sia la notte selvosa, nella quale le belve si producono, essa non può
essere se non la luna, la quale in sanscrito trovasi pure chiamata col
nome di _mr'igapiplu_, ossia _bestia rossa_, ed anche _mr'igarâg'a_, o
_il Re degli animali_, il biondo leone, e ancora _mr'igarâg'adhârin_
e _mrigarâg'alakshman_, ossia _portante per insegna il leone_, o
semplicemente _mrigânka_, ossia _segnato con la belva_. Questi e
somiglianti appellativi sanscriti della luna ci rappresenterebbero la
luna come signora della selva notturna e delle fiere che la popolano, e
giustificherebbero il riscontro da noi fatto fra essa e l'invocata _Dea
silvestre_ o _Aranyânî_ vedica, la quale tuttavia, lo ripeto, potrebbe
aver pure rappresentato la notte scura.
Ma, se ci resta qualche dubbio intorno all'_Aranyânî_, non ci è lecito
conservarne alcuno sopra le altre quattro Dee già nominate, _Anumati_
e _Râkâ_, le due lune del plenilunio, _Sinîvâlî_ e la supposta _Kuhû_
o _Guñgu_, le due lune del novilunio: _Sinîvâlî_ è particolarmente
invocata per _porre il germe generativo_ (_garbham dhehi Sinîvâlî_;
_Rigv._, X, 154), e chiamasi perciò _bahusûvarî_, ossia _molto
generativa_. I suoi appellativi di _subâhu_, _svañguri_ (che io
dubito siansi sostituiti, per un eufemismo del poeta lirico coi più
antichi probabili e più caratteristici appellativi della nuova luna
_kubâhû, kvañguri,_ onde si foggiò, a senso mio, per corruzione del
linguaggio una Dea fittizia lunare, chiamata ora _Kuhû_, ora _Guñgu_),
sono molto curiosi. Poichè sia che supponiamo, secondo la ipotesi che
tento per la prima volta e che, per quanto ardita, oso raccomandare
agli studiosi, invece degli epiteti dati alla _Sinîvâlî_ che ci
conserva il testo attuale del _Rigveda_, gli aggettivi _kubâhû_, ossia
_dalle piccole braccia_, e _kvañguri_, ossia _dalle piccole dita_,
attribuiti alla luna nuova che mostra appena i suoi cornetti, sia che
leggiamo col testo attuale _subâhu_, ossia _dalle belle braccia_, e
_svañguri_, ossia _dalle belle dita_, noi abbiamo qui un principio di
personificazione femminina nella nuova luna. _Sinîvâlî_ ha dunque, come
nuova luna, _braccia_ e _dita_, e, com'io credo, _piccole braccia_ e
_piccole dita_ convertite poi _in braccia_ e _dita belline_. Ma che
cosa deve fare _Sinîvâlî_ nel cielo, con quelle braccia, con quelle
dita? Essa prepara il germe. Nelle novelline russe abbiamo mani e dita
meravigliose di fate che fanno un fanciullino nano di pasta e poi vi
soffiano la vita, e ne nasce un piccolo eroe, come abbiamo il pisello
miracoloso che cade a terra, e fa nascere un fanciullo eroe, una delle
prime prodezze del quale è quella di salire al cielo. La luna, non
rechi meraviglia l'intenderlo, è ancora quel pisello celeste; la luna,
tra i suoi molti appellativi sanscriti, ha pure quello di _hari_,
parola che vale ora _verde_, ora _giallo_. Nelle novelline popolari
avrete trovato che ora è un vecchio, ora un fanciullo quello che vola
al cielo sopra un legume (ora un fagiuolo, ora un pisello, ora un
cavolo, ora altro legume del rito funebre). Quel legume è sempre la
luna. L'eroe che sale al cielo ne cade sempre; il sole e la luna, dopo
essere saliti al cielo, discendono a terra, ossia tramontano. È la loro
eterna vicenda. Io non posso qui darvi altro che un breve accenno; ma
sarei infinito, se io volessi farvi tutta la storia delle vicende del
mito lunare nella tradizione popolare: vi basti che il _formaggio_, che
la volpe rapisce, ossia fa cadere dalla bocca del corvo, è la luna che
l'aurora mattutina fa cadere sul fine della notte; vi basti che la luna
cece o fagiuolo è il viatico mitico de' morti, di cui l'uso funebre
indo-europeo ha conservato numerose traccie; vi basti che l'obolo,
che il morto dà a Caronte per passare il fiume Stige dell'inferno, è
ancora la luna, mercè la quale l'eroe solare può attraversare l'oceano
notturno. Nelle novelline russe il buono operaio vede galleggiare
fuori delle acque una monetina, una _kapeika_, la quale basta a
portargli fortuna. Troverete ancora molti critici pronti a deridere
simili riscontri; ma coi loro scherni non impediranno alla verità
di camminare. Io non posso qui insistere sopra alcuna comparazione,
perchè a costo di riuscire aridissimo mi sono proposto di tenermi
stretto all'argomento. Volli tuttavia accennarvi di passo, come le
nostre indagini possano riuscir feconde; e ripiglio il mio tèma con più
dimesso stile.
_Sinîvâlî_ dunque, la luna nuova, nel cielo vedico, ha braccia e dita,
e con esse prepara il nuovo germe. Questo germe, che deve nascere,
è evidentemente, nel cielo, il sole mattutino. Ma, raffigurata la
luna come una madre essa stessa celeste, essa divenne, per questa e
per altre ragioni che accenneremo, la proteggitrice dei parti e de'
matrimonii. Secondo l'uso nuziale indo-europeo, i matrimonii devono
essere sempre celebrati, per buon augurio, nella quindicina luminosa
della luna, quando la luna è veramente _luna_ o _lucina_ o _luminosa_,
ossia fra il novilunio ed il plenilunio, tempo che si crede propizio,
per eccellenza, alla fecondità, nè solo alla fecondità del germe
animale, ma anche del germe vegetale ne' campi, onde le numerose
superstizioni popolari agricole che si riferiscono agli influssi
lunari, influssi che del resto la scienza non nega assolutamente,
sebbene ne riduca il potere. Ma, se la vedica _Sinîvâlî_ ci dà indizii
preziosi, anche più importante è quello che l'inno vedico 32º del II
libro del _Rigveda_ ci fa sapere di _Râkâ_, la nuova luna. Noi troviamo
spesso nelle novelline popolari la strega che alla figlia non sua,
alla bella (l'aurora vespertina), impone un lavoro straordinario al
di sopra del potere della fanciulla; la povera fanciulla si dispera e
si raccomanda alla Madonna, della quale talora pettina con grazia il
crine, dicendo che vi trova perle (le stelle); la Madonna è contenta
della pia fanciulla e compie per essa l'opera impostale dalla strega.
Invece della Madonna trovasi talora una meravigliosa bambolina, o
fanciulla di legno (una specie di _Aranyânî_), la quale ha piccolissime
dita, e può con esse preparare una camicia o un abito così fine che
passi nella cruna dell'ago, o possa star chiuso entro un guscio di
nocciòla. Noi abbiamo già visto la luna _Sinîvâlî_ dalle belle e forse
dalle piccole dita.
Ora incontriamo la luna _Râkâ_, la quale con quelle stesse dita,
e per di più con _un ago che non si rompe, cuce l'opera;_ ossia,
nel cielo, il velo d'oro che l'aurora mattutina reca allo sposo;
il velo, l'abito, la veste del giovine sole, la tela d'Aracne, che
si distrugge al mattino, la tela che Penelope prepara allo sposo
Ulisse. Infatti, subito dopo aver nominato l'opera che _Râkâ _deve
cucire, si aggiunge, _dia a noi l'eroe dai cento doni, degno di esser
celebrato_. Evidentemente qui si trattò, in origine, dell'eroe solare
celeste; ma poi la strofa divenne sacra, passò nel rituale dell'uso
domestico, e, per ogni figlio nascituro sopra la terra, si ripetè la
stessa invocazione. Chè, se rechi meraviglia il sentire come la luna,
cucendo l'opera, produce un figlio, può scemar questa meraviglia,
quando si pensi al probabile equivoco di linguaggio nato tra le
radici _siv, syu, sû=cucire_ (confr. pure il vedico _sùcî=ago_),
onde _sûtra=filo_ ed il latino _suere_, e la radice _sû_ «generare,»
onde _sûta, sûnu_ «il figlio.» Il cucire è un mettere insieme, un
aggiungere, e la creazione si fa appunto aggregando. Ma oltre i nomi
femminini e divini di _Sinîvâlî _e di _Râkâ_, dicemmo che la luna
piena ha pure quello di Anumati. La parola vale, nel suo significato
storico, _mente bene disposta, mente propizia, benevolenza, grazia_,
e quindi _la graziosa, la benigna_. La invocavano nel periodo vedico
gli amanti e le partorienti; un inno dell'_Atharvaveda_, dopo avere
propiziato ad Anumati, canta: _gli Dei sveglino l'amore_ (o _la
memoria_); _abbia egli compassione di me_. Ora questa _Anumati _che
deve ridestare lo _smara_, o la memoria nello smemorato amante, o pure
destar l'amore d'un indifferente, quest'_Anumati_, nominando la quale
i poeti dell'_Atharvaveda _fanno per lo più un giuoco di parole sopra
la sua etimologia (_Anumate manyasva = Anumate anu hi mansase nah_),
questa _anu-mati_ che vale al tempo stesso _la mente verso_, ossia
_la mente bene disposta_, e _la mente dopo_, ossia _il ricordo, la
memoria,_ ci spiega la ragione, per cui _Râkâ, Sinivâlî_ e _Anumati_
stessa vengano negli Inni vedici nominate come tre sorelle, figlie di
_Angiras_ il mobile, che si confonde col luminoso, e della _Smr'iti_
ch'è ad un tempo stesso, per sapiente e poetico connubio, _amore_ e
_memoria_. Probabilmente nel mito son nate prima le figlie dei loro
parenti; tuttavia, poichè il divino padre _Angiras_ e la divina madre
_Smr'iti_ sono già persone vediche, giova qui considerarne alquanto
la natura. Talora, invece di _Smr'iti_, troviamo nominata come madre
la _Çraddhâ_, ossia _la fede_, ch'è anch'essa una specie di memoria,
e che si rappresenta nel _Tâittiriya Brâhmana_ qual madre di _Kâma_
l'amore, e, più tardi, il Dio dell'amore. _Çraddhâ_ stessa è chiamata
nel _Çatapatha Brâhmana_, figlia di _Sûrya_ il sole; il che ci fa
pensare, innanzi d'essere la fede, la _Çraddhâ _fosse altro. La fede
è, ad un tempo, quella che unisce, quella che rallegra (dalla radice
_çrath_ che vale _rallegrare_ ed _unire_). _Angiras_ appare ora sposo
della _Smr'iti_ (Amore-memoria), ora della _Çraddhâ_ (Fede, come quella
che unisce e rallegra). Tanto fa pure l'_Anumati _loro figlia, che
sappiamo già rappresentare con _Râkâ_ la luna piena. Ma _Anumati, Râkâ,
Sinîvâlî_, fasi lunari divenute Dee liberali, benefiche, fecondatrici,
operaie divine, saranno esse figlie della luna stessa, o pure _Angiras_
e la _Çraddhâ_ appartengono ai fenomeni luminosi del sole vespertino?
Noi abbiamo già veduto il sole _Pûshan_ messo in relazione con _Soma_,
col suo stimolo svegliar la preghiera, indicar l'ora della preghiera
vespertina. _Angiras_, padre delle tre sorelle lunari, è egli ancora
il sole vespertino, o è desso già la luna? _Çraddhâ_, la figlia del
sole, è dessa l'aurora vespertina o pure la luna? Nel _Taittiriya
Brâhmana_, il Dio _Soma_, ossia il Dio Luno, si mostra innamorato di
_Sîtâ Sâvitrî_, ossia di _Sîtâ_ figlia di _Savitar_ (il sole, come
dicemmo), mentre _Çraddhâ_ è innamorata di lui e si raccomanda al Dio
_Prag'âpati_, perchè faccia innamorare _Soma_ di lei. Qui evidentemente
_Çraddhâ_ non dev'essere soltanto una personificazione lunare; tuttavia
io non m'arrischierei a rappresentarla, come suppongo ch'ella sia, una
forma dell'aurora vespertina, rispondente[15] al vespertino _Pûshan_,
risvegliator della preghiera, nel trovare presso il _Yag'urveda nero_
(citato dal Muir) che il Dio _Prag'âpati _aveva trentatrè figlie, le
quali divennero tutte spose di Soma. Come distinguere l'essenza mitica
di ciascuna di esse? Tuttavia, facendoci il _Taittiriya Brâhmana_
conoscere che, con l'aiuto di _Prag'âpati, Çraddhâ_ conquistò l'amore
di _Soma_, dobbiamo supporre ch'essa, come _Rohinî_ (propriamente la
_crescente_), sia stata una delle spose predilette del Dio Luno, di
_Soma_. E tanto più lo dobbiamo pensare, poichè _Çraddhâ_ è la figlia
del sole, e gli Inni vedici descrivono a noi in modo così solenne le
nozze del Dio _Soma_ con _Sûryâ_, ossia l'appartenente a _Sûryâ_ il
sole, la figlia del sole, che quell'inno mitico diede poi le formole
rituali all'uso nuziale indiano. _Sûryâ_ è per me l'aurora vespertina,
sorella del Dio _Pûshan_, che appare pure come suo sposo; egli è geloso
del Dio _Soma_ a cagione di _Sûryâ_. Questa gelosia celeste fra il sole
e la luna, innamorati ad un tempo dell'aurora, diede origine a molti
miti, i quali si svolsero finalmente in numerose e ricche leggende.
Nell'inno 85º del X libro v'è un passo, nel quale parrebbe che _Pûshan_
si identificasse con _Soma_ lo sposo divino di _Sûryâ_. Vi si dice,
infatti: «_Soma_ era lo sposo; i due _Açvin_ (una forma poetica del
crepuscolo solare e del lunare, ossia ancora del sole e della luna
considerati come gemelli) assistevano entrambi come paraninfi, quando
_Savitar_ contento nell'animo diede _Sûryâ_ allo sposo. Quando, o
_Açvin_, veniste col triplice carro per menar via _Sûryâ_, tutti gli
Dei acconsentirono, _Pûshan_ vi elesse come figlio per suoi proprii
parenti.» Ma in questo passo non si può interpretare soltanto che
_Pûshan_ è lo sposo, ma che _Pûshan_ è il fratellino della sposa, il
quale vien perciò carezzato e protetto dagli _Açvin_, che ora amano
l'aurora come amanti, ora la proteggono come fratelli maggiori.
Da questi lievi indizii è facile il vedere come agevolmente abbiano
potuto confondersi i caratteri del sole vespertino con quelli della
luna, che appare quando il sole cade, quando caduto il sole vespertino
rimane ancora il cielo occidentale rosato, ossia l'aurora vespertina.
Quindi la difficoltà di dichiarare, in modo preciso, l'essenza
fisica d'alcuni miti che occuparono pure grandemente la primitiva
immaginazione ariana. Noi non abbiamo nessun dubbio intorno all'essere
esclusivamente lunare di _Râkâ_ e _Sinîvâlî_; ma, giunti ad _Anumati_,
se per un verso essa ci rappresenta la luna piena, per l'altro, come
_la grazia, la benevolenza_, può riferirsi non meno all'aurora che
alla luna; in entrambi i casi poi essa ci aiuta a spiegarci la Madonna
protettrice, la buona fata delle tradizioni popolari. Il professor
Max Müller ha già nell'_ahanâ, dahanâ_, aurora mattutina vedica,
riconosciuta l'_Athene_; così dicasi della _Minerva_, degna di essere
paragonata alla nostra _Anumati_, e più ancora ad una vedica _Aramati_,
che il Dizionario Petropolitano spiega per _arammati_, ossia avente
la _mente pronta_, che ci richiama alla nostra aurora sollecita,
risvegliata e risvegliatrice. Quest'_Aramati_ è nel _Rigveda_ chiamata
_tessente_ (_vayantî_); quando la notte arriva, cessa dall'opera, o la
continua in segreto, con l'aiuto e per opera della luna; quando sta per
arrivare, al mattino, il divino _Savitar_, essa ripiglia il suo tessuto
abbandonato la sera.
Qui evidentemente abbiamo sempre l'aurora, vespertina e mattutina,
vigile e destra all'opera, senza intervento della luna, che, in
altri momenti, appare invece a cucir l'opera, ossia a preparare il
tessuto allo sposo dell'aurora, ossia a dar l'aurora al sole, il sole
all'aurora, come proteggitrice de' matrimonii.
Avendo questa relazione intima il sole e la luna, così intima che si
possano talora identificare (il sole che perde i suoi raggi e il sole
che non li mette ancora fuori rassomiglia all'astro notturno; tanto
che, chi, sull'albeggiare d'un giorno estivo, in tempo di luna piena,
contempli il cielo, veda i due astri l'uno al cospetto dell'altro, alle
due estremità della vôlta celeste, e, se non si orizzonti, non sappia
subito bene distinguerli l'uno dall'altro; io cito qui una mia propria
impressione), alternandosi l'un l'altro, alcune delle loro qualità,
e perciò delle loro forme divine, sono divenute comuni, così che ora
poterono riferirsi al giorno, ora alla notte. Noi vedemmo già, infatti,
il sole _Savitar_, ossia il sole generatore; la luna come _Soma_ (dalla
stessa radice _sû, so, sav_ che serve per formare la voce _Savitar_)
è un equivalente, esprime cioè la luna nella sua virtù fecondatrice. E
noi la vedemmo già finqui presiedere ai matrimonii ed ai parti. Il sole
divide i giorni (ed il sole vespertino _Bhagas_ può avere avuto, oltre
gli altri suoi significati, quello proprio etimologico di _spartitore_,
di _distributore_) e divide i mesi. Ma ciò fa pure la luna. Anzi la
luna ha fatto anche più. L'antico anno indiano era regolato dalle
lunazioni; la lunazione costituì il mese; _messéts_ è il nome comune
che si dà tuttora in lingua russa al _mese_ e alla _luna_. La parola
_mese, mensis_, vale propriamente _la misura_. La radice sanscrita
_mâ_ vale _misurare_; le parole _mâs, mâsâ_, valgono in lingua vedica
_luna_ e _misura_. La lunazione ed il mese equivalendosi, la luna
diventò, oltre la regola, anche la regolatrice per eccellenza, in ogni
ordine delle cose naturali. Nè è meraviglia che, corrispondendo il
_r'itu_ lunare al _r'itu_ muliebre, poichè la luna pigliava pure il
nome dal proprio _r'itu_ periodico, essa fosse particolarmente invocata
dalle donne e ad esse cara, come quella che, mantenendo i segni della
generazione, prometteva la desiderata fecondità, senza la quale l'uomo
primitivo disprezzava la propria donna, ed aveva diritto di rifiutarla.
La radice _mâ_, che vale _misurare_, nel suo primo significato
dovette esprimere l'idea di _estendersi_; ma l'_estendersi_ è un
_moltiplicarsi_: ecco in qual modo la radice mâ, che vale _misurare_,
creò la parola _mâtra_ o _metro, misura_, e _mâsa_ che vale ancora il
medesimo, e la radice _mâ_ che vale _produrre_, creò la parola _mâtar_,
la produttrice, la creatrice per eccellenza, la madre.
Ho detto che il primo significato della radice _mâ_, onde si svolsero
i significati secondarii di _misurare_ e _produrre_, fu quello di
_estendersi_. Vi è un'altra radice che dobbiamo qui esaminare. Questa
radice è _man_ stretta parente di _mâ_, come il latino _mensis_ è
stretto parente, anzi equivalente di _mâsa_, come il tedesco _mond_
luna, _monat_ mese e l'inglese _moon_, ci richiamano ad un ipotetico
primitivo _manas_ che, secondo l'analogia di _mâsa_, dovette pure in
origine significare _misura_, e forse _mese_. Ma lasciamo l'ipotesi
e consideriamo il fatto. Tra i nomi sanscriti della luna troviamo
quello di _manasig'a_, parola che varrebbe _nato nel manas_; tra gli
appellativi del Dio _Soma_, ossia del Dio _Luno_ nel _Rigveda_ troviamo
quello di _signore del manas_, ossia _manaspati_, che ci riaccosta alla
nostra luna _anumati_. Ma il _manas_ è l'animo; che cosa è l'animo?
_anemos_, quello che si muove; così dovette essere il _manas_, nella
sua prima espressione, _il moto_, e poi _il moto misura, il moto
regolatore, il moto particolare interno_, che anima e regola, muove e
contiene il pensiero e l'affetto dell'uomo, il desiderio, l'amore, e
il divino agitarsi dell'intelletto. Ecco pertanto spiegato, s'io non
erro, il perchè la luna _Sinîvâlî, Râkâ_ ed _Anumati_, essendo nata
nel _manas_, e muovendo e regolando il _manas_ fu immaginata figlia
dell'_Angiras_ mobile luminoso, e della _Smr'iti_ o _Çraddhâ_, che
sono tutte forme del mobile _manas_. Ecco perchè la luna anch'essa
può riuscire, come la vegliatrice mattutina, una _Minerva_, ossia
un'_ammonitrice_, una _direttrice_ degli umani consigli; ecco, infine,
la ragione, per cui, trovando associata l'_Angiras_ con _Manu_, presso
il quale Indra in un inno vedico viene a bere il _Soma_, in _Manu_
ravvisiamo così il sole come la luna. Per noi, _Manu_ prima che _il
pensatore_, come sarebbe troppo consolante il credere, considerando
che negli Inni vedici è chiamato _Manu_ anche l'uomo, dovette
essere _il mobile_, e quindi _il motore_ e _il regolatore celeste_.
Chiamatisi _manavas_ anche gli uomini, nel loro essere mortale, essi
considerarono come il primo de' mortali, come il padre di tutti i
mortali, come il solo scampato dal diluvio universale, il _Manu_
celeste, onde chiamarono pure sè stessi _manug'âs_ o _figli di Manu_,
di quello stesso _Manu Prag'âpati_, dal quale, secondo le genealogie
brâhmaniche, sono discesi tutti gli Dei. Ma in quel _Manu_ celeste essi
non tardarono a ravvisare _il pensante_, ossia _il sapiente_, e quindi
il primo sapiente, l'inventor dei riti sacrificali; e, finalmente, nel
periodo brâhmanico, _il pensiero stesso, la formula della sapienza_,
il primo legislatore indiano, il primo regolatore, distributore della
giustizia, nel quale carattere ritorna _Manu_ a identificarsi col sole
moribondo _Yama_, e, in tale incontro, con _Minos_, il primo re di
Creta, progenitore di razza, che discende all'inferno per amministrarvi
la giustizia. Ma, poichè nello scuro inferno è la luna che governa e
regge e giudica, quello stesso _Manu_ che parve confondersi con Yama,
scomparso il sole dall'orizzonte non si perde affatto, ma, come ho
già avvertito, lascia una sua forma per pigliarne un'altra. Di Yama e
di Manu, in quanto gli somiglia, avremo tuttavia a tenere particolare
discorso.
Per ora basterà il ritenere come anche nelle sue forme femminine
la luna vedica abbia preso persona di Dea, e come in questa persona
prevalga la virtù di fecondatrice attribuita alla luna; e finalmente,
come quella che desta l'uomo alla vita materiale, per l'istinto
idealissimo della nostra stirpe, sia pure divenuta la eccitatrice de'
nostri pensieri. E per avere anzi creduto che li eccitasse troppo,
nacque la credenza che i maniaci siano dominati da sinistri influssi
lunari.
Ci resterebbe a considerare la luna sotto i suoi nomi mascolini
di _C'andra, C'andramas_ (ossia _il luminoso_, e _il mese_ o _il
misuratore luminoso_), che non ci presenta negli Inni vedici nessuna
distinta persona poetica, di _Indu_ nel suo significato primitivo,
probabilmente il mobile, poi il movente, lo stillante, e quindi la
luna stillante, e ciò che la luna stilla; e di _Soma_, propriamente il
generatore, ma anche lo spremitore, il traente il succo, e poi il succo
stesso. Quindi, quando leggiamo che gli Dei vengono a bere ora _Indu_,
ora _Soma_, intendasi che vengono a bere il succo ambrosiaco che
stilla dalla luna. Noi abbiamo già veduto l'_Aditi_, la _Pr'ithivî_, e
l'aurora che posseggono l'ambrosia; ma, per l'equivoco nato tra _Indu_
e _Soma_ stillanti il succo, e le parole _indu_ e _soma_ che vennero
ad esprimere il succo, è nella luna specialmente che gli Dei vanno a
cercare l'ambrosia, l'amrita, la bevanda immortale. Noi abbiamo già
riferita la leggenda vedica del Dio _Indra_ che concede la bellezza
alla fanciulla brutta, lebbrosa _Apalâ_, l'aurora vespertina (che
nella notte diviene brutta), perchè questa, discendendo alla sera dalla
montagna per attingere acqua, trovò nella fonte il _soma_ (la luna nel
pozzo); e sapendo quanto _Indra_ fosse avido del _soma_, lo pregò di
scorrere verso di lui, ossia di errare nel cielo, del quale _Indra_
è signore. Fu già paragonato il culto dionisiaco ellenico al culto
del _Soma_ vedico. Come _Soma_ è al tempo stesso abbondante di umori
inesauribili e generatore eterno, così il suo culto si congiunse quindi
nell'India con quello del _Çiva_ fallico, accompagnato da libazioni
d'un _soma_ terrestre, un liquore inebbriante, che il professore
Haug ebbe nell'India il raro privilegio di gustare, e che trovò di
un sapore disgustosissimo; nella Grecia abbondanti libazioni di vino
accompagnavano le feste falliche dionisiache. Ma gli Dei che discendono
sopra la terra, non sono l'oggetto del nostro studio presente.
Nel vedico _Soma_ noi abbiamo espressa, ora l'ambrosia che può
risiedere in più parti, ora la luna che contiene, porta, custodisce
l'ambrosia, e la somministra agli Dei, i quali, bevendola, divengono
immortali, robusti e vittoriosi nelle loro celesti battaglie contro
i mostri; il _soma_ non è solo ambrosia, ma acqua della giovinezza,
acqua della salute, acqua della forza; e però si rappresenta esso
stesso come guerriero sempre vittorioso; la pioggia è _soma_, la
rugiada dell'aurora è _soma_, ma più spesso ancora il _soma_ è la
pianta lunare, è il succo della luna, l'erba luminosa celeste, è la
luna stessa; in compagnia di esso, il Dio _Indra_ scaccia dal cielo i
mostri; la luna cresce a misura che i Numi vanno a dissetarsi presso
di lei, ossia, poichè la luna genera gli Dei, a misura che gli Dei
luminosi le si appressano, essa cresce.
LETTURA SESTA.
IL FUOCO.