Ma, poichè Agni nel cielo può identificarsi con parecchi altri Dei, la

sua figura mitica non potè riuscire distinta e costante; un versetto

dell'_Atharvaveda_ ci fa sapere come Agni nella sera diviene Varuna,

nel mattino Mitra; muovendo nell'aria, diviene Savitar; splendendo nel

mezzo del cielo, diviene Indra. Questo versetto è molto importante non

solo per quanto ci dice di Agni, ma per la caratteristica speciale

che esso ci dà di altre quattro persone divine del cielo vedico.

Con Indra specialmente Agni si congiunge spesso e viene invocato;

essi vanno a bere insieme; essi cavalcano insieme come Açvinâu; essi

insieme uccidono il mostro Vritra e distruggono città; talora Agni solo

usurpa questi ufficii proprii del Dio Indra, col quale evidentemente

s'identifica. Le specie di Agni son dunque molte; ma la sua natura

generica è quella di fuoco, e come tale viene spesso celebrato nel

cielo, e sempre nella terra. In questo suo aspetto più modesto, ma

continuamente efficace, il poeta vedico lo adora e gli attribuisce

pure essere divino. Agni è col _soma_ sacrificale il solo Dio che il

mortale ha la ventura di poter vedere, toccare, ed anzi creare a sua

posta. Lo vede nascere, lo fa nascere, lo alimenta, lo colma di cure

e di carezze, poichè sente quanta virtù benefica esso abbia nella

vita, come quello che libera l'uomo dal terrore, dalla tenebra, dai

mostri maligni, dal male, porta la luce, la salute, la sapienza nelle

case, il calore ne' corpi, la fecondità nel suolo, la ricchezza, la

gioia presso tutti i buoni. Un Dio così benefico, e, nel tempo stesso,

così trattabile, dovea permettere a' suoi devoti un linguaggio più

confidenziale, più famigliare che essi non potessero usar con gli altri

Dei, men noti, e men facili a lasciarsi accostare. Perciò in due inni

dell'VIII libro del _Rigveda_ si trovano due versetti di una curiosa

ingenuità. Il poeta dice ad Agni: «O Agni, se tu fossi un mortale, e

se io fossi un immortale avente potere d'arricchire un amico, o figlio

invocato della potenza, io non ti abbandonerei all'imprecazione ed alla

miseria; o Agni, il mio inneggiatore non sarebbe povero, in cattivo

stato, miserabile.» E altrove: «O Agni, se io fossi in te, e se tu

fossi in me, i tuoi desiderii sarebbero soddisfatti.» Le preghiere

che si fanno dalle nostre pinzochere, le quali, picchiandosi il petto,

senza farsi male, domandano a Dio, in un'età nella quale non possono

più commetterne, il perdono di tutti i vecchi loro peccati, e per

di più, l'eterna beatitudine del Paradiso, non sono forse più così

ingenue, ma, per compenso, mi sembrano un poco più indiscrete.

LETTURA SETTIMA.

L'ACQUA.

Noi abbiamo veduto il Dio fuoco, il Dio Agni, il Dio generatore,

il fuoco vitale uscire dalle acque; così, nella cosmogonia biblica,

_spiritus Dei ferebatur super aquas_. Agni dicemmo pure identificarsi

col sole generatore, ed un inno cosmogonico del _Rigveda_ (X, 72) ci

rappresenta pure il sole che gli Dei fanno nascere dall'Oceano, in

cui stava nascosto (_atra samudre âgûlham â sûryam ag'abharttana_).

Nella cosmogonia dell'inno 121º del X libro del Rigveda, dedicato

ad _Hiranyagarbha_ o _Germe d'oro_, leggiamo: «Quando le vaste acque

penetravano il mondo, contenenti il _garbha_ (il germe, Hiranyagarbha),

generanti Agni, allora si svolse l'unico alito vitale degli Dei.» Il

commentatore del _Çatapatha Brâhmana_ Mahîdara[22] dichiara: «Nel

principio questo mondo era tutto acque, solamente acqua.»[23] Un

versetto dell'_Atharvaveda_ compie la rappresentazione cosmogonica

con le seguenti parole: «Le acque generanti un figlio fecero, nel

principio, uscire un germe; di quello appena nato fu aureo il guscio.»

Questo germe nato nelle acque prese pure il nome di _Prag'âpati_ o

_signore della generazione_, che divenne uno degli appellativi del Dio

Brahman, onde nella cosmogonia brâhmanica, il _Brahmânda_ od _uovo di

Brahman_ nato dalle acque corrispose perfettamente all'_Hiranyagarbha_

o _Germe d'oro_ della cosmogonia vedica. Questo uovo d'oro era, senza

dubbio, nel primo concepimento, il sole. Ma la posteriore cosmogonia

ne fece l'uovo cosmico, universale, in cui si comprende, da cui emerge

l'universo, diviso in due parti, cielo e terra, sebbene gli stessi

Commentatori indiani si trovino quindi imbarazzati a riconoscere la

seconda metà dell'uovo nella terra, il cui colore non è d'oro, mentre

l'uovo primo nato è tutto d'oro. Questo imbarazzo de' Commentatori

ci giova per riconoscere nell'uovo primordiale un fenomeno celeste,

l'Agni solare primo generato e primo generatore. Il concepimento di

un cosmico uovo d'oro uscente dalle acque fu poi naturalissimo. Il

caos si rappresenta come tenebroso. La tenebra si rappresenta come un

mare. Dalla tenebra vien fuori la luce, dal mare tenebroso celeste vien

fuori l'uovo d'oro. Quando, in Piemonte, i fanciulli, al cader della

prima pioggia primaverile vanno intorno gridando: _pieuv, pieuv, la

galina fa l'oeuv (piove, piove, la gallina fa l'uovo)_, si saluta in

quell'uovo della gallina celeste la risurrezione del sole. Quando, al

risorgere del sole primaverile, ossia nella Pasqua di Resurrezione,

si mangiano le uova di Pasqua, noi festeggiamo ancora l'uovo d'oro

celeste che ritorna. L'uovo inaugura e fonda la vita; perciò, nell'uso

popolare, ai giovani sposi, il giorno dopo il matrimonio, soglionsi

offrire uova, per ridar loro, come si dice, le forze perdute; è ancora

questo un augurio simbolico per la generazione. L'uovo divenne pure

simbolo del bene. Con l'uovo incominciavano le antiche famiglie romane

i loro banchetti (l'uso è pure rimasto in alcune odierne famiglie

italiane), e poichè terminavano con la mela, nella loro esclamazione:

_ab ovo ad malum_, l'uovo con cui si principiava rappresentava il

bene, il _malum_, ossia la mela, venne talora a rappresentare il

male. Dall'essersi immaginato come prima creazione l'uovo d'oro,

dall'incominciarsi il giorno con l'apparire dell'aureo sole e

dell'aurora si figurò molto naturalmente come prima età l'età dell'oro.

Come la primavera è la gioventù dell'anno, così l'aurora od aurea è

la prima età del giorno; e poichè, col levarsi del giorno e dell'anno

tutto rifiorisce, tutto si ravviva, all'età dell'oro fatta discendere

in terra si fece corrispondere un paradiso terrestre. Il giorno

incomincia e finisce con un'aurora; e l'uomo trovando la prima luce in

Oriente, l'ultima in Occidente, immaginò in Oriente, ossia al principio

della vita, un paradiso, ed al fine della vita in Occidente, ove il

sol muore, il giardino dell'Esperidi, ove si trovano le mele d'oro, un

paradiso di beatitudine, ove anco le nostre nonne cattoliche ci hanno

fatto sperare che troveremmo i pomi d'oro. Il melo delle Esperidi, come

l'acqua della vita, si trova custodito da un drago; Atlante, una specie

di Dio dell'oceano, è, come il vedico Varuna, reggitore del mondo;

per i buoni ufficii di Atlante, Ercole, nella leggenda ellenica, può

portar via dal giardino delle Esperidi, ossia delle occidentali, che

hanno sede nell'Oceano occidentale, le tre mele richieste da Euristeo,

il quale, come il solito re leggendario che ritorna nelle novelline

popolari, spinge il giovine eroe ad imprese straordinarie, nella

speranza di perderlo. Così da questa breve digressione, la quale ha

per iscopo di mostrare non tanto l'affinità de' miti ellenici con gli

indiani, che non può oramai più esser messa in dubbio, ma altra verità

non meno schietta, che pure si dura ancora molta fatica ad ammettere,

la presenza ne' miti greco-latini della maggior parte dei motivi che

formano tuttora il fondo delle nostre novelline popolari, ci riconduce

all'acqua mitica, dalla quale il sole Agni (chiamato pure _apâm

garbah_, ossia _germe delle acque_; l'_Agni Savitar_ è chiamato _apâm

napat_) esce nel mattino, e nella quale il sole Agni si nasconde la

sera. Abbiamo già avvertito come lo stesso oceano mitico si riproduce

nel cielo nuvoloso, dal quale Agni il fuoco esce ora in forma di raggio

solare o di sole, ed ora in forma di fulmine.

Le _acque_ sono, per lo più, celebrate negli Inni vedici al plurale.

Dove il Dio si manifesta come plurale, si comprende come la sua

persona mitica non si possa manifestare viva e distinta. Il carattere

è qualche cosa di singolare che spicca in quanto esso appartenga ai

singoli; dov'esso si estende ai più, perde del suo splendore. Nel

plurale i caratteri singolari non si distinguono, ed i caratteri

generali, i quali soli vi si rivelano, non permettono al mito di balzar

fuori vivace, colorito e potente. Per la stessa ragione rimasero nel

_Rigveda_ alquanto pallide le figure delle _Haritas_, nelle quali

si riconobbero le _Charites_, le Grazie elleniche, degli _Angiras

_, forme dell'Agni celeste, messaggieri, luminosi, delle _Apsarâs_ e

dei _Gandharvâs_ che oggi esamineremo, dei _Mârutas_ che studieremo

nella Lettura seguente, dei _Ribhavas_ che ci occuperanno, quando

toccheremo del Dio _Tvashtar_, e di alcuni altri collettivi divini.

Egli è solamente quando alcuno di questi plurali si fece singolare

e si distinse isolato, che si venne a noi disegnando una figura

caratteristica. Nel 9º inno del X libro del _Rigveda_ dedicato alle

_acque_, esse vengono salutate come _amorose madri_ e come _dee_;

quindi si dice: «Il Dio Soma mi ha detto: trovarsi nelle acque tutti

i rimedii ed il fuoco che porta salute a tutti. O acque, arrecate il

rimedio per la guarigione del mio corpo, e perchè io possa vedere

lungamente il sole. E quello che in me possa esservi di malato,

o acque, portate via.» Da un inno del II libro dell'_Atharvaveda_

apprendiamo come nel preparare un balsamo per le ferite s'invocava

l'acqua della fonte che vien giù dalla montagna; e insieme con le

acque le erbe, aventi esse pure virtù salutifere. Nello stesso inno

si ricordano le _upag'îkâs_, come quelle che recano un rimedio dal

mare; il professor Weber[24] avvicinò alla parola _upag'îkâ_, con

molta verosimiglianza, la voce _upadîkâ_, che denomina una specie di

formiche. Dico con verosimiglianza, poichè il Dio Pluvio Indra ci si

rappresenta egli stesso negli Inni vedici come formica, e, nel citato

inno dell'_Atharvaveda_, dopo essersi ricordate le acque e le piante

salutifere, si celebra per l'appunto il fulmine d'Indra che caccia

via i mostri. La formica, nel mito, penetra nella tana del serpente

guardiano delle acque, lo morde e lo costringe ad uscire; quando

il serpente si muove, ed esce fuori della propria caverna, le acque

vitali e salutifere si sprigionano. Secondo le nozioni indiane, quando

le formiche mettono insieme le uova, viene la pioggia; e quando si

trovano formicolai, è segno sicuro che l'acqua sta vicina. Quest'acqua

non può essere l'acqua della terra, come il mare, da cui le formiche

devono arrecare il rimedio, non può essere l'oceano terrestre. Qui

ancora, osservandosi come l'adunarsi delle uova di formiche sopra la

terra risponda al tempo delle prime pioggie primaverili, si vide nel

Dio Pluvio Indra una formica celeste: i fulmini d'Indra penetrarono

come formiche nella tana del serpente celeste, che teneva chiuse le

acque, lo ferirono e lo fecero uscire, scatenando le acque. Così, per

aver osservato che il canto del cuculo annunzia la primavera, il primo

scoppio del tuono in primavera si paragonò in Grecia ed in Roma al

canto del cuculo; e Giove Pluvio si rappresentò esso stesso in forma

di cuculo, nella qual forma egli visita secretamente Giunone; ossia

il luminoso, nella scura veste di cuculo canoro, come Dio tonante, si

nasconde nel cielo.

Le acque e le erbe sono, come dicemmo, invocate insieme; entrambe

appaiono salutifere; l'erba e la pianta contengono umori salutari; si

celebra pertanto l'erba medicinale come l'acqua della salute. L'inno

17º del X libro del _Rigveda_ canta con un solo versetto, insieme,

le erbe lattifere ed il latte delle acque. Il cielo nuvoloso (come

l'oceano luminoso mattutino) si rappresenta ora come vacca lattifera,

ora come fiume che porta latte, ora come erba od albero stillante

latte, e purificante. _Payasvatî_, ossia _lattifera_, è chiamata

l'_oshadhi_, ossia _l'erba_; _payasvatî_ è pure uno degli appellativi

dato alla _riviera_. E come tale gli corrisponde perfettamente la

_Sarasvatî_ ossia _la fornita di umore, l'acquosa_, della quale pure

si fece una dea. La _Sarasvatî_ rappresentò particolarmente il _fiume

celeste_; ed al plurale _i fiumi celesti_. Ma de' fiumi celesti la

sede è varia: nella notte si ha particolarmente un Oceano, ma talora

un fiume scuro, infernale; nel mattino e nella sera un fiume dalle

onde luminose; nel cielo nuvoloso ora un oceano, ora molti fiumi. Il

_fiume celeste_ per eccellenza si chiamò ora _sindhu_, ora _sarasvatî_;

le due parole non valgono altro che _il fiume_. Mentre adunque gli

Ariani del Peng'ab occidentale che si trovavano presso il fiume Indo,

non conoscendo ancora altro fiume più vasto, lo chiamarono _Sindhu_,

ossia semplicemente _il fiume_, gli Ariani del Peng'ab occidentale

denominavano un altro gran fiume col nome di _Sarasvatî_, ossia ancora

semplicemente _il fiume_. Ma nel cielo il _Sindhu_ e la _Sarasvatî_,

così al plurale come al singolare, espressero in origine la stessa

cosa, la riviera, il fiume celeste, ossia la fiumana notturna,

mattutina e vespertina, e quella che tra i fulmini si rovescia dal

cielo sopra la terra in torrenti di pioggia.[25] Dato un carattere

divino ai fiumi del cielo, anche i fiumi della terra, con quegli stessi

nomi che ritornavano nel mito, divennero sacri. E come nel cielo è un

mostro, un drago che trattiene le acque, finchè il Dio Pluvio non lo

fulmina, così si suppose sopra la terra che alla guardia delle sorgenti

de' fiumi stia un vecchio dragone. Come le acque celesti son celebrate

negli Inni vedici quali divine purificatrici, così la _Sarasvatî_ e

la _Gangâ_ divennero nell'India fiumi, ne' quali chi fosse disceso a

bagnarsi non si mondava soltanto il corpo, ma anche l'anima. Perciò

in un inno funebre dell'_Atharvaveda_ (VIII, 2) s'invocavano come

propizie le acque celesti. Le acque sono, come il fuoco, fecondatrici;

dicemmo nella Lettura precedente del figlio considerato nella credenza

indiana come il liberatore del padre; così l'inno 61º del VI libro del

_Rigveda_ ci rappresenta un devoto Vadhryaçva, il privo di cavallo

(ossia, possibilmente ancora, l'azzoppato, lo zoppo che non può più

andare), il vecchio sole carico di debiti, a cui Sarasvatî dà un figlio

di nome Divodâsa (il sole mattutino) che lo libera dai debiti. La via

che Sarasvatî percorre è detta aurea (come quella dell'aurora e della

nuvola aurea solcata dai fulmini); perciò essa lascia sopra le sue

traccie dell'oro, onde ancora il suo appellativo di _hiranyavarttini_;

in essa sono tutti i poteri vitali, ed essa viene perciò invocata,

affinchè _ponga il germe_ (_garbham dhehi Sarasvatî; Rigveda_, X,

184); nè solo dà forza e vigore vitale agli uomini, ma agli stessi

Dei, ad Indra, nella quale facoltà essa appare, presso il _Yag'urveda_

_bianco_, come medichessa celeste (al pari dell'aurora) insieme coi

due medici celesti e con gli Açvinâu, dei quali anzi (come l'aurora)

è detta sposa, e con Varuna, reggitor delle acque (_apsu râg'â_),

col quale concorre a generare Indra. Nella estrema mitologia vedica,

Sarasvatî fu poi identificata con _Vac'_,[26] _la parola_, e quindi

_la parola sacra, la preghiera_, per un facile equivoco di linguaggio.

La parola _saras_, che entra a formare l'appellativo _sarasvatî_,

non significò soltanto _acqua_, ma _suono, voce_, considerandosi,

per comune etimologia, tanto la _voce_ quanto l'_acqua_, come _la

scorrevole_. La _sarasvatî_ o _fornita di scorrevolezza_ valse per lo

più _l'acquosa_, ma talora dovette valer pure _la vocale, la sonante:

nâdî_ o _la sonante_ è il nome più comune che si dà in sanscrito alla

riviera. E tanto più dovette l'equivoco mantenersi, contemplandosi

la Sarasvatî celeste, ossia la nuvola che versa torrenti di pioggia,

ma preceduta dal tuono. Venuta la tonante Sarasvatî a significare la

parola sacra, la preghiera, l'immaginazione brâhmanica lavorò quindi

sopra questa astrazione e l'isolò per modo dalla sua prima natura, che

l'artificiale Sarasvatî brâhmanica non ha quasi più nulla di comune

con la naturale Sarasvatî vedica. Lo stesso equivoco tra il Sindhu

celeste ed il Sindhu terrestre ci si presenta nell'inno 75º del X libro

del _Rigveda_; ma il _Sindhu_ conserva almeno sempre la sua natura

di fiume. Riconosco ancora in esso il fiume celeste, quando esso ci

si rappresenta come aggiogato ad un bel carro tirato da cavalli, ed

accrescente forza agli eroi nella battaglia. I fiumi celesti, ossia

le acque dell'Oceano celeste, le stesse che danno il nascimento ad

Agni, il quale non solo nasce dalle acque, ma le protegge (_Rigveda_,

VII, 47), accrescono forza ad Indra ed agli altri Dei guerrieri.

L'onda celeste è perciò chiamata _Indrapâna_ o _bevanda d'Indra_.

Quanto al bel carro, a cui s'aggiogano, esso è indubbiamente il carro

solare. Al quale proposito giova ripetere come le acque celesti non

appaiono soltanto nell'oceano notturno e nell'oceano nuvoloso, ma

ancora nell'oceano di luce, nel roseo ed aureo cielo che si presenta

il mattino ad Oriente, la sera ad Occidente. L'inno 47º del VII libro

del _Rigveda_ ci fa sapere che il sole co' suoi raggi stende le acque,

alle quali Indra apre una vasta corrente (_Rigveda_, VII, 47), le quali

il toro o l'eccellente Indra fulminante divide (_Rigveda_, VII, 49).

Qui abbiamo il cielo nuvoloso. Ma quando apprendiamo che nelle acque

si rallegrano il reggitore Varuna, Soma, Agni e tutti gli Dei, ci

conviene allargare il dominio delle acque nuvolose, sopra le quali il

Dio fulminante impera. Varuna ci conduce perciò al cielo vespertino,

Soma al cielo notturno; Agni Vâiçvânara ci rappresenta più tosto il

cielo mattutino; esso trovasi perciò invocato, nell'_Atharvaveda_,

come sole, ed invitato _a purificare co' suoi raggi_. Così quel figlio

delle onde, il quale appare nel cielo come un uccello rosso, dalle

belle piume, che s'accende senza combustibile, non può essere altro

che il sole mattutino. Il figlio delle acque è chiamato per lo più

_Agni_; nell'inno 30º del X libro, esso appare col nome di _Soma_

(che s'identifica ora con la Luna, ora col Sole), e si rallegra con

le onde come un uomo insieme con belle giovani. «Le giovani (canta

l'inno) s'inchinano al giovane, quando desideroso esso si accosta alle

desiderose.»

Noi vediamo qui, dunque, le acque muoversi in forma di fanciulle

verso un Dio. Questa prima immagine creò nel cielo tutto un ordine di

esseri, che divennero popolari nella mitologia vedica e brâhmanica

col nome di _apsarâs_, e nella mitologia greco-latina col nome

di _ninfe_. Ma, oltre le ninfe, la mitologia greco-latina conosce

centauri, fauni, satiri, che vanno, per lo più, in compagnia delle

ninfe; così la mitologia vedica e brâhmanica dà alle apsare come loro

sposi i _gandharvâs_. La parola _apsarâ_ parrebbe valere _la scorrente

sopra le acque_, ossia _l'andante sulle acque_, etimologia che ci

richiamerebbe alla nuvola scorrente sopra le acque, acquosa; la ninfa

e la linfa avrebbero così fra loro molta analogia. Non debbo tuttavia

tacere come il professor Weber[27] mantenga sempre per la voce _apsarâ_

la etimologia da lui data nel primo suo saggio, cioè di _priva di

forma_ o _psaras_, _la informe_; altre etimologie furono proposte,

secondo le quali l'_apsarâ_ potrebbe valere _la insaziabile_, e quella

_dalle belle gote_. Noi preferiamo la prima etimologia, _ap-sarâ_,

ossia _l'acquosa, l'andante nelle acque_, come nella voce _gandharva_

vediamo _l'andante nei profumi_, e poichè la parola _arva_ (dalla

radice _r'i_, _ar_, «andare») valse quindi ad esprimere il _cavallo_,

anche il _gandharva_, il centauro, prese forma ora d'ippocentauro, ora

di onocentauro.[28] Contro l'etimologia dottamente grammaticale del

professor Weber l'obiezione principale parmi possa esser questa: la

forma femminina più luminosa, più bella dell'Olimpo vedico, quella che

dovea meritare l'onore d'esser celebrata come la sposa, qual ballerina

celeste, come la bella del Dio (l'aurora è anch'essa un'_apsarâ_),

non potea chiamarsi _l'informe_. Noi abbiamo già veduto la bella

aurora saltatrice, danzatrice; così, poco sopra, vedemmo accennate

le onde quali giovani piegantisi innanzi al giovane. Abbiamo qui

dunque un primo elementare indizio delle ninfe celesti, delle _apsare_

saltellanti sulle acque, delle ballerine dell'Olimpo, che doveano poi

assumere tanto splendore nella mitologia eroica del periodo brâhmanico.

Tutto c'induce dunque a supporre non solo per le apsare brâhmaniche,

ma ancora per le vediche, una forma molto corporea. La natura sensuale

del Dio Indra fu la cagione principale della sua rovina dall'Olimpo

vedico: così di tutti gli Dei l'_Atharvaveda_ ci fa sapere ch'essi

hanno primi insegnato agli uomini i commercii carnali: «Gli Dei

dapprima frequentarono le loro spose toccando i corpi coi corpi.» Anzi

un poeta dell'_Atharvaveda_ fa carico ai divini _Gandharvâs_ di venir

talora sulla terra (come gli Angeli della leggenda biblica) a sedurre

le figlie de' mortali, mentre essi stessi hanno per loro proprie spose

nel cielo le apsare. «Fattosi bello alla vista, il gandharva segue la

donna: noi lo allontaniamo di qua con la sacra formola potente: Vostre

spose sono le apsare, o Gandharvi, voi siete gli sposi; essendo voi

immortali, non dovete andar dietro a donne mortali.» (_Atharvaveda_,

IV, 37.)

Come qui appaiono i gandharvi quali seduttori delle donne mortali,

così, nelle leggende brâhmaniche, appaiono spesso le apsare, come

mandate dagli Dei sopra la terra per distrarre dalla penitenza, con

le loro seduzioni, i devoti. Esse sono, per lo più, le rallegranti;

ma alcuna volta non solo rallegrano, ma inebbriano, e nella ebbrezza

ammolliscono. La loro natura è acquosa (il fuoco è un mascolino,

l'acqua un femminino). Il loro soggiorno prolungato nel cielo porta

l'umidità sopra la terra; onde comprendiamo il motivo, per cui

nell'_Atharvaveda_ si trovano pure scongiuri contro di esse, come

quelle che possono portare l'uomo all'imbecillità, ossia turbarne la

mente, onde il loro appellativo di _manomuhas_; quando questo non venga

loro dato per la loro relazione intima col gandharva lunare, e però il

turbamento dell'intelletto non sia da attribuirsi all'influsso della

luna sulla pazzia. Un altro degli appellativi vedici delle apsare è

_akshakâmâs_, ossia _amiche dei dadi_. Esse, in cielo, danzano, cantano

e giuocano; perciò in un inno dell'_Atharvaveda_,[29] il _gandharva_

che ha la pelle color del sole, e l'_apsarâ_, sono insieme invocati

a proteggere _il giuoco dei dadi_. Noi abbiamo sopra veduto come

le giovani onde si piegano innanzi al giovine Soma. Questo _Soma_

s'identifica col re de' Gandharvi, con lo sposo delle apsare, col

gandharva _Viçvâvasû_, genio particolarmente lunare, guardiano del

_Soma_, reggitore della pubertà e virginità delle donne, che deve

perciò allontanarsi, quando questa si perde; poichè il _gandharva_ ama,

protegge, custodisce, tiene gelosamente nascosta, la sola _anavadyâ_ o

_l'innocente_.

Letture sopra la mitologia vedica · 第 9 / 26 段