa sapere che Mitra (il sole) va specialmente dietro a
Varuna, e che il terribile Indra se ne va risplendendo in compagnia
de' Marutas; un altro inno (VII, 83) canta che il piacere d'Indra è
quello d'uccidere i nemici in battaglia, mentre Varuna mantiene sempre
e difende le vie del cielo. Varuna rimase il cielo tranquillo, Indra
divenne il cielo animato nella tempesta, e specialmente, ripeto, il
cielo dell'atmosfera, il cielo _antara_ od _antariksha_. L'inno 12º
del II libro del _Rigveda_ definisce anzi Indra «quello che formò
l'atmosfera, e quello che stabilì il cielo» (_yo antarikshâni vimame
varîyo yo dyâm astabhnât sa g'anâsah Indra_). In questa importante
definizione noi troviamo accennata la natura specifica e la natura
generica del Dio Indra, cioè il cielo medio, agitato, tempestoso, ed
il cielo in generale. Ed è specificandosi che Indra divenne popolare,
e prese una spiccata fisionomia poetica ed eroica, e potè quindi
dominare tutto l'Olimpo vedico, ed una parte del brâhmanico, chè,
quando Strabone c'informa come gl'indiani del suo tempo adoravano il
Dio o Giove pluvio (τὸν σμβριον Δὶα), convien credere che, presso
i popoli del Pa'n'c'anâda, fosse rimasta alcuna viva reminiscenza
dell'antico culto vedico, sebbene nell'India brâhmanica il sommo
potere regio, che negli Inni vedici trovasi diviso fra Indra e Varuna
chiamati insieme _colleghi nel regno (samrâg'â)_, sia stato diviso fra
Yama e Brahman, la potenza formidabile d'Indra fulminante vittorioso
sia stata trasferita particolarmente nel Dio Vishnu, e Indra stesso
sia divenuto il solo vago cielo azzurro, e specialmente l'azzurro
stellato. Vishnu negli Inni vedici appare come un compagno, un amico
d'Indra; e il _Çatapatha Brâhmana_ ce lo rappresenta come suo seguace,
in una leggenda, nella quale il nemico d'Indra, il mostro Vritra,
riappare come un personaggio sacro, la cui propria essenza sono i
tre primi Vedi. Secondo quella leggenda, adunque, era egli stesso il
_Rigveda_, il _Yag'urveda_, il _Sâmaveda_ insieme riuniti; Indra ne
piglia dispetto, ed avendo per suo compagno Vishnu, volenteroso di
lanciare il proprio fulmine contro Vritra, dice a Vishnu: «Io vorrei
scagliare il fulmine contro Vritra.» Dice Vishnu: «Sta bene; io ti
starò dietro; scaglia.» Allora Indra levò contro di lui il fulmine:
Vritra a quel fulmine levato ebbe paura; egli però disse: «Io ho questa
forza; io do questa a te; e tu non voler più scagliare,» e consegnò
ad Indra il _Yag'urveda_. Allora Indra levò sopra di lui un secondo
fulmine, e Vritra: «È mia quest'altra forza; voglio cederla a te; ma
tu non voler più scagliare;» così disse, e gli consegnò il _Rigveda_.
Ed Indra levò fuori un terzo fulmine. Allora Vritra: «Ho _ancora_
quest'_ultima_ forza; te la do; ma tu non voler scagliare,» e gli
consegnò il _Sâmaveda_. Ma Indra, che s'è divertito a quel giuoco,
continua a puntare contro il suo nemico, e Vishnu gli sta sempre
dietro. Nel periodo brâhmanico Vritra, come abbiamo già avvertito, fece
poi le sue vendette, poichè, raffiguratosi in esso un brâhmano, anzi
il brâhmano per eccellenza, in lui si identificò, col trionfo della
casta brâhmanica sopra la guerriera, il sommo Brahman, ed Indra venne
precipitato ignominiosamente dall'Olimpo, come brahmanicida, e, per
giunta, infamato come un Dio donnaiolo, condannato a giacere nascosto
nell'acqua, per la vergogna ch'egli avea di mostrarsi, dopo che
maledetto da un Brâhmano, di cui egli avea sedotto la moglie Ahalyâ,
il suo corpo si trovò coperto di mille vulve, onde gli fu dato dai
Brâhmani il nome infame di _Sahasrayoni_, variandosi così l'appellativo
proprio d'Indra come cielo stellato ch'era _Sahasrâksha_, ossia _dai
mille occhi_, che avea convertito Indra in una specie di Argo. Nel
_Râmâyana_ un poema fatto per i guerrieri, dove tuttavia si tradiscono
spesso preoccupazioni settarie brâhmaniche, Indra si scusa presso gli
Dei di aver sedotta Ahalyâ, la sposa del penitente Gâutama per metterlo
in collera, e così fargli, con nemesia vendetta, perdere il frutto
della sua penitenza, la quale, quando fosse stata spinta più oltre,
avrebbe potuto far tremare l'Olimpo, e pregiudicare gli Dei, creando
sopra la terra un uomo, cui la santità del costume avrebbe reso non
simile soltanto, ma più forte e formidabile di tutti gli Dei. Onde,
convertito evidentemente in una specie di dèmone tentatore,[45] Indra
si aspetta lode dagli Dei per la sua prodezza erotica, come nell'Olimpo
vedico ne aveva avuta per le sue prodezze eroiche. Con lo stesso
intendimento, nelle leggende brâhmaniche, il Dio Indra manda spesso
dal cielo in terra le sue Ninfe od _Apsarâs_, per invitarle a sedurre
con la nudità delle loro forme i santi Anacoreti, intenti a macerare la
carne ed a mortificarsi; i santi ora cedono, ora si mettono in collera,
ed in entrambi i casi recano danno a sè stessi, pèrdono in un giorno
il frutto delle loro penitenze protratte, secondo i mostruosi calcoli
brâhmanici, per centinaia e migliaia d'anni.
Nello stesso _Râmâyana_, ove Indra appare come seduttore di Ahalyâ,
Ahalyâ, che prima era lodata per l'unica bella donna che fosse nel
mondo, e altrove viene celebrata come la prima donna creata da Brahman,
l'Eva indiana, diviene brutta e vien cacciata dal sacro eremo, in cui
viveva felice; ma si scusa che si lasciò sedurre, perchè Indra avea
preso le forme ingannevoli di suo marito Gâutama. Essa tuttavia ritorna
pura, ricupera la sua bellezza, per la sola visione di Vishnu incarnato
in Râma, e Indra alla sua volta si purga del suo peccato d'adulterio
facendo un sacrificio a Vishnu; così le parti si trovano invertite fra
l'Indra e Vishnu vedici e il Vishnu ed Indra brâhmanici. I Brâhmani,
volendo pur accordare un proprio loro Dio ai guerrieri, foggiarono di
Vishnu, il vedico seguace d'Indra, il supremo Dio delle battaglie,
ed Indra fu collocato a riposo; nel suo riposo troppo prolungato,
stravizia e riempie il cielo di scandali. Quanta differenza dal vedico
Indra, di cui l'antico poeta cantava (_Rigv._, IV, 30): «Non vi è
alcuno più alto di te, o Indra, nessuno superiore a te; o uccisore di
Vritra, nessuno simile a te.» (_Rigv._, VI, 30): «È vero questo, non
vi è altri, o Indra, Dio o mortale, superiore a te.» (_Rigv._, VIII,
67): «Indra è insuperabile, invincibile; egli ode, egli vede ogni
cosa.» (_Rigv._, VIII, 77): «Tu combatti, e vinci tutte le creature
in potenza, in vigore, in energia, in forza.» (_Rigv._, VIII, 59):
«O Indra, se tu avessi cento cieli, cento terre, non i cieli, non le
terre, non cento soli, non alcuna cosa creata arriverebbe alla tua
grandezza.» (_Rigv._, VIII, 87): «O Indra, tu sei potentissimo; tu hai
fatto risplendere il sole; tu sei grande artefice dell'universo, tu sei
il Dio dell'universo.»
Vedremo, in breve, quali siano state le imprese eroiche del Dio
Indra nel _Rigveda_. Intanto ho voluto tratteggiarne i caratteri più
generali, mostrandovi come dal primo aspetto di cielo siasi passato
a quello di cielo atmosferico, pluvio, fulminante, tonante, e come
nel periodo brâhmanico siasi ritornati a rappresentare Indra nel suo
carattere celeste, conservandogli una parte della sua natura acquosa.
La leggenda indiana ci mostra Indra, per aver sedotto Ahalyâ, punito e
costretto a rimaner sepolto nelle acque; il mito greco ci rappresenta
Giove tonante che, in forma di cuculo, visita segretamente Giunone;
e abbiamo già detto che il tono di marzo fu paragonato al canto del
cuculo nunzio della primavera.