forme; ma il suo nome proprio è _Dyu_, il cui nominativo è _Dyaus_
(Zeus) e il cui genitivo è _Divas_; importa notare questo caso,
perchè apprendiamo da esso che il cielo è il padre dell'aurora, che
il luminoso è il padre dell'ardente o brillante _Ushâ_, e che _Indra_
come _Divaspati_ è il signore, il reggitore del cielo. Noi non abbiamo
nessun dubbio intorno all'unico significato mitologico della parola
_Dyu_; non solo esso è il _cielo_, ma il cielo nella sua forma più
semplice. Vi sono altre forme divine, e però altri nomi del cielo
negl'inni vedici, ma il cielo per eccellenza è _Dyu_. Nell'ellenico
Zeus ci si affaccia un Dio complesso, polimorfo; nel vedico _Dyaus_
ci si offre invece un Dio elementare. Esso è il cielo tal quale nel
suo aspetto luminoso, e nella sua virtù fecondatrice. Non vediamo
ancora la persona umana del Dio; esso è un essere animato, ma la sua
forma esterna è quella che appare alla vista degli occhi, non alla
mente immaginosa. La divisione del cielo in tre cieli, di cui il primo
inferiore (_Avama_), il secondo medio[3] (_Madyama_), il terzo supremo
(_Uttama_), è già vedica. Perciò troviamo negl'Inni vedici, oltre il
_cielo_, ricordati _i cieli_ (_Dyavas_).
Vediamo ora con quali appellativi _Dyu_ (o _Dyo_), il cielo, venga
salutato negl'Inni vedici. Egli è, sovra ogni cosa, pel suo aspetto, il
_grande_, il _vasto_, il _profondo_, il _fisso_; per i suoi effetti, il
_mellifluo_, il _lattifero_, il _ricco di semi_ e conseguentemente il
_benefico_; e, poichè il cielo opera pure sopra la terra con un certo
ordine, esso diviene l'_ordinato_ ed il _giusto_. Ma, finqui, noi non
abbiamo ancora nessuna vera e propria persona divina. Sono epiteti
naturali dati al cielo; nessun mito ancora si scolpisce. A scolpire
il mito occorre non solo l'anima, ma l'animale. Mi si potrebbe forse
opporre che vi è il mito anco in un'erba, in una fonte, in una pietra
di virtù miracolosa; nè io codesto vorrei negare punto, ma soggiungerei
come nella immaginazione popolare quell'erba, quella fonte, quella
pietra ha sempre una virtù magica, per la riposta credenza che alcun
genio o demone la possegga. L'animale poi può salire dall'infimo grado
del bruto che non ha ancora vertebre, fino al perfetto vertebrato
eroico, fino al nume metafisico che non ha più vertebre. Perchè il mito
dunque nasca, occorre l'animale; ma, perchè l'animale viva, occorre
la società. Noi abbiamo già il cielo ricco di semi; è necessario
che questo seme non cada invano, che il ricco di semi divenga padre
fecondatore, che il cielo divenga padre. Il cielo padre è il primo Dio,
il primo mito naturale. Ma dove cade il seme celeste? dove si feconda
il cielo? qual'è la sposa, qual'è la madre che il cielo feconda?
A noi viene naturale il pensare subito alla terra, e la cosmogonìa
ellenica, e alcuni Inni vedici, ne' quali cielo e terra si trovano
evidentemente invocati insieme, l'uno come padre, l'altro come madre,
rendono non solo naturale, ma necessaria questa ipotesi. Se non che,
mentre _Dyu_ è indubbiamente _il solo cielo_, vi è dubbio che la
_Prithivî_ ossia _la larga_, ch'esso feconda, non sia sempre la sola
terra. Vi sono due inni nel quinto libro del _Rigveda_, nei quali
si parla evidentemente di una _Prithivî_ celeste. Uno di questi inni
(il cinquantesimo sesto) ci rappresenta la _Prithivî_ come _la Pluvia
rallegrante che arriva_; un altro (l'ottantesimo quarto) ce la nomina
come la luminosa che versa torrenti di pioggia sopra la terra, la
quale per distinguersi non è qui chiamata _Prithivî_, ma con l'altro
suo appellativo di _Bhûmi_.[4] Qui è evidente che _Prithivî_ è la
nuvola, come la larga, la estendentesi a segno da occupare tutto il
cielo, oppure il cielo stesso nuvoloso. Ma è raro che questa _Prithivî_
celeste appaia esplicitamente distinta negl'inni vedici. _Dyu_ è più
spesso il fecondatore della terra, della larga terrena, sia col suo
proprio nome, sia sotto forma del _Dyu Parg'anya_ (lo slavo _Perkun_),
che è il vero Giove Pluvio, e come tale trovasi distintamente invocato
in alcuni Inni vedici. _Parg'anya_ vale propriamente _la nuvola tonante
e pluvia, la nuvola tempestosa e la pioggia, il Dio della tempesta_.
Il cielo Tonante e Pluvio, il _Dyu_ come _Parg'anya_ è il fecondatore
della terra, la quale perciò è venerata nell'_Atharvaveda_ col nome
di _sposa di Parg'anya_ (_Parg'anya-patnî_). Abbiamo veduto esservi
_il cielo_ ed _i cieli_, così _la pioggia_ e _le pioggie_, _la nuvola
pluvia_ e _le nuvole pluvie_; tuttavia come Dio, _Parg'anya_, al pari
di _Dyu_, è sempre un singolare. La voce di _Parg'anya_ sona bene
e vigorosa (_vâc'am parg'anyaçcitrâm vadati tvishîmatîm; Rigv._, V,
63). Esso versa il seme e fa germogliare le erbe; per esso il cielo
si riempie, e la terra si feconda (_pinvate svah-Parg'anya Prithivim
retasâ 'vati_). Mentre _Parg'anya_ tuttavia è rappresentato come
benefico fecondatore della terra, il poeta vedico, nel descrivere,
con molta verità d'immagini, il temporale, ci fa presente il terrore
degli uomini nell'udire i venti che fischiano, nel vedere gli alberi
atterrati, i lampi e fulmini che guizzano; tutto il creato è preso
di spavento, quando _Parg'anya_ si scatena; sebbene egli castighi
solamente i colpevoli, anche gl'innocenti ne hanno paura. E in questo
Dio, in questo _Parg'anya che tonando ammazza i cattivi_ (_Parg'anyah
stanayan hanti dushkritah; Rigv._, V, 83), noi abbiamo una prova
evidente che già esisteva nel primo periodo vedico, poichè l'inno
83º del V libro del _Rigveda_ a _Parg'anya_ ha per me un carattere
particolarmente antico, la superstizione ancora viva nel nostro popolo
che il diavolo si pigli l'anima di quelli che muoiono fulminati (dove
passa il diavolo lascia odore di zolfo; lo stesso odore lascia il
fulmine ove cade; quindi è naturale che si credano portate via dal
diavolo le anime dei fulminati).
Abbiamo detto che _Dyu_ il cielo è lo sposo di _Prithivî_ la larga;
abbiamo aggiunto che allo sposo della terra, al fecondatore di essa
si dà pure il nome di _Parg'anya_; ma giova aggiungere come un inno
vedico (_Rigv._, VII, 102), invece di rappresentarci _Parg'anya_ come
un _alter ego_ di _Dyu_, ce lo dice apertamente suo figlio. Sotto
questo aspetto, _Dyu_ il cielo si feconderebbe in sè stesso, unendosi
con quella _Prithivî_ celeste che abbiamo sopra ricordata, ossia
la nuvola larga, per produrre la pioggia, il temporale, il Dio del
temporale, _Parg'anya_. Sebbene adunque gl'Inni vedici non ci dicano in
modo preciso che _Dyu_ feconda la _Prithivî_ celeste come feconda la
terrena, nel trovarvi appellato _Parg'anya_ figlio di _Dyu_, abbiamo
qualche ragione probabile di supporre _Dyu_ sposo della _Prithivî_
celeste. Da prima egli si fecondò nel cielo, e poi una sua creatura,
ossia un altro sè stesso fecondò la terra. Nè solo la _Prithivî_
celeste, ossia la vasta, la distendentesi, dovettero in origine essere
la nuvola, occupante tutto il cielo, ma ancora la tenebra notturna, la
notte e la nuvola, e l'aurora, uno de' nomi vedici della quale è pure
_Urvâçî_, ossia la _larga avanzantesi_. E, come troviamo _Dyu_ che,
oltre il cielo luminoso, significa anche _il giorno_, così interpreto
pure la _Prithivî_ celeste ora pel cielo notturno, ora per la prima e
l'ultima parte del giorno rappresentate dalle grandeggianti aurore. E
mi rappresento il vedico duale _Dyavâ Prithivî_ come un equivalente di
_Mitra_ e _Varuna_, _Mitra_ il giorno, _Varuna_ il copritore notturno,
e poi l'acquoso oceano. È solamente per mezzo di questa interpretazione
che noi possiamo intendere come _Dyu_ e _Prithivî_ siano chiamati
insieme _Devaputre_, ossia _aventi per figli gli Dei_; chè il cielo
luminoso diurno e il cielo notturno e crepuscolare, che può essere
luminoso anch'esso, sono i soli veri e proprii genitori degli Dei,
ossia dei luminosi, mentre sarebbe un assurdo il supporre la terra
madre degli Dei. Di _Bhûmideva_, o _Dio della terra_, gl'Indiani
ne conobbero uno solo, il Bramino, per decreto della stessa casta
brâhmanica, e il fuoco sacrificale sua creatura; gli altri Dei sono
tutti celesti. E, quando nell'inno vedico (_Rigv._, VI, 50) si trova
congiunto _Dyaur devebhih Prithivî samudrâih_, mi parrebbe ancora nel
primo caso di vedere il cielo luminoso popolato di Dei, nel secondo il
cielo tenebroso, o notturno, o nuvoloso, e però naturalmente acquoso,
crepuscolare, mentre mi parrebbe un non senso il rappresentare la
terra acquosa per rispetto a _Dyu_, ch'è appunto celebrato come quello
che manda giù l'acqua. Non negando dunque io in alcuna maniera che la
_Prithivî_ ricordata negl'Inni vedici non sia spesso la terra fecondata
dal cielo, credo si debba nel duale _Dyavâ Prithivî_ considerare più
spesso una _Prithivî_ celeste, della quale può esser duplice, sebbene
analoga, la natura, secondo che la si consideri nella nuvola o nella
notte tenebrosa e luminosa e, come luminosa, anche nell'aurora, che
vedemmo già chiamarsi larga. Che la nuvola sia chiamata l'ampia,
la distendentesi; che la notte sia considerata come _la distesa_
(_âyatî_), lo rileviamo dall'inno 127º del X libro del _Rigveda_, in
cui la notte luminosa è cantata sotto il suo appellativo di _râtrî_:
essa caccia, per mezzo de' suoi occhi risplendenti, d'ogni parte le
tenebre; sul principio della notte, quando gli astri non brillano
ancora in tutto il loro splendore, appaiono i mostri tenebrosi, che
la notte luminosa deve tenere lontani; quando verso il mattino gli
astri notturni impallidiscono, ritornano i mostri tenebrosi; allora
è invitata l'aurora mattutina, la grandeggiante figlia del cielo, a
disperderli. La relazione, in cui sono poste in quest'inno fra loro
la notte e l'aurora, chiamate fra loro _sorelle_, e la somiglianza
dei loro ufficii, ci danno diritto a supporre la notte come figlia
del cielo al pari dell'aurora. Siccome vedemmo _Parg'anya_ esser
chiamato figlio di _Dyu_, dicemmo _Prithivî_ esser pure celebrata in
due inni vedici come la nuvola pluvia; niente di più naturale che il
considerare anche la _Prithivî_ celeste come figlia di _Dyu_. Come
poi l'aurora si congiunge con gli _Açvin_, i Dioscuri indiani, così,
nell'inno 132º dello stesso X libro del _Rigveda_, essi trovansi uniti
con la _Bhûmî_, noto equivalente della _Prithivî_, nuova analogia
che ci permette di ravvisare nella _Prithivî_ congiunta con _Dyu_ un
essere celeste. E questa probabilità cresce, osservando come nello
stesso inno 132º, nel quale s'incominciano a celebrare _Dyu_ e _Bhûmî_
(altro nome di _Prithivî_), in relazione con gli _Açvin_, dei quali
l'uno è in particolare relazione col giorno, l'altro con la notte,
si cantano pure _Mitra_ e _Varuna_, dei quali il primo regge il cielo
diurno, l'altro specialmente il cielo crepuscolare e notturno. Quando
poi i due cieli, il _Dyu_ per eccellenza, il cielo diurno, e il _Dyu_
notturno si riuniscono, abbiamo un essere supremo, che, come mascolino,
si chiama _Divaspati_ (una specie di _Diespiter_), ossia _Indra_,
e come femminino si chiama _Aditi_. _Indra_ si vede venir fuori dal
_Dyu_, dalla _Prithivî_, _dall'oceano, dal cielo nuvoloso_ (_Rigv._,
IV, 20); è evidente che in queste sedi del Dio _Indra_ si enumerano
tutti gli aspetti del cielo. Ma la parola _Dyu_, _div_, non fu solo
un mascolino, ma anche un femminino; questo femminino prese nel mito
il nome speciale di _Aditi_, ossia la infinita, indestruttibile vôlta
celeste, la luminosa insieme e la larga, la madre degli Dei luminosi,
degli _Adityas_. Essa è pure la madre di _Mitra_ e _Varuna_. Un inno
(_Rigv._, IX, 97), dopo avere invocato il padre Cielo (_Dyaushpitar_),
la madre _Prithivî_ (_Prithivî matâr_), il fratello fuoco, gli otto
_Vasavas_ luminosi reggitori del mondo, e gli eroici _Adityas_ o
figli di _Aditi_, invoca finalmente _Aditi_ come la Dea celeste
che comprende in sè sola tutti gli Dei. Come madre dei venti (_mâtâ
rudrânam_), che finalmente essa viene in un inno salutata (_Rigv._,
VIII, 90), e sorella degli _Adityâs_ e figlia dei _Vasavas_, essa non
può essere che una personificazione celeste. La _Prithivî_ pertanto
ch'essa rappresenta mi sembra ancora dover essere una figura del cielo.
Noi abbiamo già rammentati _tre mondi_, e _tre cieli_, o luminosi;
dobbiamo aggiungere che gl'Inni vedici distinguono pure tre _Prithivî_,
ossia _tre larghe_: una risponde al cielo altissimo, l'altra al cielo
medio, la terza al cielo infimo; questa terza _Prithivî_ può essere
la terra nostra, ma tuttavia ne dubito, per quanto questa _Prithivî_
sia originaria produttrice di Dei e di miti. Chè, se accennammo come
il trimundio vedico sia già diviso in etere celeste, aria e terra, e
come in ciascuno di questi tre mondi i poeti vedici della decadenza
collocarono undici Dei, ho pure avvertito come questa enumerazione
fosse capricciosa ed arbitraria. Il terzo mondo, il terzo cielo,
la terza _Prithivî_, sono figurati per l'amore del numero tre; nato
questo terzo mondo, questo terzo cielo, questa terza _Prithivî_, era
naturale che si pensasse alla terra, come produttrice alla sua volta
di Numi. Che la terra avesse fin dalla più remota antichità vedica
carattere sacro e venerando, non può essere messo in dubbio; essa era
chiamata _matâr_. Questa parola vale propriamente _la produttrice_; ma,
significando perciò anche _la madre_, dimenticato il senso etimologico
della parola, si vide solamente più in essa _la madre_, e come madre i
poeti vedici le parlarono con quel linguaggio tenero ed affettuoso con
cui si suole parlare ad una madre. Manu ha pur detto che _la madre è
un'immagine della terra_.
Immaginatosi quindi un terzo cielo, prossimo alla terra (forse il
cielo delle nuvole e dell'aurora, il più vicino alla terra), gli Dei di
questo terzo cielo si unirono con la _Prithivî_ loro corrispondente,
la quale suppostasi quindi essere la terra stessa, questa diventò
alla sua volta sede amata degli immortali, i quali posero pur amore
alle figlie della terra, come ce lo provano le leggende del periodo
brâhmanico. Ma la terra che raccolse alcuni Dei, non ne ha creato
alcuno vivace, nella sua forma originaria. E s'io ho tanto insistito
su questo punto e se vi insisterò ancora un altro poco, non ho bisogno
di dichiararvene il motivo, dopo il principio che abbiamo posto, tutti
gli Dei primitivi essere nati nel cielo. S'io potessi ammettere che la
_Prithivî_ del duale vedico _Dyavâ-prithivî_ è sempre la terra, dovrei,
per questa sola interpretazione, alterare tutto il carattere della
mitologia vedica. Ma quello che abbiam detto sembra darci il diritto
di distinguere negl'Inni vedici una _Prithivî_ celeste che concorre
essa stessa a produrre Numi e miti, dalla _Prithivî_ terrestre, la
terra, la quale non fa altro se non ricevere i beneficii del cielo,
e però della stessa _Prithivî_ celeste, per diventare alla sua volta
benefattrice degli uomini. Escluso pertanto dal nostro studio quello
che non appartiene propriamente al mito, vediamo ora come il cielo si
manifesti negl'inni vedici in congiunzione colla _Prithivî_ celeste.
_Dyu_ è il luminoso, _Prithivî_ è la larga; la luce si propaga nello
spazio. Senza spazio non vi è splendore; lo splendido e la larga ci
danno insieme tutto il cielo nel suo colore e nella sua estensione.
Il giorno ha bisogno per riuscir pieno di occupar tutto lo spazio
celeste; così pure la notte non è compiuta se non quando tutto il cielo
s'è popolato di stelle. Sotto questo rispetto, avremmo due luminosi
e due larghe celesti, il luminoso diurno e il luminoso notturno, la
larga diurna e la larga notturna. Noi avremmo congiunte più tosto due
qualità del cielo stesso, che due mondi diversi; la luminosa larga
diurna, la luminosa larga notturna; e le due qualità considerate come
femminine (osservo come _Dyu_ staccato da _Prithivî_ appare mascolino,
mentre _Dyavâ_ congiunto con _Prithivî_ si manifesta un femminino)
costituirebbero la Dea universale _Aditi_ (_Dyavâ-Prithivyau_ è nel
_Nighantu_ un sinonimo di _Aditi_), come le due qualità interpretate
quali mascolini ci darebbero il Dio diurno come notturno Indra, il
signore del cielo per eccellenza, nel giorno del pari che nella notte.
Noi abbiamo tuttavia fin qui proceduto anzi che per dimostrazioni
dirette, per ragione di analogia ad argomentare della natura propria
della vedica _Prithivî_ congiunta con _Dyu_ mascolino, con _Dyavâ_
femminino. Vediamo ora più dappresso negli stessi inni del _Rigveda_
la natura propria della mitica _Prithivî_; nell'inno 159º del I libro
del _Rigveda_, _Dyavâ-prithivî_ appaiono come due sorelle gemelle,
insieme coabitanti. Nell'inno seguente, _Dyavâ-prithivî_ sono chiamate
insieme _rodasî_, quasi due fiumi di ogni abbondanza, capolavoro del
_più operoso degli Dei_; da entrambi gl'inni non si rende tuttavia
chiaramente manifesto se la _Prithivî_ sia la terrena o la celeste.
Ma, nella prima strofa dell'inno 185º dello stesso libro, sembra già
identificarsi il duale _Dyavâ-prithivî_ col duale _ahanî_, che vale
propriamente i _due giorni_, ossia le due parti del giorno, la luce del
giorno e la luce della notte stellata lunare (o quella dell'aurora).
Come si potrebbe domandare che cosa sia stato prima fra il giorno e
la notte, il poeta vedico si esprime, rispetto a _Dyavâ-prithivî_, nel
modo seguente: «Delle due, quale è la prima, quale la seconda; come son
desse nate? o poeti, chi lo sa? esse, in verità, sostengono il tutto,
quando il giorno e la notte, come una rota, vanno girando. Le due che
non si muovono, sostengono molti che si muovono; le due non andanti
(o prive di piedi, prive di andanti) portano molti che vanno (ossia
forniti di piedi, di andanti); come sempre il figlio presso i suoi
parenti, o _Dyavâ-prithivî_, liberateci dal male.» Poco dopo si dice
che _Dyavâ-prithivî_ hanno gli Dei per figli, e che stanno entrambe fra
i due giorni divini (ossia, come aurore crepuscolari, le rive celesti,
fra il giorno e la notte). Ma la relazione fra _Dyavâ-prithivî_ e
il cielo diurno e il cielo notturno, ossia fra il giorno e la notte
che s'incontrano nel mattino e nella sera, mi sembra evidente in
quest'altro versetto: «Sempre giovani s'incontrano le due sorelle
gemelle presso i loro parenti, arrivanti al punto medio dell'universo.»
Evidentemente abbiamo qui in _Dyavâ-prithivî_ due esseri femminini, che
senza muoversi dal loro posto salgono più alto per ritrovare il supremo
polo, il _pitror upastha_: a questo supremo polo, o umbilico celeste,
non possiamo concepire ascendente la terra, mentre è naturalissimo
l'immaginare ch'esso sia il punto medio della notte come il punto
medio del giorno. Le _Dyavâ-prithivî_ a mezzogiorno e a mezzanotte
ritrovano nel cielo la _yoni_ o vulva materna, onde si svolsero gemelle
(_sayonî_) ed il _pitror upastha_, da cui furono generate.
E ancora ritroviamo una _Prithivî_ celeste in quelle due
_Dyâvâ-prithivî_ larghe, solide, vaste, invocate per ordine, genitrici,
di bell'aspetto, che custodiscono l'ambrosia. Chè, se le leggende
posteriori brâhmaniche fanno discendere l'ambrosia, l'acqua della
vita, sopra la terra, ove gli eroi fortunati la sottraggono ai draghi
guardiani, la vera, originaria sede dell'ambrosia è il cielo. L'inno
si termina, pregando _Dyavâ-prithivî_ d'essere padre e madre, ossia
protettore completo per i loro devoti invocatori. In tutto l'inno non
abbiamo un solo indizio d'una _Prithivî_ terrena, nè un solo epiteto
che non possa convenire alla _Prithivî_ celeste. Nell'inno 40º del
II libro del _Rigveda_, _Dyu_ e _Prithivî_ sono considerati come
creature degli Dei _Soma_ e _Pûshan_, i custodi di tutto l'universo
e della divina ambrosia; nell'_amritasya nâbhi_ di _Soma_ e _Pûshan_
è agevole il riconoscere l'_amrita_ od ambrosia, di cui vedemmo già
_Dyavâ-prithivî_ custodi, e il _nâbhi_ supremo, a cui nel loro apogeo
_Dyavâ-prithivî_ arrivano. E della natura primeva celeste degli Dei
vedici _Soma_ e _Pûshan_ non è lecito il dubitare. Nell'inno 41º del
II libro del _Rigveda_, _Dyâvâ-prithivî_ s'invocano perchè cerchino
fra gli Dei l'offerta sacrificale arrivante fino al cielo, e gli Dei
perchè si veggano fra loro; non mi par possibile qui immaginare la
terra come messaggera; e mi convien perciò supporre una _Prithivî_
messaggera celeste. Nell'inno 55º del IV libro, _Dyavâ-bhûmî_
equivalenti di _Dyavâ-prithivî_ s'invocano insieme coi _Vasavas_, con
_Aditi_, con _Mitra_ e _Varuna_, ossia con persone mitiche di certa
origine celeste. E, in un'altra strofa dello stesso inno, come a
definirci meglio il carattere di _Dyavâ-bhûmî_ dopo la materna _Aditi_
si nominano i due giorni, ossia il giorno e la notte, l'aurora e la
notte (_ahanî-Ushâsânaktâ_). Nell'inno 70º del VI libro del _Rigveda_,
le _Dyavâ-prithivî_ sono le fornite di burro, le larghe, le belle,
le melliflue, le ricche di seme, tutti attributi che convenendo al
celeste _Dyu_ potrebbero pure convenire ad una _Prithivî_ celeste;
ma quegli epiteti di _ghritaçriyâ_, _ghritapric'â_, _ghritâvridhâ_,
ossia godente nel burro, saziantesi nel burro, accrescentesi nel burro,
riferiti alla terra, non si sa troppo quanto le si appropriino, mentre
si comprende come la _Prithivî_ ambrosiaca celeste (il burro, il miele
e l'ambrosia assimilandosi) possa in tal modo denominarsi. Quando
l'ultimo inno del settimo libro prega la _Prithivî_, perchè liberi dal
male che viene dalla _Prithivî_ e l'atmosfera dal male che viene dal
cielo, è possibile che si tratti della terra e dei mali che possono
all'uomo derivare dalla terra. Ma quando il Dio _Indra_, nel sesto inno
dell'ottavo libro, estende come una pelle le due _rodasî_, e come esse
sono chiamate _Dyavâ-prithivî_, in queste _rodasî_ che si distendono a
piacere di _Indra_, in queste due vesti acquose che coprono il cielo,
in questi due oceani celesti che _Indra_ allarga, in queste due rive,
spesso luminose, ch'egli supera, non possiamo riconoscere che il cielo
diurno e il cielo notturno, il cielo luminoso e il cielo tenebroso o
nuvoloso, o le due estremità luminose del cielo. La luce, la tenebra,
la nuvola, l'aurora sono elastiche, ed _Indra_, il signore del cielo,
le può a suo piacere distendere; _Indra_ che allarga la terra non
si potrebbe spiegare. È incerto, se si debba vedere la _terra_ nel
58º inno del X libro del _Rigveda_,[5] che tradurrò per intiero. È
un inno funebre, in onore del morto Subandhu: «Poichè l'anima tua se
ne andò lontano presso Yama, figlio di Vivasvant (il Dio dei morti),
perciò noi ce ne ritorniamo qua ad abitare ed a vivere. Poichè l'anima
tua se ne andò lontano nel cielo, nella _Prithivî_, nella _Bhûmî_
dai quattro angoli, ne' quattro punti dell'orizzonte, nell'oceano
acquoso, ne' lampi,[6] nelle acque, nelle erbe, nel sole, nell'aurora,
ne' monti giganteschi, in tutto il mondo, negli estremi confini; e
poichè l'anima tua se ne andò lontano in quello che fu, in quello
che sarà (ossia, poichè non è più presente), noi ce ne ritorniamo
qua ad abitare, a vivere.» Da questo interessante inno panteistico
si comprende che l'anima del morto si disperde in tutto l'universo;
ma, poichè ogni versetto ci fa sapere che si disperde lontano, dubito
che la _Prithivî_ e la _Bhûmî_ non sia qui la terra, come le acque
e le erbe, in cui l'anima del morto passa, debbono essere le acque
e le erbe mitiche, ossia originariamente celesti e luminose. E tanto
più ne dubito, poichè gli altri Inni funebri vedici consegnano alla
terra ed al fuoco sotterraneo malefico il corpo, ma non mai l'anima,
la quale invece viaggia, e viaggia in alto, e viaggia lontano, sulla
vetta delle alte montagne, ove l'aurora si mostra, nella sfera luminosa
del sole, a traverso le stelle, nel mondo lunare, ne' quattro punti
cardinali. L'anima divien genio, e quel genio ama le forme più lievi,
le sedi più elevate; se esso penetrasse subito nella terra opaca non
potrebbe più muoversi, nè fare altri viaggi, secondo la sua mobile
natura. Io m'induco pertanto a credere che anche in quest'inno funebre
la _Prithivî_, la _Bhûmî_ lontana che l'anima del morto visita, è una
_Prithivî_, una _Bhûmî_ celeste.