quantunque, dopo Indra, sia il Nume vedico più invocato, è uno degli
Dei meno personali dell'Olimpo vedico, la cui sede è più instabile, la
cui forma è meno determinata. Per lo più s'invoca Agni come elemento
fuoco, senza dargli persona; ma, anche quand'esso non assume una
persona distinta, ha sempre un carattere sacro. Sia che s'accenda nel
cielo come sole, come luna, come stella, come aurora, come fulmine,
sia che dalla terra, come vulcano ch'erompe, o dal legno, come
foco domestico e sacrificale, Agni o il fuoco presenta sempre alla
nostra immaginazione un carattere misterioso, che, se può ancora far
qualche impressione sopra di noi avvezzi dal lungo uso della vita a
trascurare i fenomeni più frequenti della natura, dovette riempir di
una profonda maraviglia mista col terrore l'animo innocente de' padri
nostri. Trasportiamoci col pensiero ad un'età, nella quale a produrre
il fuoco domestico non si conosceva altra industria all'infuori di
quella che ricavava scintille dal confregamento di due legni, chiamati
insieme _aranî_ (per la stessa analogia, per cui _bois_ in francese
è il _bosco_, e ad un tempo stesso il _legno_). L'uno de' legni si
poneva sotto, l'altro sopra; l'uno era il maschio, l'altro la femmina;
il fuoco simile a fanciullo nasceva dall'_arani_ inferiore. Ce lo
dice molto chiaramente un inno vedico ad Agni (_Rigveda_, III, 29):
«È questo lo scotimento sopra; è questa la generazione; apportiamo
questa signora delle genti (l'_arani_ inferiore, madre del fuoco, e
la genitrice per eccellenza); agitiamo Agni come una volta. Agni, il
ricco per sè, giace ne' due legni, come il feto ben collocato nelle
donne incinte. Agni è da celebrarsi ogni giorno dagli uomini con laudi
e sacrificii. Poni giù (l'_arani_ superiore) sopra la larga che giace
(l'_arani_ inferiore); essa, subito fecondata, generò il forte Agni.»
Questa immagine materiale di Agni generato come un figlio da due pezzi
di legno, padre e madre, fra loro confricati, ritorna spesso negli
Inni vedici; e nella sua materialità essa è sommamente istruttiva
per la storia delle credenze popolari. Poichè dal fuoco figlio delle
legna (_sûnum vanaspatînâm_), considerandosi il fuoco vitale come
il generato e quindi generatore per eccellenza, s'immaginò che anche
gli uomini fossero nati dal legno. In Piemonte si dice di fanciulli
ch'essi sono stati trovati in un bosco, sotto una ceppaia, la quale
ritorna nel ceppo e nell'albero di Natale, da cui si fa, con innesto
di elementi cristiani e pagani, nascere, con l'allungarsi dei giorni,
dopo il solstizio d'inverno, il bambino Gesù;[16] l'inno vedico 68º
del libro I del _Rigveda_ ci fa sapere come Agni, ossia _il fuoco_,
è nato come creatura vivente dal legno secco.[17] Questo legno secco,
da cui nasce il piccolo Agni come fanciullo, risponde bene al nostro
ceppo natalizio.[18] Immaginati i due legni come padre e madre, ed il
fuoco che distrugge il legno, dal quale si sprigiona, era naturale
la rappresentazione di Agni come un figlio parricida e matricida.
Il poeta vedico inorridisce a questo delitto, ed esclama nell'inno
79º del X libro del _Rigveda_: «O cielo, o terra, questa verità io
dico a voi, appena nato, il fanciullo mangia i suoi due parenti.» E
quindi, con una ingenuità tutta vedica, ricordandosi che Agni è un Dio,
s'umilia confessando: «io, mortale, non posso comprendere un Dio.» Il
parricidio è un delitto continuo nella natura; senza la morte de' padri
non potrebbero sussistere i figli; Adamo è condannato a morire, dal
giorno in cui egli diviene padre. Gli uomini primitivi fermarono spesso
la loro attenzione sopra questa legge fatale di natura. E, in quanto
il parricidio sia involontario, stabilirono la dottrina del peccato
originale, che divenne poi dogma religioso; stabilirono l'onnipotenza
del fato, per cui il vecchio Giove è spodestato dal nuovo, per cui
Ciro, Edipo, Romolo divengono inevitabilmente parricidi. L'arte
intervenne ora per giustificare l'enormità del parricidio incolpando
il fato, ora ad immaginare i vecchi parenti come crudeli, feroci,
persecutori della gioventù fiorente. Sotto quest'aspetto, il parricida
divenne un liberatore, un salvatore; l'antico apparve cattivo, il
giovine buono; il giovine che atterra l'antico compie un'impresa
gloriosa. Secondo una credenza brâhmanica, il nascimento d'un figlio
in una casa ha il merito di liberare il padre da futuri nascimenti,
pigliando egli sopra di sè, ed espiando egli stesso la colpa originaria
che il padre aveva ereditata. Secondo una tale credenza, la vita era
un male, ogni nuovo nascimento che obbligasse l'essere ad entrare in
un corpo, come in una prigione, si considerava come una sventura.
Finchè non nasceva un figliuolo in una casa, non solo il padre era
minacciato, morendo, di rinascere, ma le anime dei trapassati erravano
senza sedi certe, col pericolo di entrare in qualche corpo non solo
d'uomo, ma di bruto. Nella parola sanscrita _putra_, che vale _figlio_,
avvicinata a _punya_ che vale _bello, puro_ (come _pûta_), si vide
etimologicamente _il purificatore_ (la vera etimologia della parola
è tuttora dubbia). Ma il _Mahâbhârata_ ci offre ancora della voce
_putra_, scritta spesso _puttra_, una etimologia singolare. _Put_ è un
appellativo dato ad uno degli inferni indiani; il suffisso _tra_ dà
alla parola il valore di liberatore; onde _puttra_ figlio si spiega
come _il liberatore dall'inferno Put_. «Poichè il nuovo nato libera
il padre dall'inferno chiamato Put, perciò si chiama _Putra_.» Nè
solo, secondo il _Mahâbhârata_, il figlio salva il padre, ma anche _i
morti maggiori_ (_pûrvapretân pitâmahân_). Il figlio che impedisce al
padre di rinascere ad una vita mortale, considerata come una pena, è
un liberatore; il figlio che viene a pigliare il posto del padre, a
liberare sè ed il mondo dal vecchio padre divenuto insopportabile, è
un parricida. Entrato nel mito il concetto mostruoso di un parricidio,
si tentò abbellirlo sempre più col rappresentare padre e figlio quali
nemici fra loro, de' quali il figlio rappresenta il bene, il padre il
male.
Noi abbiamo fin qui veduto generalmente il mito discendere dal cielo
in terra. Ma, a rappresentarlo nel cielo, concorsero, senza dubbio,
immagini della vita terrena. Così, quando troviamo padri e figli nel
cielo, bisogna ammettere che furono dapprima conosciuti i padri e i
figli sopra la terra; quando troviamo nel cielo matrimonii divini,
convien supporre che fossero già conosciuti i matrimonii della
terra; quando ci si rappresenta l'aurora come una ballerina, o come
una bagnante, convien dire che si fossero già vedute sopra la terra
danzatrici e donne bagnanti. Così la nozione di un padre crudele, di
una madre cattiva nel cielo, suppone la probabile conoscenza di padri
crudeli e di madri perverse sopra la terra. Ogni _nome_ che nasce,
suppone necessariamente la _conoscenza_ della cosa che esso deve
esprimere; anzi la parola _nome_ significa, secondo l'etimologia,
_nozione, conoscenza_ (_nâman_ proviene, com'è noto, da _g'nâman_).
Perciò, quando diciamo che i miti sono nati nel cielo, dobbiamo
soggiungere che vi si produssero per lo più con elementi umani o
terreni già noti all'uomo. Al cielo, al sole, alla luna, all'aurora si
attribuirono qualità proprie di persone umane. Ma il cielo, il sole, la
luna, l'aurora essendo fenomeni soltanto celesti, non si può supporre
che dalla conoscenza d'un cielo, d'un sole, d'una luna, d'un'aurora
terrena siasi raffigurato quindi il cielo nel cielo propriamente detto,
il sole, la luna, l'aurora celesti. Ma il cielo coppa si immagina dopo
aver conosciuta alcuna coppa terrena, l'aurora pastora si immagina
sopra la conoscenza di una pastorella della terra. Il fenomeno è
celeste, ma l'immagine che lo rappresenta, con persona mitica, trae
la sua origine da una nozione della vita umana. Ma, per quanto si
riferisce al fuoco, producendosi il fuoco non meno sopra la terra che
nel cielo, anche senza l'immagine mitica il campo riuscì duplice; la
terra come il cielo è sua sede; tuttavia, per quella tendenza naturale
dello spirito umano a far provenire ogni creazione dal cielo, e a
far salire al cielo ogni creatura, anche il fuoco si suppose disceso
sulla terra dal cielo, ora in forma di raggio solare, ora in forma di
fulmine, sebbene formatosi nel cielo in un modo conforme a quello, con
cui solevano gli uomini produrlo sulla terra.
Nel 5º inno del X libro del _Rigveda_ si dice che, in origine, Agni
ossia _il fuoco_ era e non esisteva ancora; e ch'esso fu il primo
nato nell'età primordiale, Toro ad un tempo e Vacca. Il fuoco vitale
si considerò ora come _nato per sè_, ora come la prima creazione,
contenente per ciò in sè il maschio e la femmina, necessarii per
generare le altre creature. Ma in che modo il fuoco, quando non si
considerò _nato per sè_, si è esso generato nel cielo? I creatori
del mito non potevano immaginare per l'origine del fuoco celeste
modi diversi da quelli, con cui si produceva già il fuoco sopra la
terra. Se essi avessero potuto immaginare altri modi, li avrebbero
adoperati ne' loro usi terreni, ove uno dei più solenni pensieri della
vita era quello di trovare il fuoco, e, trovatolo, di conservarlo,
onde si capisce perfettamente l'ufficio solenne che, nell'antichità,
avevano le Vestali guardiane del fuoco sacro. In terra il fuoco si era
visto produrre per mezzo di confregamento. Il confregamento de' corpi
accresceva il calore animale; il confregamento dell'asse della ruota
del carro contro la ruota stessa aveva talora prodotto l'incendio della
ruota ne' carri della terra (e figuratosi il sole come un carro d'oro
anche dalle sue ruote giranti si svolse l'incendio); il confregarsi
nella stagione estiva di un ramo secco d'albero resinoso contro un
altro ramo inaridito aveva provocato l'incendio delle foreste;[19]
del pari due pietre battute l'una contro l'altra avevano sprigionato
scintille e destato il fuoco. Acquistata sopra la terra dagli uomini
ariani l'esperienza de' modi, coi quali si poteva produrre il fuoco,
s'immaginò miticamente che il fuoco si producesse nel cielo in modi
conformi. Nel vedere pertanto come i fulmini nascessero nel cielo
nuvoloso, rappresentatesi le nuvole quali rupi o montagne o alberi
grandeggianti, per l'equivoco delle parole _adri, parvata, açman_, che
significarono tutte non solo _l'albero, la roccia_ e _la montagna_,
ma anche _la nuvola_, con fantasia gigantesca s'immaginò che Indra
muovesse, l'una contro l'altra, due montagne, e nel confregarle l'una
contro l'altra facesse saltar fuori il fuoco ossia il fulmine, e
che il tuono fosse lo strepito prodotto dall'urtarsi delle montagne
celesti spinte da Indra. Perciò mi spiego le parole del 1º inno del II
libro del _Rigveda_, ove si canta che Indra _generò il fuoco fra le
due pietre o roccie_ (_yo açmanov antar agnim g'ag'âna_). Negli inni
del X libro del _Rigveda_, ove Agni si identifica talora col sole,
vediamo Indra vincere il sole; in altri inni Indra rompe una ruota
al carro del sole. È probabile ancora che il fulmine del Dio Indra
siasi pure immaginato come svolto dall'arsione d'una ruota del carro
solare. Rappresentossi pure _Agni_ come figlio di _Tvashtar_, il fabbro
dell'Olimpo vedico, come vedremo; e, come fabbro, dovea adoperare lo
stesso modo nel produrre il fuoco in cielo che adoperavano i fabbri
umani a destare il fuoco sopra la terra. Altri Dei son dati come
padri ad Agni, ed egli stesso è chiamato Padre degli Dei: ma questa
qualità non gli è specifica, trovandosi attribuita a parecchi altri
Numi. Apparendo come infuocati il sole, la luna, le stelle, il lampo,
il fulmine, tutto ciò che risplende nel cielo del colore del fuoco,
e il sole in ispecie prese nome di _Agni_, il fuoco per eccellenza,
che sta sopra tutti gli altri fuochi, con ciascuno de' quali può
identificarsi e pigliar singolare persona. Così ancora il rosso di
sera, ossia l'aurora vespertina, piglia nell'_Aitareya Brâhmana_ nome e
persona di Agni, dicendosi che _il sole al tramonto scompare entrando
in Agni_. Gli _Agni_ son quindi molteplici come i fuochi; ed hanno
quindi com'essi diverse sedi, onde l'appellativo di _Bhûrig'anma_,
ossia _dai molti nascimenti_ dato al Dio Agni nel _Rigveda_. La terra
ed il cielo sono le sue sedi principali; ma, come gli stessi Inni
vedici c'insegnano, Agni apparve dapprima nel cielo; disceso dal cielo,
i _Bhr'igu_ lo comunicarono agli uomini; le forme di questa discesa si
trovano ampiamente illustrate in un celebre libro del professor Kuhn
(_Die Herabkunft des Feuers_), al quale rinvio lo studioso. Disceso
dal cielo, la tendenza maggiore del fuoco fu poi quella di risalire
al cielo, e, sia come fuoco domestico, sia come fuoco sacrificale,
sia come fuoco di rogo funebre, di portare in alto, al cielo, fra
gli Dei, le preghiere, i voti, le offerte degli uomini, e le anime
dei trapassati. Il _Rigveda_ ha consacrato il maggior numero de' suoi
inni all'Agni de' sacrificii, rappresentato non solo come messaggiere
tra gli uomini e gli Dei, ma come invitatore degli Dei a ricevere
le oblazioni. In questa parte speciale di invitatore, di invocatore,
di _hotar_, Agni presiedette ai sacrificii vedici, e fu egli stesso
chiamato, nel primo versetto del _Rigveda, sommo sacerdote, divino
ordinatore del sacrificio, invocatore, sommo apportatore di ricchezze_.
Non si dimentichi che l'Agni sacrificale si ridestava col giorno,
ossia col riapparir della luce, ufficio della quale è scoprir tutte le
ricchezze, manifestare gli Dei, ossia i luminosi. Nessuna meraviglia
pertanto che l'Agni sacrificale sul far del giorno si celebri non
solo come invocatore, ma come apportatore degli Dei; così che, nel
tempo stesso, in cui egli è messaggiere degli uomini agli Dei, riesce
messaggiere degli Dei agli uomini. _Agni_ è il Dio meno personale,
ma il più famigliare dell'età vedica; tutti lo conoscono, tutti lo
custodiscono nella casa, come loro _atithi_ od _ospite_, tutti lo
svegliano di giorno in giorno.
A lui si raccomandano gli uomini per ottenere i favori degli Dei; lo
trattano bene per conservarselo amico. Lo nutrono di burro, poichè la
sua nutrice (l'arani) non può dargli latte, come dice un inno vedico;
al suo apparire, il cielo, la terra, le acque, le piante si rallegrano
nell'amicizia di esso; e lo temono nemico. Poichè, quanto ai devoti è
benefico, tanto, nell'ira, egli può riuscir terribile; esso mugge come
toro, rugge come leone, strepita come le onde del mare, incute spavento
come un esercito scatenato; portato dal vento, divora e consuma ogni
cosa, e, dov'è passato, lascia il nero; ha mille occhi, ha mille corna,
artigli aguzzi (onde vien spesso paragonato a falco), aguzzi denti di
ferro, barba e capelli d'oro. Un inno tuttavia lo dice privo di piedi
e privo di testa (_apâd açirshâ; Rigveda_, IV, 1); _viçvarûpa_, ossia
_onniforme_, è pure uno de' suoi nomi, e come _onniforme_, ossia capace
di pigliare qualsiasi forma a suo piacere, si comprende con quale
specie di religioso terrore da un popolo ingenuo e primitivo dovesse
esser venerato. Tutto l'_Atharvaveda_, ossia il _Veda di Atharvan_
ch'è uno de' nomi del fuoco, è inteso ad onorare il fuoco terreno, e
specialmente il fuoco domestico. Si considera l'_Atharvaveda_ come il
_Veda_ più umile, il quarto Veda, il Veda, per così dire, delle donne,
le più tenaci nel conservare memoria degli usi, dei riti domestici,
delle tradizioni, delle superstizioni popolari, e delle formole
relative.
Avendo molta cura del fuoco sacrificale e funebre, il devoto s'assicura
non solo i beni di questa vita, ma, per quanto apprendiamo da una
leggenda del _Çatapatha_ _Brâhmana_ riferita dal Muir, anche quelli
dell'altra. Secondo la leggenda, Agni appena creato da _Prag'âpati_,
incominciò a bruciare ed a perturbare ogni cosa. Allora tutte le
creature esistenti si mossero per distruggerlo. Agni ricorse ad un
uomo, e gli domandò che lo lasciasse entrare in esso, dicendogli: «Dopo
avermi generato, alimentami; se tu farai codesto per me nel mondo di
qua, io farò lo stesso per te nel mondo di là.»
Ritorniamo adunque a quel mondo di là, al quale l'Agni del rogo guida
gli uomini, diverso da quel fuoco sotterraneo, il cui solo ufficio è
la consumazione del cadavere celato nella terra. Vi è un Agni vitale
creatore, padre; e vi è un Agni empio, mostruoso, distruggitore. Vi
è un Agni divino. Vi è un Agni demoniaco; l'Agni divino è sapiente,
luminoso ed illuminante, poichè ora precede l'aurora, e sorge con essa
(onde il suo appellativo di _Usharbudh_); quest'Agni è spesso chiamato
_rakshohan_, ossia _uccisore del mostro; tamohan_, ossia _distruggitore
della tenebra_. Il fuoco che si tiene tuttora acceso la notte in alcune
stalle, per cacciare una specie di demonio che si teme venga nelle
tenebre ad occupare il bestiame, è una reminiscenza del vedico Agni
_rakshohan_ e _tamohan_. Il mostro ama le tenebre; lo spauracchio de'
bambini discende dalla nera cappa del camino, quando il fuoco è spento;
ma il fuoco che si svolge da' cimiteri nelle notti estive, il fuoco
vulcanico, ed altre emanazioni del fuoco sotterraneo son considerate
come forme fantastiche infernali. Il fuoco sotterraneo è sempre
sinistro, come l'inferno si figura sotterra, e sotterra si distende il
regno de' serpenti, ove impera il diavolo, il gran serpente.
L'Agni sacrificale apporta al devoto le splendide gioie del giorno;
l'Agni del rogo guida la parte immortale (_ag'o bhaga_; seguo qui
evidentemente l'interpretazione del Müller e del Muir) del trapassato,
di cui esso, nutrendo sè stesso, consuma le carni, all'eternità degli
splendori celesti; perciò l'_Aitareya Brâhmana_ chiama Agni col nome
di _filo, ponte_ e _via, per la quale si va agli Dei_ (_tvam nas tantur
uta setur Agne; tvam panthâh bhavasi devayânah_); per esso possono gli
uomini _arrivare al cielo, e rallegrarsi in gaudio comune con gli Dei_
(_tvayâ Agne prishtham vayam âruhema; atha devaih sadhamâdam madema_).
Egli non è solo desiderato dagli uomini, ma anche dagli Dei; ma mentre
gli uomini cercano Agni nel legno, gli Dei lo vanno a cercare nelle
acque, dove Agni sta nascosto. Questa nozione mitica intorno all'Agni
celeste, che abbiamo detto identificarsi spesso nel _Rigveda_ col sole,
è di una importanza capitale. Noi entriamo qui in un mondo intieramente
favoloso. Sappiamo già come nell'età vedica si producesse il fuoco;
e abbiamo veduto che Indra lo trasse fuori dal cielo nuvoloso nella
stessa guisa, con cui lo destavano i padri nostri sulla terra, ossia
per confricazione. L'uso terrestre ci ha giovato per dichiarare il
mito celeste. Ma, come immaginare, con la sola analogia de' fenomeni
osservati sulla terra, il fuoco figlio delle acque, il fuoco nascosto
nelle acque, il fuoco uscente dalle acque, quando sappiamo che
ufficio naturale dell'acqua è quello di spegnere, ma non di destare
il fuoco? Ed eccoci pertanto di nuovo richiamati esclusivamente ad
un Agni celeste; poichè paragonandosi il cielo nuvoloso e la notte
tenebrosa ad un oceano, il fulmine che si sprigiona dalle nuvole, ed
il sole che vien fuori ora dalle nuvole, ora dalla tenebra notturna,
ci rappresentano ad evidenza una forma di Agni, ossia di fuoco che
esce dalle acque, di Agni figlio delle acque, immagine che sulla
terra, presso l'Himalaya, non si poteva in alcuna maniera riprodurre.
Come adunque abbiamo un Agni terreno (che si fece esso pure derivare
dal cielo), venerato particolarmente dagli uomini, così abbiamo un
Agni celeste specialmente caro agli Dei che lo vanno a cercare nelle
acque, ov'egli s'era nascosto, per timore di subire le stesse sorti
dei suoi fratelli maggiori, i quali, secondo la leggenda vedica, erano
morti prima di lui. Ora questo minor fratello Agni più accorto de'
suoi fratelli maggiori che per scampare da morte si nasconde nelle
acque, che scampa nelle acque, ossia dalle acque, ci compie un mito
importante. Noi abbiamo già la nozione di un Agni fatalmente parricida
che distrugge il legno, da cui è nato; così l'Agni celeste chiamato ora
figlio, ora nipote delle acque (_apâm napât_), distrugge la materna
notte, ossia il paterno oceano tenebroso o nuvoloso, da cui vien
fuori in forma di sole. Agni è dunque parricida nel cielo come nella
terra; ma, per attenerci alla sola nozione vedica, Agni sta nascosto
nelle acque, per timore, se vien fuori, d'esser messo a morte, come
i suoi fratelli maggiori, ossia soli vespertini e autunnali che hanno
preceduto i nuovi soli mattutini e primaverili, figurati come fratelli
minori; gli Dei gli assicurano l'immortalità ed egli si manifesta,
uccidendo mostri d'ogni maniera.
Io non ho bisogno d'indicarvi come l'Agni parricida, riunito con
quest'Agni fanciullo nascosto nelle acque per scampare dalla morte,
debba aiutarci a dichiarare le numerose leggende mitiche ed epiche
riprodotte in più umile forma nelle novelline popolari, nelle quali
il vecchio re, destinato dal fato a perire per mano del figlio o del
nipote, cerca di perderlo appena nato; e lo fa esporre sulle acque,
dalle quali il fanciullo si salva sempre in modo miracoloso, si
chiami Krishna o Karna, si chiami Ciro, si chiami Paride, si chiami
Romolo, ed io oserei ancora aggiungere, si chiami Mosè, si chiami
Gesù. Poichè, nella leggenda biblica di Mosè esposto nel Nilo, salvato
dalla figlia di un vecchio Faraone che un giorno, per cagione di Mosè,
si perderà nel mare, si rappresenta, per quanto vaga, una forma del
mitico parricida. Nella leggenda di Gesù, il re Erode ordina la strage
degl'innocenti; uno solo si salva, Gesù, che tra i suoi miracoli dovrà
più tardi camminare a piedi asciutti sul mare, e che, per recarsi in
Egitto bambino avrà probabilmente rinnovato il miracolo di Mosè che,
dopo essersi salvato dal Nilo, si salvò dal Mar Rosso. Gli elementi
mitici appaiono spostati, ma la loro origine fu probabilmente una
sola.[20]
Ma, per tornare ai nostri soli miti vedici, l'Agni celeste serba pure
alcuni di que' caratteri bellicosi, che sono proprii di quell'eroe
mitico solare, a cui lo avvicinammo. Finch'egli si trova nascosto nelle
acque, gli Dei temono; quando egli appare, viene a liberarli di pena:
distrugge, come dicemmo, i mostri nemici (onde il suo appellativo di
_sahasrag'it_ o _vincente mille_) e distrugge le nemiche città (onde
il suo appellativo di _purandara_). Per l'aiuto che Agni ha dato nel
cielo agli Dei, acquistò pure fama di protettore de' guerrieri che
combattevano sopra la terra, e lo invocavano nelle battaglie: assistiti
da Agni, i guerrieri divenivano invincibili; esso doveva bruciare i
nemici come aride legna. Tuttavia Agni non è specialmente nel cielo
un guerriero; lo diviene talora come sole, e somministra come fulmine
armi agli Dei; e, s'io accennai alla sua figura di guerriero, lo feci
perchè in alcuni Inni vedici essa veramente ci appare, e perchè da essa
si giustifica meglio l'interpretazione che abbiamo qui data al mito
di Agni fanciullo nascosto nelle acque per scampare da morte, ossia di
un essere divino che nelle acque scampa miracolosamente da morte, uno
de' miti fondamentali nella mitologia che si congiunge col gran mito
cosmogonico del diluvio, dal quale l'eroe indiano, babilonese[21] ed
ebraico scampano in un modo conforme.