Ma, poichè tra le forme celesti, la più splendida, abbagliante,

animata, potente, benefica è sicuramente il sole, nessuna meraviglia

che l'aurora annunziatrice, apportatrice del sole, e il sole stesso

abbiano svegliato i primi inni lirici dell'uomo poeta. La lingua

sanscrita conosce niente meno che mille appellativi del sole, i quali

si trovano raccolti insieme in uno speciale catalogo indiano.[11]

Questa abbondanza di appellativi è una prova evidente dell'attenzione

che fu nell'India prodigata al sole; alcuni di essi confondonsi con

quelli del Dio Vishnu, ch'ebbe ancor esso, come vedremo, l'onore di

ricevere mille appellativi sanscriti. Noi non possiamo, occupandoci qui

di sola mitologia vedica, considerare singolarmente quegli appellativi;

ma ho voluto richiamare l'attenzione vostra sopra la loro ricchezza in

generale, perchè non vi rechi meraviglia l'intendere che il sole negli

Inni vedici è celebrato con parecchi nomi, ma specialmente con quelli

di _Sûrya_, il sole per eccellenza; _Savitar_, il sole generatore;

_Pûshan_, il sole nutritore; _Bhaga_, il sole benefico e venerando

(osservo, per incidente, come il corrispondente slavo di questa parola,

_bog_, servì ad esprimere il nome di _Dio_). A questi quattro nomi

solari vedici si potrebbe aggiungere ancora quello di _Mitra_, che

ora appare il cielo diurno, ora il reggitore del cielo diurno, del

giorno, ossia il sole. Altri nomi vedici del sole sono: _Aryaman,

Vivasvat, Daksha, Ança, Dhâtar, Varuna, Indras_, che rappresentano

pure il sole in momenti diversi. Tutte le forme del sole sono poi

chiamate col nome complessivo di _Âdityâs_, ossia di _figli di Aditi_,

in questo caso, il cielo; e poichè il sole o il cielo luminoso può

essere compreso secondo il vario modo di osservarlo in un numero

diverso di forme, così gli _Âdityâs_ ci appaiono negli Inni vedici ora

sei, ora sette, ora otto, ora finalmente dodici, e, come tali, furono

più tardi preposti a reggere singolarmente i singoli mesi dell'anno,

dopo avere probabilmente presieduto alle ore o stazioni del giorno. La

essenza degli _Âdityâs_ è la luce dell'Aditi celeste. Moltiplicatasi

l'Âditya per eccellenza, il cielo luminoso nei suoi diversi momenti,

per dodici, diventò pure probabilmente un genio reggitore delle ore,

come di poi certamente un genio reggitore dei mesi; ma, in origine,

l'Âditya dovette essere un solo, il cielo diurno, il sole reggitore

del cielo diurno, a cui s'oppose il cielo notturno, il reggitore del

cielo notturno: l'_Âditya_, il sole reggitore del cielo diurno, fu

chiamato _Mitra_, ossia l'amico; l'_Âditya_, reggitore speciale del

cielo notturno, fu chiamato _Varuna_. Ma _Varuna_ è propriamente una

personificazione del cielo; e perchè nella notte, sebbene il sole

si ritiri, il cielo appare sempre, risplende sempre, anche se non vi

sia la luna, Varuna è l'_indestruttibile_, ossia quello che risplende

sempre, rimanendo al suo posto. Egli fu quindi, come reggitore perenne

del cielo, assunto a personificare tra gli Dei la maestà regia,

immobile nel suo splendore; a comprendere la qual personificazione

non dobbiamo certamente figurarci l'abito disinvolto e democratico de'

nostri Re costituzionali, ma trasportarci col pensiero al cerimoniale

delle reggie orientali, nelle quali il Re, coperto di ori e di gemme,

seduto sopra il suo trono d'oro, sotto un padiglione tempestato di

gemme, si ammirava e s'ammira ancora in ragione della sua splendida

immobilità. Per questa ragione, il cielo nel suo splendore diurno e

notturno, ma specialmente notturno, in cui le stelle rappresentano le

gemme del regio paludamento, preso il nome di _Varuna_, rappresentò

la solenne maestà e potestà regia fra gli Dei immortali; e come

eternamente immobile è naturalmente Âditya, ossia figlio dell'eterna

immobile, figlio di Aditi, la vôlta celeste. Degli Âdityâs adunque

ne abbiamo due essenziali: _Mitra_, il cielo amico, l'amico, che si

riferisce particolarmente al giorno, e, come reggitore del giorno,

si confonde col sole; _Varuna_, il cielo, che persiste anche nella

notte, e che perciò si rappresenta spesso, in opposizione a Mitra, come

speciale reggitore della notte. Dal cielo il re Varuna, abbracciando

i tre mondi (la vôlta celeste fa veramente questo, nella sua forma

convessa), lancia nell'aria il sole d'oro; fa col suo alito muovere i

venti, ha la sua casa d'oro nelle acque, impera sulle acque dell'oceano

celeste, ed è chiamato egli stesso un oceano occulto e talora pure

figlio delle acque; sprigiona le acque, le quali corrono sempre al

mare e non lo riempiono mai; manda giù la pioggia, e in questa qualità

di signore del cielo concepito come oceano celeste divenne più tardi

il signore dell'oceano terrestre (fu già comparato a Varuna, l'Οὐραός

di Esiodo); fa apparire e scomparire la luna e le stelle; vede e

accompagna ogni cosa, gli uccelli nel volo, i naviganti sul mare,

il vento che spira; egli conosce i misteri e li svela nascondendoli

ai soli perversi, ossia ai mostri demoniaci; possiede mille rimedii

contro i mali, e il male allontana; castiga i cattivi; concede e ritrae

i suoi favori; prolunga o toglie la vita legando ne' suoi vincoli

i mortali, nella quale facoltà di copritore, di legatore, egli si

confonde pure col funebre Dio Yama. Nella vista de' beati Yama e Varuna

spera il moribondo, poichè entrambi sono guardiani dell'_amr'ita_,

ossia dell'ambrosia, dell'immortalità; egli attira al cielo, ossia a

sè l'anima del devoto trapassato, non permettendo ch'essa entri e si

strugga col corpo nella terra; e i messaggieri ch'esso, al pari di

Yama, manda alla terra hanno mille occhi. Queste sono le qualità e

le funzioni principali del Dio Varuna. Evidentemente noi abbiamo qui

descritte le virtù attrattive attribuite alla vôlta celeste, ben più

che non ci sia concesso di vedere una distinta persona divina. Varuna

è quasi immobile come il cielo tranquillo che rappresenta; il cielo

tonante non lo riguarda; esso è dominio particolare del Dio Indra.

Un inno ci dice ch'ei _va nelle acque_, ma il maggior numero degli

inni ce lo presenta che sta nelle acque, che le aduna, le fa muovere,

stando fermo esso stesso, qualità che lo ravvicina particolarmente

a Brahman, col quale, come vedremo, ha identica natura celeste.

Il dottissimo signor Muir osserva giustamente che gli Inni vedici

non ci presentano _Varuna_ sposo di _Pr'ithivî_, come la mitologia

ellenica ci offre Οὐραός sposo di Γαῐα. Ma la ragione è che il μεγας

Οὐραός di Esiodo è un equivalente non solo di Varuna, ma della vedica

_Pr'ithivî_, la distesa, l'ampia vôlta celeste, come _Varuna_ è

etimologicamente il velatore, il copritore. Quanto al passaggio di

_Varuna_, rappresentante del cielo, in reggitore per eccellenza,

in Re de' celesti, parmi potersi pure confermare per un equivoco

del linguaggio. Nella lingua vedica, _rag'as_ è l'aere luminoso, il

cielo lucente, dalla radice _rag'=arg'_ che vale _splendere_; come si

suppongono tre cieli luminosi, ossia tre _dyâvas_, tre _rocanâs_, così

rappresentaronsi tre _rag'ân'si_, sopra i quali il Dio Varuna impera;

e come vedemmo insieme uniti in un duale _Dyu_ e _Pr'ithivî_, così

troviamo rappresentate al duale due _rag'asî_, ossia il cielo diurno

e il cielo notturno; nel vero, la stessa lingua vedica ci offre la

parola rag'as come sinonimo della notte. _Varuna_ velatore, Varuna

signore del cielo, Varuna signore della notte, equivalgono a Varuna

_rag'aspati_ (come tale identificato pure con Indra _divaspati_, e,

per _divaspati_, necessariamente, come vedremo, col _divaspati_ per

eccellenza, che è _Brahman _ossia _Brahmanaspati_; onde potremmo

stabilire queste due proporzioni _Varuna=Dyu_; e _Divaspati_ sta a

_Dyu_ come _Brahmanaspati_ sta a _Brahman_). Ma Varuna rappresentante

il _rag'as_, ossia il cielo luminoso, e poi specialmente il cielo

notturno tempestato di stelle (_rag'anî _è uno degli appellativi più

comuni sanscriti della notte); la notte è ora chiamata la luminosa,

ora la scura; la radice _var_ che vale _coprire_, forma pure la parola

_varn'a_ che vale _colore_; e la forza espansiva delle radici _rag'_

e _arg'_ fa sì che la parola _rag'as_ che vale _il luminoso_, valga

pure _lo scuro, il sudicio, la polvere_; così _Varuna_, il velatore

luminoso, diviene anche il velatore per mezzo della tenebra, e finisce

per confondersi col tenebroso _Yama. Yama_ significa propriamente

l'_infrenatore_, quello che raccoglie i freni, che attira a sè i

raggi luminosi del sole, che lega ne' suoi freni il mondo de' viventi;

_Varuna_ copritore e luminoso, _Varuna rag'as_, e _rag'aspati_, divenne

probabilmente ancora, per una facile confusione tra le radici _rag'_

«splendere» e _râg'_ «reggere,» il reggitore, il Re per eccellenza, il

_rag'an_ degli Dei, dei tre mondi, beato insieme col re _Yama_, che ci

ritorna nel persiano re _Yima_. Perciò Varuna è pure fatto apparire

come Yama, verso la sera, sopra la montagna, donde esercita la sua

virtù attrattiva. Al re Yama consacreremo un'attenzione speciale.

Di Varuna toccammo passando, poichè all'infuori della sua persona

regale egli non ha una figura mitica molto distinta e caratteristica,

confondendosi egli ora con Yama, ora con Dyu e con la Prithivî, ora

con Indra. Ne toccammo qui, perch'egli ci appare per lo più negli

Inni vedici, o in opposizione o in compagnia di Mitra, figura mitica

solare che rimase alquanto pallida negli Inni vedici, ma che doveva

poi pigliare nell'iranico Mithra le proporzioni di un Dio massimo.

Come Varuna rappresenta particolarmente il cielo notturno, così Mitra

il diurno, ossia il giorno, e l'astro del giorno. Essi sono le due

forme principali della materna loro Aditi, insieme con la quale vengono

invocati per esser liberati dal male. Anche il vedico Mitra è nel 59º

inno del III libro del _Rigveda_ chiamato col nome di _Re sapiente_, e

di proprio e caratteristico che lo distingua dal suo compagno Varuna

reggitore, non ha altro se non il suo potere di evocare, eccitare

le creature al moto e di portare da sè solo tutti gli Dei (_sa devân

viçvân bibhartti_). Mitra e Varuna si associano talora un terzo Âditya,

_Aryaman_, il venerando compagno, che nelle nozze de' celesti sostiene

la parte di Procolo. Probabilmente esso è il sole invecchiato sul fine

del giorno, che si pone fra Mitra, il reggitore del giorno e Varuna,

il reggitore della notte. Egli si identifica con _Bhaga_, il venerando

benefico, che nell'_Atharvaveda_ appare pure come mediatore di amori e

di matrimonii, e il cui proprio tempo, secondo il _Taittiriyabrâhmana_,

è nelle ore dopo mezzogiorno, e secondo il _Nirukta_, precisamente

innanzi al tramonto. La benedizione dei vecchi è detto portar fortuna;

perciò il sole barbogio, il sole _Aryaman_, il sole _Bhaga_, il sole

venerando porta _fortuna_ e _benessere_. Anzi la parola _bhaga_ si dà

già nel _Nâighantuka_ tra i sinonimi di _benessere, fortuna, ricchezza_

(_bagat _in lingua russa è il _ricco_, e _bagatsva_ la _ricchezza_).

Secondo una leggenda vedica, Bhaga fu acciecato; precisamente quello

che avviene al sole sul fine del giorno, il quale ritira i suoi raggi

luminosi e s'accieca; il biblico Sansone è pure acciecato, quando gli

vengono tagliati i capelli. E cieca si rappresenta pure la fortuna;

e però ancora l'uso di bendar gli occhi al fanciullo che deve trarre

a sorte la buona fortuna; e il giuoco fanciullesco della _mosca

cieca_, che in origine era un giuoco nuziale (la sorte, il cieco fato,

l'auspicio deve far eleggere lo sposo o la sposa), è anch'esso una cara

e preziosa reminiscenza di quel Procolo vedico, il vecchio cieco Iddio

_Aryaman_ o _Bhaga_ o _Fortunio_, che doveva farsi promotore delle

nozze celesti.

Il sole è tuttavia più frequentemente negli Inni vedici rappresentato

nelle sue qualità di _Pûshan_ o nutritore, di _Savitar_ o generatore,

e di _Sûrya_ o sole propriamente detto, come luminoso e celeste (_svar,

svarga_ valgono il cielo splendido).

Esaminiamo ora queste singole forme.

_Pûshan_, il nutritore celeste, è chiamato con gli appellativi di

_paçupâ_, guardiano del bestiame, di _purûvasu _o ricchissimo, di

_vâg'in_ o fornito di cibi, di _viçvasaubhaga _o arrecante tutte

le benedizioni, di _mayobhû _o benefico, di _mantumat_ o ricco di

consigli, di _viçvavedas _o sapiente, di _çakra, tura, tavyas,

tuvig'âta_[12] o forte, potente. Un inno vedico invoca _Pûshan_

insieme con _Bhaga_, che abbiamo già detto essere il sole prima del

tramonto; altri inni ci mostrano Pûshan congiunto con Soma, il Dio Luno

(_Soma-Pûshanau_ sono chiamati insieme al duale). _Aryaman_ e _Bhaga_

sono i promotori del matrimonio della celeste fanciulla _Sûryâ_;

di _Pûshan _è detto nell'inno nuziale vedico ch'egli deve pigliar

per la mano e menar via la sposa _Sûryâ_, della quale in altri inni

(_Rigv_., VI, 55; VI, 58) egli è detto fratello ed amante. Ma, poichè

il _Rigveda_ stesso ci mostra _Pûshan _in congiunzione con _Bhaga_

e ci dice che _Bhaga_ è il fratello dell'aurora, e poichè ci siamo

persuasi che _Aryaman_ e _Bhaga_ rappresentano il sole prossimo al

tramonto, dobbiamo supporre che _Pûshan_ ci rappresenti il sole stesso

nel tramonto, e che la sposa celeste, la bella fanciulla _Sûryâ_, della

quale egli appare ora fratello ed amante, ora conduttore presso il

legittimo sposo di lei, non sia altro se non l'aurora vespertina. Altri

indizii m'inducono a riconoscere in _Pûshan_ il sole nel tramonto;

tale la sua qualità specialissima di proteggitore de' viandanti, dei

viaggi, delle vie, o _pathaspati_; nell'ora del giorno che intenerisce

il cuore ai naviganti, anche i viandanti sulla terra vedono con pena

tramontare il sole; gli ultimi raggi del sole illuminano la via de'

reduci e ne fanno affrettare il passo; la preghiera che fa tuttora

verso il tramonto del sole il pastore arabo, ci può dar luce per meglio

comprendere il mito di _Pûshan_ proteggitore de' viandanti.

E, verso sera, coi viaggiatori, rientrano pure nelle loro dimore dai

pascoli diurni i bestiami; _Pûshan_ è pure _paçupâ_, ossia _protettore

di bestiami_, è anzi egli stesso pastore, e tiene in mano uno stimolo

come i pastori; con esso, egli fa rientrare nella stalla celeste il

suo roseo bestiame rappresentato dall'aurora vespertina; quando quello

stimolo celeste appare, esso invita i mortali alla preghiera, quindi

il nome caratteristico e per noi pittoresco dato a quello stimolo

(_ârd_) di _brahmac'odâni_, ossia _risvegliante la preghiera_. Quando

il pastore celeste _Pûshan_ adoperava il proprio stimolo divino per

spingere nella stalla il suo bestiame celeste,[13] il pastore della

valle del Kaçmîra stimolava il proprio bestiame al ritorno; ma, prima

di stimolare il gregge, volgevasi indietro, verso Occidente, per

salutare il sole al tramonto, per pregare il pastore divino, affinchè

il proprio gregge, il proprio bestiame prosperasse, e perchè nella

notte paurosa non gli avvenisse alcun sinistro, il lupo ne stesse

lontano (_yo nah Pûshan agho vr'iko duhçeva âdideçati apa sma tvam

patho g'ahi; Rigv._, I, 42), ed il ladro e il bestiame e i pastori

potessero trovare una dimora: «Con Pûshan (canta un inno: _Rigv_.,

VI, 54) possiamo noi trovare quelle dimore ch'egli prescrive; eccole,

egli dica soltanto.» Quanta ingenuità di poesia descrittiva in queste

poche parole! Come poi _Pûshan _stimolante il bestiame nelle stalle

celesti faciente rientrar nelle stalle i divini cavalli solari è _lo

stimolatore_ per eccellenza, gli fu dato l'appellativo di _ag'âçva_,

parola il cui significato primitivo sembrami abbia dovuto essere

quello di stimolatore, spingitor de' cavalli (nell'inno 54º del VI

libro del _Rigveda, Pûshan_ è specialmente invocato dal devoto, perchè

gli protegga, gli custodisca le vacche ed i cavalli). Nato questo

appellativo di una composizione men regolare, da riscontrarsi pel suo

significato col vedico _açvahayo rathânâm_, che occorre precisamente

in un inno a _Pûshan_ (_Rigv_., X, 26):[14] è molto probabile che,

perdutasi la prima immagine poetica, siasi interpretato il composto,

secondo il suo valore grammaticale più comune, e siasi veduto in _ag'a_

l'agile _capra_, in _açva_ il _cavallo_, e spiegato quindi l'intero

appellativo di _Pûshan ag'âçva_ come l'avente per cavallo una capra

o capre, ossia tirato da capre. Perciò, nello stesso inno 55º del VI

libro, ove _Pûshan_ è chiamato _ag'âçva_, si ricordano sull'ultima

strofa le capre che, aggiogate al carro del Dio, lo devono portare.

Ma, per me, quest'ultima strofa è ascitizia e ha più il carattere

di un commento che di una espressione spontanea ed originale. Bastò

tuttavia forse questa sola strofa perchè ritornasse altre volte negli

Inni vedici la stessa immagine, e, nata appena, si divulgasse nella

tradizione la credenza di un Dio Pûshan tirato dalle capre.

Ma Pûshan non ha solo l'ufficio di guidare i viandanti della terra

alla loro dimora, di far rientrare, spingendoli, i bestiami nelle

loro stalle; egli spinge l'anima del sole moribondo nel regno de'

beati: _dhî'g'avana_, ossia _Pûshan_ e _Dhiyamig'inva_ o eccitatore

dell'intelligenza presso i viventi, _Pûshan_ sostiene pure la parte

di ψυχοπομπός, come fu già avvertito dai professori Roth, Max Müller,

e riferito pure dal Muir. Una parte dell'inno 17º del X libro del

_Rigveda_ dovea, secondo il professore Max Müller, recitarsi presso il

rogo, sul quale ardeva il cadavere del devoto trapassato. Rivolto al

morto, il sacerdote celebrante diceva: «Il sapiente pastore del mondo,

dal gregge immortale, _Pûshan_ di qua ti porti via, egli ti conduca fra

que' beati maggiori, ed _Agni_ fra gli Dei benigni. Una vita longeva

ti secondi; te _Pûshan_ guidi lontano; dove i buoni stanno, dov'essi

andarono, colà ti metta il Dio _Savitar_. _Pûshan_ tutte quelle sedi

conosce, noi confidenti conduca, benefico, rifulgente, avente tutte

le virtù, vigile, previdente, vada innanzi. _Pûshan_ è nato per andar

lontano, nel lontano _Dyu_, nella lontana _Prithivî_; entrambe sono

sedi amatissimi; egli arriva da esse, egli parte per esse.»

Il Dio _Agni_ e il Dio _Soma_, secondo l'_Atharvaveda_, fanno le strade

(_Agnîshomâ pathikr'itâ_); ma il Dio che guida per quelle strade divine

è _Pûshan_: percorrendo quelle vie, egli, invocato, spinge fuori

il reggitore del cielo notturno, C'itrabarhish, simile a pecorella

smarrita. Il re _C'itrabarhish_ era nascosto nella caverna; _Pûshan_ lo

ritrovò (_Rigv_., 1, 23). Ora questo re _C'itrabarhish_ che _Pûshan_,

il sole che tramonta, fa venir fuori dalla caverna, dove il Re s'era

nascosto, non è altro che la luna, in sanscrito quasi sempre un

mascolino, il Re del cielo notturno.

Quanto al nome di _C'itrabarhish_ può essere tradotto in vario modo,

secondo i varii significati che si possono attribuire alla parola

_barhish_; ma, qualunque di essi vogliasi eleggere, l'appellativo

composto può sempre convenire alla luna, ossia al Dio Soma o Indu, che

regge l'astro notturno.

Difatto, nell'inno 40º del II libro del _Rigveda_, _Soma_ e _Pûshan_

si trovano cantati insieme, come generatori delle ricchezze, generatori

del _Dyu_, generatori della _Prithivî_, come signori di tutto il mondo,

come fonte dell'ambrosia immortale, che abbiamo già finqui trovata

nella _Pr'ithivî_ e nell'aurora, ed ora ritroviamo in _Pûshan_, il sole

moribondo che si fa guidatore delle anime, in _Soma_, il Dio Luno sede

di beati immortali. _Pûshan_ risiede particolarmente nel _Dyu_, _Soma_

nella _Prithivî_ e nell'aria; _Soma_ genera le creature, _Pûshan_ le

protegge.

Ma di generatori nel cielo ve ne sono due: _Soma_, la luna, nella

notte; _Savitar_, il sole, nel giorno; perciò _Pûshan_ si congiunge

pure strettamente con _Savitar_, il sole generatore, il sole nel suo

più vago splendore: esso è quello _dagli occhi d'oro (hiranydksha),

dalle mani d'oro (hiranyapâni, hiranyahasta), dalle belle e grandi

mani (supâni, prithupâni), dai capelli biondi (harikeça), dalla bella

e dolce lingua (sug'ihva, mandrag'ihva)_; ha carro d'oro, cavalli

biondi od aurei, e veste una tunica color d'oro rosseggiante, e nasce,

secondo l'_Atharvaveda_, in acque tinte del color dell'oro (le acque

dell'aurora mattutina); manda innanzi a sè il bel carro degli Açvin, e

poi egli stesso si manifesta; sale e scende; il suo carro percorrendo

le vie celesti non fa polvere, egli illumina l'universo, seguito dagli

altri Dei che per lui sono immortali, dominatore delle acque e dei

venti, signore benefico, libera dal male e fa muovere tutti i viventi.

Da queste qualità caratteristiche di _Savitar_ riesce evidente che,

sebbene egli, sul fine del giorno, si ricongiunga con _Pûshan_ per

collocare nella sede dei beati le anime dei virtuosi defunti, il suo

dominio speciale è il cielo nello splendore mattutino e diurno. Egli

è detto nel _Yag'urveda bianco_ (citato dal Muir) risplendere sopra

la via dell'aurora. L'inno 139º del X libro del _Rigveda_ ci fa sapere

ch'ei si parte dall'Oriente. Come _Savitar_ o generatore, egli feconda

e accresce sulla terra la generazione, e fornisce i mortali di cibi e

di ricchezze; i devoti ne invocano specialmente la potenza generatrice.

All'infuori di questi caratteri generali, _Savitar_ nel _Rigveda_

non ne ha altri; la sua personificazione si limita pertanto alla sua

manifestazione sopra un carro d'oro tirato da aurei cavalli, vestito

d'oro, con capelli, occhi e mani d'oro; a cui si aggiunge la sua

qualità di onniveggente, onnisapiente (_viçvaveda_), e di contenente

in sè tutti gli Dei (_viçvadeva_). Come generatore per eccellenza,

egli genera tutti gli Dei, e genera quindi pure sè stesso, col nome

comune di _Sûrya_ o sole. _Savitar_ genera _Sûrya_, ossia il generatore

produce il luminoso celeste. Perciò, sebbene _Savitar_ rappresenti il

sole, esso rappresenta poi in modo particolare il sole del mattino,

anzi, secondo i commentatori indiani, il sole prima d'apparire, cioè

quando si vedono soltanto i suoi raggi e non ancora il suo disco,

i suoi capelli, i suoi occhi, le sue mani, i suoi cavalli, il suo

carro d'oro e non ancora il sole stesso. Tale essendo _Savitar_ al

mattino, è probabile che quando il sole tramonta, e s'è già nascosto

col suo disco, ma lancia ancora nel cielo i suoi raggi, ritorni ad

essere _Savitar_, per collocar le anime raccomandategli da _Pûshan_

nel regno de' beati; e come collocatore delle anime nelle sedi della

beatitudine, _Savitar_ s'identifica probabilmente con _Dhâtar_, che

significa _il collocatore_, _l'ordinatore_, ec. Officio particolare di

_Dhâtar_ è quello di porre il germe della nuova vita. Si congiunge egli

pertanto coi genii femminini che presiedono alla fecondazione della

donna; si considera come fondatore del matrimonio e della famiglia,

e si associa volentieri con _Aryaman_ promotore di matrimonii, con

_Tvashtar_ artefice di tutte le forme, con _Prag'âpati_ il signor della

progenitura, con _Savitar_. Così finora abbiamo veduto gli _Âdityâs_

divisi secondo le varie funzioni che essi hanno, come soli, nel giorno;

ci resta ora a considerare il sole stesso nella sua più generale

comprensione ed attività celeste, sotto il suo nome di _Sûrya_.

_Sûrya_, ch'è uno degli _Âdityâs_, ossia uno dei figli della Aditi come

vôlta celeste, è pure chiamato _figlio di Dyu_, ossia del cielo (_Divas

putra_), come l'aurora è chiamata _duhitar Divas_, ossia _figlia del

cielo_. Evidentemente dunque _Sûrya_ è fratello dell'aurora, come

abbiamo già veduto esserle fratello _Bhagas_. Ma, come abbiamo già

osservato, l'aurora non appare soltanto qual sorella del sole, sì

ancora quale sposa (nessuna meraviglia adunque che il sole _Pûshan_

essendole fratello desideri farla sua sposa nel cielo vespertino) e

qual madre. _Sûrya_ è guidato su carro d'oro da sette aurati cavalli,

o cavalle che si congiungono da sè; altri _Âdityâs_ lo precedono; e

_Pûshan_ col suo stimolo d'oro gli serve da messaggiero. Come abbiamo

veduto _Savitar_ il sole mattutino riapparire la sera, così qui vediamo

lo stimolatore _Pûshan_ vespertino riapparire col suo stimolo al

mattino, prima che _Sûrya_ appaia.

Tra _Savitar_ e _Pûshan_ vi è qui dunque una lieve differenza, appena

percettibile. È un minuto appena che li separa: _Pûshan_ apre la via a

_Sûrya_; _Savitar_ lo fa passare. _Pûshan_ il raggio allungato del sole

fu rassomigliato ad uno stimolo d'oro; e _Savitar prithupâni_, ossia

dalle mani larghe, porta fuori _Sûrya_, ossia lo genera nel suo pieno

disco. E il disco rassomigliato ad un occhio ciclopico fece chiamare

_Sûrya, l'occhio di Mitra e di Varuna_, equivalente all'occhio del

cielo, all'occhio di _Dyu_, all'occhio divino. Come _Savitar_ contiene

e precede gli Dei, così _Sûrya_ è celebrato qual divino preposto

degli Dei, fornito di tutte le qualità divine (_viçvadevyavant_) e in

ispecie della potenza di creare ogni cosa, di artefice universale, di

_viçvakarman_, che appartiene pure ad Indra e a Tvashtar. Ma, poichè

_Sûrya_ non arrivò mai, con quel nome, a pigliare una persona mitica

importante, la sua gloria fu spesso oscurata nell'Olimpo vedico, e

quasi tutti gli Dei si diedero il merito d'averlo creato, anzi che

ammettere di essere stati creati da esso; anzi tutti insieme si vantano

d'averlo collocato nel cielo, di averlo scoperto, mentre era nascosto.

Ma vi ha di più. Vi rammenterete come l'Aurora, la poetica fanciulla

celeste, divenuta guidatrice di carri abbia provocato gli sdegni del

Dio Indra, il quale, per somma sua prodezza, si compiace d'averle fatto

in pezzi il carro. Un simile cattivo servigio rese pure il Dio Indra a

Sûrya, un vedico Fetonte, vincendogli e rompendogli una delle ruote del

suo carro.

Ho cercato spiegare la ragione, per cui Indra pluvio non vuole più

lasciar vincere la corsa all'aurora, e le rompe col fulmine il carro;

l'aurora luminosa promette giorni ardenti, e, dove la terra ha uopo di

pioggie, appare malefica. Così il sole nella canicola sembra, all'uomo,

sinistro, come apportatore di siccità, dove i pascoli han uopo di

pioggie; Indra pluvio interviene, rallenta col fulmine il corso del

sole, rompendogli una ruota del carro.

Altre distinte personificazioni del sole propriamente detto non

ci offrono gl'Inni vedici; e quelle che abbiamo riferite non sono

evidentemente abbastanza vive, perchè possa esserci lecito, dagli

Inni vedici al sole, disegnare i caratteri principali della mitologia

vedica. Conchiudiamo adunque che, se il sole ha fatto germogliare

alcuni miti vedici, molto più importanti sono i miti che si riferiscono

all'aurora, ne' quali s'incomincia a disegnare un principio d'epopea.

Il sole come sole, nel suo massimo splendore diurno, il sole di

mezzogiorno non creò verun mito importante; la poesia lo canta

solamente, quando nasce misteriosamente, quando misteriosamente muore,

quando le nuvole di giorno o le tenebre della notte lo nascondono,

quando esso viaggia dalla sera al mattino, dall'Occidente all'Oriente i

mondi sotterranei ignoti; nel mistero il Dio piglia molte nuove forme

fantastiche, diviene Vivasvant, Yama, Tvashtar; il Dio si raddoppia e

una parte di esso assume aspetto demoniaco; il paradiso e l'inferno si

toccano, e in quel contrasto nasce la battaglia. Il ritorno del sole

luminoso nel cielo orientale lo fa rassomigliare ad un trionfatore, e

si festeggia però nel sole mattutino il vincitore dei mostri notturni,

il liberatore del male. Ma poichè egli sale nell'alto e non trova più

nella sua via celeste nessun ostacolo, il mito s'arresta, finchè non

si muove il Dio Indra a suscitare nel cielo il dramma delle tempeste,

a compiere nel cielo la sua battaglia, velando il sole. Allora il sole

si rianima col mito, ripiglia persona ora come nemico d'Indra che lo

avvolge di nuvole, ora come una vittima che le nuvole minacciano di

oscurare per sempre, sinchè non arriva Indra a squarciarle e liberare

il suo protetto. Il mito si crea certamente nella natura fisica, ma

esso ha bisogno per prodursi della illusione. Il sole che è alzato nel

cielo, che accompagna in silenzio l'uomo nei suoi lavori quotidiani, è

trattato dall'uomo con piena confidenza, è chiamato col nome di _Mitra_

od _amico_; chè, se il Mithra iranico prese proporzioni solenni come

nume, ciò avvenne per aver egli servito specialmente a determinare

il sole nascente e il sole moribondo: il mistero del nascimento e

quello della morte ci fanno pensare: quanto alla vita medesima, essa

si vive; ma non si saluta se non quando essa arriva e quando si teme

di perderla. Il possesso della vita, l'ordine della vita rappresenta

l'ordinario continuo, e il mito per balzar fuori splendido ha d'uopo

dello straordinario istantaneo; legandosi, combinandosi poi tra loro

i miti nascono la leggenda mitica, l'epopea e la novellina popolare;

ma il mito per sè, nella sua prima origine, nella prima sua forma,

esprime una sola impressione rapida e fuggitiva. Quando noi studiamo il

Dio nella sua natura complessa, non abbiamo un solo mito, ma parecchi

miti che si sono ordinati ad una certa unità personale. L'arte greca

ha rappresentato con forme estetiche, perfette, queste unità; ma ogni

unità che forma il Dio armonico è preceduta dalle varie note mitiche

primitive, senza le quali non si costituisce alcun'armonia divina.

Gl'Inni vedici, ove abbiamo più spesso i miti isolati e dispersi, che

la persona divina in cui si confondono, non ci lasciano alcun dubbio

sopra l'origine primitiva degli Dei, nessuno dei quali è balzato fuori

completo in tutto il suo splendore; tutti invece si composero per il

successivo aggregarsi di molecole luminose fra loro simpatiche. Ogni

mito è per sè stesso una di queste molecole luminose.

LETTURA QUINTA.

LA LUNA.

Nelle lingue di tipo greco e latino l'astro lunare divenne un

femminino; perciò le sue forme divine riuscirono Dee, secondo i varii

loro aspetti diversamente appellate, Selene, Artemis, Persefone,

Cinzia, Diana, Lucina, Proserpina. Tuttavia, presso il femminino

_Luna_ si conosce pure il mascolino _Lunus_. Nella lingua vedica

come nelle lingue di tipo slavo e germanico, la luna si rappresentò

invece specialmente come un mascolino, coi nomi di _Soma_, di _Indu_

e di _Candra_ e forse pure di _Angiras_ e di _Manu_. Tuttavia, anche

negli Inni vedici, come dipoi frequentemente negli scritti sanscriti,

incontrasi esplicitamente la luna come un essere femminino. Questi

nomi sono _Anumati_, la propizia, una specie di Madonna delle Grazie,

la luna nella vigilia del plenilunio; _Râkâ_, la splendida, la luna

nel plenilunio; _Sinîvalî_, forse la cieca da un occhio, la luna

nella vigilia del novilunio, e _Kuhû_ o _Guñgu_ d'oscura etimologia

(quando non stia per un ipotetico _kubâhû_, al quale mi fa pensare

l'appellativo _Subâhû_ che trovo dato alla _Sinîvalî_ nel _Rigveda_;

come dubito che _guñgûr ya_ sia da correggersi nell'inno 32º del II

libro, anzi tutto in _gunguriryâ_, e _gunguris_ in _svañguris_ da

confrontarsi con _svañguris_ della strofa settima dell'inno citato). A

questi quattro femminini rappresentanti la luna è possibile che debba

pure aggiungersi l'appellativo _Aranyânî_, ossia _la silvestre, la Dea

silvestre_, che viene cantata nell'inno 146º del X libro del _Rigveda_,

e nella quale, ove l'identificazione reggesse, riuscirebbe facile il

riconoscere la Diana cacciatrice. La notte è la selva scura del mito,

piena di bestie feroci, che la luna deve con la sua luce cacciare.

L'inno vedico suona così: «O Aranyânî, o Aranyânî, che ti nascondi,

perchè non vieni nella tua dimora, poichè tu non temi? Aranyânî,

quando, al muggito del toro, il _c'ic'c'ika_ (il gufo?) risponde, come

allo strepito di timballi, correndo si avanza. Le vacche mangiano,

la casa s'illumina; nella sera Aranyânî scarica (ossia aiuta col suo

splendore a scaricare) i carri. Ecco l'uno chiama la sua vacca, ecco

l'altro spezza le legna; si crede che alcun essere abitante in Aranyânî

abbia chiamato. Aranyânî non uccide, se altri non si muova contro di

essa; dopo che s'è cibato del dolce frutto, ciascuno quindi si riposa

a suo piacere; io celebrai Aranyânî la madre delle belve, l'unica,

profumata, apportatrice di molti cibi, senza che essa abbia uopo di

arare.»

Letture sopra la mitologia vedica · 第 6 / 26 段