Finalmente come offerta incruenta si ponevano sulla sacra mensa,

di settimana in settimana, dodici focaccie chiamate _il pane del

cospetto_, che mangiavano i sacerdoti cui spettava allora il servizio

(_Levit._, XXIV, 5–9).

I mezzi per supplire alle spese di tutti questi sacrifizii pubblici, ed

anche ad altri bisogni del culto, erano forniti da una tassa di mezzo

siclo a testa, imposta sopra tutti i maschi maggiori di ventʼanni, come

riscatto della loro vita, quando si doveva fare il censimento (_Esodo_,

XXX, 12–16). Imperocchè era un pregiudizio presso gli Ebrei, quello

di non fare direttamente il censo delle persone (2º _Sam._, XXIV), ma

contare invece le monete da esse pagate. Il testo non stabilisce quando

questo censimento dovesse farsi; ma i rabbini tennero che la tassa

dovesse pagarsi ogni anno.[545]

I sacrifizii privati obbligatorii erano, lʼagnello pasquale (_Esodo_,

XII), i primogeniti degli animali ovini e bovini (_Esodo_, XIII, 2;

_Num._, XVIII, 17), la decima di questi stessi animali (_Levit._,

XXVI), secondo lʼinterpretazione talmudica, i sacrificii espiatorii, e

quelli di purificazione.

Il Talmud, oltre lʼagnello pasquale, aggiunse lʼobbligo di offrire

nelle tre feste annuali della Pasqua, della Pentecoste e delle Capanne

un olocausto detto di presentazione (_Reijà_), e un altro sacrificio

di animali ovini o bovini, per farne parte ai sacerdoti, e per

celebrare in quei giorni solenni un convito sacro (_Ḣaghighà_), ognuno

colla propria famiglia, e anche con i propri amici.[546] Ma si poteva

profittare di questa occasione per offrire la decima degli animali,

o anche i voti fatti nel corso dellʼanno, e valevano come sacrificii

festivi.

Quelli espiatorii si offrivano nel caso che involontariamente alcuno

fosse caduto in qualche trasgressione; ma qui si distinguono le qualità

delle persone. Il sommo sacerdote doveva offrire un toro che per

intiero si bruciava, ma il grasso si bruciava sullʼaltare, tutto il

rimanente nel deposito della cenere (_Levit._, IV, 1–12).

Il principe doveva offrire un capro; qualunque altro privato una capra

o una pecora (ivi, 22–35), alla quale disposizione apparisce essere

contradittoria quella, forse più recente, del Numeri (XV, 27–31), che

indifferentemente per tutti prescrive una capra. I talmudisti vollero

togliere questa contraddizione, riferendo il passo del Numeri al solo

peccato di adorare altri Dei, o dʼidolatria.[547]

Per certe speciali trasgressioni come per aver mancato a deporre in

testimonianza, o per essere caduto in istato dʼimpurità, o per non aver

potuto osservare un giuramento, si concedeva a chi era in condizione

meno agiata di offrire due colombi, o due tortori invece di un animale

ovino, e se nè anche ciò avesse potuto, una certa quantità di fior di

farina intrisa con olio (_Levit._, V, 1–13).

Per essersi appropriato roba appartenente al Santuario, o roba altrui,

dopo la restituzione e il pagamento della multa, si doveva offrire un

montone, acciocchè la mancanza fosse intieramente espiata (ivi, 14–26).

I sacrifizii di purificazione erano imposti alla puerpera nellʼuscire

dal puerperio, ai lebbrosi, ai gonorreati, e ad altri infermi di

siffatte malattie, quando fossero guariti, e il sacerdote gli avesse

dichiarati in istato di purità.

La puerpera avrebbe dovuto offrire un agnello e un colombo o un

tortore; ma, se i suoi mezzi non glie lo avessero permesso, poteva

allʼagnello sostituire un altro di questi stessi volatili (_Levit._,

XII; cfr. _Luca_, II, 24).

Il sacrificio purificativo del lebbroso doveva consistere in due

agnelli e una agnella con un presente di farina e olio; ma anchʼesso,

se povero, poteva ai due agnelli sostituire due tortori o due colombi;

al quale sacrificio doveva precedere di sette giorni una ceremonia di

purificazione (ivi, XIV, 1–32).

Il gonorreato e gli altri impuri per siffatte malattie dovevano offrire

soltanto due dei già nominati volatili (ivi, XV).

Unʼaltra specie di sacrifizio privato obbligatorio era quello del

Nazireo (v. sopra, pag. 173), quando involontariamente fosse divenuto

impuro, e doveva offrire due colombi, o due tortori, e un agnello

(_Num._, VI, 8–12). Ad ogni modo però, quando terminava il tempo del

Nazireato, era obbligato ad un sacrificio consistente in un agnello per

olocausto, in una agnella per espiazione ed in un montone come votivo,

uniti al solito presente di farina e olio (ivi, 13–21).

Per la purificazione di chi era venuto a contatto di corpi morti, o vi

si era avvicinato, non era prescritto sacrificio, ma solo lʼaspersione

colla cenere della vacca fulva, la quale era provveduta a spese del

pubblico (_Num._, XIX).

Anche il proselita, quando entrava a formar parte della ebraica

comunità avrebbe dovuto, secondo il Talmud, offrire un sacrificio

di purificazione, consistente in un olocausto, che secondo i mezzi

dellʼofferente era o di un animale bovino o ovino, o di due tortori o

colombi.[548]

I sacrifizii volontarii potevano farsi da ognuno in qualunque tempo, e

in qualunque occasione, e consistevano o in olocausti di animali bovini

od ovini maschi, o di colombi o di tortori, o in sacrifizii detti

pacifici (_Shelamim_), che potevano essere anche di femmine, di cui il

grasso che cuopre le interiora, i due reni col loro grasso e lʼomento

si bruciavano sullʼaltare, una parte delle carni spettava ai sacerdoti

(v. pag. 343) e il resto ai proprietarii, con lʼobbligo di consumarla

dentro due giorni, e di bruciarne lʼavanzo, quando ne rimanesse fino al

terzo (_Levit._, I, III, VII, 18, 29–34).

Questʼultima specie di sacrifizii, se offerti per rendimento di grazie

(_Todah_), dovevano essere accompagnati da un presente di farina e

olio, che si coceva parte in pane azzimo, e parte in pane lievitato, e

doveva mangiarsi tutto in un sol giorno.

Ma per unʼaltra disposizione del Numeri (XV, 2–16), che sembra più

recente, ogni sacrifizio, fosse olocausto o pacifico, doveva essere

unito al presente di farina e alla libazione del vino.

Del resto questo genere di offerta, come volontaria, poteva farsi in

più modi anche separata dal sacrifizio cruento. (_Levit._, II).

Le sole specie di animali idonee ad essere offerte in sacrifizio erano

quelle che più volte abbiamo nominato, cioè gli ovini e i bovini fra i

quadrupedi, e le tortore e i colombi fra i volatili; ma non potevano

fra i quadrupedi immolarsi nello stesso giorno la madre ed uno dei suoi

figli (_Levit._, XXII, 28). Era dʼuopo inoltre che la vittima avesse

almeno età di otto giorni (ivi, 27) e fosse immune da qualunque difetto

(ivi, 17–25).[549]

In certi casi poi, come nel sacrifizio quotidiano, in quelli del

sabato, dei novilunii, e delle feste, gli agnelli non dovevano superare

lʼetà di un anno. I rabbini consigliarono al minimo lʼetà di un mese

per ogni sacrifizio espiatorio e per gli olocausti pubblici, non

superiore di un anno per gli agnelli, i capretti e i vitelli, non di

due per i montoni e i capri, e non di tre per i giovenchi.[550]

Essi inoltre trattarono molto ampiamente tutto questo subbietto dei

sacrifizii, e discesero ai più minuti particolari, specialmente in due

estesi trattati talmudici intitolati dei Sacrifizii (_Zebaḣim_) e delle

Offerte (_Menaḣoth_); ma seguirli in questo rituale sarebbe veramente

ozioso, ed estraneo ancora allo scopo che ci siamo proposti.

Ci resta però ad esaminare brevemente una questione di qualche

importanza per le idee religiose dellʼEbraismo. Era egli permesso

accettare offerte e sacrifizii da chi non apparteneva per nascita al

popolo ebreo, e non voleva nè anche convertirsi? A parer nostro, non

vi può essere dubbio che, quando nel Levitico, dopo aver proibito di

offrire animali difettosi, si soggiunge: «E dalla mano di persona

straniera non offrirete il cibo del vostro Dio di tutti questi, perchè

è in essi guasto, è in essi difetto, non vi sarebbero graditi» (XXII,

25), si proibisce di accettare anche dagli stranieri offerte di animali

difettosi; lo che necessariamente suppone che di animali perfetti si

sarebbero potuti accogliere. Così intesero rettamente questo passo i

talmudisti[551] e alcuni degli interpetri moderni.[552] È dunque un

errore quello del Wellhausen[553] che non badando al contesto, nel

quale si trovava questo verso, ne ha voluto trarre lʼesclusione degli

stranieri dal portare offerte a Jahveh.

Per terminare finalmente questo argomento dei sacrifizi fa dʼuopo

ancora aggiungere che quasi come conseguenza del rito di dover bruciare

certe parti del grasso di ogni animale offerto in sacrifizio, il nostro

codice proibisce di mangiare il grasso degli animali ovini e bovini, e

solo permette di valersi per altri usi del grasso degli animali morti

naturalmente o dilaniati dalle fiere. (_Levit._, VII, 23–26, III, 17).

Sʼintende facilmente che non tutto il grasso era proibito, ma soltanto

quelle parti che nei sacrifizii si dovevano offrire sullʼaltare.

Ma anche su queste sorge unʼaltra domanda: si è voluto fare questa

proibizione soltanto per gli animali offerti in sacrifizio, o ancora

per qualunque altro? Le parole del testo non sono troppo chiare, perchè

da un lato intese alla lettera si applicherebbero ad ogni animale,

dallʼaltro, badando a tutto il contesto, sembrerebbero contenere una

particolare proibizione per gli animali sacrificati. Glʼinterpetri

quindi sono di opinioni differenti.[554]

I talmudisti hanno inteso la proibizione nel senso più lato,[555] e ci

pare che in questo caso si siano apposti al vero; perchè nei due citati

passi della Scrittura, si pone a paro la proibizione di cibarsi di

grasso con quella di cibarsi di sangue. Ora, siccome è impossibile che

lʼautore del codice sacerdotale abbia voluto ristringere la proibizione

del sangue alle sole vittime sacrificate, perchè altre leggi anteriori

lo avevano proibito di ogni animale, assegnandone ancora la ragione;

così anche la proibizione intorno al grasso deve intendersi nello

stesso modo, ma ristretta però, come il testo stesso ne avverte, agli

ovini e ai bovini.

Veniamo alla terza parte dellʼordinamento del culto, che consiste nelle

feste.

Il codice sacerdotale tratta in prima partitamente della pasqua

(_Esodo_, XII, 2–10, 15–20, 43–51), imponendo per essa un doppio rito.

1º Il sacrifizio pasquale consistente in un agnello o in un capretto,

da immolarsi verso la sera del giorno quattordicesimo del mese primo

di primavera, per mangiarne la carne arrostita unita ad azzime e ad

erbe amare. 2º La festa di sette giorni, di cui il primo e il settimo

dovevano tenersi come solenni, e in tutti poi mangiarsi azzime e

astenersi rigorosamente da ogni cibo fermentato. Questo secondo rito

che sarebbe stato imposto da Dio prima che gli Ebrei fossero cacciati

dallʼEgitto non può fondarsi, come il passo jehovistico (ivi, 39), sul

fatto che non ebbero tempo di far fermentare la loro pasta, e perciò la

cossero prima che fermentasse. Di più proibisce non solo di mangiare,

ma di tenere presso di sè qualunque cibo fermentato (v. 19), per cui i

rabbini, logicamente argomentando, proibirono nei sette giorni della

pasqua di fare del lievito qualunque uso.[556]

Si aggiunsero inoltre più speciali formalità al rito del sacrifizio

pasquale (ivi, 43–50), volendone esclusi tutti gli stranieri, chiamati

ancora col nome dʼincirconcisi. I rabbini compresero in questa

esclusione anche gli Ebrei che si trovassero in questo stato,[557]

sebbene non per volontaria prevaricazione, ma per mera accidentalità,

o anche per concessione della legge; giacchè a loro avviso, i genitori

possono non circoncidere il figlio, quando altri due ne siano loro

morti in conseguenza di tale operazione.[558] Curiose particolarità poi

del rito pasquale, sono quelle che doveva mangiarsi tutto in una sola

casa, sebbene più famiglie potessero insieme riunirsi per celebrarlo

con una sola vittima, e di non potere romperne le ossa (ivi, v. 46).

Altra Novella a questo rito (_Num._, IX, 1–14) prescrive a chi si fosse

trovato impuro o per viaggio, quando cadeva la pasqua, in modo da non

poter prender parte al sacro convito dellʼagnello, di celebrarlo con

eguale rito un mese dopo, ciocchè fu conosciuto nel rituale rabbinico

col nome di seconda pasqua; ma durava un solo giorno, e sebbene con la

carne del sacrifizio si dovesse mangiare il pane azzimo, non vi era,

secondo il Talmud, proibizione di quello lievitato.[559]

Un lato importante di questo precetto della pasqua nel codice

sacerdotale è la prescrizione di dovere incominciare lʼanno dal primo

giorno della primavera (_Esodo_, XII, 2); imperocchè sembra che non

sia stato costante presso gli Ebrei lʼuso di computar lʼanno o dalla

primavera o dallʼautunno. Finalmente si venne alla conciliazione

di festeggiare un doppio capo dʼanno, quello della primavera come

dellʼanno civile da un lato, e dallʼaltro come dellʼanno religioso

per le feste, e quello dellʼautunno anchʼesso come anno civile per il

computo degli anni, dei settenii e dei giubilei, e come anno agricolo

allʼeffetto delle piantagioni e delle semente. A questi principali capi

dellʼanno se ne aggiunsero anche altri due, uno nel mese di _Ellul_

(agosto, settembre) per prelevare la decima degli animali, lʼaltro nel

mese di _Shebat_ (febbraio) per il primo spuntare dei polloni degli

alberi.[560]

Il che ci conduce naturalmente a parlare delle nuove feste prescritte

dal codice sacerdotale nel settimo mese, computando come primo quello

primaverile in cui cadeva la pasqua. Si dice nella Scrittura (_Levit._,

XXIII, 24 e seg., _Num._, XXIX, 1) di dover festeggiare il primo giorno

del settimo mese, ma si tace del tutto la ragione. Non era dessa la

festa chiamata nel primo codice (_Esodo_, XXIII, 16) della Raccolta,

e nel Deuteronomio (XVI, 13) delle Capanne; perchè secondo il nostro

codice si sarebbe dovuta celebrare nel 15º giorno dello stesso mese,

e non al primo (_Levit._, XXIII, 34); dunque fa dʼuopo concludere che

nel testo scritturale abbiamo qui prescritta una festa senza che la

ragione ne sia assegnata. Il Talmud vi trovò, come abbiamo veduto,

un capo dʼanno, e di più una preparazione alla penitenza annuale e

solenne,[561] che si celebra nel decimo giorno, chiamato per ciò della

espiazione. Intorno al quale, non contento il nostro codice di parlarne

insieme alle altre solennità annuali, prescrisse uno speciale rito di

sacrificii (_Levit._, XVI), imponendone lʼobbligo della celebrazione al

massimo sacerdote.

Di più il testo della scrittura impone di dovere in questo giorno

solenne porre in contrizione la persona (_Levit._, XVI, 29, XXIII,

27–32), senza specificare in che cosa consistesse questa contrizione.

I talmudisti intesero che consistesse principalmente nel digiuno, che

doveva durare ventiquattʼore da sera a sera, e nellʼastenersi ancora da

ogni culto corporale, come lavarsi, ungersi, calzarsi, e molto più dal

piacere venereo.[562]

Che i rabbini non abbiano immaginato essi questo rito, ma lo abbiano

trovato nelle costumanze già da lungo tempo prevalse alla loro età, è

molto ragionevole a supporsi; tanto più che nei profeti dellʼesilio o

posteriori, troviamo menzione dellʼuso di digiunare come lutto e come

contrizione (_Isaia_, LVIII, 3–6, _Zaccharia_, VIII, 19). È facile però

che essi abbiano disciplinato questa costumanza con riti più precisi e

determinati.

Il codice sacerdotale accrebbe ancora di un giorno la festa

dellʼautunno, facendola di otto invece che di sette, e quasi tenendo

lʼottavo come una festa per sè stessa, non impone per questo giorno

lʼobbligo di stare sotto le capanne. (_Levit._, XXIII, 36). Una legge

poi che, se non è propria del codice sacerdotale, in esso fu accolta,

dà spiegazione dellʼorigine di questa festa autunnale, togliendole la

primitiva indole campestre; giacchè dice che la ragione di dovere stare

sotto le capanne è che gli Ebrei in quelle avevano abitato durante

la loro peregrinazione nel deserto (_Levit._, XXIII, 43). In questo

modo la festa diveniva una storica commemorazione. Presso i talmudisti

accadde una ulteriore trasformazione, giacchè ad opinione di alcuno

tra essi le capanne non si devono intendere nel senso proprio, ma come

simbolo delle nubi miracolose che avevano nel deserto fatto ombra sopra

lʼaccampamento deglʼIsraeliti.[563]

Finalmente il codice sacerdotale sebbene non imponga di celebrarlo

come festa, prescrive di distinguere ogni novilunio con un sacrificio

speciale (_Num._, XXVIII, 11–15). Sul quale punto però è da dirsi che,

se il nostro codice è il primo a stabilire per i novilunii un rito

preciso e determinato, il costume di festeggiarli in qualche modo era

popolare, quantunque non ne parlino le più antiche raccolte di leggi

(_Isaia_, I, 14).

La festa del Sabato è resa di osservanza più rigorosa e in sè stessa

e nelle sue conseguenze. In sè stessa, perchè oltre la proibizione

del lavoro si inibisce di accendere il fuoco (_Esodo_, XXXV, 3).

Alcuni hanno voluto porre questo rito in relazione colla religione dei

Persiani adoratori del fuoco. Ma non è forse più ragionevole supporre

che, proibito ogni lavoro, si volesse ancora andare più oltre, e

colpire in questo giorno sacro a Jahveh ogni umana industria in quella

che ne è la principal fonte, cioè il calore del fuoco, senza il quale

nessuna industria potrebbe esistere? E certo che il trovato, a noi

ormai divenuto semplicissimo, di accendere il fuoco, fu uno dei primi

per cui gli uomini poterono fare i primi passi nella via della civiltà,

e innalzarsi al di sopra di tutti gli altri animali. Quindi la paura,

espressa in tanti varii modi presso le prime genti, di perdere questo

grande trovato. Quindi lʼadorazione del fuoco presso quasi tutti i

popoli, ora in una forma, ora sotto lʼaltra, e il rito anche presso

gli Ebrei di tenere continuamente acceso sopra lʼaltare di giorno e di

notte il fuoco, che doveva bruciare lʼolocausto (_Levit._, VI, 2–6).

Ma quando si tratta di usi privati, deve cessare nel giorno santo al

Signore questo trovato, che è principalissimo mezzo di soddisfare a

tutti i bisogni della vita umana; e col non esservi fuoco in nessuna

delle private abitazioni si dimostri quanto e come in quel giorno si

vuole essere separati da ogni cura terrena, per rivolgersi tutti ai

pensieri di religione.

Si rese inoltre più rigoroso il Sabato nelle conseguenze della sua

prevaricazione, sottoponendo il colpevole, che in quello avesse

lavorato, alla pena capitale (_Esodo_, XXXI, 15), che doveva eseguirsi

con la lapidazione (_Num._, XV, 32–36).

Altre feste poi da un lato, e luttuose commemorazioni dallʼaltro, si

stabilirono nel popolo ebreo in conseguenza di nuovi eventi.

Il fatto narrato nel libro di Ester, della persecuzione di Aman primo

ministro del re di Persia contro tutti gli Ebrei che si trovavano

nella vasta monarchia, e della quasi portentosa loro salvazione, dette

origine alla festa dei due giorni di _Purim_ nel 14 e 15 del mese di

_Adar_ (febbraio–marzo). E noi qui non dobbiamo esaminare se il fatto

sia storico o leggendario, ma soltanto registrare la istituzione della

festa.

Altra commemorazione annua, le _Encenie_, che dura, otto giorni

incominciando dal 25 di _Chislev_ (decembre–gennaio), fu istituita

per le vittorie degli Asmonei rettori del popolo giudaico, contro le

prepotenze di Antioco (1º _Macchab_., IV, 52–56; 2º, I, 9 e seg.). È

sebbene i libri dei Maccabei non siano ammessi nel canone giudaico,

pure siccome se ne tiene storicamente vero il contenuto, fu confermata

questa festa anche dallʼautorità del Talmud.[564] Però in queste due

commemorazioni non fu imposta lʼastensione dal lavoro, e possono

considerarsi a certi effetti come semplici mezze feste.

A commemorazioni luttuose per la conquista della Giudea fatta prima da

Nabuccodonossor, e poi da Tito per la distruzione del tempio, furono

istituiti quattro digiuni allʼanno, di cui troviamo anche un cenno

scritturale presso il profeta Zaccharia (VIII, 18, 19). Il più solenne

di questi digiuni cade nel 9 di _Ab_ (luglio–agosto); perchè, secondo

la tradizione, in questo stesso giorno Gerusalemme sarebbe caduta in

potere dei nemici, e si sarebbe incendiato il tempio, tanto nelle

guerre contro i Babilonesi, quanto in quelle molto più recenti contro i

Romani. E il destinare un giorno di lutto e di digiuno per deplorare la

perdita della nazionale indipendenza ha certo qualche cosa di grande e

di lodevole; tanto più quando si crede, come nellʼEbraismo, che questa

sia stata la conseguenza di corruzione morale, e di peccati religiosi.

Gli altri tre digiuni furono istituiti: nel 17 del quarto mese, perchè

si credeva che tre settimane prima che Gerusalemme fosse caduta in mano

dei nemici, questi avessero aperta una breccia nelle sue mura, e si

fosse cessato di offrire il sacrifizio quotidiano; nel 10 del settimo

mese, perchè da quel giorno la città era stata circondata dʼassedio; e

nel 3º del decimo mese, perchè in quel giorno era stato ucciso Ghedalià

lasciato dai Babilonesi a capo dei pochi Giudei rimasti nella terra

nativa, dopo che era stata conquistata e sottomessa (2º _Re_, XXV, 25,

_Geremia_, XL, XLI).[565] Parve di valutare questa uccisione come una

sciagura nazionale, perchè ne derivò la finale dispersione di quei

pochi Giudei, e la loro emigrazione in Egitto (_Geremia_, XLIII).

Si ordinarono poi dei pubblici digiuni, per far preghiera, quando era

troppo lunga la mancanza delle pioggie; e in generale si dava facoltà

allʼautorità religiosa dʼimporti per qualunque pubblica calamità.[566]

Ma intorno a questi giorni o festivi, o luttuosi, o di contrizione, che

non traggono, e non potrebbero trarre la loro origine dal Pentateuco,

basti aver dato questo breve cenno, necessario a far conoscere lo

svolgimento di certi riti nellʼEbraismo, e torniamo ad esaminare gli

altri precetti e le altre leggi che il codice sacerdotale contiene,

oltre le accennate tre parti principali del culto.

Uno speciale genere di offerte erano le consacrazioni che si sarebbero

potute fare o delle persone, o del bestiame, o delle case, o dei

terreni.

Quando si trattava delle persone si doveva pagarne il riscatto in

denaro, secondo lʼetà e secondo il sesso.

Da un mese fino ai cinque anni, il maschio era valutato cinque sicli, e

la femmina tre. Da cinque anni sino ai venti, il maschio era valutato

venti sicli, e la femmina, dieci. Da venti fino a sessantʼanni, il

maschio era valutato cinquanta sicli, e la femmina trenta, e da

sessanta in poi, quindici sicli il maschio, e dieci la femmina. Ma se

colui che faceva questa consacrazione fosse stato povero, da non poter

pagare lʼintiero prezzo del riscatto, si rimetteva la cosa al giudizio

del sacerdote, per imporlo secondo le facoltà dellʼofferente (_Levit._,

XXVII, 1–8).

Quando si consacravano animali, se erano delle specie atte ad essere

sacrificate, si dovevano offrire sullʼaltare, senza che fosse permesso

nè permutarle nè riscattarle. Se erano di altre specie, se ne pagava il

riscatto valutato dai sacerdoti, e quando allʼofferente fosse piaciuto

di redimerle, bisognava aggiungere al valore il quinto (ivi, 9–13); il

quale però, secondo lʼinterpretazione talmudica, doveva esser valutato

non interno, ma esterno al valore, in modo che veniva ad essere invece

il quarto.[567]

Lo stesso criterio si teneva per la consacrazione delle case e

dei campi, i quali però si consacravano soltanto fino allʼanno

del Giubileo, ma, se giunto questo i proprietarii non lo avessero

riscattato, rimaneva come terreno sacro appartenente ai sacerdoti (ivi,

1421). I talmudisti aggiunsero che i sacerdoti dovevano pagarne il

valore al tesoro del tempio.[568]

Si faceva inoltre una distinzione fra i terreni di possesso

patrimoniale, e quelli comprati da altri, i quali al giungere del

Giubileo, sebbene consacrati dal compratore, ritornavano in possesso

del venditore; perchè nessuno poteva disporre di cosa non propria,

oltre i termini fissati dalla legge (ivi, 22–24).

Sulle cose già sacre per sè stesse, come i primogeniti, non si poteva

fare altro voto di consacrazione (ivi, 26).

La legge del popolo Ebreo · 第 23 / 30 段