Quanto all'_apsarâ_, nell'_Atharvaveda_ essa è chiamata _nuvolosa,

lampeggiante_ e _stellata_. Qui abbiamo dunque una ninfa nella

nuvola, ed una ninfa nella notte, ma vi è ancora un'apsarâ aurora,

che mi pare indicata in quelle parole dell'inno 109º del VII libro

dell'_Atharvaveda_; onde apprendiamo che le apsare si rallegrano nel

tempo che passa fra l'offerta sacrificale e l'apparire del sole. Questo

tempo è, per l'appunto, quello dell'aurora; l'inno stesso invita il

fuoco a portare burro per le apsare. Ma il burro ed il fuoco, prima

che manifestarsi nel sacrificio, si manifestarono nel cielo, il quale

nel mattino incominciò ad apparire imburrato con l'alba, e quindi

infuocato con l'aurora; il burro liquefatto dell'alba alimenta il

fuoco dell'aurora, che il legno della selva notturna, distrutto dal

fuoco stesso, non avrebbe più bastato ad alimentare. Per mezzo del

burro si produce il fuoco, il ricco; come pertanto le acque, madri del

fuoco, sono invocate per ottenere un figlio che liberi il padre dai

debiti, così un poeta dell'_Atharvaveda_ invita le apsare ad ungergli

le mani _con burro_, affinchè egli possa, nel giuoco, vincere il

suo avversario; in un altro inno dell'_Atharvaveda_[30] s'invitano

le apsare _Ugrampaçya_ ed _Ugrag'it_ a riparare ai debiti che il

giuocatore ha fatti coi dadi. L'_apsarâ_ detta _payasvatî_ (come la

_sarasvatî_) vien chiamata essa stessa _sadhûdevinî_, ossia _bene

giuocante_; danza coi dadi; coi dadi si procura dei beni, per mezzo

della sua magia. Noi abbiamo qui la mobile, luminosa, danzante aurora,

fornita di ricchezze, che diffonde la luce e la ricchezza nel mondo.

A far poi apparire questa apsarâ come una giuocatrice celeste dovette

pure concorrere, per molta parte, l'equivoco tra la radice _div_,

«splendere» e la radice _div_, «giuocare» (cfr. _jucundus, juvenis_,

presso _jocus_). L'aurora _divo duhitar_ e l'_apsarâ sadhûdevinî_,

ossia _bene giuocante_, riuscirono una persona sola, con la quale

si congiunge intimamente quel _divodâsa_, in cui io riconosco il

sole mattutino, che, per grazia di _Sarasvatî_ (l'_ap-sarâ_ aurora

_payasvatî, sadhûdevinî_), libera il padre da' suoi debiti fatti

probabilmente nel giuoco, ossia nella gara luminosa, nella gara de'

raggi celesti, che fu il primo di tutti i giuochi, ossia di tutte le

opere luminose; il _gioco_ è _gioia_; la _gioia brilla_. E _brillo_

chiamasi tuttora l'uomo vivamente _allegro_. In Toscana, d'uomo

contento dicesi ch'_ei brilla_; la gioia è splendida, il dolore è

scuro. Il sole vespertino perde al giuoco luminoso il suo cavallo,

diviene _Vadhryaçva_; nel _giuoco_ de' suoi raggi egli rimane perdente;

il sole mattutino _Divodâsa_, suo figlio, aiutato dalla giuocatrice o

luminosa ninfa Sarasvatî, dall'aurora, guadagna quello che il padre

avea perduto. La parola _divodâsa_, vale propriamente _il servo del

cielo_, come _duhitar divas_ (l'aurora) vale _la figlia del cielo_.

L'aurora è protetta da Indra e dagli _Açvin_; così _Divodâsa_ è

protetto da Indra e dagli _Açvin_, che distruggono per lui le città

demoniache celesti, ossia le tenebre mostruose della notte. Il padre

di lui, che egli libera dai debiti, si chiama _Vadhryaçva_, o _privo

di cavallo_; ma prima di divenire _Vadhryaçva_, chiamavasi invece

_Bahvaçva_, ossia _avente molti cavalli_ (ossia, possibilmente ancora,

_il molto celere_, ossia _il potente corridore_ od _açva_), ch'egli

doveva pure essere abilissimo a guidare. Il figlio _Divodâsa_, come

_servo del cielo_, protetto dagli Dei, deve avere servito specialmente

(come quasi sempre l'eroe nel periodo, in cui rimane nascosto) in

qualità di _stalliere_ divino (Ercole spazza la stalla al re Augias);

verso il mattino una fanciulla divina, un'_apsarâ_ di nome _Sarasvatî_,

lo rende felice, facendolo vincere al giuoco, e intendiamo al

giuoco dei raggi solari; l'_aksha_ divenne poi _il dado_, ma, prima

di riuscire un dado, fu certamente _la ruota, l'asse, l'occhio_ e

probabilmente _il raggio luminoso_ dell'occhio, _il raggio penetrante_.

Il re Nala che perde, al giuoco dei dadi, il regno, che abbandona la

sua bella sposa di notte nella selva piena di tigri e serpenti, che nel

tempo della sua miseria si fa auriga, ossia guidator di cavalli, che

riguadagna, al giuoco, il regno perduto e la sposa smarrita, ci offre

una stupenda variante brâhmanica del mito vedico di Divodâsa figlio di

Bahvaçva, divenuto, nel giuoco, _Vadhryaçva_, che riguadagna quello che

_Bahvaçva_ avea perduto.

Ma una variante mitica della poetica leggenda della sposa perduta si

trova nel _Rigveda_ stesso; ove l'inno 95º del X libro ci presenta un

contrasto fra la ninfa Urvaçî e l'eroe divino Purûravas, _il molto

sonante_ (il vedico Gandharva, _l'andante ne' profumi_,[31] appare

nel periodo brâhmanico presso il paradiso d'Indra, insieme con le

apsare ballerine, come _un musico celeste_, a quel modo con cui la

ninfa acquosa Sarasvatî riesce la sonante e poi la Dea della parola,

dell'eloquenza; Purûravas, il tonante sposo dell'apsarâ Urvaçî,

è l'anello che congiunge il concepimento vedico col concepimento

brâhmanico de' Gandharvi). La ninfa od apsarâ Urvaçî, _la larga

che s'avanza_, una specie di _Pr'ithivî_, dice di sè stessa, nel

secondo versetto dell'inno 95º del X libro del _Rigveda: io arrivai

come la prima delle aurore (prâkramisham ushasâm agriyeva)_; nel

quarto versetto lo sposo suo Purûravas la chiama _aurora_, come nel

primo versetto l'ha chiamata _femmina crudele_, perchè gli sfugge; e

vorrebbe trattenerla, e la prega perchè s'arresti nella sua dimora,

dove notte e giorno sarà colpita dal _vaitasa_ (uno de' nomi vedici

del _phallos_). Urvaçî gli fa osservare ch'ei l'ha visitata tre volte

nel giorno; ch'egli è il padrone del suo corpo. Egli (un _gandharva_,

come avvertimmo) si lagna che le fanciulle aurore si allontanino come

_cavalle_ attaccate ad un carro. Purûravas si rivolge a lei con parole

conformi a quelle, con cui i devoti sopra la terra invocano l'aurora:

Urvaçî cerca di consolarlo, egli si dispera; essa gli promette un

figlio di nome _Vasishtha_ (uno de' nomi di Agni e del Sole), e, per

merito de' sacrificii del figlio, Purûravas può salire nel cielo e

rallegrarvisi beato (_prag'â te devân havishâ yag'ati svarga y tvam api

mâdayâse_).

Il mito della ninfa Urvaçî si svolse quindi largamente nelle leggende

indiane, ed ebbe in Europa la fortuna di trovare un luminoso e geniale

interprete nel professore Max Müller, che lo studiò in parecchie belle

pagine degli _Oxford Essays_.[32] È evidente che l'inno vedico ci

presenta solamente alcuni frammenti mitici; gli elementi del mito non

vi furono tutti raccolti; ecco ora in qual modo esso si è compiuto nel

_Çatapatha Brâhmana_, in parte con nuovi elementi mitici non penetrati

nell'inno vedico, ma persistenti nella tradizione orale, in parte

per l'industria un po' arbitraria del Commentatore dell'inno vedico,

che s'ingegnava di spiegarne i passi rimasti oscuri. — Un'apsarâ

chiamata Urvaçî amò Purûravas figlio d'_Idâ_, e, trovandolo, gli disse:

«Abbracciami tre volte al giorno, ma non mai contro il mio volere,

e ch'io non ti vegga mai senza le tue vesti reali.» Così ella visse

a lungo con lui. Allora i suoi primi amici, i Gandharvâs, dissero:

«Quella Urvaçî da lungo tempo rimane fra i mortali; facciamola tornare.

Dove Urvaçî e Purûravas giacevano, vi era una pecora con due agnelli,

ed i Gandharvâs ne rapirono uno.» Urvaçî disse: «Essi mi pigliano

il mio caro, come se io vivessi dove non c'è un eroe, e nemmeno un

uomo.» I Gandharvâs rapirono anche il secondo, ed essa ne fece ancora

rimprovero allo sposo. Allora Purûravas guardò e disse: «Come mai

il luogo ove io abito può esser privo d'un eroe o d'un uomo?» E,

per non perdere tempo, nel cercare i proprii abiti, si alzò ignudo.

Allora i Gandharvâs fecero splendere un raggio, e per quel raggio,

come se fosse di giorno, Urvaçî vide suo marito ignudo. Allora essa

scomparve: «ritornerò» disse, ed andò via. Allora egli pianse la sua

amica perduta, e si recò presso il Kurukshetra. Trovasi colà un lago

chiamato _Anyatahplaksha_ pieno di ninfe, e mentre il re passeggiava

sopra le sue rive, le ninfe scherzavano nell'acqua in forma d'uccelli

(probabilmente cigni). Urvaçî scorse il re, e disse: «Ecco l'uomo,

con cui ho abitato per tanto tempo.» Allora le compagne le dissero:

«Mostriamoci ad esso.» Essa consentì, e le apsare si manifestarono.[33]

Allora il re la riconobbe e disse: «Oh! sposa! resta, crudele;

parliamo un poco. I nostri segreti, se noi non li riveliamo ora, non

ci porteranno più tardi fortuna.» Essa gli rispose: «A che parlarmi?

Io sono arrivata come la prima delle aurore. Purûravas ritorna nella

tua dimora. Io sono difficile come il vento ad essere raggiunta.» Egli

rispose dolorosamente: «Se è così, il tuo antico amico cada ora per

non più ridestarsi; se ne vada egli lontano, lontano; egli cada come

corpo morto, gli avidi lupi vengano a divorarlo.» Essa gli rispose:

«Purûravas, non morire, non cadere, non ti divorino i lupi....» Ella

alfine s'intenerì, e disse: «Vien da me l'ultima notte dell'anno; tu

abiterai con me una notte, ed un figlio ti nascerà.» L'ultima notte

dell'anno egli si recò alle auree sedi, e quando ei vi fu salito, gli

mandarono Urvaçî. Allora essa disse: «I Gandharvâs ti permettono di

fare un voto, ch'essi adempieranno; scegli.» Purûravas disse: «Scegli

tu per me.» Ed ella: «Allora di' ai Gandharvâs: permettetemi di essere

uno di voi.» Il giorno dopo, per tempo, i Gandharvâs gli accordarono un

dono; ma quando egli ebbe detto: «Ch'io possa essere uno di voi,» essi

risposero: «Il fuoco sacrificale, per grazia del quale l'uomo potrebbe

divenir uno di noi, non gli è noto ancora.» Allora essi iniziarono

Purûravas ai misteri del sacrificio; quando ei l'ebbe compiuto,

divenne uno dei Gandharvâs. — Così la leggenda finisce come avrebbe

potuto incominciare; cioè con un tonante _Purûravas gandharvas_ (ossia

_camminante nelle profumate acque celesti_), naturale amico e sposo di

un'_apsarâ_ (ossia _di una scorrente sulle acque del cielo_), di una

ninfa celeste, la sede della quale ripetiamo essere stata triplice nel

cielo, come è triplice la sede delle acque celesti, acque dell'oceano

aureo luminoso, dell'aurora, acque dell'oceano nuvoloso, acque

dell'oceano tenebroso.

LETTURA OTTAVA.

IL VENTO.

_Difficile a raggiungersi come il vento, vâyuvega_ o _celere come il

vento_, è una similitudine non infrequente in sanscrito; e come il

vento è difficile a raggiungersi, così difficilmente si può la natura

di esso determinare. Quando l'inno cosmogonico vedico (_Rigv._, X, 90)

ci fa sapere che _Vâyu_ è nato dall'alito di Purusha, noi ne sappiamo

ancora poco, poichè Purusha, il maschio universale, appare, per lo

più, un'astrazione. Un inno del X libro del _Rigveda_ (168º) dedicato

a _Vâta_ (il vento) mostra ancora maggiore incertezza sull'origine

del vento: «Ora la potenza del carro di Vata; esso va stroncando (ogni

cosa); lo strepito ch'esso fa è assordante. Esso, toccando il cielo,

s'avanza, producendo le (nuvole) rosseggianti, e vien cacciando la

polvere della terra. Le mobili (acque) vanno dietro il vento; insieme

con esso vanno simili a donne; il Dio, re di tutto quest'universo,

se ne viene con esse congiunte col proprio carro. Andante per le vie

dell'aria, esso non si trattiene neppure per un giorno; delle acque

compagno, primo nato, acquoso, dove è nato, donde provenne? anima

degli Dei, germe del mondo, questo Dio va dove vuole; lo strepito di

esso fu inteso, ma la sua forma nessuno mai vide.» Il poeta vedico

non sapeva dunque onde il vento venisse. Ma l'inno citato ha per noi

grande importanza, per quattro nozioni ch'esso ci dà: la prima del

vento congiunto con le (nuvole) rosseggianti, la seconda del vento

congiunto con le acque, la terza del vento congiunto con le donne, la

quarta del vento generatore. Consideriamo bene questi quattro caratteri

del Dio Vento vedico, e dovremo rimanere colpiti di viva meraviglia

nel ritrovarli tutti nello _Spirito Santo_ cristiano, ossia l'alito

sacro, che si manifesta con le lingue di fuoco, che aleggia sopra le

acque del Giordano nel battesimo del Cristo (però si rappresenta per lo

più nei Battisteri) e che feconda la Vergine (un sarcofago lateranense

rappresenta la Trinità intenta invece a creare Eva, ossia la prima

donna). San Paolino, descrivendo un disegno della Trinità ch'era nella

chiesa di San Felice di Nola, si esprimeva nel modo seguente:

_Toto coruscat Trinitas misterio,_

_Stat Christus amne, vox Patris coelo tonat,_

_Et per columbam Spiritus Sanctus fluit._

Questo cristiano padre che tona dal cielo è ancora una forma del Dio

tonante od Indra, col quale il vedico _Vâyu_ trovasi, per lo più,

congiunto. Il vento congiunto con le donne, il vento amico delle

donne, è una nozione molto diffusa nella tradizione popolare; anche

nell'_Eneide_ virgiliana, Giunone non trova miglior modo di amicarsi

Eolo il Dio de' venti, perchè susciti nel mare la tempesta, che

promettendogli delle ninfe. Ma delle ninfe conosciamo già la natura

acquosa, e spesso nuvolosa. Le mobili ninfe spose del vento son le

nuvole che apportano la pioggia. La tradizione popolare rappresenta

come stretti parenti fra loro Messer Vento e Madonna Pioggia. Quanto

al cristiano Spirito Santo (colomba) non ci sembra recare verun grave

imbarazzo. Si volle fare della colomba l'emblema della castità;

io credo che sia una nozione intieramente falsa: la colomba è uno

degli uccelli più salaci, com'è de' più fecondi; se lo Spirito Santo

si trasformò pertanto in colomba, ciò avvenne certamente per altra

ragione che non sia quella della purità dei costumi della colomba;

probabilmente questa metamorfosi si compì in Grecia e non in Giudea.

Qual'è del vento la qualità che ha più colpito l'immaginazione

popolare? La sua rapidità che ne fece una specie di messaggiero

celeste. Era naturale adunque che si eleggesse come sua figura un

essere alato, e tra gli uccelli uno de' più rapidi al volo. Nelle

leggende indiane troviamo il falco, l'_accipiter_ (ossia quello delle

ali rapide) che insegue la _colomba_; è, in certo modo, una gara alla

corsa fra due uccelli rapidissimi. Qual meraviglia pertanto che, come

il fulmine, nel mito vedico, fu raffigurato qual falco, il vento abbia

potuto trasformarsi in colomba? Ma il vento non è solo il rapido,

ma anche il forte, il generatore, l'amico delle donne; perciò, come

nell'antichità ellenica troviamo il colombo ed il passero sacri ad

Aphrodite, così non ci deve sorprendere che lo Spirito Santo abbia

pure, nella leggenda cristiana, in forma di colomba, visitato e

fecondato la Vergine. Di una vergine che concepisca in modo illegale,

suolsi ancora dire con maliziosa indulgenza: Sarà stato il vento,

oppure: Sarà stato lo Spirito Santo.

Noi abbiamo già parlato del fuoco generatore. Dicemmo che, nel Natale,

il fuoco che si sprigiona dal ceppo dell'albero, ossia l'Albero di

Natale illuminato, è simbolo del nascimento del sole, che si fa cadere

nel solstizio d'inverno, ossia ne' giorni ne' quali la luce incomincia

a protrarsi. Nei presepii cattolici uno de' primi doni che i pastori

portano al neonato bambino, sono i piccioni simbolici. Ma il sole ebbe

più di un natalizio; noi incominciamo l'anno col primo di gennaio,

ossia press'a poco coi giorni natalizii cristiani; ma gli antichi

Romani lo incominciavano invece col marzo ventoso, ossia press'a poco

verso il ritorno della primavera, il che torna a dire presso alla

Pasqua di Resurrezione, nella quale il sole risorge, preceduto, per

lo più, da qualche scoppio di tuono. Il vento di marzo e le pioggie

d'aprile (mese sacro a Venere primaverile) si succedono. Il vento

annuncia la pioggia. Il sole risorge fra il vento e la pioggia;

il sole ritorna ad emergere luminoso. Dal cielo nuvoloso, tonante,

lampeggiante, vien fuori nuovamente il sole in tutto il suo splendore.

La leggenda evangelica ci mostra lo Spirito Santo in forma di colomba

con le lingue di fuoco. Ho detto che, talora, nel concepimento vedico

i fulmini si svolgevano dalla ruota dell'astro solare chiuso nella

nuvola. Poichè, quando il sole è potente, ossia nella stagione calda,

il cielo tona, si suppose una natura sola ai raggi solari, ai lampi

ed ai fulmini. Siano raggi solari, sian fulmini, quelle lingue di

fuoco, con le quali lo Spirito Santo si rivela, appaiono soltanto nella

stagione calda e luminosa, diurna, primaverile od estiva. Quindi tutte

le forme di fuochi sacri conservate nell'uso popolare rappresentano

il fuoco celeste del tempo luminoso nel giorno o nell'anno. Quando si

arde la vecchia strega nelle novelline popolari, quella vecchia ora

è la notte che si consuma nel fuoco mattutino dell'aurora, ora è la

stagione tenebrosa dell'anno che finisce; quando si brucia a Natale,

all'Epifania, al fin di Quaresima, la brutta vecchia, è segno che il

sole ritorna pure a trionfare nel cielo; e i tonanti fuochi d'artifizio

che sull'ora di mezzogiorno nel Sabato santo, fra il Battistero e il

Duomo di Firenze, la colombina di Casa Pazzi viene tuttora ad accendere

alla presenza de' contadini, che si radunano a pigliarne gli augurii

per sapere se essi avranno buona raccolta, mostrandoci, in forma

d'uccello chiaro, lo Spirito od alito santo, sacro vento, congiunto

col fuoco e coi tuoni, ci rappresentano ancora la risurrezione del

sole primaverile fra venti e scoppi di tuono, i quali abbiamo già

detto essere considerati come nunzii, messaggieri del bel tempo. Così

i fuochi che s'accendono ancora in più luoghi d'Italia nella vigilia

del giorno di San Giovanni, ossia precisamente ne' giorni di solstizio

di estate, serbano immagine del trionfo massimo del sole, arrivato,

per mezzo dell'Ascensione, ed a traverso le lingue di fuoco della

Pentecoste, al suo apogeo.

Noi troviamo dunque lo Spirito Santo congiunto col fuoco. Ma come

il fuoco ha virtù generativa, così il vento. In sanscrito, le parole

_vento_ e _fuoco_, cioè _anila_ ed _anala_, hanno una sola ed identica

radice, cioè _an_ che vale _soffiare, spirare_; il caldo, il fuoco, la

sacra fiamma è vita; il soffio, lo spiro è ancora la vita: perciò, come

abbiamo, nel citato inno vedico, il Dio _Vâta_ o _Vento, primo nato_

e _compagno delle acque_ al pari del fuoco, ed anzi _anima (âtman)_

degli _Dei_ (spiritus Dei) e _germe (garbha)_ fecondatore del mondo;

così ancora troviamo una strettissima relazione fra la voce greca

_anemos_ (vento) e la voce latina _anima_; così ancora nelle antiche

iscrizioni cristiane la parola _spiritus sanctus_ è adoperata come

semplice equivalente di _anima_: di un certo _Leopardus_ si dice che

_reddidit Deo spiritum sanctum_. La parte più mobile di noi che s'agita

e ci scalda, apparve anche prima che si manifestasse lo Spirito Santo

cristiano, come un Dio chiuso in noi:

_Est Deus in nobis; agitante, calescimus, illo._

Ma proseguiamo la nostra analisi del Dio _Vento_ vedico. Esso non

solo ha il potere di dare la vita, ma, come Agni, anche quello di

prolungarla. I venti _Marutas_ sono invocati a portare i rimedii ai

devoti. Nell'inno 186º del X libro si canta: «Spiri il Vento a noi un

rimedio salutare, al nostro cuore piacevole; le nostre vite protragga.

E tu, o Vento, sei nostro padre, nostro fratello, amico nostro;

adoprati per la nostra vita. Poichè, o Vento, là nella tua casa si

trova l'ambrosia, danne perciò a noi perchè viviamo.»

_Vâyu_, altro appellativo indiano del vento, ha caratteri analoghi a

quelli di _Vâta_; ma in _Vâyu_ si specifica anco meglio la sua qualità

di _vento della tempesta_, perciò strettamente congiunto col tonante

Dio Indra. _Vâyu_, che un inno cosmogonico dice uscito dall'alito del

Purusha, appare, nell'inno 26º dell'VIII libro del _Rigveda_, genero

di _Tvashtar_, il Dio artigiano vedico, fabbro e falegname celeste;

in altri inni il genero di _Tvashtar_ appare, come vedremo, col nome

di _Vivasvant_. Non è forse intanto senza importanza, per i riscontri

comparativi, il ritenere come negli Inni vedici il divino Vâyu o

vento, o alito fecondatore, è ricevuto in casa del fabbro o falegname

_Tvashtar_ come sposo della sua vergine figlia _Saranyû_, dalle quali

nozze nasce poi _Yama_, il sapientissimo degli Dei, che muore primo

per mostrare agli uomini la via dell'immortalità e della beatitudine;

un inno del _Rigveda_ ci fa sapere che Yama nacque da un _gandharva_

(i _gandharvâs_ o _andanti nei profumi_, sono anch'essi una figura dei

venti, che scuotono i profumi dai fiori e li diffondono per l'aria) e

da un'_apsarâ_ o ninfa; le ninfe sono le amiche del vento, ed una delle

loro virtù è quella di rimaner sempre belle, sempre giovani, sempre

pure.

Il Dio _Vâyu_ è pure celebrato nel cielo tempestoso, come bello,

sapiente, dai molti occhi, mostrantesi sopra un carro luminoso, tirato

insieme col fulminante Indra da molti cavalli rossi, gran bevitore

di ambrosia come il suo compagno, e scortato dai proprii figli, i

_Marutas_, che dobbiamo ora studiare. Qui evidentemente si tratta

del solo vento nella tempesta; sotto il quale aspetto generalmente

fu il vento celebrato negli Inni vedici. Ma, quanto al Vâyu genero di

Tvashtar, sposo di Saranyû, padre di Yama, equivalente di Vivasvant,

non potremmo interpretarlo come il vento tempestoso. È ancora sempre il

vento, ma parrebbe il venticello mattutino e vespertino, congiunto con

l'aurora mattutina e vespertina, un vento erotico per eccellenza, uno

zeffiro; ond'è che ora Vivasvant il sole mattutino, e Saranyû la ninfa

aurora, appaiono insieme a generar Yama, il sole vespertino, il sole

moribondo, il Dio che muore per noi; ora a generare i due _Açvinau_ che

rappresentano le due luci crepuscolari. _Vâyu_ ha per radice _vâ_; ma

la radice _vâ_ si confonde con la radice _van_ (e con _ven_), che vale

specialmente _amare, desiderare, appetire, raggiungere_ (e ritorna in

_Venus, venustus_). Il vento penetra dappertutto; l'amore ha la stessa

potenza invaditrice: del resto, a dimostrare la parentela delle radici

_vâ_ e _van_ basta l'analogia del nostro vento presso l'indiano _vâta_;

presso _Vâyu_, «vento,» il linguaggio vedico ci dà l'aggettivo _vâyu_,

«appetente» (che ci permette di supporre presso la forma _vâyu_ quella

di _vanyu_). L'equivoco del linguaggio potè pure aiutare lo svolgimento

del mito del vento erotico; come l'equivoco tra le voci _vayas,

vâyasas_, «uccelli,» _vâyavas_, «venti,» potè rendere più frequente la

rappresentazione dei venti sotto la figura di uccelli.

Letture sopra la mitologia vedica · 第 10 / 26 段