«Viveva in Bretten un uomo, così poveraccio, che avrebbe dov

LETTURE

SOPRA LA

MITOLOGIA VEDICA

FATTE

DAL PROF. ANGELO DE GUBERNATIS

ALL'ISTITUTO DI STUDII SUPERIORI DI FIRENZE.

FIRENZE.

SUCCESSORI LE MONNIER.

1874.

Proprietà letteraria.

AD ERNESTO RENAN.

MIO ILLUSTRE E CARO SIGNORE,

Io non avrei bisogno di spiegare i motivi, per i quali desidero

inscritto al nome di Ernesto Renan questo mio modesto volume, quando

la gloria di un tal nome è tanta, che ogni studioso potrebbe stimarsi

lieto di raccoglierne un raggio sopra di sè, col porre sotto il

patrocinio ideale di tanto ingegno il frutto qualsiasi de' suoi

poveri studii. Ma, in verità, io debbo confessare come non vi sarebbe

altezza, alla quale, non saprei dire se per modestia o per orgoglio,

oserei rivolgermi, ove, con un sentimento di riverenza profonda, non

fosse pure penetrato nell'animo mio un sentimento più intimo, più

vivo, più personale, che mi obbliga a Voi di simpatia insieme e di

gratitudine; e da più lungo tempo che Voi non possiate credere, mio

illustre Signore. Chè, s'io debbo al vantaggio d'avervi conosciuto

di persona, presso il nostro venerato ed amatissimo Michele Amari, il

vivo piacere, che mi dura e che mi auguro durevole, di trovarmi in più

stretta corrispondenza ideale con Voi, m'eravate entrato nell'animo e

nella mente molti anni innanzi di quel giorno propizio della mia vita,

in cui ebbi la lieta ventura d'incontrarvi. Concedetemi qui pertanto di

rischiarare alquanto questo ricordo personale.

Io debbo, non senza un po' di vergogna, confessare, come, quando

uscii dottore in lettere dall'Università di Torino, mi restava ancora

un'idea assai confusa della filologia comparata. Il Vallauri, co' suoi

fiumi sonanti di latina eloquenza, avea fatto di me un sufficiente

cultore delle latine eleganze; ma, in quanto a filologia comparata,

se essa non era più un'incognita per me, mi rimaneva tuttora, pur

troppo, una gran nebulosa. I nomi di Bopp, di Pott, di Grimm, di Kuhn,

di Schleicher, di Curtius, di Max Müller, di Weber, di Steinthal e

d'altri insigni Alemanni mi sonavano bensì negli orecchi, ma erano pur

sempre suoni vani, de' quali io non misuravo sicuramente il valore. Con

questa mediocre preparazione linguistica io fui lanciato ventenne ad

insegnar rettorica a Chieri. Chieri è una graziosa città industriale

del Piemonte, a sei miglia da Torino; l'aria vi è eccellente; operosa,

allegra, vivace la popolazione; ma, tra le città di provincia, Chieri

era, in quegli anni, non solo delle più incolte, ma delle più aliene

dagli studii; non istituti scientifici o letterarii, non convegni

geniali, non librerie; nessuna via di comunicarsi in ispirito, ove la

cura materiale urge ed invade tutta la vita. In me frattanto un bisogno

prepotente di nuovi e più larghi orizzonti, e l'impazienza di gettarmi

con impeto giovanile nella vita. Ma, come vivere? Un giovine, costretto

ventenne ad insegnare greco e latino, non ne ha il tempo ed il modo;

non ne ha quasi il diritto. Allora un'altra impazienza mi prese; poichè

non potevo più muovermi con la persona, desiderai di viaggiare lontano

in ispirito; fondai da Chieri un giornale, un'Italia letteraria, per

potere, se non vivere, almeno parlare coi lontani; e, per allontanarmi

anche più dalla noia delle cure scolastiche presenti, mi posi in

viaggio solitario alla ricerca delle origini della lingua italiana.

Ma, in questo viaggio, ad ogni passo incontravo un inciampo. Sentii

ben tosto che il mio molto latino ed il mio poco greco non bastavano

più, perch'io mi rendessi ragione di certe misteriose evoluzioni del

linguaggio; e mi nacque allora la curiosità ed il desiderio di cercare

più addentro. Un benedetto giovedì, recatomi, secondo il consueto, da

Chieri a Torino, scorrevo avidamente le vetrine de' librai, quando

lessi il titolo seguente: _Histoire des langues sémitiques_. Non

resistetti alla tentazione, ed acquistai il libro. La lettura di esso

fu per me una vera rivelazione; io vi respirai nuova luce e intravvidi

l'Oriente. Una settimana dopo, io mi poneva tra le mani una grammatica

ebraica. Ma, ritornatomi, in breve, l'amore del mio primo studio sopra

le origini della lingua italiana, m'avvidi che le lingue semitiche me

ne avrebbero allontanato di troppo; sostituii pertanto lo studio della

lingua ebraica con quello della indiana. Corsi tosto ai primi ferri che

mi vennero alle mani, egregi ferri italiani, la _Grammatica Sanscrita_

del Flechia, il _Râmâyana_ del Gorresio e gli _Studii Orientali e

linguistici_ dell'Ascoli. Pochi mesi dopo ero a Berlino; dove il Bopp,

coi dolci e sapienti colloquii e coi libri immortali, ed il Weber coi

preziosi insegnamenti, apersero all'avida mia mente i loro tesori.

E, a Berlino ancora, Voi veniste, mio illustre Signore, a visitarmi

due volte, ed entrambe le volte, a scuotermi: la prima col saggio

di _Mitologia comparata_ del professor Max Müller da Voi, con parole

sapienti, presentato al pubblico francese e che, insieme col saggio del

Bréal sul mito di Caco, col libro del Kuhn sul fuoco e sull'ambrosia,

con gli articoli di critica mitologica del Baudry nella _Revue

Germanique_, decise, per sempre, della mia vocazione scientifica; la

seconda volta, col poema della _Vita di Gesù_.

Divenni quindi io stesso, se felice o disgraziato non so, un

mitologo comparatore indipendente, e mi appassionai per gli studii

comparativi, per un bisogno dell'animo mio tutto espansivo, che mi

spinge naturalmente ad abbracciare quanto si conviene, e pel forte

convincimento che, aiutato dagli studii comparativi, si radicò nel mio

intelletto sopra l'unità fondamentale della vita, e sopra la necessità

di studiarla come un tutto armonico, e non come una caotica mischianza

di parti indifferenti. Perciò, come io studio comparando, così per lo

stesso istinto naturale vivo amando, abbracciando, accostando, tutto

ciò che può compararsi, combinarsi e convivere. Quando, pertanto, Voi,

mio caro Signore, gemevate allo scoppiar della guerra franco-germanica;

quando Voi, dalla Francia minacciata, facevate un nobile appello

al lontano collega Strauss, affinchè almeno gli uomini di scienza

tenessero unito ciò che i politici venivano barbaramente a dividere,

io sentii crescere fortemente il mio affetto verso di Voi. Quando,

finalmente, in giorni per la Francia dolorosi, ne' quali, per gli

equivoci della versipelle politica, Voi, vedendo raffreddarsi alquanto

le vive naturali simpatie che legavano fin qui Francesi ed Italiani,

coglievate l'occasione per dir parole piene d'affetto all'Italia,

per la nobiltà del vostro coraggio, m'entraste tutto nel cuore; e vi

rimanete, e v'assicuro che non vi state a disagio.

Io sento aver già detto molte parole; e ben altre ancora ne direi,

se non temessi, continuando, di stancarvi con la dimostrazione di un

sentimento, del quale ho fiducia che Voi non dubitiate più.

Dovrei ora aggiungere qualche altra parola sopra il libro che vi viene

innanzi, confidato al vostro gran nome. Ma esso deve parlare da sè,

posto che sappia parlare. Io non posi, pur troppo, nessuna cura a farne

uno scritto elegante; e non ho l'ambizione d'aver compiuto, con esso,

opera intieramente originale. Mi contenterei se si potesse dire che

non feci cosa inutile. Non presumo di offerire un trattato completo

di Mitologia vedica, nè d'illustrare tutti i miti vedici; ordino,

descrivo e tento di spiegare gli essenziali. Seguo, nell'ordine, la

storia naturale del mito: il primo mito che nasce è, specialmente,

un'immagine; il secondo è, specialmente, una persona; il terzo è,

specialmente, un'idea: il primo è una lieve figura, il secondo un

mobile eroe, il terzo diviene un nume od un idolo che sta fermo innanzi

al suo cieco adoratore; il primo è fisico, il secondo è umano, il terzo

riesce metafisico nel cielo, brutale sopra la terra. Nella descrizione,

a costo di riuscire talora alquanto monotono, mi studio di adoperare

i soli colori del linguaggio proprio degl'Inni vedici. All'ordine che

seguo, ed ai colori indiani che adopero nel rappresentare i miti, si

conforma necessariamente il mio commento. Il mio lavoro parrà forse

troppo lieve a molti eruditi, troppo grave a molti indotti; ma, se

il desiderio non m'inganna, esso ha pure il merito di dare un po'

di luce ad una materia erudita che giaceva fin qui quasi interamente

perduta e silenziosa in frammenti isolati, privi talora di senso per

quegli stessi benemeriti eruditi che l'avevano scavata, ed agl'indotti

offrirà finalmente il modo di erudirsi un poco nella Mitologia vedica

fin qui ignorata dai più, e dai pochi che ne avevano qualche notizia

superficiale, citata spesso, a sproposito, sopra fonti di autorità

sospetta. Se il metodo poi, col quale ho proceduto nella esposizione

de' miti vedici, avesse la ventura d'incontrare il suffragio de'

critici più spassionati, più sinceri e più diligenti, avrei pure

speranza che il mio tentativo fosse per giovare qualche poco ancora

all'intelligenza delle altre antiche mitologie, quando s'abbia non solo

a rappresentarle, ma sì ancora ad indagarne criticamente le origini.

In alcuna delle letture poi, quelle, per esempio, sull'Acqua, sul

Fuoco, sul Vento, su Indra, su gli Açvin, su Brahman, ho istituito

alcune nuove e speciali discussioni, sopra le quali ardisco richiamare

particolarmente l'attenzione degli studiosi. Chè, se l'opera mia

paresse tuttavia ad alcun investigatore troppo insufficiente, e lo

invogliasse a ritentarne presto una migliore, io sarei pure contento

di questo suo merito negativo; e mi parrebbe di non avere perduto il

mio tempo, quando fossi riuscito a dare una spinta, che oserei chiamare

felice, a qualche ingegno meglio nutrito e più gagliardo del mio, verso

una più matura investigazione del vero.

E mi consolerei poi sempre per l'occasione che mi si sarebbe offerta,

mio illustre e caro Signore, di esprimervi una volta, secondo il mio

potere, in pubblico quei sentimenti di profonda osservanza e d'amicizia

devota, coi quali godo rimanere

_Firenze, ottobre 1874._

Il vostro deditissimo

ANGELO DE GUBERNATIS.

INTRODUZIONE.

Tra gli _Scritti minori_ di Guglielmo Wackernagel, che l'editore

Hirzel va pubblicando a Lipsia, trovasi uno _Scherzo_ che ha fatto

particolarmente fortuna. Nella prefazione al primo volume dei _Kleinere

Schriften_, Moritz Heyne lo chiama _ein frischer und feiner Scherz_,

e gli attribuisce tanta importanza da segnalarlo, in modo speciale,

all'osservazione degli studiosi; e so già di molti eruditi che vanno

pazzi per queste dodici paginette umoristiche del chiaro Germanista.

Lo scritto di Wackernagel apparve la prima volta nell'anno 1856,

presso il _Neues Schweizerisches Museum_ edito dai professori Fischer,

Schweizer-Sidler e Kiessling. Lo scrittarello reca il titolo seguente:

_Il cagnolino di Bretzwill e di Breiten, tentativo d'investigazione

mitologica_. (_Die Hündchen von Bretzwil und von Bretten, Ein Versuch

in der Mythenforschung_.) Lo scritto di Wackernagel è piaciuto tanto

in una parte erudita della Germania, che se un mitologo s'attentasse

oggi ancora di dimostrarvi che ci sono de' miti, per quanti fatti

egli potesse addurre a sostegno della sua dottrina, si sentirebbe

per unica risposta domandare: _Avete letto il cagnolino di Bretzwil

e di Bretten_? Nel secolo passato, un solo motto di Voltaire avea la

pretesa d'annientare il Cristianesimo; nel secolo nostro, la ingegnosa

buffonata di un solo erudito dovrebbe abolire tutta la mitologia.

Offenbach ha messo in canzonetta l'_Iliade_; perchè un professore

non potrebbe ora tradurre in prosa quella canzonetta? Dopo tutto,

uno scherzo si legge più volentieri e si ritiene più facilmente d'un

trattato. E chi non ha letto le molte opere dottissime di Wackernagel,

lo ricorderà invece lungamente per la sua storiella de' due cagnolini,

arma fatata, con la quale si dispenserà dal considerare molte questioni

che il ridicolo ha ornai risolute.

Il carattere del nostro tempo è spesso la facilità; lo scibile, quando

imbarazza, si esclude. Così noi troviamo molti uomini che si credono

civili e trattano il mondo come se fosse nato ieri, e sto per dire,

quasi come se lo avessero essi stessi creato e composto ad immagine

loro. Essi non credono all'età eroica, perchè essi stessi non si

trovano più eroi; e non credono agli Dei, perchè essi hanno perduto il

sentimento del divino. Chi s'accinga loro a dimostrare lo svolgimento

successivo della natura e dell'umanità, perde l'opera; essi trattano,

per rispetto al tempo, l'uomo antico, a quel modo con cui noi società

civili, per rispetto allo spazio, trattiamo le società selvaggie. Sono

altri esseri, con altri organismi, con altra vita; nulla di quelli

più ci perviene e ci tocca; ogni secolo è un tutto vivente, da sè, per

sè, distinto da cento unità che chiamano anni. Ogni figlio che nasce

non riceve nulla alla sua radice, vegeta isolato, completo, co' suoi

vizi, con le sue virtù, e non si tramanda quasi altrimenti che per

la pecunia, eredità che i superstiti raccolgono da quelli che se ne

vanno. Molti, anzi troppi comprendono in tal modo ristretto la vita.

La storia non è un'armonia, ma una confusione di suoni. Chi s'attenta

a dimostrarne la continuità, a cercare nel presente i frammenti del

passato, a far la storia naturale del principe degli animali, si

sentirà abbaiar dietro il cagnolino di Wackernagel.

Un mezzo secolo fa, per confondere i mitologi, un bell'ingegno avea

voluto provare come fosse anco possibile il fingere in Napoleone

I un mito solare. Alcune curiose analogie trovate tra la vita

dell'intraprendente conquistatore con le gesta più caratteristiche

dell'eroe mitico, posero in grande discredito la mitologia, come se la

somiglianza accidentale di una realtà terrena con un'altra più solenne

realtà dalla fantasia popolare figurata nel cielo dovesse distruggere

necessariamente il mito. La levità de' giudizi umani è tanta, che il

ridicolo parve allora invincibile, e nessuno si curò d'indagare se

fosse pienamente logica la conseguenza che si traeva dalle premesse.

Su che si fondava, insomma, il ragionamento? Voi dite che in cielo

l'eroe mitico vive così; io vi dimostro che Napoleone sopra la terra

ha vissuto nel modo medesimo; dunque anche Napoleone dovrebbe essere

un mito; ma un mito non può essere, perchè Napoleone io l'ho veduto,

come lo videro molti de' miei contemporanei; dunque i vostri miti non

sussistono. Vi pare che il ragionamento corra? Eppure tutti quelli che

risero ed approvarono, quando uscì quella caricatura, ragionarono alla

stessa maniera e sentenziarono però che la mitologia era morta sotto

quel ridicolo.

Sorsero in Germania, dopo parecchi anni, a farla rivivere valorosi

mitologi tedeschi, e a dimostrarne meglio la realtà storica si valsero,

nella ricerca, di quello stesso metodo comparativo, che era stato

vittoriosamente adoperato per discoprire le affinità linguistiche

della nostra stirpe indo-europea. S'era per lungo tempo creduto che

ogni lingua ariana fosse un tutto organico completo, perfetto, isolato

per sè, senza addentellati, all'infuori di quelli con una maravigliosa

lingua primitiva, la lingua d'Adamo, che si faceva parlare ebraico.

Menagio e gli altri etimologi dello stesso valore che il motto

espressivo di Voltaire sopra l'ufficio delle consonanti e delle vocali

ha troppo bene scolpiti, dando una elasticità prodigiosa ai vocaboli

d'ogni lingua, li conducevano a miriadi a darsi battaglia sopra

un'esile radice ebraica, la quale quando, per dispero, non potesse più

sopportare il peso di tanto conflitto, si ritraeva, cedendo il campo a

qualche altra radice più arzilla, chiamata prontamente in soccorso come

cortese ausiliaria. Se la confusione delle lingue non si era dunque

fatta in Babele, si fece nel secolo decimosettimo in Parigi, dove

il Menagio teneva aperta accademia. Come le lingue, si considerarono

pure le mitologie. Esse venivano osservate come prodotti completi e

distinti della fantasia letterata de' poeti di ogni singola nazione,

e quando la pluralità degli Dei offendeva la Maestà del Dio unico

ebraico-cristiano, si cercava di comporre il dissidio interpretando

i miti greci e latini come allegorie morali. Ogni Nume, per quanto

poco edificante sia stata la sua vita, ebbe obbligo di rappresentare

simbolicamente una virtù; e così si sono potuti compilare dizionarii

e trattatelli di mitologia classica per uso della gioventù studiosa,

e un poco anche per uso di que' poeti poveri di idee e di sentimento,

i quali, quando avessero invocato il biondo Febo, o il fiero Marte, o

la lusinghiera Ciprigna, o la casta Diana, e ornato in versi qualche

aneddoto più o meno autentico dell'Olimpo ellenico, avevano esausta

tutta la loro ispirazione.

La filologia comparata trova ancora molti increduli in Germania, e

moltissimi fra noi. Vi è tutto un popolo di eruditi che guarda sempre

compassionevolmente tutta questa gente nuova che ardisce ricercare

nuovi veri oltre quelli appresi da molti secoli in quella duplice

scienza ch'essi chiamarono sacra e profana. L'etnografia biblica durò

per essi infallibile; Japhet è Giapeto. Giapeto è un greco. Dal greco

discende il latino. Si trova la lingua etrusca? È un mistero. Ma se si

ha da dichiarare si ricorre al greco; fallita la prova del greco, deve

supplire l'ebraico. Tutto si chiude entro quel circolo erudito. Al di

fuori di esso, non vi è storia, non vi è poesia, non vi è scienza, non

vi è salute. Gl'Indiani sono selvaggi. I Germani e gli Scandinavi sono

popoli che si pascono di nebbia; lo Slavo non conta; basta il _knut_

a rappresentarlo. Se anch'essi hanno mitologie, al più sono mitologie

mostruose. Possiamo occuparcene, per curiosità, come ora sembra che

si venga pure disegnando una mitologia ottentota. Così ragionano i

dissidenti, che vorremmo chiamare gli ignoranti, se non fossero, per

la massima parte, gente erudita e togata che siede in cattedra e parla

gravemente.

Ma la mitologia comparata fu anche più disgraziata della filologia.

Essa non ha solamente contro di sè i pedanti dell'antica forma, ma

anche quelli della nuova. L'erudito dell'antico stampo occupavasi

della sola antichità classica; sopra la rettorica di Quintiliano esso

piantava le colonne d'Ercole. L'erudito moderno ha fatto un passo

importante. Esso ha considerato anche la letteratura medievale e la

letteratura popolare contemporanea. Con una diligenza degnissima di

lode, esso è venuto accozzando preziosi materiali, e ponendoli in luce.

Non seppe avvivarli, non seppe o non volle penetrarne l'intima essenza;

ed era nel suo diritto; non è di quello che gli manca, pur troppo,

che noi possiamo accagionarlo; anche i Reinhold Köhler hanno il loro

merito presso gli studiosi, come rendono sicuramente un buon servigio

alla letteratura i bibliografi. Ma che si direbbe di un bibliografo,

il quale s'attentasse di negare ogni diritto alla critica, per la

sola ragione ch'egli non ne ha mai fatta? Così vi sono raccoglitori

di novelline, di canti popolari, di leggende, di tradizioni, i quali

gridano l'allarme contro il critico mitologo, che ardisca cercare

l'anima di que' piccoli organismi, pel solo motivo che essi non li

hanno mai sentiti palpitare, avendo raccolte tradizioni per accrescerne

il numero nel loro museo, non già per riuscire a penetrarne l'intima

natura e rappresentarla e interpretarla come una figura vivente dello

spirito umano. Contro il mitologo che compara, oltre i vecchi pedanti

preoccupati di simmetrie grammaticali e rettoriche, stridono dunque

ancora i novissimi eruditi, intenti a far dei volumi coi racconti

che il popolo ha bene narrati, ma ch'essi non hanno bene compresi; e

aizzano però contro il mitologo il cagnolino di Wackernagel, e quando

esso _caninamente latra_, levano un applauso così festoso, che ne

arriva lo strepito fino a noi.

Ma a che si riduce, insomma, lo _Scherzo_ di Wackernagel? Vediamolo.

Nè io di trattenervi sopra un argomento così umile vi chiedo scusa;

poichè, se, con tali armi, presumono gli avversarii nostri combatterci,

è giusto che sappiate quali armi sian quelle, per farne il conto

che meritano, e non lasciarvene sorprendere. Il ridicolo può, quando

giunge improvviso, riuscir contagioso anco agli uomini gravi; ma quando

si apprenda di che natura sia e con quali arti si mova, esso non ha

più presa su altri che sul volgo. Del resto, lo stesso Wackernagel

dovea fare una stima assai mediocre del proprio Scherzo dell'anno

1856, quando nel 1867, seguendo quello stesso metodo che egli aveva

deriso, trattava distesamente della _Thiersage_, in uno scritto che

fu compreso testè nel secondo volume de' suoi _Kleinere Schriften_, ed

ove, se con erudizione un poco superficiale si tocca delle tradizioni

epico-zoologiche orientali, si riconosce pure la necessità di

ricondurre all'Oriente le tradizioni dell'Occidente e di far risalire

all'epopea la favola.

Ora udiamo il Wackernagel: — «Dicesi qui in Basilea di un uomo, il

quale arriva col detto o con l'opera in ritardo quando tutto è già

passato, o d'una cosa, d'un avvenimento che arriva in ultimo, quando

non c'è più tempo: «ei viene» oppure «è come il cagnolino di Bretzwil.»

Bretzwil è un villaggio nel territorio di Basilea. Presso il cagnolino

di Bretzwil se ne trova un altro, divenuto esso pure proverbiale, il

cagnolino di Bretten; Bretten è una piccola città del Palatinato. Di

quest'ultimo Heberer nella sua _Servitus Aegiptiaca_ (stampata nel 1610

ad Heidelberga) narra la seguente storiella che subito ci colpisce:

«Viveva in Bretten un uomo, così poveraccio, che avrebbe dovuto

morire di fame, se un cagnolino ad un tempo fedele ed accorto non

gli avesse prolungata la vita. Esso, ogni giorno, correva ora presso

l'uno, ora presso l'altro macellaio della città, sottraeva ogni volta

una salsiccia e la portava al suo padrone. I macellai, i quali per

lungo tempo non aveano avuto sentore nè del furto, nè del ladro,

si posero finalmente sopra le tracce del cagnuolo e stettero in

agguato. Alfine, sul punto in cui il cagnolino voleva afferrare una

salsiccia, il macellaio colse il cane, gli tagliò la coda e gliela

pose trasversalmente in bocca, così com'esso era solito a portar via

le involate salsicce; quindi lo lasciò correre. Il cagnuolo tornò a

casa, pose, come già la salsiccia, in mano del padrone la coda, si

buttò giù, e morì.» Heberer era egli stesso di Bretten, e dovremmo

credere ch'egli abbia fedelmente riprodotta la tradizione locale, ed

anzi esser disposti a credere che la stessa fosse letteralmente vera.

Ma si affaccia il nostro canino di Bretzwil, il quale a quello di

Bretten somiglia tanto pel suo essere bestiale e pel nome del luogo,

e pure ne differisce tanto pel nome e pel significato, da non potersi

identificare finchè si rimanga sopra il terreno storico. Quindi

la necessità di lasciare intieramente da banda il terreno storico,

lanciandosi piuttosto da Bretten del Palatinato e da Bretzwil del

territorio di Basilea nel mondo mitico-simbolico, e dalle più solide

basi ch'esso offre cercare l'idea, per la quale i due cagnolini si

ritrovano uniti.» — E qui il Wackernagel incomincia la sua caricatura.

Ne reco il principio, perchè si comprenda il tono dell'erudita

buffonata: «Il cane troviamo nella credenza e nell'uso dell'antichità

e del Medio Evo ed anche ora in parecchi senza dubbio non più intesi

e male adoperati proverbi come il costante simbolo riproducentesi

della morte. Cerberus, il _janitor Orci_, è un cane, un cane più

insigne, poichè esso ha tre, anzi cinquanta, anzi cento teste; contro

Odino, che nella Vegtamskvida cavalca verso Niflheim e ad Hel, la Dea

della Morte, abbaia un cane feroce, precipitato giù dalla casa della

Dea; naturalmente il cane, mentre infuria, lascia la porta aperta;

quindi il proverbio: _cani e villani lasciano la porta aperta_. Ed

ancora in uno de' più bei rami del grande maestro di Nürnberg questa

processione infernale: un guerriero cavalca uno splendido cavallo

superbamente tranquillo; presso di lui, sopra una misera rozza, la

Morte, fra i due corre un cane, sinistro nel suo silenzio e in ogni sua

espressione; evidentemente di nuovo il cane funebre, ed il cavaliero,

non già (codesto può credere solamente un cervello limitato) il signor

Francesco di Sickingen, ma sempre ancora il vecchio Odino in uno de'

suoi non so quanti avatar.» La buffonata si continua deplorevolmente

sopra lo stesso tono per altre dieci pagine. Sì, deplorevolmente,

poichè, nello studio di provocare il riso, il Wackernagel confonde le

cose più gravi con le più lievi, e sacrifica scientemente il vero.

Il proverbio sopra i cani e i villani che lasciano la porta aperta,

ch'egli cita a sproposito, dopo avere ricordato il cane _janitor Orci_,

infirma forse che il cane sia spesso nel mito il messaggiero della

Morte com'è l'ostiario del regno de' morti? Certo non è il cagnolino

di Bretzwil nè quello di Bretten che ci danno un'idea precisa del cane

funebre; ma l'animale che si sacrifica pel suo signore, per quanto

Wackernagel fosse disposto a credere la storiella di Heberer indigena

del Palatinato, è sicuramente una leggenda di origine mitica, della

quale numerose leggende indo-europee avrebbero potuto offrire al dotto

Professore di Basilea le varianti, senza ch'egli s'avesse a dar tanta

briga per mettere sossopra tutte le mitologie, e rintracciarvi le più

disparate notizie tramandate da esse sopra il cane, e forzarle quindi

reciprocamente ad una unità ridicola e mostruosa. Che direste voi d'un

filologo, il quale trovando per esempio la parola _Deus_, invece di

considerarla nel suo pieno organismo vivente, la scomponesse nelle sue

quattro lettere, e poi, come gl'Indiani distinguevano nella mistica

sillaba _om_ (a-u-m), le tre persone della Trinità brâhmanica, Çiva,

Vishnu e Brahman, perchè nella prima parola entra la lettera _a_,

nella seconda la lettera _u_, nella terza la _m_, nella parola _Deus_

vedessero, con lo stesso arbitrio analitico, i _Domini pater, filius,

spiritus_?

Scherzo contro scherzo, io non credo che quello di Wackernagel

valga molto di più. Non so se esistesse nel 1856 un pazzo mitologo

comparatore quale il Wackernagel lo supponeva per aver buon giuoco

nel confonderlo col ridicolo. Lo _Scherzo_, al più, proverebbe come a

nulla valga la molta erudizione, senza un metodo critico che la guidi

e sostenga, e ci darebbe ragione per far voti, affinchè gli eruditi

si contentassero di raccogliere materiali, e di farne l'inventario,

senza porli in ordine, ch'è lavoro critico al di sopra del loro potere,

senza interpretarli, chè per interpretarli bisogna prima comprenderli,

e a comprendere le cose vaste occorre vastità di comprendimento.

Wackernagel non era certamente uomo di piccolo ingegno, ma, per questo

appunto ch'ei poteva pregiare l'efficacia scientifica della mitologia

comparata, ebbe torto, quando s'accinse a seppellirla col ridicolo

appena nata. Poichè lo _Scherzo_ suo è così fatto, che non colpisce

solo l'esagerazione dei singoli investigatori, ma intende ad isolare

intieramente il mondo antico mitologico rivelato dall'arte, da quello

che si conserva in modo frammentario nella tradizione popolare, e

perchè infine deride l'unità fondamentale de' miti, come altri deride

ancora l'unità de' linguaggi indo-europei.

Nel nostro linguaggio famigliare, quando si vuole indicare una cosa che

non è reale, e che lo spazio od il tempo nasconde alla nostra vista,

si suol dire: _è un mito_. Questa singolare espressione è il primo

ostacolo che trova il mitologo, quando richiama l'attenzione degli

studiosi sopra il mondo mitico. Con l'indirizzo positivo dell'odierna

filosofia sembra stonare od avere almeno una mediocre attrattiva

qualsiasi scoperta che si presupponga non condurre direttamente a

ritrovare alcuna verità di certezza matematica. Il mito per molti non

è altro che la negazione del reale; fosse almeno l'ideale; ma neppur

questo si concede. Come il capriccio turba il movimento ordinato ed

armonico della ragione, come l'allucinazione abbaglia la vista, così

il mito distrae dal vero la poesia. Si considera il Nume come un

fantasma straordinario, che appare all'uomo, per caso, senza che l'uomo

l'abbia evocato o prodotto; un fantasma senza corpo, quantunque assuma

capricciosamente forme all'uomo ben note. E questo modo volgare di

trattare anticipatamente i miti prima di studiarne la natura, prima

di conoscerli, toglie ogni favore alla mitologia. Nessuno di noi

vuole accusare la propria ignoranza, ed incolpare il proprio difetto

d'analisi. Perciò rimane molto più vicino alla scienza l'umile volgo

che crede ancora alle sue streghe, a' suoi incantesimi, che noi, gente

di spiriti forti, che sorride e scote il capo dicendo: no, quello in

cui il volgo crede, non esiste, non ha mai esistito.

Dunque, mi domanderete voi, dobbiamo, ritornando superstiziosi, credere

in quel soprannaturale che la ragione nostra ha rovesciato? Non è

codesta fede che io domando allo studioso; ma sì invece che esso non

cerchi la storia dell'uomo solamente ne' monumenti scritti, spesso

ingannevoli, e che tratti le credenze popolari, le superstizioni,

almeno con quella serietà con cui l'archeologo esamina i rottami

d'un antico edificio; come l'archeologo ricompone dalle rovine il suo

monumento antico, perchè non potremo noi concedere all'uomo vivente la

stessa attenzione che non neghiamo all'opera materiale dell'uomo?

Se le streghe non ci sono più, ci è ancora la credenza nelle streghe.

Esaminiamo come questa credenza sia nata, e perchè si mantenga, invece

di deriderla; e troveremo sotto l'antica strega, in cui si crede

ancora, sebbene siasi staccata dal fondo reale, sopra il quale si

disegnò la prima volta, una realtà molto sensibile che dura ancora,

sebbene la sua forma mitica siasi ora isolata da essa ed erri perduta

ed incerta nella sola immaginazione popolare. Quelle idee che a noi

paiono false, quel pauroso sentimento del volgo dominato da una certa

mole d'idee sovrannaturali, debbono avere il loro significato, la loro

storia, la loro causa nella natura. È inutile il dire, non è, quando

si tratta solamente di vedere se quello che ora non è più, non abbia

potuto essere una volta, e se, date le condizioni morali d'una volta,

lo stesso effetto non si possa ancora riprodurre. Quando un erudito

vi dice che la parola _Befana_ è corrotta da _Epifania_, dice il vero;

quando aggiunge che la voce _Epifania_ vuol dire _apparizione_, vi dice

cosa che probabilmente sapete già, ma che può essere innocentemente

ripetuta; quando vi fa sapere che i Latini in que' giorni stessi,

ne' quali i Cristiani celebrano l'arrivo dei Re, avevano cerimonie

popolari consimili a quelle che rendono tumultuoso fra noi il giorno

della Befana, vi invita ad un raffronto, al quale non avevate forse

pensato; ma, anzi che aiutarvi a capire quello che la Befana sia,

s'egli non aggiunge altro, v'imbroglia. L'erudito cattolico non vorrà

che poniate in oblio come per _Epifania_ si intenda l'apparizione

della stella ai tre Re Magi; sebbene vi abbia già insegnato come anco

i Greci avevano le loro _Epifanie_, feste solenni, nelle quali gli

Dei si manifestavano ai mortali. L'erudito vi pone a riscontro fatti

che, se non vengono spiegati da una ragione più profonda che non sia

quella indicata dalla sola storia esterna, spesso meccanica, invece di

dichiararsi a vicenda, a vicenda si confondono. Non è qui il luogo, in

cui io possa domandare ai Cattolici perchè festeggino sul principio

dell'anno l'arrivo de' Re Magi; essi mi risponderebbero che il loro

dogma, il loro rito è infallibile, e che non giova indagare il perchè

di un mistero che bisogna credere solamente perchè ci fu rivelato.

Per quanto sia dunque grande la tentazione mia di lanciar l'indagine

anche fuori del mondo ariano, quando in tal mondo si producono fenomeni

conformi a quelli che ci occupano, nè solo vi si producono, ma ne

escono per venire a confondersi coi nostri, rispetterò le credenze

cattoliche, quando non ho un bisogno assoluto di distruggerle per la

dimostrazione del vero. Ma io vorrei sapere dall'erudito il significato

di quegli usi pagani che perdurano nella festa cristiana dell'Epifania.

Essi diranno probabilmente: la Chiesa cristiana non si curò di

rimuovere costumanze che potevano invece, mantenute, dare alle nuove

credenze una base antica. La verità è ora che le credenze cristiane

importate sul terreno latino sono quasi partite, dove le tradizioni

pagane vi si conservano tenaci. Ma perchè questa grande tenacità?

e perchè i Latini festeggiavano poi in tal forma singolare i primi

giorni dell'anno? Qualche erudito fa bene notare la corrispondenza

tra certe feste religiose e le vicende agrarie e celesti dell'anno.

Ma egli si crederebbe troppo temerario, quando tentasse di ricercare

nelle feste religiose i caratteri simbolici di quelle vicende. O quando

ardisse tanto, si limiterebbe al mondo romano, e col mondo romano

s'ingegnerebbe di spiegare ogni rito singolare. Chè, se gli accadesse

di incontrare un uso medesimo in Grecia, preparerebbe una dissertazione

per ricercare se i Greci l'abbiano tolto dai Latini, o non più tosto

questi da quelli. Quanto ai Germani, agli Slavi, agl'Indiani, se

l'erudito viene a sapere che essi ebbero od hanno usi simili ai nostri,

si contenterà di trovar curiosa tale somiglianza, ma si guarderà

bene di domandarne il perchè o d'ammettere che un perchè vi sia.

Ogni popolo d'eruditi in Grecia, in Italia ed altrove ha incominciato

col dichiarare _autoctona_ la nazione, alla quale esso apparteneva,

sebbene si rispettasse l'autorità della Bibbia che sostiene una

genesi diversa. Ora non siamo più a questo punto; ma troppi di noi,

quando, nello studio delle antichità italiche, ci troviamo confusi

innanzi a costumanze, istituzioni, tradizioni, monumenti non conformi

alle nozioni che ci rese famigliari il mondo latino, le riferiamo a

quella comoda razza pelasgica, inventata, come sembra, perchè desse

ospitalità a tutti que' popoli che la etnologia non ha ancora saputo

determinare e classificare. E con questa preoccupazione continua,

eccessiva, de' caratteri etnici, trascuriamo lo studio di quella unità

più larga e potente ch'è l'uomo nell'immediato contatto con la natura.

Ci ribelliamo all'idea di un uomo primitivo bruto e brutale, o ce ne

consoliamo, pensando che nella scala degli esseri animati l'uomo è

il più intelligente. Siamo disposti a credere, perchè non possiamo

impugnarla, all'eredità del sangue; e incominciamo ad ammettere, se non

ancora a proclamare, che si trasmette col sangue una parte dell'umano

carattere. Ma che faceva ella la intelligenza dell'uomo primitivo,

quando si trovava ancora quasi priva di idee, al contatto della viva

natura? Che poteva essa altro fare se non sopra la natura vivente

creare idee vitali? E i miti sono la figura di quelle idee elementari,

le quali s'improntarono con più forte impressione nella nostra razza,

perchè la razza nostra era la osservatrice dotata di fibre più delicate

e sensibili, e più atta pertanto a comunicare come a ricevere le

impressioni. Liberiamoci da quel cumulo immenso di idee acquisite, per

convivenza sociale, in parecchie migliaia di secoli; dimentichiamo,

se ci è possibile, le impressioni che il lungo contatto degli uomini

lasciò in noi, e ritorniamo vergini innanzi alla natura. Ritorneremo

forse ancora a creare i miti, o, per lo meno, li conserveremo meglio,

poichè ne avremo un sentimento più vivo. Perciò il popolo che è

ancora più presso di noi alla natura conserva meglio le sue credenze

superstiziose, che noi deridiamo perchè le abbiamo perdute. Molte anzi

di tali credenze superstiziose sono ancora miti trasparenti.

E per miti trasparenti intendo quelli che sotto la figura immaginosa

del linguaggio lasciano apparire evidente il fenomeno naturale. Crede

il popolo della campagna toscana che la rugiada raccolta prima che si

levi il sole, alla vigilia di San Giovanni, abbia virtù di conservare

la vista. Noi sorridiamo alla credula ignoranza del volgo, dove

dovremmo forse ammirarne soltanto la poesia. La festa di San Giovanni

sappiam bene come cada sopra uno de' tre giorni del solstizio estivo,

ossia de' tre giorni più lunghi, de' tre giorni più luminosi dell'anno.

Se con la rugiada del giorno più luminoso si lavino gli occhi, noi

vedremo più luce, noi vedremo meglio. Che cosa di più semplice, di

più naturale, di più poetico che questa forma d'augurio? Eppure il

volgo degli ignoranti, che mantiene la poetica usanza, ha torto, ed

il nostro volgo erudito, che la disprezza, è il gran savio, al cui

giudicio dobbiamo inchinarci riverenti. E pure non intenderemo mai la

mitologia e non avremo però diritto di deriderla, se non intenderemo

prima il linguaggio ed il costume popolare. Il popolo è l'eterno e

credulo fanciullo che dopo avere creato i miti, se li conserva. I

Greci, il popolo più naturale che si sia spiegato nella vita storica,

li fecero immortali nelle loro opere d'arte; i Latini, popolo pratico

per eccellenza, li adoperarono come elementi della loro propria

costituzione; noi li ravviviamo nella poesia del nostro linguaggio e

del nostro costume. Il mito ha penetrato l'essere ariano; e, dove pare

sterile e rozzo segno di un morto passato, è invece ancora potente

elemento creativo. Dove il mito non passa, non passa quasi la poesia,

inteso il mito nel senso suo più lato, ossia una figura immaginosa

ed animata di un fenomeno naturale. Quando un poeta paragona la sua

fantasia ad un cavallo indomito e selvaggio, crea un mito in sè;

quando egli paragona il sole aurato ad un cavallo d'oro, crea il mito

nella natura esteriore. Nell'impeto della creazione ei non dice: il

cavallo è rapido corridore sopra la terra, il sole è rapido corridore,

il sole è rapido come il cavallo; dice invece, con più brevità, il

sole-cavallo, od anche, guardando il cielo, semplicemente: il cavallo.

La prima e più general forma del mito è dunque una similitudine fra una

cosa lontana, o men nota, ed una cosa più vicina, e più nota. Certo,

l'uomo dovette conoscere il cavallo, il cane, il bove, il serpente

sopra la terra prima di collocarlo nel cielo. Ma il mito elementare

nasce soltanto da questo trasporto di figure da un mondo prossimo ad

un mondo lontano. A questo scambio d'immagini fra la terra ed il cielo

potè pure concorrere, per molta parte, l'equivoco del linguaggio.

In sanscrito, il cavallo è chiamato _açva_. Etimologicamente, la

parola dovrebbe valere il _penetrante_, _il rapido_. Diminuita la

coscienza etimologica del linguaggio, e dai qualificativi formatisi

gli appellativi, molti _rapidi_ divennero cavalli. E poichè açva, in

origine, non solo significò probabilmente, come aggettivo, rapido,

ma forse pure come neutro, _la rapidità,[1] l'açvin_ che dovea

originariamente esprimere _il fornito di rapidità_, ossia il _rapido_,

poichè _açva_ riuscì solamente più il _cavallo, l'açvin_ diveniva il

cavaliere. E poichè nel cielo vi sono due corridori, il sole e la luna,

dei quali il primo è posto in relazione col crepuscolo del mattino,

il secondo con quello della sera, s'immaginarono i due cavalieri, gli

_Açvinâu_, i quali negli Inni vedici sono celebrati per avere vinta

la corsa. Il crepuscolo prenunzia il giorno e la notte; è perciò il

primo ad arrivare al segno, a toccare il limite del cielo, a vincere

la corsa. L'equivoco del linguaggio può aver qui non solo giovato a

creare il mito, ma ancora a distenderlo, con l'immagine che si produsse

del cavaliere, sopra quella preesistente, come pare, del semplice

corridore, dell'_açva_.

La mitologia senza lo studio delle lingue antiche male si spiega; e

non è troppo grande ardimento il soggiungere che essa alla sua volta

ci spiega una parte, una piccola parte, senza dubbio, del linguaggio

figurato popolare, specialmente di quello conservato in alcuni

proverbii, ne' quali mi sembra avere riconosciuto un significato

mitico. So che ai sudanti raccoglitori di proverbii move un olimpico

riso questa invasione de' miti nella interpretazione di certi

proverbii, che, del resto, essi confessano di non sapere altrimenti

spiegare; ed alcuno di essi mi dà già voce di voler di ogni proverbio

foggiarmi un mito. E pure io era stato molto sollecito a dichiarare che

il numero de' proverbii mitici è ristrettissimo, come sono molto scarse

ne' viventi linguaggi le parole di significato mitico.

Ma se i proverbii mitici sono pochi, que' pochi non vogliono essere

negletti, e meritano che sopra di essi si raccolga l'attenzione

degli studiosi. Nè chiamando mitico un proverbio, presumo poi

necessariamente che la sua origine sia sempre asiatica od almeno

antichissima. Poichè io non nego punto la possibilità che qualche nuova

forma mitica si manifesti ancora di tempo in tempo sporadicamente

nel linguaggio popolare. Quando il nostro diligente investigatore

delle parlate toscane, il professor Giuliani, ci fa sapere che un

contadino piemontese ed un montanino toscano, per dirgli ch'essi

contentavansi di bere acqua pura, chiamarono l'acqua _vin di

nugoli_, mi fa meglio comprendere la nuvola indiana paragonata

ad un _mostro-barile_; dal qual barile poi la tradizione popolare

leggendaria fa, per una inavvertenza dello scimunito, scorrere vino o

birra per la cantina, che la mamma improvvida gli ha data con la casa

in custodia. Io non suppongo, senza dubbio, alcuna serie progressiva

e continua che congiunga _il vin de' nugoli_ toscano e piemontese

con la _nuvola-barile_ indiana; ma, dalla somiglianza delle immagini

che raffronto, comprendo meglio la natura dei miti che mi studio

d'interpretare. Io ho detto che la nuvola è paragonata ad un mostro,

e che il mostro è talora rappresentato in forma di barile. Il mostro è

generalmente, e, sovra ogni cosa, avaro. Domanderò dunque ancora se sia

troppo strano che io abbia tosto ripensato al mito, quando, al cader

delle prime larghe goccie di pioggia, intesi un giorno una popolana

perugina uscire in questo proverbio: ohe! piove! l'avaro crepa. Che ha

da far l'avaro con la pioggia, quando l'avaro non sia qui la nuvola

che, crepando, lascia cadere la pioggia, come alla morte del mostro

vedico Ahi, lo stringitore, l'avaro dragone, si scatenano le acque?

Io potrei moltiplicare simili esempii; ma spero che questi bastino a

persuadervi come il primo campo mitico sia il cielo, le prime figure

mitiche siano i fenomeni celesti, le prime informatrici de' miti siano

le similitudini del linguaggio popolare. Messi d'accordo su questo

punto che mi pare essenziale, sarà più agevole a me l'imprendere, a voi

il seguire la esplorazione nell'Olimpo vedico, che verrò tentando. La

miniera è assai ricca; ed io non la esaurirò punto; ma sarò contento

se alcuno di voi al fine della nostra peregrinazione potrà persuadersi

che anche i miti sono stati una realtà, anzi l'unica realtà importante

e caratteristica, per cui la razza indo-europea s'inalzò alla vita

storica, con un linguaggio potente; poichè, per dirvi, oggi, l'ultima

mia eresia, io credo capaci d'ideale, ossia potenti di progresso que'

soli popoli che hanno un senso vivo della realtà, la quale è per sè

tutta poetica e vivificante, quando si comprenda nella piena e perfetta

armonia che governa la vita, quando nel ricordare il passato l'uomo

viva del presente e prepari pure l'avvenire, secondando così la natura

che non fa altro se non conservarsi svolgendosi ed ampliandosi. L'uomo

antico ha spiegata ne' suoi miti celesti la poesia ch'egli avea chiusa

come germe in sè; l'uomo moderno deve entrare in gara generosa con gli

Dei suscitati dalla immaginazione poetica de' nostri avi, e, nuovo e

stupendo artefice, mirare a produrre il divino nella vita.

ANGELO DE GUBERNATIS.

LETTURA PRIMA.

IL DIO E GLI DEI.

Il primo problema che ci si affaccia nello studio della mitologia

vedica è questo: fu prima il Dio o furono prima gli Dei? Invece di

rispondere, potremmo proseguire a rivolgerci altri problemi: fu prima

il tutto o furono prima le parti? fu prima l'astratto o fu prima

il concreto? fu prima il sovrannaturale o fu prima il naturale?

Voi comprendete che il porsi innanzi tali questioni è quasi un

risolverle, poichè il tutto suppone le parti, l'astratto il concreto,

il sovrannaturale il naturale. Come non vi è re senza popolo, così

non vi è principio senza fondamento, non vi è legge senza materia

ch'essa possa regolare, non vi è il superlativo senza i diminutivi,

non vi è il Dio ottimo, massimo, senza gli Dei minimi che concorrano

a farlo tale. Nel nostro studio, per ritrovare il Dio uno, dovremo

dunque incominciare a studiarne gli elementi divini, ossia gli

Dei. Ma qui alcun filosofo potrebbe credere, con un po' d'arguzia,

di sorprenderci in contradizione, avvertendo come logicamente, e

secondo la nostra propria dottrina, i plurali sono collettivi, e

ogni collettivo, ogni plurale, suppone il singolare; il che si può

accordare volentieri, ma chiedendo la facoltà di esaminare la natura

propria di questo singolare, che moltiplicato produce la pluralità

degli Dei. Per ritrovare il valore intimo d'un nome, bisogna farne la

storia, indagarne il suo primo valore qualificativo, ed estrarne la

radice fondamentale. Per nostra fortuna, la storia vedica della parola

che studiamo è assai trasparente. Il Dio, nella lingua vedica, ossia

nella lingua ariana, della quale siano pervenuti a noi più antichi e

più autentici documenti, è chiamato _devas_. Ognuno di voi saprebbe

trovare le analogie tra questa voce e la voce con cui si esprime ora

il nome dell'Essere supremo in parecchie lingue europee. Ma molti

di voi potrebbero pure riconoscere, l'identità radicale di _deus_ e

di _divus_; e sapendo come il _divus_ o _divum_, o _dium_ de' Latini

valga semplicemente _il cielo, il cielo aperto, il cielo luminoso,_

e quello che i Francesi chiamano _la belle étoile_, avrebbe da questa

sicura nozione un primo avviso per ricercare nel Dio nient'altro che

il luminoso, ossia il cielo. Noi figuriamo il Dio splendido, eterno,

infinito; ma il cielo è il solo che sia per noi eternamente splendido

ed infinito. Quando il sole s'alza, abbiamo l'aria luminosa, ossia il

_dies_, il _diurnus_, il _giorno_, il _tempo luminoso_. Quando l'aria

s'imbruna e la terra si fa scura, occupata dalla notte, vi è pur sempre

qualche cosa che risplende in alto, che ha un colore, che scintilla,

che ha vita; il cielo appare sempre in veste luminosa, il luminoso

è eterno, il Dio è immortale. Perciò, come canta Ovidio, il Nume,

attraendo l'uomo a sè:

_Os homini sublime dedit, coelumque tueri_

_Jussit._

Letture sopra la mitologia vedica · 第 1 / 26 段