numero plurale. _Vâyu_ divenne come Eolo il vento per eccellenza, il
padre, il re, il Dio dei venti; i venti, che stanno sotto il potere di
esso, pigliano il nome speciale di _Marutas_. Agni Marut è un vento.
Nella voce _marut_ si vide una variante della voce _garut_ che vale
_ala_; il nostro linguaggio poetico ricorda pure frequentemente le
_ali dei venti_. Come Vâyu è l'_atman_ od _anima degli Dei_, ossia
_l'anima divina_, lo _Spirito Santo_, come abbiamo veduto l'anima
del cristiano, che uscendo dal corpo sale a Dio, chiamarsi _Spiritus
Sanctus_; così, secondo il professore Benfey, i _Marutas_ o _venti_,
o figli del vento, rappresentano le anime dei morti. Se ricordiamo che
Yama si rappresenta pure come figlio di Vâyu, non troveremo in questa
interpretazione nulla d'impossibile: tuttavia giova osservare come non
è questo il carattere proprio dei _Marutas_, i quali appaiono invece
piuttosto come i rapidi, forti, sonanti e brillanti, come _i Maschi del
cielo_ (_divo maryâs_) e come _maschio_ valse _virile_, così il vero
_forte_, il vero _eroe_, il _vîra_ per eccellenza nell'Olimpo vedico è
il _Marut_; come nel _Râmâyana_ le grandi prodezze che fanno a _Râma_
vincere le battaglie sono compiute da _Hanumant_, figlio del vento
_Marut_; come nel _Mahâbhârata_, dei cinque fratelli Pânduidi il più
poderoso che combatte per gli altri, che sopporta tutte le fatiche, è
Bhîma, figlio di _Vâyu_, il Dio del vento e di Kuntî; come l'uccello
_Garudas_ è quello che rende invincibile il Dio Vishnu. Gli Inni
vedici rappresentano diversamente il numero dei _Marutas_; per lo più
essi appaiono come _tre volte sette_, ossia come _ventuno_; ma talora
anche sette, e forse ne' loro tre nomi di _Vâyu_, di _Rudra_ e di
_Marut_ si manifestarono pure come una sacra trinità, essendo i numeri
_tre_ e _sette_ considerati sacri. Ma talora furono rappresentati
tanti _Marutas_ o venti, quanti sono i giorni del mese lunare, ossia
_ventisette_, o tanti quanti sono i giorni della metà dell'anno, in
cui dominano specialmente i venti, ossia _tre volte sessanta_, cioè
_cento ottanta_. I _Marutas_ son chiamati _gomâtarâs_, ossia _aventi
per madre una_ go, ossia _la nuvola mobile_, e la nuvola o la tenebra
rappresentata come variegata (_priçnî_) vacca lattifera. Perciò il
_Yag'urveda nero_ dice che i _Marutas_ sono nati dal latte di _Priçni_,
ossia dalla variegata, ch'essi considerano come loro madre. Ma, perchè
abbiamo già veduto il cielo nuvoloso e il tenebroso celebrato quale
oceano, così come i _Marutas_ sono appellati _gomatâras_ o _figli della
vacca_, così ancora si chiamano _sindhumâtarâs_ o _figli dell'oceano_.
Un altro loro nome vedico è quello di _divas putrâsas_, ossia _figli
del cielo_; il cielo comprende qui evidentemente insieme la _go_ ed il
_sindhu_, ossia comprende le due forme mitiche, sotto le quali esso
si manifesta nella tenebra notturna e nella nuvola tempestosa. Il
nome di _divas putra_ è pure dato a Parg'anya, il temporale e il Dio
del temporale, nella quale caratteristica _Parg'anya_ ed i _Marutas_
si trovano pertanto invocati insieme, perchè diano la pioggia; così
troviamo congiunti insieme come duali ora _Parg'anya_ e _Vâta_, ora
_Vâta_ e _Parg'anya_, in quel modo stesso con cui vanno ancora insieme
Messer Vento e Madonna Pioggia. E poichè il Dio tonante e fulminante
nel temporale piglia nome d'_Indra_, i _Marutas_ sono chiamati
_Indravantas_, ossia _accompagnati da Indra_, ed _Indra_ stesso è
denominato _Marutvan_, ossia _accompagnato dai Marutas_. In questa
relazione col cielo nuvoloso, burrascoso, lampeggiante, tonante,
pluvio, i _Marutas_ sono celebrati come fiammeggianti, rosseggianti,
aurei, splendidamente vestiti con vesti d'oro, aventi nelle mani lancie
fulminee, anelli ai piedi, luminosi pendagli sul petto, e ciuffi d'oro
sul capo. La natura di guerrieri, nel cielo tonante, è evidente, quando
li udiamo chiamare _vagrahastâs_, ossia _aventi nelle mani i fulmini_;
ma la loro propria natura è sempre quella di _venti_ anche quando
si congiungano, come lo Spirito Santo, con le lingue di fuoco; onde
li vediamo nell'inno 78º del X libro del _Rigveda, risplendere quali
vatâsas o venti furiosi impetuosi, come le lingue dei fuochi (agnînâm
na g'ihvah virokinas)_. Nell'_Atharvaveda_ (IV, 27) i _Marutas portano
nel cielo le acque dal mare, e dal cielo le versano sopra la terra_;
nel 38º inno del I libro del _Rigveda_ essi _oscurano il cielo per
mezzo della burrasca acquosa_, e ne inondano la terra; ed _aprono_
quindi nuovamente _al sole_ chiuso nella nuvola la sua via celeste. Il
vento aduna le nuvole; il vento, insieme coi fulmini, le risolve in
pioggia e le dissipa. Tuttociò è un fenomeno naturale, che la poesia
potè cantare senza aver bisogno d'immagini mitiche. Ma il mito, anzi il
massimo de' miti, si creò per l'appunto nel cielo tonante; e il vento,
che muove le nuvole e scatena la tempesta, divenne uno de' principali
collaboratori del mito. Il cielo mattutino e vespertino diede occasione
a molti idillii e a molti drammi celesti; la grande epopea divina è
nata nel cielo tonante, e specialmente nel cielo tonante di primavera.
Indra, Zeus, Jupiter, Perkun, Odino trionfano fulminando e tonando. E,
poichè i fenomeni della primavera presentano molta analogia con quelli
dell'aurora mattutina, de' molti miti che si riferiscono all'aurora,
una parte si riscontrò pure ne' fenomeni del cielo tempestoso.
Dall'aurora, come dalla nuvola, vien fuori il sole; il sole caccia,
disperde, uccide il mostro tenebroso notturno; il sole fulminante
atterra il mostro che copriva il cielo, che tratteneva le acque, la
pioggia, il nemico _Vritra_ copritore, trattenitore. La somiglianza de'
fenomeni che si riferiscono al sole uscente dalla notte con quelli che
si riferiscono al sole uscente dalla nuvola, fece sì che una parte de'
miti del cielo nuvoloso si trasferisse nel cielo notturno; e Indra si
trovi dominante in entrambi i cieli; ma, mentre nella sua lotta contro
i mostri tenebrosi della notte Indra ha per suoi principali compagni
gli _Açvinâu_, nella sua lotta contro il mostro tenebroso della nuvola,
i principali compagni d'Indra appaiono i _Marutas_.
L'alato Eros rappresenta ancora una forma del venticello mattutino, che
si unisce con la vergine aurora per generare il sole. L'Eros è chiamato
nell'India col nome di _Kâma_, ossia _l'Amore, il Dio d'amore_. Il
vento dicemmo negli Inni vedici farsi nascere ora dall'oceano, ora dal
latte della vacca celeste; il venticello mattutino spira con l'alba,
l'aurora viene fuori dall'alba, come Aphrodite vien fuori dalla spuma
del mare.
Una delle qualità del vento, celebrate dal _Rigveda_, è quella di
andar come vuole: _questo Dio va come vuole (yathâvaçam c'arati devah
eshah)_. Ho già avvicinato l'aggettivo _vâyu_, «desiderante,» con
l'appellativo _vâyu_, «vento,» accostando le radici _vâ_ e _van_
(_amare_, onde _Venus_); questo _Vâyu_ appetente, questo _Vâyu_
desiderante riesce quindi un perfetto equivalente di _Kâma, l'amante,
l'amore, e il Dio d'amore_. Come pertanto nell'inno cosmogonico vedico
(_Rigv._, X, 90) abbiamo il _Vento_ qual primo nato dall'alito del
_maschio_ universale (vedemmo pure i _Marutas_ denominati _maryâs_,
ossia _maschi_), così nell'inno cosmogonico 129º del X libro del
_Rigveda_ ci si rappresenta come prima creazione _Kâma_, ossia _il
Desiderio, l'Appetito, l'Amore_. «Kâma nacque primo, che fu il primo
seme generatore dell'anima.» Così l'Eros di Esiodo fu il primo nato
dal caos. _Anima degli Dei, germe del mondo_, vedemmo chiamarsi
vedicamente _il vento_; la natura dello Spirito Santo e quella d'amore
sono identiche. Il vento mattutino congiunto con la vergine aurora fa
uscire il sole; così la colombina di Casa Pazzi annunzia in primavera
il sole risorto; così Tertulliano dice della colomba (che vedemmo
già essere sacra nell'antichità ellenica alla Venere Aphrodite, una
forma ad un tempo dell'aurora e della primavera, l'aurora dell'anno)
ch'essa era: _in summa Christum demonstrare solita_, come figura
dello Spirito Santo, l'Eros cristiano. Il mito ellenico d'Amore e
Psiche è la forma più poetica che abbia assunta la rappresentazione
degli amori del venticello con la vergine. L'amore al pari del vento
si rappresenta alato; il pensiero e l'affetto volano; perciò l'inno
85º del I libro del _Rigveda_ ci rappresenta i corsieri dei _Marutas_
o _venti rapidi come il pensiero (manog'uvas)_. Il vedico _Kâma_ ci
si rappresenta come figlio della _Çraddhâ_, che poi divenne la fede;
così nel nostro dogma, prima appare la Fede, poi la Speranza, terza la
Carità. Dalla fede provengono la speranza e la carità infiammate. In
un lungo inno dell'_Atharvaveda_, riferito dal Muir,[34] troviamo il
Dio _Kâma_, ossia _l'Amore_, come terza persona di una trinità, nella
quale appare primo _Indra_ e secondo _Agni_: tutti tre salgono sopra
lo stesso carro, e cacciano lontano le tenebre maligne. _Kâma_ piglia
in quest'inno aspetto di un Dio guerriero, e si unisce al battagliero
Indra contro i demoni notturni, come i venti _Marutas_ si uniscono
specialmente col battagliero Indra contro i mostri della nuvola. Nel
quale carattere _Kâma_ tiene della natura di Ares e _Marte_ (Mamers)
Gradivo fratello ed amante di Venere, che corrisponde pure all'indiano
vento _Marut_, guerriero per eccellenza; Marte come i Marutas è un
guerriero per passione, ama la guerra per la guerra, è violento,
impetuoso, e con tutto ciò, come il vento, tenero per le donne. Il
Dio della guerra della tradizione brâhmanica _Kârttikeya_ è figlio di
Agni, il Dio del fuoco, uno degli appellativi del quale è pure _Kâma_;
l'_Eros_ ellenico si raffigura come figlio di Marte, _Ares_.
Nel citato inno dell'_Atharvaveda_ si nomina primo _Indra_, il _divas
pati_, il _Zeus_ ellenico; secondo Agni, terzo Kâma. Agni e Kâma sono
vicini tra loro come il Figliolo e lo Spirito Santo; ad Agni, figlio
delle acque, s'accosta, nella sua forma di spirito alato, l'Amore,
che combatte e dissipa la tenebra. Nelle prime rappresentazioni
della Trinità cristiana occorre il Padre che esce da una nuvola
(Indra, Zeus), il Figlio che sta nell'acqua (Cristo), lo Spirito
Santo che gli aleggia sopra. _Indra_, _Agni, Kâma_, del citato inno
dell'_Atharvaveda_, ci rappresentano una trinità analoga. Ma più spesso
gli Inni vedici raffigurano uniti insieme _Indra_ e _Vâyu, Indra_ e i
_Marutas; Kâma_ essendo un equivalente del vento, _Kâma_ battagliero
trovasi pure intento con Indra a cacciare i malvagi nemici; l'ellenico
_Ares_, figlio di _Zeus_ e fratello di Venere, è ancora una forma
di questo vedico _Kâma_, che ha insieme le qualità di un guerriero e
quelle di un amante. E come Dio d'Amore si rappresenta non solo alato,
ma belligero; non solo in forma di rapida amorosa colomba, ma veloce,
impetuoso uccello, _Garuda_ o _Garutmant, Garutvant_; ed il _Marut_
e il Marte rappresentano, ad un tempo, la forma dell'amore violento
ed il guerriero; il guerriero è un amante e l'amante un guerriero.
La parola indiana che esprime l'odio è _dvish_; or bene _dvish_ non è
altro che un _desiderio violento_; la radice _ish_ ha due significati
analoghi: l'uno è quello di _arrivare, penetrare, spingere_; l'altro è
quello di _desiderare, volere_. Il desiderio è il moto verso una cosa
amata; assalendo con violenza l'oggetto, ossia quando _l'appetito_
diviene _impeto_, _l'appetente impetuoso_, l'amatore riesce un
guerriero. Per questa stessa associazione d'idee, le parole greche
_Ares, Eros, Eris_, poterono avere una radice comune ar analoga di
_Var_.[35] _Vara_ è in lingua indiana, come _Kâma, il Desiderio_, e
quindi _lo sposo desiderato, l'amore della sposa, l'oggetto de' suoi
amori, il bello, il prediletto_, dalla radice _var_, «desiderare,
volere, amare» (cfr. _Varya_ che si dà pure come un appellativo del
Dio d'amore), e, certamente, nel suo senso primitivo _spingersi verso,
penetrare_, per la stretta analogia che passa tra le radici _ar_ e
_var_, cui è da aggiungersi ancora _tvar_, che vale _affrettarsi,
andare in fretta verso_, identica a quella che abbiamo notata fra
_ish_, «penetrare» ed _ish_, «desiderare.» Io avevo ritenuto fin qui
che la parola indiana _dvish_, che esprime l'odio, valesse propriamente
_il desiderio in due_, e che nella parola _duellum_, da cui nacque
_bellum_, fosse contenuta la stessa idea di un _velle in due_. Ma,
per quanto una simile etimologia possa illudere, uno studio meglio
approfondito mi obbliga a rifiutare questa illusione etimologica, ed
a considerare il latino _duellum_ come parola corrispondente della
radice _tvar_, «andar con impeto,» da raffrontarsi con _var_ e _ar_
(per la mediazione di _dvar_), ed il sanscrito _dvish_, «odio,» come
un equivalente originario di _tvish_, che vale nel linguaggio vedico,
_impeto, furia_. La guerra è una furia, una Erinni; _Tvaritâ_ è un
appellativo della furia indiana _Durgâ_. _Eris_ e la _Erinni_ sono
_le impetuose, le furenti; Ares_ è _l'impetuoso, il furioso; Arai_
chiama Eschilo le Erinni; e non è per noi quindi nessuna meraviglia
che il vedico guerriero _Vâyu_ il vento abbia sposato la rapida,
ossia violenta _Saranyû_, in cui Max Müller riconosce l'aurora, ed
il Kuhn il fulmine, l'uno l'Elena, l'altro la Erinni, e tutti e due
i dotti con molta ragione. Il loro torto, se torto vi ha da essere,
incomincia solamente, per quanto mi pare, nell'isolare come essi fanno
le loro ragioni reciproche invece di porle d'accordo. _Saranyû_ vale
_la rapida_; le radici _ar, sar_ ebbero significato comune; il vedico
_ara_ vale _veloce_, e _sarat_ ha lo stesso senso; _Saranyû_ valse
forse _la corrente velocemente_ o _la corrente dietro il veloce_,
e s'interpetrò forse per _la corrente via dal veloce_; la leggenda
vedica rappresenta _Saranyû_ che fugge via, in forma di cavalla, per
non essere raggiunta dallo sposo che le fu destinato dal padre, e che
piglia nome ora di _Vâyu_ ora di _Vivasvant_, ma con cui finisce pure
con l'unirsi per generare ora Yama, ora i due Açvinâu. Certamente vi
sono tra la leggenda vedica di Saranyû e la ellenica di Elena molti
più caratteri affini che non si trovino tra essa ed il mito delle
Erinni. Ma è un solo punto che divide un mito dall'altro. Quello che
qui importa notare è che come nel linguaggio vedico, presso _ara,
penetrante, veloce_, troviamo _ari il violento_ e quindi _il nemico_,
così presso l'_Eros_ ellenico troviamo l'_Eris_, le _Erinni_ od _Arai_
ed _Ares_; così nel sanscrito, presso _ish il desiderio_, troviamo
_ishira il fuoco, ishu la saetta_; presso _ishma_ equivalente di _Kâma
desiderio_, troviamo _Ishma_ equivalente di _Kama_ o _Kandarpa_ il Dio
d'amore, _ishvâsa arco_ ed _arciere_. Il Dio amante, il Dio penetrante
si trasforma così in Dio saettatore; il veloce, l'ardente, l'alato
si fa guerriero. Un inno dell'_Atharvaveda_ (III, 25) ci rappresenta
già il _Dio Kâma che con un dardo aguzzo e formidabile ferisce il
cuore_.[36] Kâma raccoglie dunque in sè le qualità erotiche ed eroiche
dell'Eros che distinguono il Dio Ares e Marte greco-romano, e che
si trovano già riunite nei vedici _Marutas_ e nel figlio di Marut
Hanumant, il prediletto di Sita presso il _Râmâyana_, premiato con
amore riconoscente qual suo liberatore; nel figlio del vento _Bhîma_,
nel quale, presso il _Mahâbhârata_, confida specialmente la sposa
dei fratelli Pânduidi _Drâupadi_, e cui si elegge come proprio sposo
la sorella del mostro Hidimba. Nella figura di _Kâma_ e di _Eros_
prevale l'amatore; nella figura dei _Marutas_ e di _Ares_ e _Marte_,
il guerriero; Kâma è piuttosto idillico, i Marutas sono specialmente
eroici; ma i loro caratteri tuttavia s'incontrano talora, a motivo
della loro prima materia mitica comune, ch'è il vento: abbiamo già
detto che nella mitologia ellenica _Eros_ appare figlio di _Ares_,
ossia _Amore di Marte_. In Roma le feste di Marte si celebravano nel
mese di marzo, ossia nel noto mese dei venti; e i giuochi, coi quali
si celebravano, chiamavansi _equiria_, dalle corse de' cavalli. Così
sono spesso celebrati negli Inni vedici i cavalli dei _venti_, dei
guerrieri _Marutas_, rossi, aurei, macchiettati (scambiatisi talora
con macchiettate antilopi). I Marutas combattono con le lancie, come
il Marte latino si manifesta congiunto con _Quirinus_, il Dio armato
di lancia. Nel _Rigveda_ la loro forza, il loro valore, la loro
onnipotenza si celebra dai poeti in modo che il loro sommo duce, il Dio
Indra, ne piglia dispetto e gelosia. Di questa gelosia tra Indra ed i
Marutas troviamo parecchi indizii negli Inni vedici; Indra si sdegna
delle lodi e delle oblazioni che i devoti offrono ai Marutas, porta via
ad essi i tori ch'erano loro stati offerti, e minaccia di annientarli;
allora il devoto pone, per timore d'Indra, da parte le oblazioni
destinate ai soli Marutas; il saggio Agastya interviene a pacificare
gli Dei fra loro, e si risolve di non offrir più tori ai Marutas, senza
offrirne pure nel tempo stesso ad Indra. Queste nozioni leggendarie,
che si formano sopra il mito, provano solamente la stretta relazione
che hanno i Marutas col cielo tonante e fulminante; quando i Marutas ed
Indra si separano e sono in discordia, ossia quando i venti appaiono
isolati, senza i fulmini ed i tuoni, fuori del cielo tempestoso,
pèrdono della loro grandezza eroica; il vento diviene un personaggio
epico nel solo cielo tenebroso e tempestoso, ma in quest'ultimo
specialmente; perciò si spiega la stretta relazione di Indra tonante e
pluvio coi Marutas, di Zeus con Ares e con Marte, di Odino con Thor e
con Thunar.
LETTURA NONA.
TVASHTAR IL FABBRO DEGLI DEI.
Noi siamo presso che giunti a mezza via, e non abbiamo fin qui
incontrato ancora alcun Dio, il cui appellativo non sia al tempo stesso
un nome comune. Noi discorremmo, nel vero, del Cielo, dell'Aurora, del
Sole, della Luna, del Fuoco, dell'Acqua, del Vento, ed abbiamo potuto
persuaderci come non solo gli Dei che descrivemmo siano congiunti con
que' fenomeni e con quegli elementi della natura celeste, ma come,
senza di essi, non sarebbero nati e non avrebbero potuto sussistere
in alcun modo. Chè, se non ci accadde nè pure fin qui di trovarci
di fronte alcun Dio, con persona viva bene spiccata e distinta (se
bene in ciascuno di essi ci sia stato possibile il riconoscere alcuni
caratteri specifici), di questo, se così posso chiamarlo, difetto
nella personale evidenza del mito, la ragione è la stessa origine
fisica del mito, della quale gli antichi creatori di miti dovean
serbare viva la coscienza. Il fenomeno fisico è talora cantato negli
Inni vedici come tale, talora rappresentato con una immagine animata
od animale. Questa immagine può scomparire per ritornare; ma ritorna
sempre in fenomeni somiglianti: essa serba cioè sempre alcuna traccia
della sua prima origine, non solo celeste, ma congiunta con un ordine
speciale di fenomeni e di relazioni celesti. Così dicemmo, che,
per la loro conforme capacità d'allargarsi, la _Prithivî_ celeste
è ora la nuvola, ora la tenebra, ora l'aurora; per la loro comune
mobilità, l'aurora come la nuvola piglia il nome di _go_, e, con
questo appellativo, poichè _go_ è chiamata la _vacca_, si immaginò la
vacca aurora, la vacca nuvola. Il mito primitivo ha sempre dunque le
sue radici in un terreno fisico che gli è proprio, ossia si produce
in un ordine di fenomeni fisici celesti, che si può presentare con
parecchie varietà, ma in ciascuna delle quali si conservano alcuni
di que' caratteri particolarmente geniali ad una particolare famiglia
mitica. De' miti che nascono, gli uni cadono senza vegetare sopra lo
stesso terreno che li produce; gli altri germogliano in modo che si
vede solamente la pianta, e non si può più, se non per una diligente
investigazione, ritrovarne le radici fondamentali. De' nomi, alcuni
hanno una scarsa virtù etimologica, altri recano invece una viva
potenza scultoria; quelli che esprimono troppo poco, e quelli che
scolpiscono molto vivamente, sono efficaci operatori di miti: l'_açu_,
che diviene _açva_, ossia ancora il rapido, poichè _açva_ è pure il
cavallo, genera il _Dio cavallo_; l'_urvâçi_ vale propriamente _la
vasta penetrante_, _la vasta avanzantesi_, e potremmo aggiungere _la
vasta rapida_; nella leggenda di _Urvâçî_ abbiamo veduto che essa è
l'aurora celebrata come la prima ad arrivare, non solo, ma ch'essa
fugge da Purûravas, il quale la insegue. Io non ho bisogno d'avvertire
la stretta parentela mitica fra questa _Urvâçî_, che passa fuggente
dal proprio sposo e _Saranyû_, figlia di _Tvashtar_, la quale in forma
di _açvâ_, ossia di _rapida_, fugge dallo sposo Vivasvant destinatole
dal padre. Ma _açvâ_, oltre la _rapida_, significò pure _la cavalla_;
quindi da un equivoco nato sopra una parola di potente significato
etimologico, il mito mostruoso della Dea aurora rappresentata come
_açvâ_ o _cavalla_, e del sole che si fa _açva_ rapido, ossia cavallo
per inseguirla, e per congiungersi con lei. Presso queste parole
di una singolare potenza etimologica, ve ne sono altre che non ne
hanno quasi più alcuna; tale, per esempio, _Brahman_, che servì poi a
denominare il Dio supremo dell'Olimpo brâhmanico. Non rappresentando
questo nome, in modo espressivo, nulla di specifico, potè adoperarsi,
per qualche ideale concepimento, a significare il nume universale,
quando, popolatosi il cielo di numi, si sentì il bisogno di dar loro
un reggitore, quando, scemato nell'uomo il sentimento della propria
energia, si sentì il bisogno di adorare e d'invocare, con un sol nome,
tutte le forze della natura sovrastanti all'uomo. Ma, tra un periodo
e l'altro di creazione mitica, quello con cui i miti principiano e
quello con cui essi finiscono, vi è un periodo intermedio, nel quale
i miti si svolgono, ne' quali si vede distinta una persona divina, e
non si scorge quasi più il fenomeno fisico che la muove. A studiar
questo periodo siamo ora pervenuti nella nostra peregrinazione a
traverso l'Olimpo vedico. Noi arriviamo ad un momento, nel quale il Dio
incomincia ad essere qualche cosa, qualche persona vivente per sè; esso
si estrinseca artisticamente col suo appellativo dalla immediata realtà
fisica, per divenire specialmente un carattere drammatico. Vedemmo già
staccarsi l'eroina dall'aurora, l'eroe dal vento, dal fuoco, dal sole,
dai fenomeni del cielo tenebroso e tempestoso; ma il loro carattere
eroico o ci apparve mobile ed incostante, o si confuse intieramente
col carattere del fenomeno fisico. I Marutas ci conservarono più
fedelmente il loro tipo eroico, e però li studiammo sul punto di
passare a considerar di proposito il mondo eroico vedico; ma dicemmo
pure che, come il loro nome, così le loro opere lasciano trasparire la
loro propria natura di Venti. Ora passiamo invece a studiar numi, gli
appellativi de' quali non ci rivelano punto il loro speciale carattere
fisico celeste. — _Tvashtar_ dice _il fabbro; Indra,_ come vedremo,
_l'intermedio; Açvin, il cavaliero; Yama, l'infrenatore_: evidentemente
questi quattro appellativi non lasciano a noi trasparire alcun fenomeno
fisico immediato; e pure, fra tutti gli Dei vedici, essi son quelli che
hanno carattere più spiccato e costante; anzi, se si aggiunga a questi
quattro numi l'_Aurora_ ed i _Marutas_, si può dire d'avere in essi
rappresentato tutto ciò che l'Olimpo vedico può offrirci d'essenziale.
Il nome del nume non basta dunque più a tradirci la sua natura fisica.
Ma ciò non toglie tuttavia che questa non possa venir rintracciata, e
che non ci sia concesso di determinare in modo probabile l'ora ed il
campo celeste, nel quale il Dio si manifesta.
A me verrebbe, anzi ogni cosa, la tentazione di domandarvi se non vi è
mai accaduto di fantasticare, in solitudine montana o campestre, con
l'occhio rivolto ad un bel tramonto di sole; e, posta questa prima
domanda, vorrei sapere da voi se non siete stati colpiti di viva
meraviglia nell'osservare le mille foggie fantastiche che piglia il
cielo ad Occidente, ora rosso color fuoco come una fucina ardente,
ora oscurantesi come per fumo improvviso che ingombri la vasta fucina
celeste. E perchè io suppongo la immaginazione vostra non meno vivace
della mia, vi racconterei che una sera d'estate (le feste _vulcanalia_
celebravano i Latini il 25 agosto) dai colli di Signa io considerava
un tramonto di sole straordinario. Il sole avea già ritirato i suoi
raggi, ed il cielo occidentale ardeva in una forma di meravigliosa
architettura; pareva tutto un tempio illuminato, con archi e colonne
d'oro, con uno sfondo scuro, dal quale vedevansi, di tratto in tratto,
come avviene nella stagione estiva, balenar lampi; a un tratto vedonsi
le ignee colonne crollare, il tempio precipitare, il fantastico
edificio svanire, ed io esclamo involontariamente: _Ecco Sansone!_
Sì, Sansone che perde la forza, nella sera della sua vita, quando
gli tagliano i capelli, come il sole quando perde la sua chioma. E
sapete voi chi è la Dalila, la bella traditrice? L'aurora vespertina
che attira nelle sue lusinghe il sole, e lo accieca, ossia lo toglie
alla vista, e lo spoglia dell'ornamento della sua chioma, ossia gli
toglie la forza. Ma l'acciecato Sansone si vendica, facendo crollare il
tempio, ove si festeggia, sopra il capo de' festeggianti suoi nemici, i
compagni della Dalila. Più spesso ancora m'è accaduto di osservare nel
cielo vespertino la magica fucina ardente, ed il sole che s'era chiuso
in essa, non meno che il sole chiuso nella nuvola, mi rappresentava ora
lo stregone, ora il famoso Ciclope, il fiero monoculo, di cui si trovò
poi l'equivalente sulla terra nel cratere vulcanico, lo spaventoso
occhio ciclopico. E, dalle frequenti osservazioni del cielo vespertino,
non mi rimase più alcun dubbio che il fabbro mitico non sia da
ricercarsi in esso come nel cielo nuvoloso lampeggiante. Ma io non sono
un autore, sì bene un espositore di miti; e voi non vi contentereste
sicuramente delle mie illusioni mitiche; ed avreste ragione di non
contentarvi, ove non si potesse pur dimostrare come ne' miti del
mostruoso vedico Tvashtar, dello zoppo ellenico Hephaistos, dello zoppo
latino Vulcano, tre rappresentanti bene determinati del fabbro celeste,
che diviene poi il mago delle novelline, il diavolo zoppo della
leggenda popolare cristiana, tutto concordi con quelle immagini che si
rinnovano al rinnovarsi d'un antico fenomeno, ossia del chiudersi del
sole nella notte, passando per le fiamme del cielo vespertino, e del
chiudersi del sole nella nuvola, onde si manifesta col guizzare dei
lampi.
Ed ora esaminiamo la natura del Dio vedico _Tvashtar_.