_il fabbro, il falegname, l'artefice,_ dalla radice _tvaksh_, come in
sanscrito han lo stesso significato le parole _takshitar, takshaka,
taksha,_ dalla radice _taksh_. Ma il _fabbro_, il _falegname_,
propriamente, non crea dal nulla; esso _forma_ soltanto, ossia _dà una
forma, una veste_: il senso primitivo della radice _tvaksh_ fu quello
di _coprire, vestire_ (come abbiamo presso la radice _tvish_, la radice
_vish_, così è forse lecito presso _tvaksh_, «coprire,» ricordare
_tvac'_, «pelle» e la radice _vas_, «coprire, vestire;» il passaggio
della palatale sibilante in cerebrale innanzi alla _t_ dentale iniziale
di suffisso che diviene quindi anch'essa una cerebrale, è ovvio nella
fonetica sanscrita). _Tvashtar_, prima del _fabbro, formatore,_ dovette
essere _il copritore, il velatore_; ora questa coperta, questo velo,
questa veste, questa pelle celeste può essere scura nel cielo tenebroso
notturno, luminosa nell'aurora mattutina e vespertina, varia nel cielo
nuvoloso. Perciò il sole che si chiude nella notte, il sole avvolto
dalle luminose aurore, il sole chiuso nella nuvola, se non è egli
stesso il copritore, il velatore, dà origine ad un suo _alter-ego_,
che piglia nome ed ufficio di Tvashtar o Dio copritore, Dio formatore.
Ma un Dio che abbia il potere di rendersi a suo piacere invisibile,
di porsi sotto una cappa od un cappello invisibile, ossia di crear
tali forme che lo rendano invisibile, di crearsi qualsiasi forma, di
divenir _viçvarûpa_, ossia _onniforme_, non può operare che per arte
magica; e _l'arte magica_ ch'egli conosce è appunto quella, per cui
Tvashtar riesce nell'Olimpo vedico _il più operoso degli operai divini
(Tvashtâ mâyâh ved apasâm apastamah; Rigv._, X, 53). Nel suo potere
magico di creare qualsiasi forma, Tvashtar diviene in cielo l'artefice
universale, del male come del bene; egli foggia, per esempio, armi
fatate, armi di ferro dalle mille punte, fulmini d'oro ad Indra, ed
egli stesso genera il nemico d'Indra, il mostro dalle tre teste,
dalle sette corna, onniforme o Viçvarûpa come il padre, cui Indra
ucciderà; poich'egli, divenuto fabbro, assunse pure anticipatamente
le forme del creatore Brahman (Brahmanaspati si dà pure come creatura
di Tvashtar, il quale gli appresta una scure di ferro). Noi diciamo
del diavolo ch'esso non è poi tanto brutto quanto lo fanno. E nelle
novelline popolari troviamo ora il buon mago, ora il diavolo benefico
che ce lo provano. Ma il solo mito può dichiararci il senso di questa
eresia. Per un ortodosso il diavolo non può essere altrimenti che
brutto. Ma, quando ci possiamo persuadere che il diavolo mitico non
è altro, insomma, se non il Dio, ossia il luminoso nascosto, non ci
meraviglieremo di trovare presso il mostro, che conosce tutto il male,
il sapiente che possiede tutte le malizie, e che può quindi fare il
bene non meno che il male. Voi avrete inteso sicuramente raccontare
qualche storiella popolare intorno al fanciullo creduto scimunito che
va all'inferno, apprende dal diavolo ogni segreto, e torna alla casa
paterna ricco e sapiente. Non vi rechi meraviglia l'intendere che gli
Inni vedici ci offrono già i germi di questa storiella. Tvashtar, il
fabbro per eccellenza, dalle buone opere (_svapas, sukr'it_), dalle
ottime mani (_supâni_), il creatore, che può creare, a suo piacere,
forme d'uomini, di donne, d'animali, ed ogni magìa, che conosce tutte
le vie segrete, il sapientissimo, è pure il ricchissimo, invocato
perciò dal devoto per esserne arricchito. La ricchezza e la sapienza
sono pure il dono dell'ellenico Plutone e del diavolo della tradizione
popolare cristiana. Ma il diavolo non è solo. Tvashtar ha in sua
compagnia ora gli Angirasas, specie di messaggieri, di angeli, ora le
donne _gnâs, g'anâyas_; ed anche qui dovette accadere un equivoco del
linguaggio, per la confusione della radice _g'nâ_, «conoscere,» con la
radice _g'an_, «generare.» Delle donne si dice che ne sanno un punto
più del diavolo: quando l'eroe mitico è tradito, a tradirlo interviene
sempre una donna; quando è tradito il mostro, è la sua sposa o figlia
innamorata del giovine eroe mitico che salva l'eroe minacciato di
morte; la sorella del mostro Hidimba, nel _Mahâbhârata_, per amore
dei giovani Panduidi, è cagione della morte del proprio fratello; nel
_Râmâyana_, se Râma consentisse ad amare la sorella di Râvana, Râvana
sarebbe perduto, senza che fosse necessaria la guerra micidiale che lo
sposo di Sìtà imprende contro il re di Lañka. Le _gnâs_ o _donne_ sono
quelle, con le quali, secondo gli Inni vedici, _Tvashtar_ (una forma
iniziale di diavolo vedico) esercita specialmente il proprio potere;
perciò un devoto, nell'inno 35º del VII libro del _Rigveda_, lo invoca
_propizio insieme con le donne (Çam nas tvashtâ gnâbhir iha çrinotu)_.
Ma il diavolo non solo ha con sè buona compagnia, ma piglia pure
allievi per istruirli; e, per lo più, avviene che l'alunno venga
a superare il maestro, che il diavolo nuovo vinca l'antico, il che
torna quanto a dire che il Dio vinca il Demonio, dopo essere stato
nella casa del demonio; ossia lo stesso essere mitico entrando nella
tenebra si duplica e moltiplica pel duplicarsi e moltiplicarsi di
un'espressione mitica o più tosto per l'incontrarsi di una serie
duplice di espressioni mitiche. Si disse probabilmente da prima:
Il sole è entrato nella tenebra; il vecchio sole è entrato nella
tenebra; il sole imbecillito, il sole impoverito, ossia il povero
imbecille è entrato nel regno tenebroso; ossia il povero inesperto,
lo sciocco, o il finto sciocco, è andato all'inferno. — E si disse
ancora: Il luminoso, aureo, ricco sole fu coperto dalla tenebra; la
tenebra copre, nasconde i tesori luminosi; ossia la ricchezza, la luce
sono nascoste dal demonio della tenebra. — Ed infine si conchiuse:
Il povero imbecille entrato nel regno della tenebra trovò il signore
del regno tenebroso o infernale, e gli sottrasse la scienza, ossia la
luce, la ricchezza, i tesori, ossia l'aurora, l'aureo sole. In altre
parole, il sole mattutino vien fuori luminoso, ossia sapiente, aureo,
ossia ricco dalla tenebra infernale. La casa del diavolo nel mito
incomincia nel cielo vespertino (o nell'autunno) e finisce a traverso
la notte scura (o l'inverno), nel cielo mattutino (o nella primavera),
il luogo in cui accadono le nozze dei due giovani sposi (il nuovo
sole e l'aurora o la primavera) insieme col bruciamento della vecchia
strega (la notte, la stagione invernale che avea incominciato le sue
malìe nel cielo vespertino ed autunnale, cercando di precipitare nel
pozzo la bella fanciulla, e di perdere l'eroe solare). La casa del
diavolo si riproduce poi ancora per fenomeni fisici conformi nel cielo
nuvoloso, lampeggiante, tonante, fulminante. Il vecchio sole, che
si chiude nell'aurora vespertina (o nell'autunno) e poi si nasconde
nella notte (o nella stagione invernale), nella selva notturna, nella
caverna notturna, appare un mago, un demonio. Ma poichè al vecchio
sole della sera (o dell'autunno) succede il giovine sole del mattino
(o della primavera), questo appare ora suo allievo, ora suo figlio
adottivo, ora suo genero, come Vivasvant, che sposa Saranyû figlia
di Tvashtar (abbiamo pur già detto che, invece di Vivasvant, appare
talora come sposo di Saranyû il Dio Vâyu, il vento erotico che diviene
quindi eroico, la brezza crepuscolare, lo zefiro primaverile che si
trasforma nelle imprese mitiche in un vento gagliardo, che porta le
montagne celesti, ossia le nuvole, come Hanumant, il figlio del Vento,
trasporta nell'aria intiere montagne per fabbricare un ponte sul
mare). Noi conosciamo, nella leggenda cristiana, il fanciullo Gesù,
figlio adottivo del falegname, che nel tempo in cui sta nascosto, in
cui impara l'arte del falegname ed altre cose mirabili, acquista, in
breve, tanta sapienza che il buon falegname Giuseppe ne rimane confuso.
La quaresima che precede la primavera è simbolo terreno della stagione
tenebrosa annua o notturna. Paragonata la stagione invernale (e la
notte) ad una selva notturna, il taglialegna, il falegname diviene
l'abitatore naturale di quella selva; il vecchio sole nascosto nella
selva notturna e invernale (e poi anche nella nuvola tenebrosa) è il
falegname celeste. Ma, perchè da esso vien fuori il nuovo sole, questo
si suppone figlio adottivo del falegname. Così dalla quaresima risorge
il nuovo sole primaverile. Il punto medio della notte, il punto medio
della stagione tenebrosa, della selva, del bosco mitico, dev'essere
il tempo trionfale del falegname, ossia del taglialegna nella selva
oscura; così si festeggia ancora dai Cristiani la mezza quaresima, col
simbolo di una sega, la sega di San Giuseppe,[37] il cui giorno cade
per lo più verso la metà di quaresima, e che ha ufficio di dividere, di
segare la quaresima per metà. La vecchia pignatta, che in Francia e in
Piemonte e in Toscana (ove la chiamano _pentolaccia_) si rompe a mezza
quaresima, è pure simbolo della brutta vecchia, della brutta stagione
che se ne va. Così ancora suolsi dai fanciulli piemontesi, invece
di una sega, figurar talora una testa di diavolo, il Dio del tempo
tenebroso, e gettarla sopra le spalle dell'improvvido compagno, con le
parole: _L'asino è carico e nessuno lo sa._ Quest'asino carico non è
altro che l'asino di San Giuseppe, il quale salva dall'ira del perverso
Erode il Dio neonato Gesù nell'_Aigyptos_, la regione nera, la regione
scura, come dice l'etimologia della parola, ove, nella tradizione
dorica, la rapita sposa di Menelao, Elena, si nasconde. (È mirabile
la somiglianza in questo punto della leggenda dell'antico Giuseppe
perseguitato che sta nascosto in Egitto, con quella di Giuseppe e Gesù
fuggitivo in Egitto; il viaggio di San Giuseppe, nella tradizione
cristiana è preceduto da sogni come l'andata in Egitto di Giuseppe
l'antico; l'antico Giuseppe rivela la sua sapienza in Egitto, cioè nel
paese scuro, così il figlio trafugato di Giuseppe nel tempo in cui sta
nascosto, s'istruisce.) Nel tempo in cui Gesù sta nascosto, acquista la
massima sua sapienza; uscendo dal suo nascondiglio, esso appare invece
luminoso ed illuminante. Questo stesso carattere ha l'eroe mitico. Nel
tempo, in cui i cinque fratelli Panduidi, presso il _Mahâbhârata_,
fuggiti nelle selve stanno nascosti per sfuggire alle persecuzioni
del perverso Duryodhana, ciascuno di essi apprende ed esercita un'arte
speciale, e vi riesce insuperabile. La leggenda vedica dei _R'ibhavas_,
artisti ospitati nella stagione scura, ci rappresenta lo stesso mito.
Tvashtar è ora fabbro falegname, ora fabbro ferraio. Ma abbiamo veduto
ch'esso non ha solo il potere di fabbricar cose, ma altresì forme
animate, animali e uomini. Un inno del _Yag'urveda bianco_ (XXIX, 9)
ci fa sapere che il rapido cavallo (_âçur açvah_) nacque da Tvashtar;
un inno del _Rigveda_ (X, 184) ci dice che Vishnu prepara la _yoni_
(vulva) e Tvashtar foggia in essa le forme; un inno dell'_Atharvaveda_
(IX, 4) celebra Tvashtar come _generatore delle forme degli animali_;
e non solo Tvashtar crea le forme, ma le crea con qualità perfette,
ond'egli è pure celebrato nel _Yag'urveda_ e nell'_Atharvaveda_ per
aver posta l'agilità ne' piedi del cavallo celeste. E non solo crea
esso stesso delle forme, ma aiuta altri a crearne; dall'_Atharvaveda_
s'apprende come la Dea Aditi, quando ebbe desiderio d'ottener figli,
portò, come amuleto, un certo braccialetto (_parihastam_, certo il
disco lunare, o il disco solare, essendo la luna come il sole celebrati
quali generatori per eccellenza); Tvashtar, volendo aiutare una donna a
partorire un figlio, le legò al braccio quello stesso braccialetto che
Aditi genitrice celeste avea portato.
Quando Tvashtar comunica, nel cielo, l'arte sua ai _R'ibhavas_, questi
suoi discepoli diventano, alla loro volta, immortali, ossia Dei. E
della natura celeste dei R'ibhavas non si può avere alcun dubbio,
quando intendiamo ch'essi, _colla loro industria operaia, hanno
fabbricato il carro bene rotante ed i cavalli d'Indra,_ e ch'essi
hanno dato _la giovinezza ai padri loro_. Il vecchio sole della sera
e dell'autunno si ringiovanisce al mattino ed alla primavera. Questa
nozione mitica si spiegò così: Il vecchio sole è ringiovanito dal
giovine sole; ossia il giovine sole restituisce la gioventù al vecchio
sole che lo generò, al vecchio suo padre od al vecchio sole che lo
ammaestrò, al suo vecchio maestro. L'uno identico, considerato ne'
suoi due aspetti divenne due, de' quali il primo è ora il padre, ora
il suocero, ora il padrone, ora il maestro; il secondo è ora il figlio,
ora il genero, ora il servitore, ora il discepolo. Abbiamo già toccato
del Dio Indra, il quale dona la bellezza alla pia fanciulla che gli
ha recato a bere l'ambrosia, e che era divenuta brutta all'accostarsi
della notte; in grazia di quell'ambrosia, la pelle ispida, scura
della fanciulla Apalâ, diviene luminosa del color del sole. Così come
Tvashtar ha il potere di coprire con una pelle (_tvac'_), i R'ibhavas,
_discepoli di Tvashtar (Tvashtuh çiçyâh)_, fanno luminosa la pelle
ai padri loro, ossia restituiscono ad essi la perduta gioventù. E
poichè trovasi pure identificato _Tvashtar_ con _Savitar_ ch'è il
sole, bisogna dire che il ringiovanito dai R'ibhavas è lo stesso loro
maestro Tvashtar, ossia il vecchio sole, il Titone antico, che morrebbe
nella notte e nell'inverno, se non venisse ringiovanito, risuscitato
più luminoso al mattino ed in primavera. Così pure, lo ripetiamo,
poterono confondersi nella leggenda cristiana il biblico Giuseppe,
il sognatore, fanciullo perseguitato, che in Egitto, ossia nel paese
scuro, acquista la ricchezza, la potenza, la ricchezza, col vecchio
Giuseppe, sognatore anch'esso, che, per aver visto un sogno, trafuga il
fanciullo perseguitato in Egitto. Il vecchio sole che si nasconde nella
tenebra notturna od invernale, prepara la via del giovine Dio solare,
mattutino e primaverile. Nel _Rigveda_ (X, 70) _Tvashtar_ è celebrato
come _il previdente che prepara le vie degli Dei (devânâm pâthah upa
pra vidvân uçan yakshi)_, sotto questo aspetto _Tvashtar_ ha natura
benigna; così pure nella sua qualità di foggiatore d'armi fatate pel
Dio Indra, e di istitutore degli artisti divini, i _R'ibhavas_. Ma,
poichè Tvashtar esiste solamente in quanto il sole sta coperto, quando
il sole si scopre, quando il sole emerge dalla tenebra e dalla nuvola,
quando Indra col fulmine squarcia la tenebra, l'opera di Tvashtar si
distrugge, e Tvashtar piglia perciò in odio quello stesso Dio ch'egli
ha armato per le battaglie, quello stesso artista ch'egli nella tenebra
ha fatto luminoso, ossia ammaestrato, quello stesso sole fanciullo
ch'esso protesse ed allevò, e che diviene, appena fatto potente,
nemico di Tvashtar, mercè il quale si salvò, raggiunse la bellezza,
la sapienza, la ricchezza, la potenza. Nelle novelline popolari l'eroe
fanciullo, che fu in casa del diavolo per imparare la scienza, si serve
di questa scienza medesima per ingannare, tradire il diavolo, rubargli
la figlia, portargli via il tesoro, fuggire da esso; il diavolo o
mago lo insegue rapidissimo, ma il fanciullo, che gli ha menato via
il cavallo, ossia il rapido, ossia che vien fuori egli stesso in
forma di rapido corridore, corre più veloce, e, per qualche malizia,
si trasforma in modo che o sfugge alle persecuzioni del diavolo, o
assume tale carattere, che in quel carattere si trova superiore al
diavolo o stregone, e lo uccide. Evidentemente non è il senso morale
quello che predomina in tali novelline; poichè, per quanto sembri
bello ogni dispetto fatto al diavolo, l'ingratitudine è cosa assai più
mostruosa che il diavolo non sia. Ma noi non ci dobbiamo occupar qui
della morale dei miti, sì bene soltanto della loro realtà fisica, per
la quale dai mostri fisici emergono mostri morali. Figurata la notte o
la stagione invernale, come un mostro deforme, proteiforme, onniforme,
come un drago che butta fiamme ora dalla testa, ora dalla coda (le due
estremità del cielo infiammate nella sera e nel mattino, nell'autunno
e nella primavera), immaginatosi che quel drago mostruoso inghiotte
ed attira nella sua spelonca per divorarlo l'eroe solare, nel veder
riuscire, risalire vittorioso quest'ultimo al mattino o alla primavera,
dalla parte opposta del cielo, dalla quale s'era visto tramontare
nell'autunno e nella sera, s'immaginò che, ospitato nel seno della
notte il sole vecchio, il sole rimbambito, il sole ritornato bambino
(di sapientissimo ch'era), nell'ospitalità notturna s'ammaestri,
s'erudisca a spese di quel mostro medesimo che lo trattiene presso
di sè, per avere un servitore intelligente di più, o col proposito
di perderlo alla prima occasione. Il mago, il diavolo, s'accorge
in breve che il discepolo ha tanta malizia che sta per divenirgli
superiore; nella seconda parte della notte e della stagione tenebrosa
dell'anno il sole s'avvia verso il suo nuovo trionfo celeste. Allora
come nella prima metà della notte e della stagione fredda, tenebrosa,
il diavolo, sentendosi superiore, non nascondeva i segreti dell'arte
sua all'ospite; nella seconda invece s'insospettisce, incominciandosi
ad accorgere che l'eroe ospitato sta per pigliargli il disopra: da
quel punto, nell'animo del mostro sorge l'invidia e il disegno di
perdere il suo giovine e potente rivale: ma oramai questo, a misura
che s'avanza, cresce in potenza, come invece il diavolo, a misura che
lo insegue, sente venir meno le proprie forze; perciò il fine della
notte, il fine della stagione invernale, il fine della tempesta,
annunzia la morte del vecchio _Tvashtar_ (propriamente _il copritore_,
da _tvash=tvac'+tar_), ossia dell'opera propria, chiamata com'esso
_Viçvarûpa_, onniforme, o _Tvâshtra_ (appartenente a Tvashtar), o con
altro nome, perfetto equivalente ideologico, _Vr'itra (il copritore)_,
che appare negli Inni vedici come il figlio di _Tvashtar_. È un punto
appena quello che divide il Dio _Tvashtar_ dal Dio pluvio e tonante
Indra e dal suo nemico. Quando gli Inni vedici ci dicono che _Tvashtar
il copritore e il foggiatore di forme_ prepara le armi ad Indra Dio
pluvio e tonante, ciò val quanto dire che, senza il copritore, ossia
senza cielo copritore, non vi sarebbe il Dio fulminante e tonante,
ossia che Indra trova i suoi fulmini nel cielo coperto, che i fulmini
si trovano nel cielo coperto e non fuori di esso. Tvashtar copre il
cielo; il Dio fulminante e tonante trova le proprie armi in quel cielo
coperto; e se ne serve per distruggere _Vr'itra il mostro copritore_,
ossia quel cielo stesso nuvoloso, senza il quale Indra non potrebbe
essere un eroe, anzi l'eroe più meraviglioso dell'Olimpo. Tvashtar ama
la propria forma tenebrosa, e desidera conservarla; Indra, sebbene sia
nato in essa, sebbene senza di essa la sua potenza si distrugga, ama
distruggerla, per far del bene, liberando le acque, le vacche, le donne
che Tvashtar, ossia il suo equivalente _Vr'itra_, tiene prigioniere,
per liberare l'eroe o l'eroina solare che sta chiusa nella nuvola,
per ritornare quindi egli stesso a splendere come cielo luminoso, come
sommo signore del cielo. Gl'inni e le leggende del periodo vedico ci
presentano però già Indra e Tvashtar come nemici. Di questa inimicizia
essi ci recano come principal ragione la seguente: _Indra bevette
l'ambrosia nella casa di Tvashtar_,[38] nelle coppe di _Tvasthar_,
uccidendo il figlio di Tvashtar, ossia Vr'itra Viçvarûpa. L'oceano
celeste si rasciuga, ora perchè Indra ne beve le acque ambrosiache,
ora perchè, fulminando, le fa scorrere, e vuota così il barile celeste
che conteneva il _soma_. Il _Çatapatha Brahmana_, interpretando la
contesa fra Indra e Tvashtar per il _soma_, ci racconta la seguente
storiella: «Tvashtar aveva un figlio dalle tre teste, dalle tre bocche
e dai sei occhi, chiamato perciò _Viçvarûpa_. Una delle sue bocche
beveva l'ambrosia (_soma_), un'altra beveva vino (o bevanda spiritosa,
_surâ_), un'altra era per le rimanenti cose da mangiare e da bere.
Indra odiava quel Viçvarûpa, e gli tagliò le tre teste: da una bocca
uscì l'uccello francolino, ch'è di color bruno come il re Soma;
dall'altra uscì uno sparviere, e però quest'uccello grida con la voce
rauca, con cui parla un briaco che ha bevuto liquori inebbrianti; dalla
terza bocca uscì una pernice, dai colori screziati, poichè sembra che
nelle sue ali siano gocciate stille di burro liquefatto e di miele; da
tal bocca Viçvarûpa riceveva ogni maniera di cibi. Tvashtar s'accese
d'ira, e dicendo: _M'uccise il figlio_, egli offerse ambrosia agli
Dei, Indra eccettuato. Indra pensò: _Mi allontanano dall'ambrosia_; e,
come un forte adopra verso un debole, anche non invitato, si cibò del
_soma_ purificato che era nel vaso. Ma questo gli fece danno: esso gli
uscì tutto dalla bocca, e dalle altre parti vane del corpo. E Tvashtar
salì in collera, dicendo: _Chi, non invitato, si cibò del mio soma?_
egli stesso interruppe il proprio sacrificio; e quel resto di _soma_,
ch'era rimasto nel vaso, adoperò (per accompagnare con un sacro rito
l'imprecazione), dicendo: _Cresci Indra-nemico (Indraçatruh)_, così
disse. E poichè disse _Indra-nemico cresci_, perciò Indra lo uccise;
ma se invece egli gli avesse detto: _D'Indra nemico (Indrasya satruh),
cresci_, egli avrebbe potuto uccidere Indra.»
Questa leggenda è ancora di formazione vedica, e, sebbene relativamente
moderna, serve pure ad indicarci la forza che s'attribuiva nell'età
vedica alle imprecazioni, per cui anche un semplice _lapsus linguae_
dell'imprecatore poteva rivolgere sopra di sè gli effetti di
quell'imprecazione ch'egli scagliava sopra il suo nemico. In questo
_Tvashtar imprecatore_ noi abbiamo poi una specie di Dio Brahman,
il quale combinerebbe col nome di _Brahmanaspati_ o _signor della
preghiera_, dato pure in alcuni Inni vedici al figlio di Tvashtar. E,
poichè ben presto l'uccidere un Brâhmano divenne il massimo delitto
sociale indiano, Indra uccisore di un Brâhmano nel cielo cadde in
disgrazia, divenne odioso alla casta brâhmanica, che gli sostituì
invece Brahman nel principato dell'Olimpo, mentre Indra rimase solo
più il Dio della casta guerriera, la quale nel fine del periodo vedico
e nelle leggende brâhmaniche troviamo spesso in fiero contrasto con la
casta de' Brâhmani.