Io non so se queste prove bastino a persuadere della natura celeste

della _Prithivî_ vedica congiunta con _Dyu_ o con _Dyavâ_; ma quello

che io credo poter sicuramente affermare è, che, negl'Inni vedici,

nulla c'induce ad ammettere la personificazione di una Dea Terra.

Questa nozione venne più tardi, quando cioè la _Prithivî_ celeste si

dimenticò, ed alcune delle sue qualità furono attribuite alla terra

propriamente detta. È importante questa distinzione, non solo perchè

ogni verità ha la sua importanza per sè, ma ancora per interpretare

le leggende del ciclo eroico indiano, ove gli Dei vedici hanno preso

aspetto di eroi umani. A me non par dubbio che la _Sîtâ_ sia una

persona eroica dell'aurora mitica; ma chi lo nega, cercherà avvertire

la impossibilità di un tale ravvicinamento, poichè l'Aurora è nel

_Rigveda_ la _figlia del cielo_ (_duhitar divas_), mentre _Sîtâ_

apparirebbe la figlia di _Prithivî_, ossia della terra. Ma quando noi

avessimo potuto provare che esistette una _Prithivî_ celeste, della

quale il padre dell'aurora appare ora sposo, ora fratello, tutto

l'edificio de' nostri contradittori cadrebbe. Ed ecco il motivo, per

cui ho tanto insistito sopra una sola minuzia; la tela d'Aracne è

entrata nella mitologia; se noi non tenessimo conto anche de' fili più

tenui, la nostra opera, per quanto industre, non approderebbe a nulla.

Il concepimento indiano della Terra madre fecondata dal Cielo padre

si riduce ad esprimere la fecondazione naturale della terra per mezzo

della pioggia celeste; i poeti vedici ed i latini hanno cantato questa

relazione tra il cielo e la terra quasi con le stesse parole, senza

che tuttavia da questa relazione poeticamente descritta si generassero

miti vivaci e fecondi. I poeti vedici non hanno a questo riguardo detto

niente più di Lucrezio, il quale, nel primo libro _De Rerum Natura_,

cantava:

_Postremo pereunt imbres, ubi eos pater aether_

_In gremium matris terrai praecipitavit;_

e nel secondo libro:

_Denique coelesti sumus omnes semine oriundi:_

_Omnibus ille idem pater est, unde alma liquentis_

_Umoris guttas mater cum terra recepit,_

_Freta parit nitidas fruges arbustaque laeta_

_Et genus humanum._

Questi versi sono il miglior commento ch'io possa offrire agl'Inni

vedici per ciò che spetta la parentela fra il cielo e la terra;

il cielo è padre degli Dei, e fecondatore della terra, la quale,

fecondata, alla sua volta diviene madre degli uomini; perciò Giove potè

con ragione chiamarsi _pater hominumque deumque_. E noi non abbiamo

punto dismessi quegli antichi appellativi, quando diciamo per celia

allo scoppio del tuono che _il padre Giove_ è in collera. In Piemonte e

nel Veneto, Giove è divenuto _zio_ (_barba Giove_), ma è un appellativo

anche più carezzevole di _padre_. Il cielo fu sempre, sotto tutte le

forme, cantato come un benefattore, quantunque in esso si producano

pure forme tenebrose, demoniache ed infernali. Ma queste forme sono al

cielo stesso avverse; esso le combatte come nemiche, e, nella vittoria

sopra di esse, il Dio diviene eroico.

Ma il cielo che è, per noi mortali, e per molte figure celesti, padre,

da chi fu creato esso stesso?

I poeti vedici ammettevano già un creatore del cielo e della

_Prithivî_, e, nella loro ingenua ammirazione, cantavano che il Dio

loro autore, poichè poteva solamente essere un Dio, aveva dovuto essere

il più operoso operaio. Abbiamo detto che Indra abbraccia il giorno

e la notte, il cielo diurno e il cielo notturno, e che è cantato come

_Divaspati_, ossia come signore del cielo; esso è pure celebrato come

genitore del _Dyu_, e genitore della _Prithivî_ (_Rigv._, VI, 30; VIII,

36), genitore del padre e della madre ch'egli trasse dal proprio corpo

(_tanvah svâyâs_): perciò essi sono considerati ciascuno per sè come

una sola mezza parte del Dio Indra, il quale abbraccia tanto il _Dyu_

quanto la _Prithivî_, che lo seguono, come il rotante carro segue

il cavallo (_Rigv._, VIII, 6), altro indizio che ci conferma come si

tratti qui d'una mobile figura di _Prithivî_ celeste; il giorno e la

notte seguono Indra, ossia Indra regge il cielo diurno e notturno.

Quando Indra tona, i suoi due figli ne tremano. Ma perchè in Indra

vi sono le qualità del Dio Pûshan e quelle del Dio Soma, così _Dyu_

e _Prithivî_ si raffigurano pure come figli di _Soma_ e _Pûshan_: e

perchè Mitra (o Savitar) e Varuna sono altre due forme corrispondenti

alla duplice qualità diurna e notturna del Dio Indra, _Dyu_ e

_Prithivî_ appaiono pure figli di Mitra e di Varuna, di cui il primo

presiede al giorno, il secondo alla notte.

Indra stesso, come artefice per eccellenza, piglia il nome di

_Tvashtar_, forma che quindi si distingue da lui per divenire

l'artefice privilegiato degli Dei, per i quali crea ogni forma celeste,

e però anche _Dyu_ e _Prithivî_. L'espressione d'Indra creatore

del cielo equivale dunque a quest'altra _il cielo crea sè stesso_,

poichè, come vedremo, l'antico Indra non fu altro se non il cielo.

Relativamente moderne consideriamo la tradizione cosmogonica dell'_uovo

d'oro_ (_Hiranyagarbha_), da cui, secondo un inno vedico (X, 121),

sarebbero venuti fuori anche _Dyu_ e _Prithivî_, e quasi brâhmanica

quella, per cui dalla testa di _Purusha_, il maschio universale,

sarebbe uscito _Dyu_, il cielo, dall'umbilico di Purusha l'aere

intermedio, dai piedi di Purusha la Bhûmî, che in questo caso appare

veramente la terra, dove, pertanto, discesi ci fermeremo, per risalire

con miglior animo, nella prossima lettura, in cielo, a conoscere la

poetica figlia di Dyu, la bellissima delle Dee, l'Aurora, la quale,

come la forma più luminosa del cielo, diede pure origine ad alcuni de'

miti più eleganti e più splendidi.

LETTURA TERZA.

L'AURORA.

Gl'Inni vedici rappresentano a noi l'aurora sotto un aspetto

molteplice; ora essa è l'aurora, fenomeno luminoso puramente fisico,

quale noi lo osserviamo ancora; ora ci si mostra in forma di donna;

ora in aspetto e virtù di vaga fanciulla o di eroina; ora in figura

di dea. Questa molteplicità d'aspetti, ne' quali l'aurora vedica si

manifesta a noi, anzi che mettere in confusione la nostra mente, la

rischiara invece, dimostrandoci, in modo non meno evidente che poetico,

in qual forma il fenomeno fisico abbia preso persona, e la persona sia

diventata eroica e divina. Gl'Inni vedici all'aurora, quando si faccia

eccezione per pochi frammenti, hanno tutti un carattere di veneranda

antichità. Noi ci trasportiamo, per essi, ad una età patriarcale ed

eroica, nella quale l'uomo ariano per la prima volta sembra espandere

al di fuori di sè le sue giovani forze, con l'inno pastorale e con la

epopea guerresca. Perciò essi hanno per noi un fascino irresistibile.

Noi assistiamo al primo prorompere del poetico entusiasmo umano innanzi

agli splendori della natura, varia ed una, potente e meravigliosa.

Noi sentiamo, leggendo quegli inni, come, se l'anima nostra fosse più

ingenua, recati innanzi allo spettacolo degli stessi fenomeni naturali,

canteremmo ancora in quel modo. Gl'Inni vedici all'aurora non sono

solamente note particolari poetiche del sentimento ariano, ma ancora

più spesso espressione del sentimento universale che occupa l'uomo

innanzi alla pompa del cielo _mattutino_ e _vespertino_ (e che si

rinnova solenne al risorgere della primavera e al cadere dell'autunno).

A tutti noi è accaduto di osservare un bel tramonto di sole, _il

rosso di sera_, che ci fa, dicesi, sperare il bel tempo pel giorno

appresso: _Rosso di sera buon tempo si spera_. Ad alcuno di noi

dev'esser pure accaduto di fantasticare sopra quel mobile quadro

luminoso che ci presenta sul fine del giorno il cielo occidentale.

Se potessimo considerare più spesso quel fenomeno, ci renderemmo più

agevolmente ragione di molte forme della primitiva mitologia ariana.

Ma, se molti di noi abbiamo contemplato un'aurora vespertina, pochi

di noi, a motivo del nostro rinchiuso vivere cittadinesco, possiamo

ricordare d'aver visto nascere l'alba e poi l'aurora del giorno, due

momenti distinti nel tempo, che il mito ha pure espresso in singolari

forme mitiche (prima il cielo d'Oriente albeggia, poi rosseggia). Io

ebbi la ventura di contemplare la magnificenza di tali spettacoli

sopra le vette alpine, e dall'impressione che essi fecero sopra di

me, posso argomentare, in parte, la ragione che fece sugli altipiani

dell'Asia centrale inneggiare con tanto ingenuo calore i primi pastori

e guerrieri ariani. Per comprendere la natura, bisogna sentirla; per

sentirla, bisogna accostarsi ad essa; gl'Inni vedici all'aurora sono

l'espressione più fedele de' sentimenti, che la natura ha svegliato nel

petto dei nostri più remoti e più immaginosi fratelli asiatici.

Ed ora osserviamo i diversi aspetti, ne' quali dicemmo apparirci

descritta l'aurora presso gl'Inni vedici.

1. _L'aurora come fenomeno fisico._ I suoi nomi _Ushas_ e _Ushâ_

valgono la _brillante_; e così il maggior numero degli appellativi

vedici dell'aurora _vibhâvarî_, _bhâsvatî_, _çubhrâ_, _ahanâ_,

_dyotanâ_, _çuc'î_, _çukrâ_, _ruçatî_ hanno il medesimo significato.

Gli appellativi _çvetyâ_ e _arg'unî_ o _la bianca_, e _ghr'itapratîkâ_

o l'_imburrata_, la _simile al burro_ (_ghritamduhânâ_, ossia

_mungenti_ o _stillanti burro_ son chiamate le aurore nell'inno

41º del VII libro del _Rigveda_), rappresentano particolarmente

_l'alba_, il giorno che si schiarisce; oltre a questo, l'aurora è

ancora chiamata _supeçasa_, ossia _la di bella forma_ (così denominata

insieme con la notte luminosa); _supratîkâ_, ossia _la ben fatta_,

_la bella_; _ranvasandr'ik_, _sudr'içîkasandr'ik_, ossia _quella dal

bell'aspetto_; _arushî_, ossia _la rosseggiante_; _arunapsu_, ossia

_quella dall'aspetto rosseggiante_; _hiranya-varnâ_, ossia _quella

dal color d'oro_; _sûnritâ_, ossia _la bene moventesi_, _l'agile_,

_la ordinata_; _yuvati_, ossia _la giovine_, _la sempre giovine_, _la

giovine immortale_; _odatî_, ossia _la umida_. Quest'ultimo appellativo

ci rappresenta l'aurora stillante rugiada, ch'è l'acqua della vita,

l'acqua dell'immortalità, l'ambrosia del giorno: l'aurora è anzi

chiamata _amr'itasya nabhih_ (_Rigv._, VIII, 90), carattere che essa

ha comune con la _Pr'ithivî_, la quale si è identificata talora con

l'aurora. L'inno 51º del IV libro del _Rigv._, dopo aver invocate le

aurore luminose figlie del cielo, invoca la grazia di Dyaus e della

divina Pr'ithivî che in parecchi Inni vedici è celebrata per la sua

facoltà di estendersi, di dilatarsi. Come Indra estende il cielo,

così l'aurora la luce, _l'aere luminoso_ (_â dyâm tanoshi raçmibhir

antariksham uru priyam ushah çukrena çocishâ; Rigv._, IV, 52). E poichè

quegli umori stillanti, quella luce diffusa, hanno virtù di avvivare

e di allegrare, l'aurora è pure chiamata _sumnâvarî_, ossia _ricca di

gioie, di beni_, poichè l'oro è emblema di ricchezza, e l'aurea aurora

discopre ogni giorno le velate ricchezze del mondo; essa è ancora,

come _maghonî_, _citrâ-maghâ_ e _dânucitrâ_, la _ricca_; e poichè le

ricchezze furono presto considerate come una fortuna, anzi come la

fortuna stessa, l'aurora vedica venne ancora salutata con l'appellativo

di _subhagâ_.

Abbiamo detto che l'aurora è chiamata _sûnritâ_, ossia _la mobile,

l'agile, la destra_; e poichè in una mobile si videro parecchie

mobili, perciò l'aurora si chiamò pure, oltre che _sûnritâ_, anche

_sûnritâvatî_, _sûnritâvarî_, ossia _la fornita, l'accompagnata con le

mobili, con le agili_. Non discostiamoci, di grazia, trattandosi di

miti elementari, dal senso etimologico delle parole; e ci renderemo

ragione più pronta della loro probabile formazione. _Sunritâ_ vale

_la mobile_; la parola _go_ (_gau_) esprime _l'andante_ (dalla radice

_gam_, _gâ_ andare) e _la sonante_ o _muggente_ da un'altra radice _gâ_

che significò _sonare_ e _cantare_; l'aurora vedica, come _andante_,

si chiamò non solo _sûnritâ_, ma _go_; ora _go_ è il nome che si

dà alla vacca _muggente_; perciò _la mobile aurora_ e _le mobili

nell'aurora_ chiamandosi _gavas_ furono scambiate per _le vacche_;

e come la _sûnritâ_ o _mobile_ diventò _sûnritâvatî_, o _fornita di

mobili_; così la _go_ aurora, propriamente ancora _la mobile_, diventò

_gomatî_, ossia _la fornita delle mobili_. Ma poichè la parola _go_,

come _sonante_, servì poi specialmente ad esprimere la _vacca_, si

vide nella _go_ aurora (mobile) come nella _go_ nuvola (mobile insieme

e tonante) una vacca, anzi molte vacche, alle quali sono paragonati i

raggi luminosi (_prati bhadrâ adr'ikshata gavâm sargâ na raçmayah_),

onde nacque non solo l'aurora concepita come _vacca rosea_ (_vacca

innocente, eterna, Aditi_ la chiama l'inno 90º dell'VIII libro del

_Rigv._), ma l'aurora _gomatî_, ossia l'aurora _fornita di vacche._

Ed ecco la prima personificazione dell'aurora, cagionata da un

singolare e poetico equivoco del linguaggio. Ma, se dobbiamo credere

al commentatore _Sâyana_, in alcuni Inni vedici la parola _go_ non

rappresenterebbe soltanto _la vacca_ (ossia la muggente), ma anche _il

cavallo_ (_l'andante_). Il nome proprio del cavallo, _açva_ (equus), ha

pure il significato di _andante, penetrante, veloce_. L'aurora, come

mobile, non fu solo _go_, ma anche _açvâ_ (propriamente), _veloce_; e

non solo _açvâ_, ma _açvâvatî_, ossia _fornita di celeri_ o _cavalle_,

_ricca di celeri_ o _cavalle_. Concepita per tal modo l'aurora come

ricca di vacche e di cavalle, niente più naturale che il poeta vedico

l'invocasse, come accrescitrice degli armenti, come liberale all'uomo

di cavalli e di vacche (Nû no _gomad_ vîravad _dhehî ratnam usho

açvavad_ purubhog'o asme; _Rigv._, VII, 75); e quando il poeta chiama

l'aurora con frequente appellativo _vag'înî_, ossia _fornita di cibi_,

i cibi desiderati, come ce ne assicura l'inno 81º del VII libro del

_Rigv._, non sono altro che _vacche_ (_vâg'ân_ asmabhyam _gomatah_), il

quale indizio ci proverebbe che l'età vedica non era punto pitagorica.

Nell'inno 92º del I libro s'invoca dall'Aurora il dono di cibi, ne'

quali le vacche siano la cosa principale (_usho goagrân upa mâsi

vâg'ân_).

2. _L'aurora come persona._ L'aurora mobile e rosea, che, denominata

_go_, pigliò forma di vacca, o di un armento di vacche (l'inno 92º

del I libro del _Rigv._ invoca non un'aurora, ma molte aurore e le

chiama insieme _le madri vacche rosseggianti_), l'aurora mobile e

rapida che prese nome di _acvâ_, e assunse perciò forma di _cavalla_ (e

_rossastra come una bella cavalla_ la chiama il 30º inno del I libro,

e il 52º inno del IV libro del _Rigveda_), e le aurore, che nell'inno

41º del VII libro trovo chiamate _açvâvatîh_, al plurale, sono tema

specialissimo di quella che intitolai _Mitologia zoologica_.[7]

Noi dobbiamo soltanto veder qui che cosa abbiano potuto divenire

nell'età vedica l'aurora _gomatî_, ossia _fornita di vacche_; l'aurora

_açvâvati_, ossia _fornita di cavalle_. L'aurora _go_ e poi _gomatî_,

ossia _fornita di vacche_, diventò una pastorella; l'aurora _açvâ_

e poi _açvâvatî_ o _fornita di cavalle_, una guidatrice di carri e

cavalli.

Proviamolo.

L'inno 92º del I libro del _Rigv._ ci dice che l'aurora aperse, ossia

dissipò la tenebra, come le vacche rompono il loro recinto, ossia

escono dalla loro stalla. Nell'inno 48º e 113º dello stesso libro

l'aurora stessa è detta aprir le porte del cielo. Nell'inno 75º del

VII libro l'aurora _infrange le stalle delle vacche_ e queste _muggono

verso l'aurora_. Nell'inno 124º del I libro l'aurora è chiamata _gavâm

g'anitrî_, delle _vacche genitrice_; poco dopo, si dice ch'essa

risplendette giovane in Oriente, ove _congiunge la schiera delle

rosee vacche_ (_aveyam açvaid yuvatih purastâd yunkte gavâm arunânâm

anîkam_). Ed ecco rappresentata, con perfetta evidenza, nell'aurora,

la pastorella celeste. La _go_ diventò _gomatî_; la _gomatî_ fu

madre di vacche (_mâtâ gavâm_ la chiama pure l'inno 52º del IV libro

del _Rigv._), e custode di vacche, ossia pastora, che tiene insieme

raccolte le vacche rosseggianti (_eshâ gobhir arunebhir yug'anâ;

Rigv._, V, 80), che guida le vacche, onde il suo nome di _guidatrice

delle vacche_, datole per l'appunto da un inno vedico (_gavâm netrî;

Rigv._, VII, 75). Abbiamo avvertito come la mobile aurora sia non solo

_açvâ_ essa stessa, ossia rapida cavalla celeste, ma ancora _açvâvatî_,

ossia fornita di rapide cavalle celesti. L'appellativo _açvasûnr'itâ_,

dato all'aurora nell'inno 79º del V libro del _Rigv._, non è quindi

per me, come pel Dizionario Petropolitano, «Ushas _vom Jubel der

Rosse begleitet_,» ma molto più semplicemente «l'aurora fornita di

_agili cavalli_,» poichè come _açva_ vale _cavallo_, così _sûnr'ita_,

_agile, mobile, rapido_; onde il composto riferito all'aurora non parmi

significare altro se non _l'avente rapidi cavalli_. L'aurora è la prima

forma animata che appare sul far del giorno nel cielo orientale; essa è

la prima ad arrivare, e però la rapida; e poichè il cavallo è il rapido

od _açva_ per eccellenza, anche l'aurora, come femmina, è un'_açvâ_. E

come nell'aurora molte aurore, nella vacca luminosa si figurarono molte

vacche luminose; così, oltre la cavalla, si videro molte cavalle, si

vide l'aurora fornita di molti cavalli, l'aurora guidatrice di cavalli,

l'aurora sul carro. Gli Inni vedici ci permettono ancora di dimostrare

questo mito fino all'evidenza.

_Brihadrathâ_, ossia _dal vasto carro_, è chiamata l'aurora nell'inno

80º del V libro del _Rigv._; nell'inno 65º del VI libro sono celebrate

al plurale le aurore _aventi carri luminosi_ (_c'andrarathâh_) che si

avanzano coi cavalli _dalle redini rosee_ (_arunayugbhir açvâih_);

_dal carro luminoso, mobile e faciente muovere_ (_c'andrarathâ,

sûnritâ, irayantî_) è chiamata l'aurora nell'inno 61º del III libro;

nell'inno 75º del VII libro leggiamo che _bei cavalli rosseggianti

apparvero portanti l'aurora luminosa_, la quale _se ne viene bella,

sopra un carro tutto illuminato_ (o forse meglio, illuminante tutto).

Nell'inno 77º del VII libro l'aurora è celebrata come _arrecante

il biondo, conducente il bel cavallo_ (s'intende il sole; _vahantî

çvetam, nayantî sudr'içîkam açvam_); nello stesso inno la ricchezza

dell'aurora dai molti doni è chiamata composta di vacche, di cavalle,

e di carro, ossia de' doni ch'essa reca sopra il suo carro (_isham c'a

no dadhatî viçvavâre gomad açvâvad rathavac' ca râdhah_); nell'inno

seguente il carro dell'aurora è chiamato _aperto, vasto, luminoso_,

ed essa sale sul carro che si attacca da sè tirato da cavalli che

si aggiogano pure da sè (_âsthad ratham svadhayâ yugyamânam â yam

açvâsah suyug'o vahanti_); nell'inno 51º del IV libro le aurore

divine con cavalli infrenati ordinatamente (o a tempo) _percorrono

sempre i mondi, sveglianti il dormiente bipede e quadrupede che vive

al moto_ (_yuyam hi devîr r'itayugbhir açvaih pariprayâtha bhuvanâni

sadyah prabodhayantîr ushasah sasantam dvipâc' catuspâc' carathâya

g'îvam_); nell'inno 61º del III libro del Rigv. si prega perchè

l'aurora _hiranyavarnâ_ (ossia _l'aurora per eccellenza, aurora dal

color d'oro_) sia portata dai cavalli _che hanno bei freni_ (o _bene

infrenati, suyamâsah_) e dalla molta forza. Nell'inno 124º del I

libro del _Rigv_. si celebra l'aurora come la _prima delle arrivanti_

(o _delle distendentisi_) che splendette (_âyatînâm prathamoshâ vy

adyaut_). Celebrando insieme la notte e l'aurora, l'inno 123º del I

libro canta: «L'una va, l'altra viene, belle entrambe, diversamente,

insieme vanno (ossia si seguono) le due luminose; delle due dominanti

per turno, l'una la tenebra disperse, l'aurora splendette su carro

rifulgente (_çoçuc'atâ rathena_).» Nell'inno 113º del I libro si

dice che la nuova aurora segue la via delle aurore passate e succede

alla prima delle arrivanti infinite (chiamate pure fra loro stesse in

unione col nome di sorelle) e che svegliante coi cavalli rosseggianti

arriva sopra un carro bene aggiogato. Nell'inno 92º del I libro i

raggi rossi o luminosi dell'aurora chiamati _gâh_, che si aggiogano da

sè, possiamo interpretare così bene per vacche come per cavalli (_ud

apaptann aruna bhânavo vr'ithâ svâyug'o arushîr gâ ayukshata_). L'inno

49º del I libro del _Rigv_. incomincia così: «O aurora, arriva dalla

parte luminosa del cielo coi fortunati; alla casa del devoto che a te

propizia ti portino i rosseggianti; con quel bel carro di bella forma,

sul quale, o aurora, tu sei salita, con quello ora proteggi, o figlia

del cielo, _l'uomo di buona fama_ (_suçravasam ganam_).» Nell'inno 48º

del I libro traduco nel modo seguente la terza e la settima strofa:

«L'aurora già splendette e risplende ora la dea guidatrice di carri,

i quali, negli arrivi di essa, corrono come fiumi al mare (_samudre na

çravasyavah_).[8] Essa (si) aggiogò lontano dove nasce il sole; questa

propizia (o fortunata) aurora si avanza risplendente verso gli uomini

sopra cento carri.» Nell'inno 116º del I libro del Rigv. la figlia del

sole, che non può essere se non l'aurora, salendo sopra il carro dei

due Açvin (i Dioscuri indiani) arriva _alla mèta vincendo la corsa_(_â

vâm ratham duhitâ sûryasya kârshmevâtishthad arvatâ g'ayanti_). Di

questa sfida alla corsa nel cielo, vinta dagli Açvin e dall'aurora,

serba pure memoria la tradizione posteriore vedica brâhmanica.

Così noi abbiamo sicuramente dimostrato l'aurora pastorella, e l'aurora

guidatrice di carri.

Letture sopra la mitologia vedica · 第 4 / 26 段