Incominciamo dall'etimologia della parola. _Tvashtar_ vale vedicamente

_il fabbro, il falegname, l'artefice,_ dalla radice _tvaksh_, come in

sanscrito han lo stesso significato le parole _takshitar, takshaka,

taksha,_ dalla radice _taksh_. Ma il _fabbro_, il _falegname_,

propriamente, non crea dal nulla; esso _forma_ soltanto, ossia _dà una

forma, una veste_: il senso primitivo della radice _tvaksh_ fu quello

di _coprire, vestire_ (come abbiamo presso la radice _tvish_, la radice

_vish_, così è forse lecito presso _tvaksh_, «coprire,» ricordare

_tvac'_, «pelle» e la radice _vas_, «coprire, vestire;» il passaggio

della palatale sibilante in cerebrale innanzi alla _t_ dentale iniziale

di suffisso che diviene quindi anch'essa una cerebrale, è ovvio nella

fonetica sanscrita). _Tvashtar_, prima del _fabbro, formatore,_ dovette

essere _il copritore, il velatore_; ora questa coperta, questo velo,

questa veste, questa pelle celeste può essere scura nel cielo tenebroso

notturno, luminosa nell'aurora mattutina e vespertina, varia nel cielo

nuvoloso. Perciò il sole che si chiude nella notte, il sole avvolto

dalle luminose aurore, il sole chiuso nella nuvola, se non è egli

stesso il copritore, il velatore, dà origine ad un suo _alter-ego_,

che piglia nome ed ufficio di Tvashtar o Dio copritore, Dio formatore.

Ma un Dio che abbia il potere di rendersi a suo piacere invisibile,

di porsi sotto una cappa od un cappello invisibile, ossia di crear

tali forme che lo rendano invisibile, di crearsi qualsiasi forma, di

divenir _viçvarûpa_, ossia _onniforme_, non può operare che per arte

magica; e _l'arte magica_ ch'egli conosce è appunto quella, per cui

Tvashtar riesce nell'Olimpo vedico _il più operoso degli operai divini

(Tvashtâ mâyâh ved apasâm apastamah; Rigv._, X, 53). Nel suo potere

magico di creare qualsiasi forma, Tvashtar diviene in cielo l'artefice

universale, del male come del bene; egli foggia, per esempio, armi

fatate, armi di ferro dalle mille punte, fulmini d'oro ad Indra, ed

egli stesso genera il nemico d'Indra, il mostro dalle tre teste,

dalle sette corna, onniforme o Viçvarûpa come il padre, cui Indra

ucciderà; poich'egli, divenuto fabbro, assunse pure anticipatamente

le forme del creatore Brahman (Brahmanaspati si dà pure come creatura

di Tvashtar, il quale gli appresta una scure di ferro). Noi diciamo

del diavolo ch'esso non è poi tanto brutto quanto lo fanno. E nelle

novelline popolari troviamo ora il buon mago, ora il diavolo benefico

che ce lo provano. Ma il solo mito può dichiararci il senso di questa

eresia. Per un ortodosso il diavolo non può essere altrimenti che

brutto. Ma, quando ci possiamo persuadere che il diavolo mitico non

è altro, insomma, se non il Dio, ossia il luminoso nascosto, non ci

meraviglieremo di trovare presso il mostro, che conosce tutto il male,

il sapiente che possiede tutte le malizie, e che può quindi fare il

bene non meno che il male. Voi avrete inteso sicuramente raccontare

qualche storiella popolare intorno al fanciullo creduto scimunito che

va all'inferno, apprende dal diavolo ogni segreto, e torna alla casa

paterna ricco e sapiente. Non vi rechi meraviglia l'intendere che gli

Inni vedici ci offrono già i germi di questa storiella. Tvashtar, il

fabbro per eccellenza, dalle buone opere (_svapas, sukr'it_), dalle

ottime mani (_supâni_), il creatore, che può creare, a suo piacere,

forme d'uomini, di donne, d'animali, ed ogni magìa, che conosce tutte

le vie segrete, il sapientissimo, è pure il ricchissimo, invocato

perciò dal devoto per esserne arricchito. La ricchezza e la sapienza

sono pure il dono dell'ellenico Plutone e del diavolo della tradizione

popolare cristiana. Ma il diavolo non è solo. Tvashtar ha in sua

compagnia ora gli Angirasas, specie di messaggieri, di angeli, ora le

donne _gnâs, g'anâyas_; ed anche qui dovette accadere un equivoco del

linguaggio, per la confusione della radice _g'nâ_, «conoscere,» con la

radice _g'an_, «generare.» Delle donne si dice che ne sanno un punto

più del diavolo: quando l'eroe mitico è tradito, a tradirlo interviene

sempre una donna; quando è tradito il mostro, è la sua sposa o figlia

innamorata del giovine eroe mitico che salva l'eroe minacciato di

morte; la sorella del mostro Hidimba, nel _Mahâbhârata_, per amore

dei giovani Panduidi, è cagione della morte del proprio fratello; nel

_Râmâyana_, se Râma consentisse ad amare la sorella di Râvana, Râvana

sarebbe perduto, senza che fosse necessaria la guerra micidiale che lo

sposo di Sìtà imprende contro il re di Lañka. Le _gnâs_ o _donne_ sono

quelle, con le quali, secondo gli Inni vedici, _Tvashtar_ (una forma

iniziale di diavolo vedico) esercita specialmente il proprio potere;

perciò un devoto, nell'inno 35º del VII libro del _Rigveda_, lo invoca

_propizio insieme con le donne (Çam nas tvashtâ gnâbhir iha çrinotu)_.

Ma il diavolo non solo ha con sè buona compagnia, ma piglia pure

allievi per istruirli; e, per lo più, avviene che l'alunno venga

a superare il maestro, che il diavolo nuovo vinca l'antico, il che

torna quanto a dire che il Dio vinca il Demonio, dopo essere stato

nella casa del demonio; ossia lo stesso essere mitico entrando nella

tenebra si duplica e moltiplica pel duplicarsi e moltiplicarsi di

un'espressione mitica o più tosto per l'incontrarsi di una serie

duplice di espressioni mitiche. Si disse probabilmente da prima:

Il sole è entrato nella tenebra; il vecchio sole è entrato nella

tenebra; il sole imbecillito, il sole impoverito, ossia il povero

imbecille è entrato nel regno tenebroso; ossia il povero inesperto,

lo sciocco, o il finto sciocco, è andato all'inferno. — E si disse

ancora: Il luminoso, aureo, ricco sole fu coperto dalla tenebra; la

tenebra copre, nasconde i tesori luminosi; ossia la ricchezza, la luce

sono nascoste dal demonio della tenebra. — Ed infine si conchiuse:

Il povero imbecille entrato nel regno della tenebra trovò il signore

del regno tenebroso o infernale, e gli sottrasse la scienza, ossia la

luce, la ricchezza, i tesori, ossia l'aurora, l'aureo sole. In altre

parole, il sole mattutino vien fuori luminoso, ossia sapiente, aureo,

ossia ricco dalla tenebra infernale. La casa del diavolo nel mito

incomincia nel cielo vespertino (o nell'autunno) e finisce a traverso

la notte scura (o l'inverno), nel cielo mattutino (o nella primavera),

il luogo in cui accadono le nozze dei due giovani sposi (il nuovo

sole e l'aurora o la primavera) insieme col bruciamento della vecchia

strega (la notte, la stagione invernale che avea incominciato le sue

malìe nel cielo vespertino ed autunnale, cercando di precipitare nel

pozzo la bella fanciulla, e di perdere l'eroe solare). La casa del

diavolo si riproduce poi ancora per fenomeni fisici conformi nel cielo

nuvoloso, lampeggiante, tonante, fulminante. Il vecchio sole, che

si chiude nell'aurora vespertina (o nell'autunno) e poi si nasconde

nella notte (o nella stagione invernale), nella selva notturna, nella

caverna notturna, appare un mago, un demonio. Ma poichè al vecchio

sole della sera (o dell'autunno) succede il giovine sole del mattino

(o della primavera), questo appare ora suo allievo, ora suo figlio

adottivo, ora suo genero, come Vivasvant, che sposa Saranyû figlia

di Tvashtar (abbiamo pur già detto che, invece di Vivasvant, appare

talora come sposo di Saranyû il Dio Vâyu, il vento erotico che diviene

quindi eroico, la brezza crepuscolare, lo zefiro primaverile che si

trasforma nelle imprese mitiche in un vento gagliardo, che porta le

montagne celesti, ossia le nuvole, come Hanumant, il figlio del Vento,

trasporta nell'aria intiere montagne per fabbricare un ponte sul

mare). Noi conosciamo, nella leggenda cristiana, il fanciullo Gesù,

figlio adottivo del falegname, che nel tempo in cui sta nascosto, in

cui impara l'arte del falegname ed altre cose mirabili, acquista, in

breve, tanta sapienza che il buon falegname Giuseppe ne rimane confuso.

La quaresima che precede la primavera è simbolo terreno della stagione

tenebrosa annua o notturna. Paragonata la stagione invernale (e la

notte) ad una selva notturna, il taglialegna, il falegname diviene

l'abitatore naturale di quella selva; il vecchio sole nascosto nella

selva notturna e invernale (e poi anche nella nuvola tenebrosa) è il

falegname celeste. Ma, perchè da esso vien fuori il nuovo sole, questo

si suppone figlio adottivo del falegname. Così dalla quaresima risorge

il nuovo sole primaverile. Il punto medio della notte, il punto medio

della stagione tenebrosa, della selva, del bosco mitico, dev'essere

il tempo trionfale del falegname, ossia del taglialegna nella selva

oscura; così si festeggia ancora dai Cristiani la mezza quaresima, col

simbolo di una sega, la sega di San Giuseppe,[37] il cui giorno cade

per lo più verso la metà di quaresima, e che ha ufficio di dividere, di

segare la quaresima per metà. La vecchia pignatta, che in Francia e in

Piemonte e in Toscana (ove la chiamano _pentolaccia_) si rompe a mezza

quaresima, è pure simbolo della brutta vecchia, della brutta stagione

che se ne va. Così ancora suolsi dai fanciulli piemontesi, invece

di una sega, figurar talora una testa di diavolo, il Dio del tempo

tenebroso, e gettarla sopra le spalle dell'improvvido compagno, con le

parole: _L'asino è carico e nessuno lo sa._ Quest'asino carico non è

altro che l'asino di San Giuseppe, il quale salva dall'ira del perverso

Erode il Dio neonato Gesù nell'_Aigyptos_, la regione nera, la regione

scura, come dice l'etimologia della parola, ove, nella tradizione

dorica, la rapita sposa di Menelao, Elena, si nasconde. (È mirabile

la somiglianza in questo punto della leggenda dell'antico Giuseppe

perseguitato che sta nascosto in Egitto, con quella di Giuseppe e Gesù

fuggitivo in Egitto; il viaggio di San Giuseppe, nella tradizione

cristiana è preceduto da sogni come l'andata in Egitto di Giuseppe

l'antico; l'antico Giuseppe rivela la sua sapienza in Egitto, cioè nel

paese scuro, così il figlio trafugato di Giuseppe nel tempo in cui sta

nascosto, s'istruisce.) Nel tempo in cui Gesù sta nascosto, acquista la

massima sua sapienza; uscendo dal suo nascondiglio, esso appare invece

luminoso ed illuminante. Questo stesso carattere ha l'eroe mitico. Nel

tempo, in cui i cinque fratelli Panduidi, presso il _Mahâbhârata_,

fuggiti nelle selve stanno nascosti per sfuggire alle persecuzioni

del perverso Duryodhana, ciascuno di essi apprende ed esercita un'arte

speciale, e vi riesce insuperabile. La leggenda vedica dei _R'ibhavas_,

artisti ospitati nella stagione scura, ci rappresenta lo stesso mito.

Tvashtar è ora fabbro falegname, ora fabbro ferraio. Ma abbiamo veduto

ch'esso non ha solo il potere di fabbricar cose, ma altresì forme

animate, animali e uomini. Un inno del _Yag'urveda bianco_ (XXIX, 9)

ci fa sapere che il rapido cavallo (_âçur açvah_) nacque da Tvashtar;

un inno del _Rigveda_ (X, 184) ci dice che Vishnu prepara la _yoni_

(vulva) e Tvashtar foggia in essa le forme; un inno dell'_Atharvaveda_

(IX, 4) celebra Tvashtar come _generatore delle forme degli animali_;

e non solo Tvashtar crea le forme, ma le crea con qualità perfette,

ond'egli è pure celebrato nel _Yag'urveda_ e nell'_Atharvaveda_ per

aver posta l'agilità ne' piedi del cavallo celeste. E non solo crea

esso stesso delle forme, ma aiuta altri a crearne; dall'_Atharvaveda_

s'apprende come la Dea Aditi, quando ebbe desiderio d'ottener figli,

portò, come amuleto, un certo braccialetto (_parihastam_, certo il

disco lunare, o il disco solare, essendo la luna come il sole celebrati

quali generatori per eccellenza); Tvashtar, volendo aiutare una donna a

partorire un figlio, le legò al braccio quello stesso braccialetto che

Aditi genitrice celeste avea portato.

Quando Tvashtar comunica, nel cielo, l'arte sua ai _R'ibhavas_, questi

suoi discepoli diventano, alla loro volta, immortali, ossia Dei. E

della natura celeste dei R'ibhavas non si può avere alcun dubbio,

quando intendiamo ch'essi, _colla loro industria operaia, hanno

fabbricato il carro bene rotante ed i cavalli d'Indra,_ e ch'essi

hanno dato _la giovinezza ai padri loro_. Il vecchio sole della sera

e dell'autunno si ringiovanisce al mattino ed alla primavera. Questa

nozione mitica si spiegò così: Il vecchio sole è ringiovanito dal

giovine sole; ossia il giovine sole restituisce la gioventù al vecchio

sole che lo generò, al vecchio suo padre od al vecchio sole che lo

ammaestrò, al suo vecchio maestro. L'uno identico, considerato ne'

suoi due aspetti divenne due, de' quali il primo è ora il padre, ora

il suocero, ora il padrone, ora il maestro; il secondo è ora il figlio,

ora il genero, ora il servitore, ora il discepolo. Abbiamo già toccato

del Dio Indra, il quale dona la bellezza alla pia fanciulla che gli

ha recato a bere l'ambrosia, e che era divenuta brutta all'accostarsi

della notte; in grazia di quell'ambrosia, la pelle ispida, scura

della fanciulla Apalâ, diviene luminosa del color del sole. Così come

Tvashtar ha il potere di coprire con una pelle (_tvac'_), i R'ibhavas,

_discepoli di Tvashtar (Tvashtuh çiçyâh)_, fanno luminosa la pelle

ai padri loro, ossia restituiscono ad essi la perduta gioventù. E

poichè trovasi pure identificato _Tvashtar_ con _Savitar_ ch'è il

sole, bisogna dire che il ringiovanito dai R'ibhavas è lo stesso loro

maestro Tvashtar, ossia il vecchio sole, il Titone antico, che morrebbe

nella notte e nell'inverno, se non venisse ringiovanito, risuscitato

più luminoso al mattino ed in primavera. Così pure, lo ripetiamo,

poterono confondersi nella leggenda cristiana il biblico Giuseppe,

il sognatore, fanciullo perseguitato, che in Egitto, ossia nel paese

scuro, acquista la ricchezza, la potenza, la ricchezza, col vecchio

Giuseppe, sognatore anch'esso, che, per aver visto un sogno, trafuga il

fanciullo perseguitato in Egitto. Il vecchio sole che si nasconde nella

tenebra notturna od invernale, prepara la via del giovine Dio solare,

mattutino e primaverile. Nel _Rigveda_ (X, 70) _Tvashtar_ è celebrato

come _il previdente che prepara le vie degli Dei (devânâm pâthah upa

pra vidvân uçan yakshi)_, sotto questo aspetto _Tvashtar_ ha natura

benigna; così pure nella sua qualità di foggiatore d'armi fatate pel

Dio Indra, e di istitutore degli artisti divini, i _R'ibhavas_. Ma,

poichè Tvashtar esiste solamente in quanto il sole sta coperto, quando

il sole si scopre, quando il sole emerge dalla tenebra e dalla nuvola,

quando Indra col fulmine squarcia la tenebra, l'opera di Tvashtar si

distrugge, e Tvashtar piglia perciò in odio quello stesso Dio ch'egli

ha armato per le battaglie, quello stesso artista ch'egli nella tenebra

ha fatto luminoso, ossia ammaestrato, quello stesso sole fanciullo

ch'esso protesse ed allevò, e che diviene, appena fatto potente,

nemico di Tvashtar, mercè il quale si salvò, raggiunse la bellezza,

la sapienza, la ricchezza, la potenza. Nelle novelline popolari l'eroe

fanciullo, che fu in casa del diavolo per imparare la scienza, si serve

di questa scienza medesima per ingannare, tradire il diavolo, rubargli

la figlia, portargli via il tesoro, fuggire da esso; il diavolo o

mago lo insegue rapidissimo, ma il fanciullo, che gli ha menato via

il cavallo, ossia il rapido, ossia che vien fuori egli stesso in

forma di rapido corridore, corre più veloce, e, per qualche malizia,

si trasforma in modo che o sfugge alle persecuzioni del diavolo, o

assume tale carattere, che in quel carattere si trova superiore al

diavolo o stregone, e lo uccide. Evidentemente non è il senso morale

quello che predomina in tali novelline; poichè, per quanto sembri

bello ogni dispetto fatto al diavolo, l'ingratitudine è cosa assai più

mostruosa che il diavolo non sia. Ma noi non ci dobbiamo occupar qui

della morale dei miti, sì bene soltanto della loro realtà fisica, per

la quale dai mostri fisici emergono mostri morali. Figurata la notte o

la stagione invernale, come un mostro deforme, proteiforme, onniforme,

come un drago che butta fiamme ora dalla testa, ora dalla coda (le due

estremità del cielo infiammate nella sera e nel mattino, nell'autunno

e nella primavera), immaginatosi che quel drago mostruoso inghiotte

ed attira nella sua spelonca per divorarlo l'eroe solare, nel veder

riuscire, risalire vittorioso quest'ultimo al mattino o alla primavera,

dalla parte opposta del cielo, dalla quale s'era visto tramontare

nell'autunno e nella sera, s'immaginò che, ospitato nel seno della

notte il sole vecchio, il sole rimbambito, il sole ritornato bambino

(di sapientissimo ch'era), nell'ospitalità notturna s'ammaestri,

s'erudisca a spese di quel mostro medesimo che lo trattiene presso

di sè, per avere un servitore intelligente di più, o col proposito

di perderlo alla prima occasione. Il mago, il diavolo, s'accorge

in breve che il discepolo ha tanta malizia che sta per divenirgli

superiore; nella seconda parte della notte e della stagione tenebrosa

dell'anno il sole s'avvia verso il suo nuovo trionfo celeste. Allora

come nella prima metà della notte e della stagione fredda, tenebrosa,

il diavolo, sentendosi superiore, non nascondeva i segreti dell'arte

sua all'ospite; nella seconda invece s'insospettisce, incominciandosi

ad accorgere che l'eroe ospitato sta per pigliargli il disopra: da

quel punto, nell'animo del mostro sorge l'invidia e il disegno di

perdere il suo giovine e potente rivale: ma oramai questo, a misura

che s'avanza, cresce in potenza, come invece il diavolo, a misura che

lo insegue, sente venir meno le proprie forze; perciò il fine della

notte, il fine della stagione invernale, il fine della tempesta,

annunzia la morte del vecchio _Tvashtar_ (propriamente _il copritore_,

da _tvash=tvac'+tar_), ossia dell'opera propria, chiamata com'esso

_Viçvarûpa_, onniforme, o _Tvâshtra_ (appartenente a Tvashtar), o con

altro nome, perfetto equivalente ideologico, _Vr'itra (il copritore)_,

che appare negli Inni vedici come il figlio di _Tvashtar_. È un punto

appena quello che divide il Dio _Tvashtar_ dal Dio pluvio e tonante

Indra e dal suo nemico. Quando gli Inni vedici ci dicono che _Tvashtar

il copritore e il foggiatore di forme_ prepara le armi ad Indra Dio

pluvio e tonante, ciò val quanto dire che, senza il copritore, ossia

senza cielo copritore, non vi sarebbe il Dio fulminante e tonante,

ossia che Indra trova i suoi fulmini nel cielo coperto, che i fulmini

si trovano nel cielo coperto e non fuori di esso. Tvashtar copre il

cielo; il Dio fulminante e tonante trova le proprie armi in quel cielo

coperto; e se ne serve per distruggere _Vr'itra il mostro copritore_,

ossia quel cielo stesso nuvoloso, senza il quale Indra non potrebbe

essere un eroe, anzi l'eroe più meraviglioso dell'Olimpo. Tvashtar ama

la propria forma tenebrosa, e desidera conservarla; Indra, sebbene sia

nato in essa, sebbene senza di essa la sua potenza si distrugga, ama

distruggerla, per far del bene, liberando le acque, le vacche, le donne

che Tvashtar, ossia il suo equivalente _Vr'itra_, tiene prigioniere,

per liberare l'eroe o l'eroina solare che sta chiusa nella nuvola,

per ritornare quindi egli stesso a splendere come cielo luminoso, come

sommo signore del cielo. Gl'inni e le leggende del periodo vedico ci

presentano però già Indra e Tvashtar come nemici. Di questa inimicizia

essi ci recano come principal ragione la seguente: _Indra bevette

l'ambrosia nella casa di Tvashtar_,[38] nelle coppe di _Tvasthar_,

uccidendo il figlio di Tvashtar, ossia Vr'itra Viçvarûpa. L'oceano

celeste si rasciuga, ora perchè Indra ne beve le acque ambrosiache,

ora perchè, fulminando, le fa scorrere, e vuota così il barile celeste

che conteneva il _soma_. Il _Çatapatha Brahmana_, interpretando la

contesa fra Indra e Tvashtar per il _soma_, ci racconta la seguente

storiella: «Tvashtar aveva un figlio dalle tre teste, dalle tre bocche

e dai sei occhi, chiamato perciò _Viçvarûpa_. Una delle sue bocche

beveva l'ambrosia (_soma_), un'altra beveva vino (o bevanda spiritosa,

_surâ_), un'altra era per le rimanenti cose da mangiare e da bere.

Indra odiava quel Viçvarûpa, e gli tagliò le tre teste: da una bocca

uscì l'uccello francolino, ch'è di color bruno come il re Soma;

dall'altra uscì uno sparviere, e però quest'uccello grida con la voce

rauca, con cui parla un briaco che ha bevuto liquori inebbrianti; dalla

terza bocca uscì una pernice, dai colori screziati, poichè sembra che

nelle sue ali siano gocciate stille di burro liquefatto e di miele; da

tal bocca Viçvarûpa riceveva ogni maniera di cibi. Tvashtar s'accese

d'ira, e dicendo: _M'uccise il figlio_, egli offerse ambrosia agli

Dei, Indra eccettuato. Indra pensò: _Mi allontanano dall'ambrosia_; e,

come un forte adopra verso un debole, anche non invitato, si cibò del

_soma_ purificato che era nel vaso. Ma questo gli fece danno: esso gli

uscì tutto dalla bocca, e dalle altre parti vane del corpo. E Tvashtar

salì in collera, dicendo: _Chi, non invitato, si cibò del mio soma?_

egli stesso interruppe il proprio sacrificio; e quel resto di _soma_,

ch'era rimasto nel vaso, adoperò (per accompagnare con un sacro rito

l'imprecazione), dicendo: _Cresci Indra-nemico (Indraçatruh)_, così

disse. E poichè disse _Indra-nemico cresci_, perciò Indra lo uccise;

ma se invece egli gli avesse detto: _D'Indra nemico (Indrasya satruh),

cresci_, egli avrebbe potuto uccidere Indra.»

Questa leggenda è ancora di formazione vedica, e, sebbene relativamente

moderna, serve pure ad indicarci la forza che s'attribuiva nell'età

vedica alle imprecazioni, per cui anche un semplice _lapsus linguae_

dell'imprecatore poteva rivolgere sopra di sè gli effetti di

quell'imprecazione ch'egli scagliava sopra il suo nemico. In questo

_Tvashtar imprecatore_ noi abbiamo poi una specie di Dio Brahman,

il quale combinerebbe col nome di _Brahmanaspati_ o _signor della

preghiera_, dato pure in alcuni Inni vedici al figlio di Tvashtar. E,

poichè ben presto l'uccidere un Brâhmano divenne il massimo delitto

sociale indiano, Indra uccisore di un Brâhmano nel cielo cadde in

disgrazia, divenne odioso alla casta brâhmanica, che gli sostituì

invece Brahman nel principato dell'Olimpo, mentre Indra rimase solo

più il Dio della casta guerriera, la quale nel fine del periodo vedico

e nelle leggende brâhmaniche troviamo spesso in fiero contrasto con la

casta de' Brâhmani.

Letture sopra la mitologia vedica · 第 12 / 26 段