confine, intorno alla quale le altre leggi tacciono. Parrebbe che
avesse dovuto durare o sino alla morte dellʼomicida, o sino a quella
del redentore del sangue. Ma invece qui viene stabilito che durasse
tutta la vita del sommo sacerdote (v. 25, 28), il quale certo in questo
modo ci apparisce come capo non solo dellʼautorità religiosa, ma anche
di quella civile. Col mutarsi della persona rappresentante della
doppia autorità, cominciava, a dir così, una nuova era, e di quella
antecedente si voleva cancellare ogni memoria non buona, concedendo
amnistia a quelli che involontariamente avevano commesso riprovevoli
azioni. Ma ciò che non era mai permesso dalla legge ebraica, era il
prendere un riscatto dallʼomicida, come avveniva presso altri popoli
(v. 31, 32). Il delitto di sangue era tale che avrebbe reso impura la
terra, se non fosse stato debitamente punito con la morte dellʼomicida,
quindi era tenuto di azione pubblica, e non lasciato punire alla sola
privata vendetta. Imperocchè Jahveh abitava in mezzo ai figli dʼIsraele
sulla terra ad essi conceduta, e non permetteva che divenisse impura
lasciando impuniti i delitti di sangue (v. 33, 34). Quasi si credesse
che il sangue versato nellʼomicidio e assorbito dalla terra gridasse
vendetta. Concetto espresso nella leggenda di Caino e Abele, quando
si dice che il sangue dellʼucciso esclamava a Jahveh dalla terra
(_Gen._, IV, 10). Dimodochè, se lʼucciso non avesse avuto parenti per
vendicarne la morte, o vi avessero rinunziato, il potere giudiziario
doveva non solamente giudicare, ma anche curare lʼesecuzione della
condanna. Conseguenza che se non è chiaramente spiegata nella lettera
della Scrittura, si deduce però con piena sicurezza dallo spirito
della legge, e qui hanno avuto ragione dʼinsegnare in tal modo anche i
talmudisti.[621] I quali però hanno aggiunto in questa legge che non
le sole sei città designate come asilo fossero di rifugio allʼomicida
involontario, ma anche le altre quarantadue assegnate come abitazione
dei Leviti.[622] Estendendo in tal modo i luoghi dʼasilo, si vede bene
che i rabbini erano mossi dal solito loro principio di introdurre nella
legge penale una maggiore mitezza.
* * * * *
Anche nel codice sacerdotale si contiene, come nel Deuteronomio,
un discorso parenetico (_Levit._, XXVI), nel quale si promette la
felicità, se il popolo ebreo avesse osservato la legge, e ogni genere
di infortunio, se vi avesse disobbedito. È notevole però che in questo
discorso del Levitico si pone una certa gradazione nelle minaccie delle
sventure, supponendo che di mano in mano debbano farsi maggiori, se il
popolo non si pentisse, e ritornasse sulla buona via (v. 18, 21, 23,
27).
Ed è poi maggiormente da osservarsi che nella presente disposizione
delle leggi ELN questo discorso, che ne dovrebbe formare la
conclusione, non si trovi alla fine, ma fra la legge del Giubileo, e
quella dei voti per le consacrazioni, e poi nel Numeri seguano sparse
alcune altre leggi tanto religiose quanto civili. La quale osservazione
ci conduce naturalmente a dire qualche cosa sul concetto che noi
abbiamo della forma del codice sacerdotale.
Come può essersi facilmente accorto chi abbia avuto la pazienza di
seguire fino a qui la esposizione che abbiamo fatta di questo codice,
noi comprendiamo sotto questo nome qualche cosa di più che non fanno
altri critici, e principalmente molte parti delle leggi del Levitico
XVII–XXVI, intorno alle quali abbiamo opinione diversa da quella oggi
tenuta da molti per vera. Non ci sembra che queste leggi abbiano mai
potuto formare un tutto per sè, nemmeno come raccolta di elementi
diversi. Abbiamo sopra addotto le ragioni (cap. VII) per le quali
teniamo che i capitoli XVIII–XX siano leggi particolari promulgate nel
lungo tempo decorso fra il primo codice e il Deuteronomio. Ora chi
considera tutto il rimanente di questi capitoli non vi troverà ragione,
nè per il contenuto nè per la forma, di non tenerli una delle parti
costitutive del codice sacerdotale.
Il contenuto del capitolo XVII è principalmente il precetto di non
offrire sacrifizii fuori del luogo centrale del culto, ed è questo
un fondamento così necessario a tutto lʼordine del culto, che non è
possibile, come vorrebbe il Vellhausen,[623] che nel codice sacerdotale
non se ne facesse menzione perchè da sè stesso sottinteso. Nessuna
legislazione può sottintendere ciò che ne forma uno dei principii
regolatori.
I capitoli XXI, XXII sono di argomento sacerdotale quanto altri mai,
perchè prescrivono tutte le norme di purità per la casta sacerdotale,
e per gli animali atti ad essere offerti in sacrifizio. In un codice
ordinatore del culto non si poteva tacere di questi due principalissimi
argomenti. Come non era possibile non prescrivere nulla intorno alle
feste che formano subbietto del capitolo XXIII, tanto più, quando
ne era accresciuto il numero relativamente a quello stabilito nelle
antecedenti legislazioni. In questo capitolo però si sono introdotti
alcuni elementi più antichi, che sono i vv. 9–22 e 39–44. Il codice
sacerdotale è monotono nelle sue prescrizioni, e ama di farle in forma
o identica o molto simile. Le prescrizioni intorno al sabato (1–3),
intorno alla pasqua (4–8), al primo giorno del settimo mese (23–25), al
giorno dellʼespiazione (26–32), alla festa delle capanne (33–38), sono
espresse, se non nellʼidentico modo, almeno con uno stesso stile. Non
così nei versi 9–22, ove si parla della doppia festa delle primizie al
principio e alla fine della primavera, e nei vv. 39–43, che trattano
della festa della raccolta nellʼautunno, dando a queste due feste un
aspetto tutto agricolo, quale avevano in origine, ma perduto nel codice
sacerdotale. E per i vv. 39–44 è maggiormente chiaro che non potevano
formar parte della primitiva composizione di questo capitolo, perchè
della stessa festa delle capanne si parla nei versi precedenti 33–36,
e i vv. 37, 38 chiudono lʼargomento di tutte le feste, in modo che è
impossibile supporre che uno stesso scrittore torni immediatamente a
dirci sopra qualche cosʼaltro. In quanto poi ai vv. 9–23 si potrebbe
obbiettare che, se questi sono interpolati, non abbiamo nel codice
sacerdotale una prescrizione intorno alla Pentecoste. Ed è vero che
nella forma in cui questo codice ci è pervenuto essa mancherebbe. Ma
è da supporsi ragionevolmente che lʼultimo compilatore, combinando in
questo capitolo elementi diversi, siccome trovava forse troppo succinta
la prescrizione della Pentecoste quale era nel codice sacerdotale, e
voleva anche mantenere i riti intorno allʼofferta delle primizie,
che in esso mancavano, lʼha soppressa, e vi ha inserito invece una
disposizione rituale più antica.[624] Mentre per la festa delle
capanne, volendo il compilatore mantenere il rito di festeggiarla con
le palme e con i rami di altre piante (v. 40), ha meno avvedutamente
sovrapposte lʼuna allʼaltra due disposizioni appartenenti a documenti
diversi.[625] E finalmente che il rito intorno alla Pentecoste quale lo
abbiamo qui nel cap. XXIII del Levitico non abbia potuto formar parte
originaria del codice sacerdotale si prova inoppugnabilmente dalla
contraddizione, che intorno al sacrifizio da offrirsi in essa festa
già fu sopra notata (pag. 44) fra questo luogo e il Numeri XXVIII,
27. Ma queste due inserzioni tratte da documento più antico, e da
accagionarsi allʼultimo compilatore, non fanno sì che il capitolo XXIII
non appartenga in sostanza al codice sacerdotale.
Sebbene fossero parti accessorie del culto, lʼaccendere il candelabro
nel Santuario, e il porre sulla tavola santa le dodici focacce del pane
sacro di settimana in settimana (XXIV, 1–9), domandiamo noi in quale
altra collezione legislativa, se non nel codice sacerdotale, avrebbero
potuto trovare il loro luogo?
Nè aliena dallo stesso codice è la terza parte dello stesso capitolo
(vv. 10–16), che vuole punito colla lapidazione il bestemmiatore.
Perchè è proprio di questa parte della legge del Pentateuco il
sanzionare con la pena anche i peccati puramente religiosi.
Ciò che succede sulla legge del taglione è stato forse interpolato più
recentemente, e non si saprebbe vedere una relazione fra le due leggi.
Se vi è poi disposizione degna di una mente sacerdotale è quella del
riposo delle terre nellʼanno sabbatico, e della immobilità del possesso
territoriale nella stessa famiglia, mediante il Giubileo (XXV) per
la ragione teocratica che la terra è di Dio, e non dellʼuomo. Non si
creda che questa è legge di precauzione per ovviare alla povertà, nè
avviamento a un beato comunismo; ma è legge che inceppa ogni progresso,
ogni aumento di ricchezza nel popolo, e che condanna invece alla
immobilità, vagheggiata sempre e da per tutto dai sacerdoti di ogni
religione.
Nè alcun miglioramento questa legge del Giubileo portò nella condizione
degli schiavi, a cui già meglio avevano provveduto le leggi antecedenti
col concedere la libertà dopo sette anni di servizio.
Crediamo finalmente che abbiano formato parte originaria del codice
sacerdotale anche il cap. xviii del Numeri intorno ai proventi dei
sacerdoti e dei leviti, e i capitoli xxviii, xxix dello stesso libro
intorno ai sacrificii quotidiani e di tutte le solennità; perchè anche
queste due erano parti troppo importanti dellʼordinamento del culto.
Come sia avvenuto che questi riti si trovino oggi così fuori del loro
posto non è tanto facile a dirsi, come non è facile dare ragione di
tutto il presente ordinamento del Pentateuco. Ma forse si può supporre
che il compilatore ha posto dove oggi si trova la prescrizione intorno
ai proventi sacerdotali, perchè voleva riconnettere i privilegi del
sacerdozio alla narrazione della sommossa di Coreh, di Datan e di
Abiram contro lʼautorità di Mosè e di Aron. Ma non si potrebbe fare
nessuna ipotesi ragionevole intorno alla presente posizione delle leggi
sui pubblici sacrificii, perchè proprio non hanno alcun nesso nè con
ciò che precede nè con ciò che segue.
La conclusione poi del codice sacerdotale era formata dal cap. XXVI
del Levitico con le promesse di felicità in premio dellʼosservanza
della legge, e con le minacce delle più terribili sventure, se fosse
stata trascurata. Lʼultimo verso di questo capitolo: «Questi sono gli
statuti, queste le leggi e glʼinsegnamenti che Jahveh diede fra sè e
fra i figli dʼIsraele nel monte di Sinai per mezzo di Mosè» dimostra
chiaramente che qui siamo giunti alla fine di una raccolta legislativa.
La quale a parer nostro comincia col cap. XII (1–10, 15–20, 43–XIII,
2) dellʼEsodo, e riprende poi col cap. XXV, e interrotta dal v. 18 del
cap. XXXI fino a tutto il XXXIV per inserirvi una narrazione desunta da
più antico scritto, continua fino a questo punto.
Nè vogliamo dire che, quale oggi lʼabbiamo, questa raccolta sia tutta
di uno stesso autore. Già per le cose antecedentemente discorse
resulta come a nostra opinione le leggi di cui sopra abbiamo parlato
nei capitoli vi e vii siano assai più antiche, e sarebbe difficile
il dire se dallo stesso legislatore sacerdotale, o dallʼultimo
compilatore siano state inserite là dove oggi si trovano. Come anche
alcune modificazioni nei particolari si dovranno certamente alla mano
di quelli che successivamente hanno ora ordinato ora disordinato il
Pentateuco. Ma il volere precisamente fissare quali e quante queste
modificazioni siano, noi giudichiamo che sia opera, per non dire
impossibile, difficilissima. Ci sembra però resultare chiaramente che
anche dopo la formazione del codice sacerdotale si sentì il bisogno
di renderlo maggiormente compiuto con altre disposizioni, le quali
formano altrettante Novelle contenute nel cap. XXVII del Levitico,
e nelle parti legislative del Numeri, che abbiamo antecedentemente
esposte. Le quali Novelle, secondo ciò che abbiamo nel Pentateuco,
si dicono in parte rivelate da Dio nel monte Sinai (_Levit._, XXVII,
34) o nel deserto dello stesso nome (_Num._, IX, 1), e in parte nelle
pianure di Moab presso il Giordano (ivi, XXXVI, 13). Noi le abbiamo
considerate come parti del codice sacerdotale, perchè, se non erano
comprese nella originaria sua composizione, certo erano dettate secondo
gli stessi principii, e con lʼintendimento di rendere più compiuta una
stessa legislazione, non di formarne una nuova e diversa. Oltrechè poi
avremmo giudicato impossibile disporre in ordine cronologico queste
Novelle, sicchè vi fosse ragione di trattarne separatamente. Resta però
ad esaminare in qual tempo nelle principali ed originarie sue parti il
codice sacerdotale siasi formato, e a quale età sia da attribuirsi la
sua promulgazione.
Che sia posteriore ad Ezechiele, come sopra fu accennato, si prova
manifestamente, dallʼordine del culto immaginato da questo profeta
diverso da quello del codice sacerdotale, per la disciplina del
sacerdozio, per le feste, e per i sacrifizii.
Nel codice sacerdotale i sacerdoti sono tutti i discendenti di Aron, e
per Ezechiele soltanto i Zadoqiti. In quello è permesso ai sacerdoti di
sposare qualunque vedova, da Ezechiele si permettono solo le vedove di
altri sacerdoti.
Nel codice sacerdotale si prescrivono cinque feste annuali, e in
Ezechiele soltanto tre, fra le quali il primo giorno del primo mese
di primavera, che sembra il capo dʼanno, festa non nominata nel
Pentateuco, il quale prescrive invece di festeggiare il primo giorno
del mese autunnale.
I sacrificii prescritti da Ezechiele nelle diverse solennità (XLV,
18–XLVI, 12) non concordano per nulla con quelli ordinati nel Numeri
(XXVIII, XXIX). Ma capitale differenza è quella del sacrifizio
quotidiano, doppio nel codice sacerdotale, che lo prescrive mattina e
sera (ivi, XXVIII, 2–8, _Esodo_, XXIX, 38–42) e uno solo per Ezechiele
che lo ordina soltanto nella mattina (xlvi, 13). Nè meno grave è la
discrepanza intorno al provvedimento per le spese dei sacrificii, che
Ezechiele impone al capo dello Stato (XLV, 17), e il codice sacerdotale
indifferentemente a tutti i cittadini (_Esodo_, XXX, 11–16).
Non è possibile che se un ordinamento del culto quale abbiamo nelle
leggi ELN, fosse già esistito ai tempi di Ezechiele, questi lo avesse
così profondamente variato.
Mentre è facilissimo che le parole di un profeta vaticinante in terra
straniera durante lʼesilio, non abbiano avuto tanta autorità sopra i
reduci da farle accettare come legge, tanto più che potevano ancora non
essere generalmente conosciute. Ma un codice, che, secondo lʼopinione
tradizionale, sarebbe stato da tempo antichissimo in vigore, come
poteva non essere cognito al profeta?
Questa difficoltà fu bene avvertita dai talmudisti, i quali volevano
per ciò dichiarare apocrifo il libro di Ezechiele, come fu proposto
anche per i Proverbii e per lʼEcclesiaste; ma non lo fecero, perchè
dissero che un certo Anania dopo lungo e faticoso studio era riescito
a conciliare tutte le contraddizioni fra le parole della legge e quelle
del profeta.[626]
Di queste conciliazioni però solo poche ne abbiamo nel Talmud,[627] e
davvero non sono tali da farci, come al buon Isaacita,[628] rimpiangere
la perdita delle altre; ma possiamo ad ogni modo essere contenti che
per esse il libro di Ezechiele ci sia stato conservato nel canone; chè
forse altrimenti sarebbe andato perduto.
Ad ispiegare poi, non a conciliare, le contraddizioni ci appigliamo al
più saggio partito di tenere posteriore il codice sacerdotale.
Intorno alla sua promulgazione abbiamo un passo nel libro di Nehemia
che ci pare decisivo per poterne fissare lʼetà. Si narra che, dopo
rifabbricate le mura di Gerusalemme, fatto il censimento del popolo,
e distribuitolo nelle varie città (VII), nel mese settimo fu fatta
pubblica lettura della legge (VIII, 1–8), alla quale il popolo si
commosse (v. 9) come a udire cose novissime. Quindi in conformità
della legge fu celebrata la festa delle capanne con lʼaggiunta di un
giorno ottavo, come si prescrive nel codice sacerdotale a differenza
del Deuteronomio, che la ordina soltanto di sette giorni (vv. 14–18).
Nel giorno 24 poi dello stesso mese si celebra un grande digiuno di
espiazione (IX). E finalmente si stabilisce un vero patto, col quale il
popolo si obbliga di osservare la legge, quale lʼabbiamo nel codice
sacerdotale (X, 1). Cioè, oltre il non imparentarsi con i popoli
stranieri e osservare scrupolosamente il sabato, fino a non comprare
e vendere in quel giorno, di riposare nellʼanno settimo, pagare un
terzo di siclo per le spese di culto; offrire annualmente le primizie
delle ricolte e dei frutti, dare i primogeniti ai sacerdoti, come pure
le primizie della pasta e le offerte, e ai leviti la decima di ogni
prodotto (vv. 31–40). Questʼordinamento del culto è tutto proprio del
codice sacerdotale, e se era dʼuopo stabilire un nuovo patto, affinchè
il popolo lʼosservasse, ne deriva di conseguenza che allora per la
prima volta veniva promulgato; perchè altrimenti si sarebbe sentito
obbligato dai patti, che si dicono antecedentemente stabiliti per il
primo codice (_Esodo_, XXXIV, 8), e per il Deuteronomio (XXVIII, 69),
e tuttʼal più sarebbe stata necessaria una confermazione di essi, non
una nuova stipulazione. Dimodochè la prima promulgazione del codice
sacerdotale cade senza dubbio nellʼetà di Ezra e Nehemia, circa la
metà del v secolo, ed è da tenersene compilatore il primo,[629] detto
chiaramente «Scrittore delle parole dei comandamenti di Jahveh, e dei
suoi statuti per Israele» (_Ezra_, VII, 11). È vero che la parola
ebraica _Sofer_ dalla tradizione religiosa è stata interpretata nel
significato di Scriba, scrivano, trascrittore, ma non è men vero
che le si addice benissimo anche quello di compilatore, che noi le
attribuiamo. E compilatore più che autore è da tenersi Ezra, come
quello che certo si è giovato di molte separate leggi già esistenti.
Ma la sua opera non è stata del tutto disconosciuta nemmeno nella
tradizione religiosa, imperocchè i talmudisti dissero a chiare note:
«Sarebbe stato degno Ezra che la legge fosse stata data per suo mezzo,
se non lo avesse prevenuto Mosè».[630] Ora, siccome noi sappiamo che
Mosè non lo ha prevenuto, dobbiamo dire che ciò che per i talmudisti
era soltanto un merito, è stato invece un proprio e verissimo fatto.
Nè meno dei talmudisti avvertirono lʼopera di Ezra alcuni padri della
Chiesa, fra i quali S. Girolamo scrisse: «se vorrai dire Mosè autore
del Pentateuco, e Ezra ristauratore della sua opera, non lo rigetto».
Cosicchè non deve dirsi Ezra autore di tutto il Pentateuco, come
opinava lo Spinoza,[631] perchè certo moltissime parti rimontano a più
antiche età, ma solo ordinatore di quelle leggi che costituiscono il
codice sacerdotale.
È da avvertirsi però che nei citati luoghi di Nehemia troviamo due
disposizioni, che con quelle del codice non concorderebbero. Cioè il
giorno del digiuno di espiazione celebrato nel 24 del mese settimo,
invece che al dieci, e la tassa per le spese di culto fissata a un
terzo di siclo, anzichè a mezzo. Ma è dʼuopo dire che come il codice
sacerdotale fu ampliato successivamente con altre Novelle, così in
altri punti fu modificato. E può essere che per certe ragioni, che a
noi sfuggono, fosse trovato più comodo anticipare di quattordici giorni
il digiuno espiatorio, come certo, trovato insufficiente il terzo di
siclo per le spese del culto, fu poi la tassa elevata a mezzo.
Questo modificarsi della legge è naturale ed umano perchè nella natura
e nellʼuomo, che ne è parte, regna sola sovrana la lenta e continua
evoluzione. E chi nello studio della legge ebraica, come in ogni
scientifica ricerca, si fa guidare dallʼesame dei fatti, vede che non
può essere stata tutta di un sol tratto creata da un uomo nei primi
quarantʼanni che gli Ebrei escirono dallʼEgitto; ma fu formata e svolta
lentamente nel corso di più e più secoli.
Quindi sʼintende che la parte legislativa del Pentateuco è il resultato
di una compilazione fatta da tutti i vari elementi che sino qui abbiamo
analizzato, combinata ancora con le parti narrative del medesimo libro,
per opera di colui che a questo e a quello di Giosuè diede la loro
presente forma.
Questa successiva formazione della legge ebraica non segnò sempre un
progresso. È un felice svolgimento dal Decalogo al Deuteronomio; ma è
un regresso da questo al codice sacerdotale; imperocchè converte a poco
a poco un popolo in una società religiosa, impacciata nelle pastoie
di un rituale, che vuole rigorosamente determinare tutti i menomi
particolari della vita. Dopo il ritorno degli esuli dalla Babilonia in
Giudea, non è più lʼantico Israelitismo che anima quel piccolo popolo
ritornato libero, ma una religione profondamente modificata, che prende
il nome di Giudaismo.[632]
Non vi sono più gli antichi profeti, che sappiano con la loro ispirata
idealità, e con la loro ardente parola dare alla religione una vita
che potrebbe essere mondiale, ma subentrano gli Scribi conservatori e
interpetri della lettera della _Torah_. La quale perde quasi la sua
importanza politica e civile di legge, per restringersi a poco a poco
ad essere soltanto la religione insegnata dal Talmud. Vi è in questo, a
dir vero, insieme col rito (_Halachà_), che soffoca ed opprime, anche
la leggenda (_Haggadà_), che per elevatezza di principii religiosi e
morali avrebbe potuto condurre lʼEbraismo in una atmosfera tanto alta e
tanto pura, da farne una religione molto differente da ciò che in fatto
è divenuto; ma nessuno ne ha saputo trarre giovamento, quando i tempi
avrebbero potuto essere opportuni.
Ad ogni modo non è da dimenticare che anche il Giudaismo ha avuto le
sue glorie; perchè ha saputo ispirare tanto entusiasmo da far sì che
un piccolo popolo desse una generazione di eroi vincitori nella lotta
dei Maccabei contro i Seleucidi, e più generazioni di eroi vinti ma
di gloriosissimi martiri, quando soggiacque, per non più risorgere,
alla potenza di Roma. E anche dopo il suo estremo fato, il Giudaismo
per diciotto secoli ha saputo mantenersi sparso sulla terra in mezzo
a persecuzioni e avvilimenti di ogni specie; perchè gli Ebrei,
perduta la loro patria materiale, ne hanno trovata unʼaltra ideale
nel loro Jahveh, che hanno continuato a proclamare unico Dio, Ma, se
questo è il lato grandioso del Giudaismo, non deve nemmeno tacersi
che giustʼappunto per tale pregiudizio, comune ad esso con tutte le
religioni positive, di essere solo possessore degli eterni veri,
ha mantenuto vivo tra i popoli un sentimento di odio, o almeno di
disprezzo reciproco.
Verrà egli un giorno in cui cesserà questa gara di religioni non
sempre incruenta, ma anzi troppo spesso sanguinosa? Potranno gli
uomini finalmente intendere che non devono, che non possono nè odiarsi
nè disprezzarsi per adorar Dio, o così, o così; perchè i dogmi e i
riti di tutte le religioni hanno un valore solo relativo di tempo e
di luogo? Spariranno un giorno dallʼuman genere i due flagelli della
superstizione e del fanatismo, inseparabili conseguenze delle religioni
positive?
Tali quistioni si pongono da tutti coloro che sanno quanto importante
problema per i destini dellʼuomo sia quello dellʼavvenire della
religione; ma è troppo arduo trovarne certa risposta. Lasciamo che
lo svolgimento religioso si operi come dovrà operarsi; e invece di
congetturare il futuro, studiamo intanto il passato delle religioni;
imperocchè solo dalla loro analisi e dalla loro storia si può conoscere
quale ne sia stata lʼazione sullʼumano incivilimento. E solo siffatto
studio pacato e senza passione, divenuto argomento di generale coltura,
potrebbe forse condurre gli uomini a conoscere il vero valore di tutte
le religioni, e a persuadersi che nessuna di esse ha mai avuto il
monopolio della verità, e nessuna gente mai ha avuto sulle altre il
celeste privilegio di essere depositaria di una divina rivelazione.
INDICE ALFABETICO
ABITI. Di altro sesso, 276.
Di lana e di lino insieme, 183, 278.
ABITI SACERDOTALI, 12, 335.
ACQUA MIRACOLOSA per provare la fedeltà della moglie, 18, 374–77.
ADULTERIO, 16, 63, 73, 193, 196, 281.
AGNELLO pasquale, 361 e seg.
ALTARE. 11, 40–42, 88.
Serviva dʼasilo, 101 e seg.
Secondo Ezechiele, 325.
AMALECHITI. Obbligo di distruggerli, 11, 135, 311.
_ʼAm haarez_, 348.
AMMONITI, 287.
AMORE DI DIO, 210.
AMORE DEL PROSSIMO, 179, 182.
ANIMALI. Atti ai sacrifizii, 16, 359.
Carità verso gli animali, 303.
Come devono uccidersi per cibarsene, 352.
Difettosi non idonei ai sacrifizii, 359.
Lacerati dalle fiere e morti naturalmente, 16, 48, 129 e seg.,
166 e seg., 351.
Permessi e proibiti come cibo, 166 e seg., 193.
Pericolosi, 112 e seg.
Puri e impuri, 15, 193.
ANNO SABATICO, 33, 134, 379 e seg., 389 e seg.
ANNO SETTIMO, 133 e seg., 219 e seg., 379 e seg.