La lingua latina ha conservato nelle voci _divum, dium,_ il

primo significato della parola _deus_; ma ha perduto il verbo che

esprimeva l'idea elementare di quella parola, ricorrendo ad altre

radici per rappresentarlo. Le lingue slave hanno conservato quel

verbo, ma modificandone alquanto il significato; _divo_ in russo è

_la meraviglia_, _divitj_ vale _meravigliare_. La lingua sanscrita

ha vivacissima, mobile e flessibile nella coniugazione come nella

declinazione l'antica radice, dalla quale si svolse la parola _devas_:

le radici _dî, dîp, dîv, div, dev,_ significano tutte _splendere,

brillare, abbagliare_. Dalla radice _div_, splendere, abbiamo poi il

nome mascolino e femminino _div (dyu, dyo, dyâu)_, il neutro _divam_,

il mascolino _divasas_, il neutro _divasam_, che valgono _cielo_

e _giorno_, come _lo splendido_ (cfr. il mascol. e neutro _dinas_,

il neutro _dinam_, che valgono giorno), i femminini _dyut, dyuti_,

i neutri _dyumnam, dyotanam_, splendore, e parecchi altri derivati

contenenti tutti l'idea medesima. Da _div_, che vale _cielo_ come

luminoso, proviene nella lingua vedica l'aggettivo _deva_, ossia

_celeste_, ossia propriamente appartenente al luminoso, e quindi

luminoso esso stesso. Dall'aggettivo _deva_, celeste, si formò quindi

il sostantivo mascolino _devas_, il celeste, il Dio. È dunque evidente

che il Dio primitivo fu un essere celeste, e che conviene perciò

ricercarlo solamente nel cielo. Tutti gli argomenti che si possano

portare contro la nostra interpretazione de' miti, non valgono a

distruggere questa verità fondamentale: il Dio primitivo fu concepito

soltanto come un essere _celeste_; anzi, fu chiamato _il celeste_. E

poichè il _cielo_ è un campo vasto, animato da molti esseri, da molti

aspetti diversi, da molti fenomeni singolari, così vi sono _molti

celesti_, ossia _molti Dei_, senza alcuna necessità assoluta che vi

sia _un solo celeste_, un _celeste_ sovrano, quando questo celeste per

eccellenza non sia il cielo stesso. E noi vedremo, per l'appunto come,

nella mitologia vedica, il celeste principale, il Dio per eccellenza

sia divenuto il cielo medesimo, col sole e la luna che si suppongono

suoi reggitori nel giorno e nella notte. Ma dall'essere, come abbiamo

veduto, il _devas_, in origine, non un sostantivo, ma un semplice

aggettivo, ne viene tolta la necessità che i molti abbiano principiato

da uno che fosse primo e sopra tutti; o, se un principale vi ebbe ad

essere, esso fu, lo ripeto, necessariamente il cielo o il celeste per

eccellenza, coi più splendidi animatori del cielo, il sole e la luna.

S'intende che noi parliamo ora della primitiva mitologia, e non di

quella che si svolse non solo nei periodi della vita brâhmanica, ma

nello stesso ultimo periodo vedico, in cui incominciano a disegnarsi,

col sistema delle caste nella società umana, per opera di riflessione,

le teogonìe e cosmogonìe celesti.

Come sarebbe dunque temerario il giudicare tutta la mitologia

vedica dalle ultime rappresentazioni della divinità che s'incontrano

negli Inni vedici, così sarebbe ora per noi temerario non meno il

rappresentare tutti i miti vedici secondo la loro sola forma più

elementare originaria. Senza che abbiamo bisogno di ricorrere al

Brâhmanesimo per ritrovare una mitologia diversa, nella stessa

letteratura vedica è agevole lo scorgere la esistenza di parecchi

strati mitologici, sebbene il determinarli in modo preciso sia lavoro

non solo difficile, ma quasi impossibile. La loro esistenza tuttavia

non può essere messa in dubbio, come non si mettono più in dubbio, dopo

i dotti lavori de' professori Weber e Max Müller sopra la storia della

letteratura vedica, i diversi periodi percorsi da questa letteratura.

Degli Inni vedici, gli uni non sono altro se non canti di entusiasmo o

di terrore innanzi alle forze benigne o maligne della natura. In altri

inni, queste forze sono divenute vere persone poetiche, col loro dramma

e col loro carattere. In altri abbiamo il Nume ora immagine d'una

realtà poetica, ora astrazione ideale nata sopra l'immagine, invocata

dal cielo a proteggere il suo devoto, intervenendo ne' suoi sacrificii,

nelle sue opere pie, nelle sue imprese terrene. In altri finalmente

il Nume in persona od in ispirito ideale è disceso in terra, passa

nel fuoco sacrificale, nell'ostia consacrata; l'idolatria incomincia.

Perciò si può dire che la mitologia vedica può offrire armi a tutte

le dottrine, a tutte le credenze, quando si voglia ammettere che sia

lecito isolare in uno studio storico un'idea secondaria dalle cause

e dalle forme anteriori, dalle quali si svolse, per giudicare sopra

quella sola idea una civiltà molto complessa e due volte millenaria.

Ma, non potendo definire i multiformi strati mitologici dell'età

vedica, anco perchè non incomincia l'uno dove l'altro cessa, ma spesso,

invece, si frammettono, si concatenano, si confondono insieme, gioverà

solamente avvertire come la mitologia vedica si rappresenta a noi in

due larghe forme distinte, secondo che i miti sono nati o meditati.

Suolsi chiamare spontaneo il periodo inventivo, poichè il mito si crea

in esso involontariamente e quasi inconsciamente; nel secondo periodo,

invece, sebbene l'uomo segua ancora un suo istinto che lo porta a

meditare il creato, in quest'opera egli è più attivo che passivo. Sorge

in questo periodo su basi mitiche umiliate fino all'uomo un edificio

religioso, nel quale l'uomo suo autore, in parte consapevole, inalza

sè stesso e si solleva a concepire e ad operare il divino. Chè se poi

il tempio si popola di ciechi idolatri, i quali, incurvandosi, non ne

vedono più le cime, ciò basta a provarci come le religioni, al pari

delle mitologie, hanno un periodo poetico ascendente, ed un periodo

fatale di discesa, nel quale il cielo luminoso si restringe e si

chiude. Negl'inni troviamo il mito che principia e che finisce, e la

religione brâhmanica che dove questa età mitica finisce, incomincia

a disegnarsi. Ma, lo ripeto, sarebbe un errore il domandare a quel

solo momento che possiamo dir postumo, l'interpretazione di tutti

i miti vedici, come il domandare la soluzione di tutte le formole

religiose brâhmaniche ai primi idillii figurati da un popolo di pastori

nell'Olimpo vedico.

Io vorrei dunque, in questa nostra ricerca, entrare in materia seguendo

i metodi adottati dal Preller ne' suoi eccellenti trattati di Mitologia

greca e latina, e la stessa sua distribuzione di capitoli, a fine di

rendere più agevoli a quelli di voi che volessero quindi istituire

un confronto fra le tre mitologie, i riscontri. Ma, come non si può,

almeno per ora, insegnare la lingua indiana con lo stesso ordine con

cui s'insegnano le lingue classiche, poichè la grammatica sanscrita è

retta da una fonetica bene distinta, perfettamente analitica, ordinata,

rigorosa, completa, motivo per cui questo singolare carattere di

perfezione la fece, al primo suo manifestarsi in Europa, stimare la

lingua madre di tutte le così dette indo-europee, non mi sarebbe,

all'incontro, possibile descrivervi l'Olimpo vedico, con quell'ordine,

con cui potrei rappresentarvi il greco, e, sebbene più indeterminato,

il latino; poichè, oltre i caratteri nazionali che distinguono le due

mitologie indiane, la vedica che ci occupa e la brâhmanica che potrà

occuparci un giorno, vi sono nella mitologia vedica come nella lingua

sanscrita i caratteri di un mondo che l'Ascoli chiamò _proto-ariano_,

per rintracciare i quali ci è necessario uscire da' soliti sistemi

della mitologia scolastica. I trattati di mitologia suppongono l'Olimpo

come fatto d'un solo pezzo, nel quale ogni divinità è un essere

compiuto. Vi sono Dei maggiori e Dei minori; vi sono genealogie molto

minute, sebbene, secondo le fonti, alle quali si voglia attingere,

molto spesso fra loro contradittorie; i poeti greci e latini conoscono

perfettamente le gerarchie e i cerimoniali dell'Olimpo e li cantano, e

spesso li adornano con la loro vivace fantasia; e i nostri trattatisti

pigliano talora la fantasia d'un solo poeta, greco o latino, come

sicuro indizio di una singolare forma mitologica. Nel numero di questi

non è il Preller, il quale, erudito e critico, reca ed ordina le

notizie de' miti greci e latini, secondo che le trova riferite negli

scrittori dell'antichità, ma più tosto per farci conoscere quello che

l'antichità pensasse o dicesse de' suoi miti, che per indagarne egli

stesso la vera natura o abbellirli a noi col prestigio di una eloquenza

artificiosa. È questo il pregio principale, per quanto ne pare a me, di

que' suoi dotti lavori, ed è, per questo riguardo, ch'essi mi paiono

degni d'esservi raccomandati. Ma la poesia vedica, nella quale tutta

la primitiva mitologia indiana, di cui sia a noi giunta notizia, è

contenuta, non ci permetterebbe, ripeto, un metodo conforme a quello

seguito dal Preller. La mitologia greca, per mezzo degli artisti e

poeti greci, diventò un'opera d'arte. L'Olimpo, malgrado le ire, le

gelosie, le vendette, le passioni elleniche, in somma, che dividono,

fra loro, gli Dei, presenta, per mezzo dell'arte, un carattere estetico

d'unità morale che lo governa tutto. L'Olimpo vedico manca di questo

carattere estetico, che regge invece in età posteriore, per mezzo della

teologia, l'Olimpo brâhmanico. E, con ciò, non intendo argomentare

che l'Olimpo brâhmanico sia più alto o più perfetto del vedico, ma

solamente ch'esso è più sistematico, e che si lascia perciò meglio

esporre, poichè il suo quadro essendo più limitato, per quanto vi

appaiano figure mostruosamente gigantesche, può essere minutamente

descritto in un trattato scolastico, come in un catechismo religioso.

La casta dei Brâhmani, come ne fu l'autrice, così volle essere

l'artigiana, o l'artista che si abbia a dire, della seconda mitologia

indiana. E questa si va quindi ancora insegnando nell'India; e questa

udrete spesso ancora rammentare in Europa, ove divenne popolare

la famosa indica Trinità, col suo Brahman creatore, col suo Vishnu

conservatore e proteggitore, e col suo Çiva distruggitore; e per quanto

incomplete, e in parte false, siano tali nozioni, s'accettano, si

ricordano, si divulgano, perchè chiare, facili ed assolute.

Nell'Olimpo vedico, invece, vi è un po' d'anarchia. Il Dio più eroico,

Indra, riceve da' suoi devoti molte lodi, ma la sua potestà in cielo

non gli costituisce ancora alcuna beatitudine; egli è lodato, è grande,

quando opera, ossia quando esso è congiunto col fenomeno fisico, da

cui si svolge; ma, dov'egli non opera, il suo prestigio cessa. Nel

periodo brâhmanico invece, nel quale Indra non opera quasi più, i

poeti si occupano a descriverci il paradiso, in cui il Dio Indra,

disoccupato, siede e regna glorioso. Negl'Inni vedici i miti si fanno;

ne' poemi brâhmanici in parte si disfanno, in parte si incrostano e

determinano con formole precise; il mito diventa dogma; e il dogma,

com'è infallibile, così diviene immobile. Negl'Inni vedici non abbiamo

ancora nè formole artistiche, nè formole religiose; gli Dei vi si

muovono tanto più liberi, quanto più lieve e mobile è la persona che

assumono. Talora abbiamo il semplice fenomeno fisico nel suo aspetto

più naturale; talora il fenomeno che passa, piglia una forma personale;

passa il fenomeno, anco la persona scompare e nessuno più la ricorda,

e nessuno pensa più a venerarla, finch'essa non si ripresenta in un

modo conforme ed analogo; ed è solo nella frequenza delle sue epifanie

che si disegna una figura mitica, alla quale si dà un nome che col

tempo diviene un nume. Con tale sembianza che i miti ci danno per lo

più di sè negl'inni vedici, sarebbe egli lecito a noi fissare in modo

preciso i contorni di quegli Dei, illustrarli, colorirli, animarli,

come persone complete? Questo non ci sembra il dritto nostro. Questo fu

bene il dritto di quel popolo stesso che avea creato i miti, il quale,

associandoli fra loro, collegandoli, appassionandoli e raccontandoli,

ridusse i fatti mitici all'unità dell'epopea, e coi frammenti delle

molteplici figure assunte dal fenomeno luminoso celeste compose e

foggiò lo splendido eroe che fa cose straordinarie. Questo, se non fu

il diritto, fu almeno l'arbitrio delle caste sacerdotali, le quali,

approfittando della meraviglia del popolo che i fenomeni naturali avea

trasformati in fatti sovrannaturali animati da una potenza divina,

separò il Dio dal suo fenomeno celeste e lo sollevò più in alto come un

ente puro, salvo poi ad abbassarlo nella sembianza di un idolo sopra

gli altari. Io non ho qui autorità nè voglia di disegnarvi alcuna mia

teologia sopra gli Dei vedici; non potrò quindi offrirvi un Dio vedico

che abbia tutte le virtù teologali; nè mi dovreste perdonare, se io

per amore dell'arte e per la scienza del poi, che mi rende accorto

come le epopee popolari si svolsero dalle mitologie, nello studio che

mi farò d'esporvi la mitologia vedica, tentassi di farvi apparire

gli Dei vedici, non quali possano offrirli a noi gli antichi inni,

ma poetici e compiuti quali si trasformarono successivamente nella

fantasia popolare. Con questi avvertimenti preliminari, io intendo

dunque, indicandovi la via che terrò, premurarvi contro la noia che io

possa molto involontariamente arrecarvi nel corso di queste letture.

Noi faremo più spesso della chimica, o se più vi piace, dell'anatomia,

che della poesia. I nostri Dei sono spesso poveri moncherini, e

dovremo, per rimettere insieme qualche organismo vivente, andarne

spesso cercando qua e là i frammenti. Io ho bisogno che mi secondiate

in questa minuta indagine, poichè non avrebbe nessuna utilità lo

studio presente, se io non avessi la fortuna di vedervi pigliar parte

animata a questa ricerca. A chi poi voglia riscontrare il valore di

queste nostre indagini e non abbia modo di approfondirle da sè sopra

gli stessi testi vedici, io mi credo in debito di far noto, come

una gran parte de' materiali, de' quali io dispongo, è quella stessa

che un dottissimo indianista scozzese, il signor John Muir, recò già

fedelmente tradotta nel quinto volume della sua bella raccolta dei

_Sanscrit Texts_. Dichiarati così i nostri intendimenti, possiamo

tentare di metterci in via.

Un inno vedico si esprime così: «Veneriamo i grandi, veneriamo i

piccoli, veneriamo i giovani, veneriamo i vecchi (Dei); agli Dei, se

è in poter nostro, sacrifichiamo.» Ora questa distinzione che si fa

già nel _Rigveda_, di Dei grandi e di Dei piccoli, di Dei giovani e di

Dei vecchi, giova pure a noi per incominciare qui ad occuparci degli

Dei meno divini, di quegli Dei anonimi, che gl'Indiani chiamavano

confusamente con un solo nome _Viçve devâs_ (_Tutti Dei_), cui facevano

un solo sacrificio in comune, come il Calendario cattolico ha destinato

nell'anno un giorno solo festivo per tutti que' Santi (_Ognissanti_),

ai quali non può concedere il privilegio di una festa speciale in

loro gloria. Quanti fossero quegli Dei è difficile determinare.

Parecchi Inni vedici, riconoscendo tre mondi, la terra, l'aria, il

cielo, quando non parlano di centinaia e di migliaia di mondi, con

metodica giustizia distributiva collocano undici Dei sopra la terra,

undici nell'aria, undici in cielo. Ma da questi trentatrè Dei anonimi

si separano talora, e si nominano quindi distintamente alcune altre

divinità maggiori; così che que' trentatrè, presi insieme, riescono

per lo più soltanto genii, spiriti, espressioni ideali senza figura,

anzichè persone mitiche, con carattere individuale spiccato. Negli

Dei poi che si suppongono presiedere ai sacrificii, non vi è neppure

più il genio, ma si adorano le parti materiali del sacrificio stesso,

come i Cattolici baciano ancora le sacre soglie, le porte sante, le

sacre colonne, i sacri altari, i sacri arredi, i sacri strumenti che

concorrono a celebrare il sacrificio divino. Lo stesso culto idolatrico

che i Cattolici prestano non solo al sacrificio, ma alle parti, delle

quali il sacrificio consta, si ritrova assai più minuto, o preciso e

rituale, nell'ultimo periodo vedico.[2] Moltiplicato così senza fine il

numero degli esseri divini, a ciascuno de' quali il _Rigveda_ attribuì

pure la sua forma femminina, ossia una Dea compagna, i devâs perdettero

pure, nel loro aspetto collettivo, ogni loro importanza, in modo che

non solo si isolarono dagli Dei massimi, ma si rappresentarono pure

come avversi ad essi. Un inno del _Rigveda_ ci fa sapere come tutti gli

Dei combatterono Indra. Nel _Yag'urveda nero_, gli Dei si rappresentano

come _abitatori della terra_, che rubano l'offerta sacrificale, che

recano danno ai sacrificatori. Nell'_Atharvaveda_, il fuoco sacrificale

è pure invitato a cacciare gli Dei. A questo punto, al quale ci

conducono gli stessi Inni vedici, in cui cioè gli Dei stanno già in

terra, e rimuovono gli uomini dalle opere pie che devono conciliar

loro la grazia de' luminosi celesti, noi vediamo staccarsi la religione

iranica dalla vedica. Il _deva_ indico diviene lo zendico _daeva_, un

vero genio maligno, mentre invece l'_asura_, lo spirito, e specialmente

lo spirito maligno, demoniaco dell'India vedica diviene lo zendico

_Ahura_, il genio buono, che entra nel nome di _Ahura-mazda_, ossia

Ormuzd. Il moltiplicarsi infinito dei _devâs_ vedici nocque dunque alla

loro gloria; poichè nel moltiplicarsi, discesi in terra, degenerarono,

e riuscirono finalmente a combattere contro la loro propria primitiva

natura. Il _deva_ non risplende se non in cielo; abbassato sulla

terra, incomincia col diventar idolo; e l'idolo diviene finalmente

mostro. Questo è l'ultimo aspetto che ci rappresentano i vedici

devâs nella fantasia popolare. Ma quasi contemporaneamente, per un

altro ordine d'idee, con l'idolo terreno, sopra il Dio reale celeste,

divenuto ideale, si produce il nume astratto dei _devâs_, che godono

nell'alto, onnipotenti, amici de' mortali ad essi devoti, che ascoltano

le preghiere, che ne appagano i desiderii, e (secondo il _Çatapatha

Brâhmana_) ne indovinano i pensieri, contro ai voti dei quali è vano

ribellarsi, che amano l'ambrosia, e perciò sono immortali (e i mortali

che si cibano di ambrosia, non solo divengono ancor essi immortali, ma

acquistano il privilegio di conoscere gli Dei). Nello studio di queste

nozioni vediche intorno agli Dei di un periodo mitico di decadenza,

fondarono evidentemente i Brâhmani la loro teologia e religione

gangetica. È questa parte, per così dire, ora brutale, ora spirituale

e metafisica della mitologia vedica, la quale si trova sparsa qua e là

negl'Inni vedici, che i Brâhmani si proposero d'illustrare e ridurre

ad unità. Perciò la letteratura di commento ai Vedi rappresentata

dai Brâhmana, dalle _Upanishad_ e dai _Sûtra_, e i sistemi filosofici

vedantini, che si mostrano indifferenti ai miti propriamente detti,

raccolgono scrupolosamente dagl'Inni vedici tutto ciò che può giovare a

costituire dommi religiosi e riti sacrificali corrispondenti. La così

detta cosmogonia vedica appartiene pure a questo periodo secondario,

e quegli _Dei, nella prima età de' quali_, secondo un inno vedico,

_dal non essere fu creato l'essere_, non sono più figure di fenomeni

fisici, ma forze arcane, ideali, già dominanti metafisicamente la

materia. Appartiene pure a questo periodo la produzione di numi come

_Prag'âpati, Brahmanaspati, Purusha, Brahman_, e simili figure astratte

del Dio, delle quali avremo, al fine del nostro studio, a considerar

la natura specifica. Intanto ho creduto mio dovere, innanzi di entrare

ne' miti vedici, accennarvi a tutto ciò che si mescolò con essi, senza

avere con essi analogia di origine e di carattere. Quando il deva

discende a terra, abbiamo veduto ch'esso perde la sua prima e propria

natura mitica; quando egli diviene nel cielo un'astrazione, e non

corrisponde quasi più ad alcuna forma fisica, incomincia la religione,

e finisce la mitologia vedica; esclusi dalla quale gli elementi che

non le sono proprii e caratteristici, il nostro studio diviene più

semplice, e, s'io non m'inganno, più efficace; e possiamo ancora

noi affacciarci la grave e consueta, ma un po' oziosa questione che

preoccupa la storia d'ogni antica religione: se cioè nell'età vedica

domini il Monoteismo od il Politeismo. Per risolvere tale questione

dobbiamo dunque semplicemente distinguere l'età vedica in tre periodi:

il più antico, assolutamente politeistico, ci offre gli Dei fisici; in

un periodo secondario, gli Dei fisici pigliano persona eroica; in un

terzo periodo, appare il Dio uno, ossia il Dio metafisico, che nasce

generalmente al di fuori degli Dei personali, sopra un nome che non

appartiene ancora o non appartiene più ad alcuno; si crea allora il Dio

per l'attributo, e non più l'attributo pel Dio.

Ritornando, quindi, al nostro primo asserto, nel principio si adorarono

le sole forze e forme singolari e molteplici della natura; ma, se

nell'Olimpo vedico si vuol rappresentare con una sola parola tutti gli

Dei, non troviamo altro centro di unità all'infuori del cielo. Così,

nel nostro linguaggio, siamo ancora soliti ad invocare il cielo come

sommo nostro protettore. Più spesso che il nome di Dio, il quale non

può essere proferito invano, le nostre donnicciuole pregano _il cielo_,

perchè faccia le grazie da loro desiderate; il cielo rappresenta,

per esse, l'Onnipotente. Il cielo deve accompagnare gli amici che si

mettono in viaggio, e s'impreca avverso ai nemici; _per amor del cielo_

si supplica; ed è _il cielo_ che ci deve guardare dal fare il male.

La nozione del cielo come sede del divino, passata nel primo versetto

della Orazione domenicale cristiana, è più antica del Cristianesimo.

Invocando il cielo, noi, se pensiamo a qualche cosa (il più spesso

non pensiamo a nulla), ci raffiguriamo la sola vôlta azzurra; ma,

nel nominarlo, gli attribuiamo una potenza arcana, che, per essere

incombente sopra di noi, immaginiamo a noi inevitabilmente propizia

o funesta. Il cielo è ornato di astri luminosi e armato di fulmini;

non vediamo chi li muove; ma vediamo che si muovono dal cielo; perciò

veneriamo il _cielo_ come _Dio_, parola che, in origine, come abbiamo

già detto, valeva soltanto _il celeste_. Se il _cielo_ fisico si voglia

pertanto ammettere (come, studiando i miti vedici originarii, si deve),

non solo quale equivalente del _Dio_, ma come sede di tutto ciò che

è _Dio_, ossia di tutto ciò ch'è _celeste_, e però come _Dio_ per

eccellenza, avremo pure nella primitiva mitologia vedica una forma di

Dio unico, da cui partono tutti gli Dei e al quale, come sue qualità,

forze, ornamenti, fenomeni, essi fanno universalmente capo. Ma è troppo

evidente che questo Dio fisico non ha nulla di comune col Dio supremo,

unico, universale delle teologie; e che non può giovare in alcuna

maniera a sostegno delle loro dottrine, le quali si fondano sopra il

principio che l'uomo ha sempre sentito ingenito in sè il bisogno di

adorare un Creatore supremo, un supremo Rettore dell'universo. Io non

ho qui a discutere questo principio, ma solamente a dimostrare che gli

antichi Inni vedici non ne recano traccia, come si fondano invece sopra

di esso parecchi inni dell'ultimo periodo vedico. Quali possano essere

le nostre credenze, noi dobbiamo in uno studio storico e critico, come

quello che abbiamo intrapreso, far conto di non averne alcuna, per

attribuire ad ogni età il suo proprio carattere. Ora, per conchiudere

intorno agli Dei vedici, dobbiamo, a fine d'intenderci, insistere sopra

la distinzione da noi fatta tra gli Dei fisici, eroici e metafisici;

dal non averla fatta son nate, parmi, finqui le molte oziose

discussioni sopra il carattere primordiale della religione indiana.

Nel primo periodo vedico abbiamo cose celesti e lievi persone celesti;

nel secondo periodo abbiamo il dramma eroico di queste persone; nel

terzo periodo, accanto ad idoli, idee umane elevate ed astratte in una

forma divina e quasi impersonale; si è detto che, nel mito, i nomi sono

diventati Numi; io potrei soggiungere che alla loro volta i Numi si

sono astratti in semplici nomi fatti immobili, perciò sterili, inetti

a divenir plurali, se non addizionando e moltiplicando sè stessi per

sè stessi, ossia facendosi infinito assoluto. Il mito quando discende

troppo basso, o quando sale troppo alto, si distrugge; il suo posto è

nel cielo; staccandosi dal cielo, perde la sua natura; perciò è nel

cielo che lo dobbiamo essenzialmente esaminare: vedremo pertanto,

prima di ogni cosa, come il cielo nell'età vedica fosse appellato,

quale persona mitica avesse, quali fossero i suoi caratteri divini, per

indagar quindi come fosse popolata quella scena olimpica.

LETTURA SECONDA.

IL CIELO.

Letture sopra la mitologia vedica · 第 2 / 26 段