Si conosceva poi unʼaltra forma di consacrazione sotto il nome

dʼinterdetto (_Ḣerem)_, e persone, mobili, ed immobili consacrati

a questo titolo non si potevano permutare, ma erano sacri come

appartenenti o al tesoro del tempio, o ai sacerdoti.[569] Però in

questo punto vi è una espressione nel testo rispetto alle persone che

dà alquanto a pensare. Vediamone i termini precisi. «Ogni voto che

alcuno faccia a Jahveh, come interdetto, di qualunque cosa egli abbia,

o persone, o animali, o campi di suo patrimonio, non si venda e non si

riscatti, ogni voto dʼinterdetto sia santissimo a Jahveh. Ogni voto

dʼinterdetto che si faccia di persona, non si riscatti, ma sia fatta

morire» (ivi, 28–29).

Ha inteso forse la legge di permettere una consacrazione, che

equivarrebbe a un sacrificio umano? e sopra quali persone? su quelle

forse dei servi e dei figli? Non ci lasciamo troppo facilmente indurre

in errore dal significato apparente di questo luogo. Mentre leggi

antecedenti avevano stabilito che il padrone non avesse diritto nemmeno

di percuotere il servo troppo crudelmente, ma per avergli offeso un

occhio, o fatto cadere un dente lo doveva lasciare in libertà (pag.

107, 110); mentre anche sul figlio ribelle e procace non avevano

riconosciuto al padre diritto di vita e di morte, ma solo di deferirlo

allʼautorità giudiziaria (pag. 268) è impossibile che una legge

posteriore permetta al padre o al padrone di consacrare a morte o il

figlio o il servo. Il fatto di Jefte (_Giud._, XI, 31 e seg.) non prova

nulla per dare a questa nostra legge una interpretazione crudele e

sanguinaria. Non si nega che nei primitivi costumi della gente ebrea vi

sia stato quello dei sacrifizii umani, praticati più o meno da tutti i

popoli antichi, prima che vero lume di civiltà fosse in essi penetrato.

Ma qui si tratta di sapere, se questo costume sia stato mai presso

gli Ebrei confermato da una legge. E per quanto le varie compilazioni

legislative che si trovano nel Pentateuco appartengano a diverse età,

e siano ispirate da principii differenti, in questo sono concordi, nel

volere cioè tenere gli Ebrei lontani dai culti o immorali o crudeli dei

popoli o vicini per territorio, o affini per istirpe. Non sarebbe poi

con una frase messa così quasi di sotterfugio, e come per incidente,

che si sarebbe confermato per legge un atto di tanta importanza come

il sacrifizio umano. E tanto più queste ragioni acquistano valore,

quando si tenga che questo passo è posteriore non solo al primo codice,

al Levitico XVIII–XX, e al Deuteronomio, ma anche ai profeti, che

tanto orrore avevano ispirato per tale genere di sacrificii. Laonde è

necessario dare a questo luogo altro significato.

Lʼinterdetto di cui si parla nel versetto 29 non è quello che poteva

farsi da qualcheduno per voto, come quello di cui si parla nel verso

precedente; ma invece lʼinterdetto in cui le persone per forza di legge

si potevano trovare involte. Era questo per lo più usato in guerra

contro i nemici, come lo vediamo contro i Madianiti (_Num._, XXXI),

contro gli abitanti di Gericho (_Giosuè_, VI, 17 e seg.), contro gli

Amalechiti (1º _Sam._, XV, 3) e confermato per legge anche in più

luoghi (_Esodo_, XVII, 14; _Deut._, XX, 17). Ma poteva usarsi anche

contro gli stessi cittadini che non ottemperassero alle leggi. Questi

erano scomunicati, erano fuori della legge, non potevano riscattarsi,

ma dovevano porsi a morte.[570]

Non molto differentemente hanno inteso questo passo i talmudisti, i

quali lo hanno applicato a colui che condannato a morte per qualche

delitto, non avrebbe potuto per denaro riscattarsi, ma doveva

considerarsi, come interdetto, come posto al bando dalla civile

società, e quindi uccidersi.[571]

In quanto poi a quellʼinterdetto sulle persone di cui si parla nel

citato verso 28, non per farle morire, ma per tenerle come consacrate,

il Talmud stabilì che non si potesse fare nè sui figli, nè sui servi

ebrei, perchè gli uni e gli altri avevano personalità propria, e

non erano cosa nè del padre nè del padrone; ma soltanto sui servi

stranieri, che sarebbero passati al servizio dei sacerdoti o del

tempio.[572]

Prescrissero inoltre i Dottori del Talmud di non consacrare mai tutti i

propri averi, ma solo una parte, e alcuni giunsero fino a tenere nulla

una consacrazione universale.[573] Temperamento certo molto saggio per

moderare il troppo zelo di qualche fanatico, che avrebbe potuto con un

atto imprudente cagionare la miseria a sè e alla propria famiglia.

Con questo rito della consacrazione si connette ciò che troviamo

disposto intorno ai voti (_Num._, XXX). Si raccomanda in prima, come

già abbiamo veduto nel Deuteronomio (XXIII, 22), di non mancare al loro

adempimento (v. 3). Ma qui si contiene di nuovo la disposizione in

quanto ai voti delle donne. Le quali, non avendo intiera personalità

giuridica propria, ma dipendendo o dalla patria potestà, o da quella

del marito, si trovavano anche per i voti, o da questa o da quella

dipendenti. Finchè erano nubili in casa del padre, questi poteva,

quando avesse saputo il voto fatto dalla figlia, dichiararlo nullo, e

Dio non glielo avrebbe apposto a peccato; ma il silenzio equivaleva

allʼapprovazione, e quindi induceva lʼobbligo nelle donne di mantenere

il voto (4–6). Lo stesso è disposto rispetto allʼautorità del

marito, dopo che la donna fosse sposata (9–15). Ma quando il marito

prepotentemente volesse render nulli i voti della moglie, anche dopo

averli implicitamente approvati, stava a lui a sopportare le pene

religiose, come qualunque mancatore al voto, ed ella era assolta

(v. 16). La vedova poi o la ripudiata, siccome aveva acquistato una

personalità giuridica propria, era tenuta, come lʼuomo, allʼadempimento

dei suoi voti (v. 10).

I talmudisti, come in tutte le relazioni civili della donna,

restrinsero anche per i voti la sua dipendenza allʼautorità paterna

fino alla pubertà, giunta la quale, se non era maritata, la donna

avrebbe secondo essi avuto responsabilità propria per tutte le sue

azioni.[574] Di più nel rito talmudico si ammette per tutti la

possibilità di sciogliersi dallʼobbligo del voto, facendone una

dichiarazione soddisfaciente, alla presenza o di un solo perito nella

legge, o di tre individui, ancorchè semplici privati, purchè capaci

di giudicare della importanza del voto e delle ragioni che inducevano

a doverlo sciogliere.[575] Dimodochè lo scioglimento dei voti non era

rimesso alla sola autorità di una casta sacerdotale, ma anche alla

discrezione di altri cittadini.

Unʼaltra legge che concerneva la condizione della donna, ma certo non

a suo vantaggio nè a sua dignità, era una specie di giudizio divino,

a cui poteva andare sottoposta per volontà del marito, se questi

conosceva che avesse mancato ai doveri matrimoniali, senza potere

addurre una prova testimoniale, o anche ne concepiva sospetto. Lʼuomo

poteva condurre sua moglie al tempio dinanzi al sacerdote, con un

presente di farina dʼorzo. Il sacerdote metteva in un vaso dellʼacqua

santa[576] e della polvere presa dal suolo del tempio. Scopertole

il capo, e postole sulle mani il presente, la faceva giurare di non

aver mancato ai suoi doveri di moglie, quindi la imprecava, se avesse

spergiurato, che Jahveh lʼavrebbe colpita di una malattia, che i

più intendono lʼidropisia dellʼovaia, alla quale imprecazione la

donna doveva acconsentire, ripetendo: _così sia, così sia_ (_Amen,

Amen_). Scriveva quindi il sacerdote le imprecazioni, e disfaceva la

carta nellʼacqua, offriva il presente secondo il rito delle altre

offerte incruente, e le dava a bere quellʼacqua; se era colpevole, si

dovevano verificare le imprecazioni, se innocente rimaneva incolume

(_Num._, V, 11–31). Tutto ciò, se si deve prendere alla lettera, è

fondato solamente sopra una credenza superstiziosa. Alcuni hanno

voluto giustificare la prescrizione, come se dovesse valere più

per lʼimpressione che doveva operare sulla fantasia della donna,

e come mezzo atto a strapparle una confessione nel caso che fosse

colpevole.[577] Ma non si tien conto che tutte le prove di questo

genere, efficaci per le indoli nervose ed eccitabili, non producon

nessun effetto sui temperamenti più calmi. Senza dire dallʼaltro lato

quale pericolosa arme si poneva nelle mani dei sacerdoti, uomini

anchʼessi, e sottoposti quindi a tutte le umane passioni. Questo rito

adunque fa pessima figura in mezzo agli altri della legge ebraica;

perchè da un lato mostra troppa intolleranza verso la donna, e la

espone a una prova troppo avvilente, e dallʼaltro concede troppo

allʼarbitrio del marito, rimettendo poi per peggio la decisione di un

punto così delicato nelle mani di un sacerdote, senza che la donna

potesse ricorrere ad altri mezzi per provare la sua innocenza.

I rabbini, non potendo togliere a questa prescrizione il suo

fondamento tutto superstizioso, la ridussero però dentro confini

molto ristretti. La cagione legittima di gelosia per dare al marito

il diritto di sottoporre la donna a tale prova era per il Talmud una

sola. Lʼaverla ammonita dinanzi a testimoni di non restare sola con un

dato individuo, perchè gli era sospetto, e lʼavere essa disobbedito a

tale avvertimento.[578] Si voleva inoltre che il marito fosse stato

casto anche lui tutta la sua vita, e una sola trasgressione carnale

provata bastava a togliergli il diritto di sottoporre la moglie alla

prova miracolosa.[579] Perciò da quando si conobbe che i costumi

erano corrotti, e molti gli adulteri, si stabilì che si dovesse del

tutto cessare questo rito, la quale istituzione è attribuita al

dottore Johanan figlio di Zacchai, poco tempo prima della conquista

romana.[580] Basterebbero queste due sole restrizioni a togliere gran

parte della ingiustizia verso la donna, che conteneva il rito secondo

la lettera della Scrittura. Ma i rabbini andarono anche più innanzi.

La donna non poteva a loro avviso in nessun caso essere per forza

costretta alla prova. Se colpevole, poteva confessare; ma poteva anche

dire io sono innocente, e non voglio bere di cotestʼacqua, e il solo

danno che nellʼuno e nellʼaltro caso ne avrebbe risentito, sarebbe

stato di dividersi dal marito, perdendo il diritto della dote da questo

costituitale. Non era poi sottoposta nemmeno a questa pena, se il

marito dopo aver risoluto di sottoporla alla prova miracolosa, si fosse

con lei accoppiato; ma si obbligava al divorzio, mantenendole integri i

diritti sulla dote.[581]

Argomentando poi sottilmente sulle parole del testo, esclusero da

questa prova la donna che fosse o zoppa, o cieca, o muta, o sorda, o

monca, o moglie di un uomo che avesse uno di questi difetti.[582] La

ragione giuridica di queste esclusioni non si saprebbe comprendere, ma

i rabbini le istituirono, interpretando la Scrittura col loro modo di

esegesi. Però apparisce la ragione giuridica di altre esclusioni, cioè

della donna sposata semplicemente con lʼanello, perchè il matrimonio

non è ancora perfetto; della minore, o anche dellʼadulta moglie di un

minore, come della demente, o moglie di un demente; perchè mancherebbe

nellʼuna e nellʼaltra la giuridica capacità; della donna obbligata per

diritto di levirato; perchè il cognato non può ancora avere tutti i

diritti del marito.[583]

In questo modo la superstizione rimaneva, ma moltissime, se non tutte,

le perniciose conseguenze erano ovviate.

Un altro rito, che riguardava la santità della vita, si trova

rammentato nel codice sacerdotale, ed è posto, senza che se ne possa

assegnare ragione che veramente appaghi, fra le due narrazioni di un

violatore del Sabato, e della sommossa di Coreh (_Num._, XV, 37–41).

La spiegazione di questo rito quale lʼabbiamo in questo luogo è

ampliazione di quello stesso brevemente accennato nel Deuteronomio

(XXII, 12). Ma laddove colà dopo un altro rito che concerne i tessuti,

dei quali abbigliarsi, si dice semplicemente di farsi delle frangie

ai quattro lembi della veste, lo che poteva essere nulla più che

un costume, qui si prescrive più specialmente la foggia di questa

frangia, e se ne assegna uno scopo religioso. A ognuno dei lembi della

veste si doveva dunque porre una frangia (_Zizit_), e frammettervi

un filo di colore giacintino. La ragione di questo precetto è che,

vedendo questa frangia, si sarebbero ricordati i comandi di Jahveh,

sicchè non avrebbero errato dietro le tentazioni del cuore e degli

occhi. Ma come mai una frangia può avere questa virtù? Forse per il

colore del giacinto simile a quello del cielo, e che per conseguenza

doveva distornare i pensieri dalle cose terrene, e rivolgerli a quelli

celesti?[584] Ma sarebbe un concetto troppo ascetico, e molto alieno

da tutto lʼintendimento che ispira il codice sacerdotale e in genere

ancora tutte le leggi del Pentateuco. Forse soltanto perchè era un

comando divino, il cui segno materiale portato sulle vesti poteva

continuamente risvegliare la ricordanza di tutta la legge? Questo ci

sembra più probabile, ma asseverarlo con piena certezza non si potrebbe.

E curiosa poi la trasformazione che ebbe questo rito nel posteriore

svolgimento del Giudaismo. Siccome il vero colore giacintino si faceva

presso gli antichi al pari della porpora dal succo di una conchiglia,

e questo sarebbe difficile a ottenersi, se si dovesse fare con tutte

le prescrizioni rituali,[585] i rabbini stabilirono di continuare a

portare le frange, ma senza più frammettervi il filo di quel colore.

E adattandosi a mano a mano gli Ebrei ai costumi e ai vestimenti dei

popoli fra i quali furono dispersi, il rito di indossare un manto con

siffatte frangie ai quattro lembi, insieme con le filatterie, di cui

già abbiamo discorso, rimase ristretto solo alle ore del giorno in cui

recitano le preghiere, e particolarmente in quella del mattino. I più

devoti però portano continuamente sotto alla vesta una piccola tonica,

ai quattro lembi della quale sono sospese le frangie di rito.[586] Ed è

cosa nota che delle filatterie e delle frangie si parla negli Evangeli,

come un uso dei Giudei devoti, e di cui Gesù faceva rimprovero ai

Farisei come esterna pompa della loro ipocrita e materiale osservanza

della legge (_Matt._, XXIII, 5).

Il rispetto al nome divino imposto con un semplice avvertimento nel

primo codice (_Esodo_, XXII, 23) è qui sanzionato con la pena capitale

inflitta alla bestemmia, prendendo per occasione di questa legge che

il figlio di unʼEbrea e di un Egiziano avrebbe commesso questo delitto

(_Levit._, XXIV, 10–16). Consultato Jahveh sul da farsi, avrebbe

ordinato di lapidarlo. I talmudisti però vollero che per meritare

questa condanna concorresse lʼestremo di proferire nella bestemmia

lʼineffabile tetragramma; sotto altra forma, sarebbe stata a loro

avviso punita soltanto con la fustigazione.[587]

Insieme con tutti questi riti e precetti di culto esterno, che fino a

qui abbiamo esposto, il codice sacerdotale contiene tre leggi civili

molto importanti, e che concernono lʼanno sabbatico e il Giubileo,

la successione ereditaria, e le città di rifugio per lʼomicida

involontario.

Il caritatevole precetto del primo codice (_Esodo_, XXIII, 10, 11), di

lasciare ogni sette anni il prodotto delle terre a favore dei poveri

(v. pag. 133 e seg.) si è trasformato in queste più recenti leggi

(_Levitico_, XXV), in un rito assurdo e quasi impossibile a praticarsi,

cioè di lasciare ogni settʼanni in riposo la terra, senza coltivarla,

dʼonde il nome di _anno sabbatico_.

XXV. 2. Parla ai figli dʼIsraele e diʼ loro: quando verrete nella

3. terra che io vi do, riposerà la terra sabato a Jahveh. Sei

anni seminerai il tuo campo e sei anni poterai la tua vite,

4. e raccoglierai il suo prodotto. Ma nellʼanno settimo sabato,

riposo sarà alla terra, sabato a Jahveh, il tuo campo non

5. seminerai, e la tua vigna non poterai. Quello che è cresciuto

da sè nella tua mèsse non mieterai, nè vendemmierai le uve

6. della tua vite; anno di riposo sarà per la terra. E questo

riposo della terra sarà, perchè voi ne godiate: a te, e

al tuo servo, e alla tua serva, e al tuo mercenario, e

allʼabitante che dimorano presso di te, e al tuo bestiame,

7. e alle fiere che saranno nella tua terra sarà tutto il suo

prodotto per mangiarne.

Proibito nel settimo anno ogni lavoro agricolo, i prodotti che in esso

si raccoglievano dovevano andare a vantaggio di tutti, non meno per i

proprietarii e per le loro famiglie che per tutti coloro che ne avevano

bisogno, non meno per gli animali domestici che per i selvatici. Dei

prodotti di quellʼanno non si poteva far commercio; ma avrebbero dovuto

servire per una generale cuccagna. E dopo sette settenii si doveva

festeggiare il 50º anno, nel quale, oltre il riposo della terra con

le sue conseguenze, i beni terreni venduti ritornavano al primo loro

possessore, e gli schiavi in libertà. Nè si poteva dire che questo

fosse un estorcere ingiustamente al compratore ciò che aveva di buon

diritto acquistato; perchè la vendita dei campi era in sostanza un

affitto sino allʼanno del Giubileo; e la compra di un servo ebreo, non

era altro che il prendere a servizio una persona per un certo numero di

anni.

8. E ti conterai sette riposi di anni, sette anni sette

volte, e sarà per te il tempo di sette riposi dʼanni,

9. quarantanove anni. E farai passare la tuba sonatrice

nel mese settimo,[588] nel dieci del mese, nel giorno

dellʼespiazione, farete passare la tuba in tutte le vostre

10. terre. E santificherete lʼanno cinquantesimo, e bandirete

libertà nella terra per tutti i suoi abitanti, quello siavi

Giubileo,[589] e tornerete ognuno alla sua possessione, e

ognuno alla sua famiglia.

11. (Questo Giubileo sia a voi ogni cinquantanni, non seminate, e

12. non mietete ciò che nasce da se, e non potate le viti. Perchè

e Giubileo, santo sarà a voi, dal campo mangerete il suo

13. prodotto. In questʼanno del Giubileo tornerete ognuno alla

sua possessione).[590]

14. E quando farete qualche vendita al vostro compagno, o

comprerete dal vostro compagno, non commettete ingiustizia

15. lʼuno verso lʼaltro. Secondo il numero degli anni dopo

il Giubileo comprerai dal tuo compagno; secondo il numero

16. degli anni dei prodotti egli venderà a te. Se gli anni sono

molti, accrescerai il prezzo, e se gli anni sono pochi lo

17. diminuirai, perchè egli ti vende il numero dei prodotti. (E

non ingannate alcuno il suo compagno, ma temi il tuo Dio

18. chè Io Jahveh Dio vostro. Ed eseguirete i miei comandi, e

le mie leggi osserverete ed eseguirete, ed abiterete con

19. sicurezza nella terra. E darà la terra il suo frutto, e

20. mangerete a sazietà, e vi abiterete in sicuro. E se direte:

che cosa mangeremo nellʼanno settimo? ecco non seminiamo,

21. e non raccogliamo il nostro prodotto. Ma comanderò la mia

benedizione per voi nellʼanno sesto, e farà il prodotto per

22. tre anni. E seminerete nellʼanno ottavo, e mangerete del

prodotto vecchio fino allʼanno nono, sino che verrà il suo

23. prodotto mangerete del vecchio). E la terra non si venderà

assolutamente, chè mia è la terra, e peregrini e abitanti voi

24. siete con me; e in tutta la terra delle vostre possessioni,

darete alla terra riscatto.[591]

25. Quando impoverisca il tuo fratello, e venda una parte

della sua possessione, se si presenta chi ha diritto di

riscattarla, cioè il suo prossimo parente, riscatti la

26. vendita del suo fratello. E chi non ha un riscattatore, ma la

27. sua facoltà vi arriva, e trova quanto basta per il riscatto,

conti gli anni della sua vendita, e restituisca il di più

28. allʼuomo cui ha venduto, e torni al suo possesso. Ma se non

gli bastano i mezzi per restituirgli, sia ciò che ha venduto

in mano del compratore fino allʼanno del Giubileo; ma esca

nel Giubileo, ed egli torni al suo possesso.

Altra legge regolava la vendita delle case. Quelle di campagna

erano parificate ai terreni; nelle città circondate di mura erano

riscattabili dentro un anno, trascorso il quale, rimanevano in possesso

del compratore. Siffatta distinzione non si sarebbe dovuta applicare

alle case dei Leviti, che, o di città o di campagna, erano sempre

riscattabili, e al Giubileo sarebbero ritornate al primo possessore.

29. E se alcuno vende una casa di abitazione in città murata, ne

avrà il riscatto fino al termine dellʼanno della vendita; un

30. anno abbia per il riscatto. E se non la riscatta prima che

si compia lʼanno intiero, rimanga la casa, che è in città

con mura, assolutamente al compratore di quella per i suoi

31. discendenti, non esca nel Giubileo. Ma le case delle ville,

che non hanno mura intorno, insieme col campo della terra

32. si valutino, abbiano riscatto, ed escano nel Giubileo. Le

città poi dei Leviti, le case delle città di loro possessione

33. abbiano riscatto sempre per i Leviti. E ciò che non si

riscatta[592] dai Leviti, vendita di case e città di loro

possesso, esca nel Giubileo, perchè le case delle città dei

34. Leviti sono il loro possesso tra i figli dʼIsraele. E il

campo del subborgo delle loro città non si venda, perchè è

per loro possesso perpetuo.

Ciò che il legislatore abbia voluto stabilire con questo ultimo verso

non apparisce molto chiaro. Se si è voluto dire che i campi dei Leviti

non si potevano definitivamente vendere, ciò era inutile; perchè era

già stabilito innanzi per tutte le terre, e quelle dei Leviti non

potevano essere in condizione peggiore delle altre. Se si è voluto

dire che i Leviti non potevano vendere le loro terre nemmeno per un

certo tempo, e colla riversabilità allʼepoca del Giubileo, anche questo

pare difficile a concepirsi; perchè i Leviti non avrebbero potuto in

caso di momentaneo bisogno, valersi delle loro terre al pari degli

altri cittadini. I talmudisti hanno voluto trovare in questo luogo un

privilegio dei Leviti, cioè che le loro terre non fossero sottoposte a

vendita per parte dei pubblici esattori, se le consacrassero, e non le

riscattassero prima del Giubileo.[593]

Lʼaver parlato del possibile impoverimento di qualcheduno conduce

il legislatore a raccomandare un precetto di carità, già inculcato

da altri, di non prestare ad usura, ma di sovvenire gratuitamente

i bisognosi. Questa figliazione di concetti ci sembra naturale in

uno scrittore ebreo, e però qui non vediamo necessario di ricorrere

allʼipotesi di una interpolazione come fanno alcuni critici. Oltrechè

lʼidentico modo con cui incominciano i vv. 25, 35, 39 proverebbe che

sono tutti dello stesso autore.

35. E quando impoverisca il tuo fratello, e vacilli la sua

condizione presso di te, sostienilo, pellegrino o abitante

36. che sia,[594] e viva presso di te. Non prendere da lui

interesse nè usura, e temi del tuo Dio, e viva il tuo

37. fratello presso di te. Il tuo denaro non dargli a interesse,

38. nè con usura darai a lui il tuo cibo. Io Jahveh Dio vostro

che vi feci escire dalla terra dʼEgitto per darvi la terra di

Canaan per essere a voi Dio.

Finalmente in questa legge del Giubileo si viene a parlare degli

schiavi. Se gli Ebrei fossero ridotti in questo stato per povertà,

tornavano liberi con la loro famiglia nellʼanno del Giubileo, e anche

nel tempo della servitù era imposto di trattarli con dolcezza. I

veri schiavi a perpetuità si potevano comprare soltanto dai popoli

stranieri. Se poi un ebreo si fosse venduto schiavo a uno straniero,

era dovere dei suoi parenti di riscattarlo; e se ciò non potesse farsi,

esciva libero allʼanno del Giubileo. Dimodochè uno straniero, che

comprava per servo un israelita, sapeva di acquistarlo soltanto per un

tempo più o meno lungo, secondo che distava lʼ anno del Giubileo, e lo

pagava in ragione di esso.

La legge del popolo Ebreo · 第 24 / 30 段