I sacerdoti non erano atti a offrire sullʼaltare, se avevano qualche

difetto fisico, e perciò ne erano esclusi i ciechi, gli zoppi, i simi,

i disproporzionati nelle membra, glʼimpediti per qualche rottura nelle

mani o nei piedi, i gobbi, i gracili,[502] i difettosi negli occhi, gli

scabbiosi, gli erpetici e i difettosi negli organi genitali (16–21). Ma

però con pietoso consiglio i diritti di questi infelici erano eguali a

quelli di tutti gli altri sacerdoti, e potevano mangiare anche delle

carni dei più santi sacrificii (22–24).

Non potevano del pari officiare nel Santuario quelli che fossero

impuri o per malattie corporali, o per contatto od avvicinamento

di morti, o di altre persone impure, o di quei rettili considerati

immondi (XXII, 2–9). Il prevaricare questo precetto era tenuto

peccato mortale, e il testo non ispiega se veramente dovevano essere

sottoposti alla pena suprema. I talmudisti, mentre da un lato, con

la consueta mitezza, lo riposero fra quei peccati la cui punizione

è rimessa alla Provvidenza,[503] dallʼaltro si mostrarono non solo

intolleranti, ma anche efferati, dando facoltà ai giovani sacerdoti

dʼinveire crudelmente contro chi in tal modo prevaricasse, sino a farlo

morire.[504] Improvvida disposizione, che oltre essere crudelissima in

sè stessa, poteva dare occasione a fomentare nemicizie e odii mortali

fra i sacerdoti, che avrebbero dovuto dare invece esempio di umanità e

concordia.

Finalmente, per assicurarsi che dal lato morale e da quello fisico

i sacerdoti fossero puri e santi nel momento che officiavano, era

loro proibito di bere vino o altri liquori inebbrianti, quando erano

per entrare nel Santuario (_Levit._, X, 8–11); e dovevano prima di

officiare fare una abluzione alle mani e ai piedi in un gran serbatojo

dʼacqua che a tale uso tenevasi nel tempio.

Siccome oltre lʼofferire i sacrifizii, i presenti e il profumo, nel

tabernacolo o nel tempio erano necessarii molti altri servizi per la

custodia e nettezza tanto del luogo, quanto dei suoi mobili e dei suoi

arredi, agli Aronidi erano assegnati come ministri tutti gli altri

componenti la tribù di Levi (_Num._, III, 6–13). Secondo il nostro

codice sacerdotale sarebbero stati distribuiti nelle tre famiglie

dei _Qehatiti_, _Ghersonidi_, e _Merariti_, ad ognuna delle quali

sarebbero stati assegnati diversi officii nello smontare e rimontare il

tabernacolo, durante le peregrinazioni nel deserto (ivi, IV).

Altra divisione molto più particolareggiata sarebbe stata fatta ai

tempi del re David, secondo lʼautore delle Croniche (1º, XXV e seg.),

il quale però attribuisce così a tempi molto più antichi ciò che era

accaduto soltanto dopo il ritorno dallʼesilio. Imperocchè i libri

storici anteriori non mostrano di conoscere nulla di questo ordinamento

gerarchico di sacerdoti e leviti, e il Deuteronomio anzi li pone allo

stesso grado.

Fa menzione inoltre lo stesso autore di un altro officio dei leviti,

cioè di rendere più solenne il culto accompagnandolo col canto e col

suono di varii stromenti (ivi, XXV, 1–7). Anche nel Pentateuco si dice

che col suono delle trombe si dovevano accompagnare i sacrificii nei

giorni festivi e nelle calende (_Num._, X, 10), ma non si prescrive

questʼofficio ai leviti. I quali del resto sarebbero stati divisi in 24

compagnie come i sacerdoti.

Il tempo del servizio da una legge del codice sacerdotale viene

stabilito per i leviti dai trenta ai cinquantʼanni (_Num._, IV, 3, 23,

30, 39); ma fu modificato poi da una Novella introdotta nello stesso

codice, che voleva incominciasse a venticinque (ivi, VIII, 24). Le

Croniche in parte si accordano colla prima disposizione (1º, XXIII, 3),

in parte discordano dallʼuna e dallʼaltra, comprendendo nella rassegna

dei leviti tutti quelli da ventʼanni in poi (ivi, 24, 27),[505] come

si trova fosse fatto ancora al ritorno dallʼesilio (_Ezra_, III, 8);

dimodochè è da tenersi che prevalessero in varie età norme differenti.

In fatti anche il Talmud riconosce che la cessazione del servizio a

cinquantʼanni sarebbe stata prescritta soltanto fino che sarebbe durato

il trasporto del tabernacolo da luogo a luogo; ma poi, eretto il tempio

stabile, il servizio avrebbe continuato per tutta la vita.[506]

Per i sacerdoti il testo della Scrittura non determina nè a quale

età potessero incominciare nè a quale finire il loro officio; ma i

talmudisti stabilirono che per legge fossero idonei dalla pubertà

fino alla cadente vecchiezza; però la consuetudine voleva che non

sʼincominciasse a officiare sino allʼetà di ventʼanni.[507]

Secondo la Scrittura non sarebbero stati altri ordini di sacerdoti

o ministri del culto oltre quelli che abbiamo annoverati. I rabbini

poi vollero istituire fra il massimo sacerdote e gli altri una vera

gerarchia. Un ajuto del massimo sacerdote chiamato _Segan_, che in

tutte le funzioni del culto lo avrebbe accompagnato, due vicarii,

sette prefetti, tre tesorieri, ventiquattro capi delle ventiquattro

compagnie, e finalmente i capi di ogni famiglia.[508]

I redditi dei sacerdoti, non avendo questi nè gli altri della tribù di

Levi una parte nella divisione della terra, furono stabiliti nel codice

sacerdotale molto più ampii che nelle legislazioni antecedenti.

Tutte le offerte di farina e olio portate daglʼIsraeliti, e chiamate

col nome di _Minhà_, _presente_, bruciatone sullʼaltare quanto ne

conteneva un pugno, appartenevano ai sacerdoti (_Levit._, VI, 7–11).

Però le offerte di questo genere portate da qualche sacerdote dovevano

essere intieramente bruciate (ivi, 16). Spettava ancora ai sacerdoti

tutta la carne dei sacrificii espiatorii (_Num._, XVIII, 9) di cui si

bruciavano sullʼaltare soltanto il grasso delle interiora, i reni e

lʼomento, (_Levit._, VI, 17–VII, 10), fatta eccezione dei sacrificii

espiatorii per qualche peccato involontario commesso o dal massimo

sacerdote, o dal pubblico, che intieramente si bruciavano (ivi, IV,

1–21). Erano di pertinenza sacerdotale anche le pelli delle vittime,

così nei sacrificii espiatorii, come negli olocausti (ivi, VII,

8).[509]

Dei sacrificii votivi detti _Shelamim_, _pacifici_, spettava al

sacerdote soltanto il petto e la coscia destra (ivi, 34), e il resto

rimaneva al proprietario. Si faceva poi questa distinzione, che i

presenti e i sacrificii espiatorii erano considerati di maggiore

santità, e però ne potevano mangiare soltanto i sacerdoti maschi (ivi,

VI, 11, 22; VII, 6); degli altri sacrificii tenuti di minore santità,

godeva tutta la loro famiglia,[510] escluso sempre, sʼintende, chi si

trovasse in istato dʼimpurità (VII, 20).

E stato già notato (p. 46 e seg.) che questa disposizione del codice

sacerdotale non concorda con quella del Deuteronomio (XVIII, 3), che

farebbe differente, se non forse più piccola, la parte dei sacerdoti,

perchè invece del petto assegna loro le ganasce e il ventricolo. I

talmudisti hanno voluto conciliare le due disposizioni, interpretando

il testo del Deuteronomio, come se si applicasse a qualunque animale

macellato ovino o bovino;[511] dimodochè il reddito sacerdotale sarebbe

venuto di molto ad accrescersi.

Anche Filone[512] e Giuseppe Flavio[513] parlano di questi diritti dei

sacerdoti sopra qualunque animale ammazzato per privato convito; ma

essi scrivevano quando già era stato necessario conciliare in qualche

modo le leggi discordanti, e per conseguenza prevaleva ormai un rito

che a tale conciliazione si uniformava; non possono quindi avere

autorità come interpreti fedeli del testo, ma solo come espositori di

una costumanza dei loro tempi. Ad ogni modo questa conciliazione non

può accettarsi per più ragioni.[514]

In prima perchè lʼespressione del Deuteronomista collʼarticolo

determinato significa _sacrificatori del sacrifizio_, non macellatori

di qualunque animale.

In secondo luogo, perchè non si parla di questo diritto sacerdotale

laddove si enumerano i proventi che spettavano ai sacerdoti (_Num._,

XVIII).

In terzo luogo, perchè tale imposizione sopra ogni animale sarebbe

stata enorme e insopportabile.

In ultimo, perchè sarebbe stata una prescrizione impossibile ad

eseguirsi nella pratica, imperocchè i sacerdoti non si trovavano da

per tutto; e come si sarebbero potute spedire da un luogo allʼaltro le

carni macellate? Forse si volevano obbligare le persone di luoghi ove

non fossero sacerdoti, a non nutrirsi di carni nè ovine nè bovine?

Oltre i presenti e i sacrificii un non piccolo reddito sacerdotale era

costituito dalle primizie dei prodotti agrarii, e dai primogeniti degli

animali ovini e bovini, come dal riscatto dei primogeniti umani e di

quelli degli animali impuri che doveva ai sacerdoti pagarsi (_Num._,

XVIII, 11–20).[515] Questo testo parla soltanto delle primizie del

grano, dellʼolio e del vino, ma i talmudisti sottoposero allʼobbligo

delle primizie anche lʼorzo, i datteri, i fichi e i melagrani.[516]

In altro passo del Numeri (XV, 17–21) si parla altresì di dover

consacrare a Jahveh la prima parte della farina impastata per il

pane. E i rabbini intesero che si dovesse anche questa dare ai

sacerdoti.[517] Altri invece della pasta intendono la prima parte del

macinato.[518]

Apparteneva di più ai sacerdoti tutto ciò che altri avesse consacrato

a titolo dʼinterdetto (_Ḣerem_), fossero persone (schiavi), animali,

o case, o beni terreni, o mobili (_Levit._, XXVII, 28; _Num._, XVIII,

14). Ma siccome le cose consacrate a questo titolo potevano anche

devolversi a vantaggio del tesoro del tempio, fu disputato fra i

talmudisti se lʼinterdetto semplice senza esplicita dichiarazione

appartenesse a questo o ai sacerdoti;[519] e parrebbe dal testo del

Talmud che la quistione fosse decisa a pro del tesoro del tempio,

mentre il Maimonide la risolvette a vantaggio dei sacerdoti.[520]

E non solo dal popolo traevano i sacerdoti le loro rendite, ma anche

dagli stessi leviti, che erano obbligati a prelevare a lor favore un

decimo sulla decima ad essi dovuta (_Num._, XVIII, 25–32).

Nè tutto ciò parve ancora sufficiente ai talmudisti, che, interpretando

con sofistica sottigliezza un passo del Numeri (XV, 19), ove si parla

soltanto della già accennata offerta sulla pasta, e un altro del

Deuteronomio (XVIII, 4), ove si parla delle primizie, vollero dedurne

lʼobbligo di dare ai sacerdoti una prima parte del raccolto,[521]

antecedentemente a qualunque altra prelevazione; e il mangiare dei

prodotti senza aver soddisfatto a questʼobbligo sarebbe stato, a

loro avviso, gravissima trasgressione.[522] Questa fu chiamata nel

Talmud _Offerta maggiore_ (_Terumah ghedolah_), della quale non era

determinata a rigore di legge la proporzione, ma si voleva che non si

desse meno del sessantesimo.[523]

I leviti erano trattati meno largamente: avevano soltanto la decima dei

prodotti (_Num._, XVIII, 21–24), ma in ricambio non erano obbligati a

dare ai sacerdoti se non il decimo di questa, ma nessuna delle altre

imposizioni, a cui erano sottoposti gli altri israeliti, sopra loro

incombeva. Sebbene però non avessero una vera e propria parte della

terra, come le altre tribù, il codice sacerdotale imponeva di assegnar

loro quarantotto città per abitazione con un subborgo (_Num._, XXXV,

2–8) in forma di quadrilatero, di cui ogni lato aveva lʼestensione di

duemila cubiti, e ne era lontano mille dalle mura della città.[524]

Il numero di quarantotto città in un piccolo territorio come la

Palestina potrebbe a ragione maravigliarci, se volessimo intenderle

nel significato che diamo oggi a questa parola; ma bisogna intendere

piccoli borghi, che per essere circondati di mura avevano quel nome.

Ad ogni modo poi sarebbe stato esorbitante il territorio assegnato ai

leviti, e quasi impossibile in un paese accidentato come la Palestina

misurare così matematicamente lʼestensione del subborgo. Quindi, come

tante altre parti del codice sacerdotale, è da tenersi che questa sia

una prescrizione rimasta nel campo della teorica, e che mai non ha

potuto effettuarsi.

Nellʼultimo capitolo del Levitico (v. 32) si parla ancora di una decima

da prelevarsi sugli animali ovini e bovini e da consacrarsi a Jahveh.

Molti dei moderni interpreti lʼhanno intesa come dovuta ai sacerdoti.

Il Talmud vuole invece che questi animali, considerati come sacrificii,

rimanessero per la maggior parte ai proprietarii che ne dovevano fare

un convito sacro, dopo aver bruciato sullʼaltare il grasso e versatovi

il sangue, dando ai sacerdoti solo una parte eguale a quella che loro

spettava nei sacrificii votivi.[525]

Se a tutte queste imposizioni aggiungiamo anche la primizia della

tosatura del greggie, di cui si parla, come già abbiamo veduto, nel

Deuteronomio (XVIII, 4), facilmente sʼintende come da un lato i

sacerdoti e i leviti si trovassero in troppo felice condizione, e come

dallʼaltro il popolo fosse eccessivamente aggravato. Che diremo poi,

quando vediamo che i rabbini, per conciliare le leggi del Deuteronomio

(XIV, 22–29) con le altre del Pentateuco, imposero una seconda decima,

di cui doveva farsi ogni anno un convito sacro a Gerusalemme, ed

elargirne ai leviti, e poi ogni tre anni, invece di questa seconda

decima, prelevarne una a favore dei poveri?[526] Ma già dallo stesso

Talmud apparisce in più luoghi come la maggior parte del popolo

non mai si sottopose a tutte queste gravissime imposizioni, per cui

Giovanni Ircano fece una riforma, e anche alcune prescrizioni intorno a

quei prodotti, da cui si dubitava che non fossero prelevate le decime,

e che furono dette _Demai_.[527] Nome significantissimo, se fosse, come

alcuni vogliono, derivato dal greco _Demos_, _popolo_, quasi volesse

dire che questo nella massima parte non pagava le decime.[528]

Coloro poi che scrupolosamente le prelevavano, quasi appartenessero

a una stretta associazione di zelanti, chiamavano sè stessi soci

(_Ḣaberim)_[529] e davano con disdegno il nome di volgo (_ʼAm

haarez_)[530] a quelli che non si uniformavano al rito.

Una cosa però fa onore al codice sacerdotale: che il massimo sacerdote

non avrebbe avuto in quanto ai redditi nessuna preminenza sugli altri,

e sarebbe stata tolta così ogni odiosità fra la fastosa ricchezza

e la misera povertà dellʼalto e del basso clero. Ma nel diritto

talmudico questa eguaglianza più non si trova. Se fu lasciato il

massimo sacerdote pari agli altri in quanto alle decime e alle offerte,

si stabilì in prima che fra le sue qualità ci fosse la ricchezza;

dimodochè se di suo non fosse stato ricco, gli altri sacerdoti, ognuno

secondo i propri averi, contribuivano a formargli un patrimonio, che

tutto insieme superasse quello di ogni singolo sacerdote.[531]

In secondo luogo si dette al sommo sacerdote la precedenza sopra

ogni altro per appropriarsi i sacrificii e i presenti offerti nel

tempio.[532]

Dobbiamo riconoscere che queste, piuttosto che istituzioni rabbiniche,

saranno state consuetudini introdottesi a poco a poco come conseguenze

quasi necessarie della dignità maggiore, nella quale il massimo

sacerdote era costituito. Ma è pur forza dallʼaltro lato deplorare che

si aprisse così il varco a tutti gli atti dʼimmoderazione, di abuso di

potere, e anche di vera immoralità, in cui caddero molti dei massimi

sacerdoti giudei durante lʼepoca dei Seleucidi.

* * * * *

Dal personale del sacerdozio passiamo alla forma del culto, che,

secondo il codice sacerdotale, sarebbe consistito quasi tutto nei

sacrificii e nei presenti offerti a Jahveh, non parlandovisi mai di

preghiere, tranne un fugacissimo cenno di confessione di peccati,

che avrebbe dovuto accompagnare un certo sacrificio nel giorno

dellʼespiazione (_Levit._, XVI, 21).

Al contrario nel rituale rabbinico, cessati con la distruzione del

tempio i sacrificii, le preghiere e le recitazioni della Sacra

Scrittura, e di alcuni passi del Talmud, divennero la parte principale

del culto esterno. Si prescrissero tre preghiere quotidiane da

recitarsi la mattina, dopo il mezzogiorno, e a vespro, se ne aggiunse

una quarta per il sabato, per i novilunii, e per le solenni feste

annuali, e una quinta per il giorno dellʼespiazione.[533] Inoltre si

costituì una speciale orazione di rendimento di grazie da recitarsi

dopo ogni pasto, e si arrivò fino a prescrivere una breve lode a

Dio ogni volta che si prendesse qualunque cibo o bevanda.[534] Ma lo

scendere ai particolari di questo rituale sarebbe altrettanto tedioso,

quanto alieno dal nostro assunto. Solo noteremo che i talmudisti

vollero che alcune preghiere, come le tre quotidiane, fossero in uso

fino da tempi antichissimi, e le dissero istituite dai patriarchi.[535]

Nella quale idea è da vedersi soltanto la consueta pretensione di fare

risalire a tempi remoti anche le più recenti istituzioni religiose. Ma

lasciando questo argomento, di cui basti un breve cenno, ritorniamo ai

sacrifizii.

Il primo e più generale precetto intorno ai sacrificii è nel nostro

codice quello di non offrirli, se non nel luogo centrale consacrato

al culto (L_evit._, XVII, 8, 9). Lʼoffrirli fuori di questo luogo

era tenuto gravissimo peccato. Anzi, lo scrittore di queste leggi,

rappresentandole come se avessero avuto origine fino dai tempi mosaici,

chiama il luogo centrale del culto non tempio, ma _tenda della

congregazione_, che è quanto dire lʼideale tabernacolo del deserto.

E non solo ciò, ma spingendo le cose fino al più assurdo estremo, si

vuole far credere che ai tempi mosaici esistesse una legge per la quale

non solo gli animali immolati per il sacrifizio, ma anche quelli uccisi

per uso profano, si dovessero scannare alla porta del tabernacolo (ivi,

3–7).[536]

Non si può pensare che questa legge sia stata scritta, perchè mai fosse

eseguita. Le frasi _nellʼaccampamento_, e _fuori dellʼaccampamento_,

di cui si vale questo scrittore, mostrano che egli vuol riferirsi a

un tempo, in cui sʼimmaginava che gli Ebrei avessero vissuto tutti

raccolti in un campo, non quando erano sparsi in più città, fossero

state queste anche in un piccolissimo territorio, come era la Giudea

occupata, dai reduci di Babilonia. Inoltre come sarebbe stato possibile

nè anche immaginare che ogni qual volta si voleva mangiare delle carni

bovine o ovine, che in sostanza per gli Ebrei erano le più usate, si

dovesse portare lʼanimale alla porta del tempio, perchè il sacerdote

ne spargesse il sangue sullʼaltare? Evidentemente anche come una legge

soltanto teorica, chi lʼha immaginata lʼha riferita allʼetà mosaica,

rappresentando però questa sotto un aspetto ideale molto lontano dalla

verità dei fatti. Perchè nè il tabernacolo è mai esistito, nè due

milioni di persone avrebbero potuto vivere nei deserti dellʼArabia in

un accampamento così regolarmente distribuito, come nel Pentateuco si

vuol far credere (_Num._, I–IV).

Il precetto poi di versare sullʼaltare come sacro a Jahveh il sangue

di ogni animale ucciso, fa che per associazione dʼidee si ripeta il

precetto, già da altre leggi imposto, di non bere mai del sangue di

nessun animale, nemmeno di animali selvatici[537] o volatili presi a

caccia (v. 10–14). E se il cibarsi di questi era permesso, era tenuto

impuro chi mangiava animali morti naturalmente o dilaniati dalle fiere

(v. 15–16), cose già, come abbiamo veduto, da altre leggi proibite.

I rabbini poi non si contentarono che gli animali permessi come

cibo fossero uccisi dalla mano degli uomini; ma prescrissero che

fossero scannati con una lama perfettamente affilata, in modo che

nei quadrupedi si tagliasse almeno la maggior parte della trachea e

dellʼesofago, e nei volatili almeno la maggior parte di uno dei due. Un

quadrupede o un volatile ucciso altrimenti sarebbe per le disposizioni

talmudiche contrario al rito, e quindi proibito di cibarsene.[538]

Questi due precetti però furono toccati dal nostro scrittore solo

per incidente, perchè il concetto principale era lʼimmolazione dei

sacrifizii. Intorno ai quali, venendo ora a dire partitamente, è

da premettersi che sono da distinguersi in pubblici e privati, in

obbligatorii e volontarii.

Si può dire che i pubblici fossero tutti obbligatorii, ed erano

o quotidiani, o festivi, o espiatorii. Il sacrificio quotidiano

consisteva, secondo il nostro codice, in due olocausti di due agnelli

immolati sera e mattina, e accompagnati da un presente di farina e

olio, e da una libazione di vino (_Esodo_, XXIX, 38–46; _Num._, XXVIII,

2–8). Inoltre sopra un altare apposito ogni mattina doveva bruciarsi

un profumo composto di diversi aromi (_Esodo_, XXX, 2–10), che secondo

il testo scritturale sarebbero stati soltanto quattro: storace, unghia

odorata, galbano e incenso; a cui poi, secondo abbiamo nel Talmud, se

ne aggiunsero altri sette: mirra, cassia, spigonardo, croco, costo,

corteccia odorosa e cinnamomo.[539] La composizione di questo profumo

era tenuta così santa, da giudicare peccato gravissimo il farne eguale

per usi profani (_Esodo_, ivi, 38).

A questo sacrificio quotidiano si aggiungevano ogni sabato due agnelli

con i loro soliti presenti di farina e olio (_Num._, XXVIII, 9, 10).

Nei novilunii, nei sette giorni della Pasqua, e nella Pentecoste[540]

si aggiungevano due tori, un montone, sette agnelli con i loro

presenti, e un capro espiatorio, vale a dire che non doveva essere

offerto come olocausto, ma, bruciatone soltanto il grasso, e versatone

il sangue, la carne era goduta dai sacerdoti (v. 11–31).[541]

Nel primo giorno e nel decimo del settimo mese si offrivano un toro, un

montone, sette agnelli, un capro espiatorio (ivi, XXIX, 1–11), oltre

i soliti sacrificii del novilunio per il primo giorno; e oltre il

sacrificio espiatorio speciale a tale solennità per il giorno decimo.

Di questo si parla in altro luogo (_Levit._, XVI) e sʼimpone di offrire

un toro, un montone e due capri, dei quali uno a Jahveh, lʼaltro a

_ʼAzazel_, e il testo della Scrittura non prescrive intorno a questa

vittima se non di mandarla in luogo remoto e deserto (ivi, 22).

Che cosa significa _‛Azazel_? Molto se ne è disputato dagli antichi e

moderni interpetri, ma la spiegazione più probabile, avvalorata anche

dalla tradizione giudaica, è che sʼintendesse sotto quel nome un demone

malefico,[542] uno di quelli chiamati _Seʼirim_, demoni dal piede

caprino, a cui la superstizione popolare prestava fede. E quantunque

altrove si proibisse di sacrificare a questi supposti Dei minori

(_Levit._, XVII, 7), pure si vede quanto fosse grande la superstizione,

se unʼaltra legge aveva dovuto con questa venire a patti, e fare in tal

modo non piccolo strappo al monoteismo, che per ogni altro rispetto si

voleva rigoroso e assoluto.

Nei sette giorni della festa delle capanne sʼimmolavano due montoni,

quattordici agnelli, e il solito capro espiatorio, ma il numero dei

tori variava cominciandosi nel primo giorno da tredici, e diminuendo

ogni giorno di uno. Nellʼottavo giorno, chiamato di santa convocazione,

il sacrificio era eguale a quello del primo giorno del settimo mese

(_Num._, XXIX, 12–39).

Oltre questi sacrificii il pubblico era obbligato a un sacrificio

espiatorio, consistente in un toro, che tutto doveva bruciarsi, se per

errore lʼuniversità dei credenti fosse caduta pubblicamente in qualche

peccato (_Levit._, IV, 13–21).

Una più recente disposizione (_Num._, XV, 22–26) impone in questo caso,

oltre un toro, anche un capro. I talmudisti, per conciliare siffatta

contraddizione, vollero che nel Levitico si parlasse di peccati in

genere; nel Numeri, dello speciale peccato di adorare altri Dei, o

dʼidolatria.[543] Di più nellʼuno e nellʼaltro caso intesero che si

trattasse sempre di un erroneo insegnamento dato dal sommo magistrato,

e seguito da tutto il popolo o dalla massima parte. E alcuni dottori

non furono contenti di una o due vittime, come apparirebbe dal testo

della Scrittura, ma ne vollero chi dodici o ventiquattro, vale a dire

o un toro, o questo e un capro per ognuna delle dodici tribù, e chi

tredici o ventisei, aggiungendo anche un sacrifizio apposito, per il

magistrato stesso che avesse dato lʼerroneo insegnamento.[544]

La legge del popolo Ebreo · 第 22 / 30 段