È molto facile, e molto comodo ancora beffarsi delle religioni e

dirle false e assurde; ma studiarle sul serio per formarsi una

vera coscienza religiosa, sia anche per giungere alla negazione;

spogliare le religioni di ciò che hanno di sensuale transitorio e

temporaneo, per ritenerne lʼideale ed eterno, e convertirlo nel fine

supremo, a cui si dovrebbe aspirare, non come fine soprannaturale

ed estraterreno, ma come supremamente umano, ecco ciò che è davvero

difficile e dato a pochissimi. Nè sono certo le classi sacerdotali di

nessuna religione positiva che hanno inteso e insegnato la religione

sotto tal forma. Esse insistono principalmente nella osservanza di

pratiche insignificanti, e dicono crudelmente punito anche per tutta

lʼeternità colui che le trascura, mentre assolvono o per un sacrifizio

o per una preghiera chi ha commesso anche i più grandi delitti. Ma

non è questa la religione che avrebbero insegnato i veri Profeti e

i veri Apostoli, ben diversi dai sacerdoti che hanno voluto dare ad

intendere dʼinterpretare di quelli i nobilissimi insegnamenti. Un

profeta dellʼantico Testamento ha detto una volta per tutti coloro

che vogliono essere veri maestri di religione: _Misericordiam volui

et non sacrificium_ (_Hosea_, VI, 6). E per _misericordiam_ è dʼuopo

intendere tutta la morale, tutta la benevolenza che deve legare gli

uomini fra loro; per _sacrificium_ tutte le esterne pratiche religiose,

che certo nulla conferiscono al conseguimento dellʼideale, ed immergono

anzi sempre più lʼuomo nella volgarità dei sensi. Lʼebraismo era stato

incamminato dai suoi grandi profeti dellʼ8º, 7º e 6º secolo in quella

via ascendente che gli avrebbe fatto salire

.......il dilettoso monte

Chʼè principio e cagion di tutta gioia;

ma lo hanno fatto ritornare alla _noja_ della selva oscura i sacerdoti,

gli scribi e i farisei, autori, conservatori e interpreti di una

religione che ha voluto, se non tutta, certo principalmente consistere

in pratiche esteriori, in riti minuziosi e puerili.

E uno dei primi a volgerla per questa via angusta è stato Ezechiele, il

quale ha certo in sè due lati, uno del nobile profeta, e lʼaltro del

pratico sacerdote. A lode di lui dobbiam dire che la maggior parte dei

suoi scritti ce lo presenta sotto il primo aspetto; imperocchè diretti

a un insegnamento rituale sono specialmente gli ultimi capitoli del suo

libro (XL–XLVIII); e di questi dobbiamo ora occuparci.

Ezechiele, secondo è suo stile, che preferisce la forma della visione,

immagina di essere rapito in estasi nella terra dʼIsraele; e là sopra

un alto monte vedere dalla parte di mezzogiorno una città edificata,

quindi apparirgli un essere di forma umana ma di colore di rame, con

in mano una corda e una pertica per misurare. Da questo gli viene

rivelato quale debba essere la forma del futuro Santuario, di cui si

fa ampia e particolareggiata descrizione (XL–XLII); ma tale pur non

ostante che a noi rimane oscurissima, ed è quasi impossibile formarsi

un concetto del disegno di tale edificio.

Dopo questa descrizione apparisce al profeta la gloria divina nella

stessa forma come nella celebre visione del carro narrata nella

introduzione ai suoi vaticinii, e da Dio il profeta sente comandarsi

ciò che riguarda il rito del tempio (XLIII, 1–10).

Questo è posto in cima ad un monte, che dobbiamo supporre essere

il Moria, e tutto il recinto intorno intorno per lʼestensione di

cinquecento pertiche (XLII, 16–20) è dichiarato territorio santo

(XLIII, 12). Si danno poi le dimensioni dellʼaltare (13–17), e si

prescrive il rito della sua consacrazione che doveva celebrarsi dai

sacerdoti discendenti di Zadoq, nel primo giorno, col sacrificio

espiatorio di un toro, nel secondo, con quello di un capro,

accompagnato dallʼolocausto di un altro toro e di un montone, i quali

sacrifici dovevano essere ripetuti per sette giorni, colla sola

differenza che nel primo giorno il sacrifizio espiatorio era di un

toro, negli altri sei di un capro.[488] Compiuta la consacrazione,

dallʼottavo giorno in poi lʼaltare era atto per celebrarvi ogni specie

di sacrificio (18–27).

La porta orientale del tempio, presso la quale venivano rivelati gli

esposti riti, doveva essere chiusa, perchè per essa vi era entrata

la gloria divina, e avrebbe potuto aprirsi soltanto per dare accesso

al principe (XLIV, 1–3). Passando quindi a parlare delle persone

dei sacerdoti, si vogliono escludere in prima da tale ministero

tutti glʼIsraeliti estranei alla tribù di Levi (4–8). Ma anche fra i

Leviti molti sono incirconcisi di cuore e di carne, i quali, sebbene

nel passato offrissero gli olocausti e altri sacrifizii, pure se ne

erano resi indegni, assentendo al popolo nelle sue pratiche di culto

idolatrico; perciò erano degradati a fare il servizio inferiore del

tempio, ed esclusi dal sacro ministero dellʼaltare (9–14), cui erano

chiamati i soli Zadoqiti. Questi si erano mantenuti puri in mezzo agli

errori comuni del popolo, e perciò potevano entrare nel Santuario, e

accostarsi alla mensa divina. Ma dovevano vivere con ispeciali leggi di

purità. Vestirsi di puro lino ogni volta che ministravano, e deporre

i sacri abiti prima di escire fra mezzo al popolo. Non radersi il

capo, e non lasciare troppo crescere la chioma; e pare, sebbene la

ragione non sia accennata, perchè costume lʼuno e lʼaltro che sa di

lascivia. Non ber vino ogni qual volta erano per entrare nellʼatrio

interno del tempio. Non unirsi in matrimonio nè con vedove, nè con

ripudiate, eccetto che con la vedova di altro sacerdote. Non rendersi

impuri, avvicinandosi a morti, tranne che per il lutto dei più prossimi

parenti, cioè genitori, o figli, o fratelli o sorelle nubili. Finito

il lutto dei quali, il sacerdote per poter tornare al suo ministerio,

doveva celebrare un rito di purificazione.

Gli officii del sacerdote erano dʼinsegnare al popolo la legge e

la religione, di giudicare le materie contenziose, e sorvegliare

allʼosservanza delle feste e del sabato. I suoi redditi, non avendo

possessione territoriale al pari degli altri, consistevano nelle

offerte, nei sacrificii espiatori fatti dal popolo, negli oggetti da

questo consacrati, e nelle primizie prelevate dai raccolti e anche

dalla pasta del pane. Si conclude col raccomandare specialmente ai

sacerdoti di astenersi dalle carni di animali dilaniati o morti

naturalmente, quantunque questo precetto di purità fosse dalle

antecedenti leggi imposto indifferentemente a tutto il popolo (15–31).

Notiamo qui le importanti differenze che istituisce questo codice di

Ezechiele relativamente ai precedenti. Quello dellʼEsodo (XXI–XXIII)

non conosce casta sacerdotale, anzi nella stipulazione solenne del

patto con Jahveh, officiano i giovani israeliti senza distinzione

di tribù (XXIV, 5). Nel Deuteronomio si fa un primo passo per

lʼistituzione della casta sacerdotale, è questa la tribù di Levi, e

si dice quasi sempre Sacerdoti–Leviti (XVIII, 1). Ezechiele inoltre

fra la tribù di Levi, sceglie come veri sacerdoti una sola famiglia,

quella dei Zadoqiti. Finalmente le loro rendite sono accresciute, se si

paragonano a quelle fissate nel Deuteronomio.

* * * * *

Dalle leggi speciali per i sacerdoti Ezechiele passa a stabilire che

nella divisione della terra si debba lasciare allʼintorno del tempio un

vasto territorio come santo, ove i sacerdoti possano edificare le loro

case e gli scribi ancora avere le loro stanze. Il resto della città

rimaneva comune per tutti glʼIsraeliti, ma una parte doveva assegnarsi

come possesso peculiare del principe (XLV, 1–8_a_). Quindi si prende

occasione di trattare dei doveri e dei diritti di questo capo dello

Stato. Si avvertono in prima i principi a non usare contro il popolo

nessuna specie di violenza, ma anzi comportarsi con equità e giustizia.

Siccome poi essi avevano diritto a una prelevazione sui prodotti

pastorali e rurali, si stabiliscono con esattezza le misure e i pesi,

acciocchè non si usi mediante questi veruna frode. Al principe sarebbe

spettato il sessantesimo della mèsse, il centesimo dellʼolio, e forse

ancora del vino, sebbene di questo non si parli, e il ducentesimo del

greggie, non solo per provvedere a sè e alla sua casa, ma anche per i

pubblici sacrifizii, che su di lui incombevano nelle feste, nel sabato,

nelle calende, e nelle altre solennità (8_b_–17).

I sacrifizii sarebbero stati i seguenti. Nel primo giorno del primo

mese dellʼanno, cioè nella primavera, il sacrifizio di purificazione

per lʼaltare, che consisteva nellʼimmolare un toro e nellʼaspergere del

suo sangue lo stipite della porta del tempio, dellʼatrio interno, e i

quattro angoli dellʼaltare. Questo stesso sacrifizio doveva ripetersi

dopo sette giorni per espiazione dei peccati involontarii (18–20). Nel

quattordicesimo giorno cadeva la festa delle azzime per sette giorni,

in ognuno dei quali avrebbero dovuto sacrificarsi sette tori, sette

montoni, e un capro espiatorio, accompagnato da una offerta incruenta

di farina e olio (21–24).

Nel settimo mese poi si sarebbe celebrata nel quindicesimo giorno

unʼaltra festa di eguale durata, solennizzata con eguali sacrificii

(25).

Queste sono le due feste della Pasqua, e della raccolta, detta con

altro nome delle Capanne, imposte già nel primo codice (_Esodo_, xxiii,

15, 16) e nel Deuteronomio (XVI); ma perchè Ezechiele tace intieramente

della Pentecoste?[489]

Sarebbe difficile darne risposta che intieramente appagasse. Pure può

dirsi come congettura, che volendo qui il nostro autore non istituire

feste che già erano ordinate da leggi antecedenti, ma solo fissarne

i sacrificii, che non troviamo in quelle determinate, ha voluto solo

far ciò per le due feste maggiori dellʼanno; perchè lasciava per

lʼaltra, la quale durava un sol giorno, che rimanessero al beneplacito

degli offerenti, o perchè credeva di non dover mutare per essa la

consuetudine già prevalsa.

In ogni sabato il sacrifizio doveva essere di sei agnelli e di un

montone, accompagnati anche questi da una offerta incruenta di farina

e di olio, e nei novilunii doveva sacrificarsi di più un toro (XLVI,

4–7). Il sacrificio quotidiano era di un agnello ogni mattina,

accompagnato anche questo da una più piccola offerta della stessa

specie (13–14).

Ma il nostro buon sacerdote non è contento di prescrivere i sacrificii,

e scende ancora a più minuti particolari. Abbiamo poco sopra veduto

che la porta del tempio, che guardava a oriente, era tenuta come più

santa delle altre, e destinata allʼingresso del solo principe. Qui ora

si determina che anche per esso si apriva soltanto nel sabato, nei

novilunii (XLVI, 1, 2), o quando faceva delle offerte volontarie (12),

e pare che il popolo dovesse in quei giorni solenni restare fuori del

Santuario, e dallʼesterno inchinarsi alla maestà divina (v. 3).

Nelle maggiori solennità tutti entravano nel tempio o dalla porta

settentrionale o da quella di mezzogiorno, avvertendo di escire dalla

parte opposta a quella per cui ognuno era entrato, e allora il principe

non aveva nessuna distinzione, entrava ed usciva confuso con gli

altri (9–10).[490] Può essere che questa prescrizione di escire dalla

parte opposta fosse per evitare la confusione, e che nelle maggiori

solennità, accorrendo numerosa turba di gente, il profeta prescrivesse

agli Ebrei di fare

Come i Roman per lʼesercito molto;

ma certo sembra che la confusione si sarebbe meglio evitata con lo

stabilire a tutti una sola porta per lʼentrata, e quella opposta per

lʼescita.

Il rispetto che abbiamo veduto professarsi per il principe non era tale

però che lo dovesse condurre a infrangere le leggi; e però Ezechiele,

lasciando per poco lʼargomento rituale dei sacrificii, vuole avvertire

che il potere del principe trovava un limite insuperabile nel diritto

successorio, che doveva rimanere inalterato.

Poteva il principe fare ad alcuno dei suoi figli una donazione, ma

soltanto del proprio patrimonio, non mai toccare il possesso altrui,

e nemmeno spogliare perpetuamente i propri figli di una parte del suo

avere con una donazione a favore di un suo servo. Quando poi a questo

avesse donato qualche cosa, il beneficio durava soltanto fino allʼanno

in cui il servo riacquistava la libertà,[491] ma quindi la proprietà

tornava al principe, perchè non fosse tolta ai suoi figli (v. 16–18).

Dopo questa divagazione, che mostra quanta importanza si desse in ogni

tempo presso gli Ebrei alla inalterabilità del diritto ereditario, si

ritorna a un altro minuto particolare del rito per determinare il luogo

dove i sacerdoti dovevano cuocere le carni dei sacrificii che loro

spettavano (19–24).

Lʼultimo argomento legislativo che finalmente occupa Ezechiele è di

diritto pubblico intorno alla divisione della terra fra le dodici

tribù. Ne determina prima i generali confini (XLVII, 13–21); poi con

vero progresso relativamente alle antecedenti legislazioni, istituisce

che anche lo straniero, stabilitosi nel paese e che vi abbia procreato

figli, debba possedere al pari del cittadino un fondo da assegnarglisi

nel territorio della tribù, presso la quale avesse posto il suo

domicilio (22, 23).

La divisione della terra è fatta in un modo del tutto ideale e quasi

impossibile ad effettuarsi nella pratica. Sette tribù sono distribuite

al settentrione di Gerusalemme (XLVIII, 1–7). Il territorio di questa è

diviso, come sopra fu accennato, fra i sacerdoti e i leviti, che non lo

possono mai alienare, la città comune a tutti, il subborgo, e la parte

spettante al principe (8–22).

Le altre cinque tribù sono distribuite al mezzogiorno di Gerusalemme

(23–29), la quale deve avere dodici porte in corrispondenza delle

dodici tribù, e chiamarsi dʼallora in poi: _Jahveh qui_ (30–35).

Queste istituzioni di Ezechiele rimasero però allo stato di pio

desiderio, e per molte di esse la esecuzione era resa impossibile

dalle condizioni politiche. Il ritorno in patria degli Ebrei fu molto

lungi dal comprendere tutti gli esuli. Solo una parte delle tribù di

Giuda e Benjamino, e molti dei Leviti risposero allʼinvito di Ciro, e

se pure accorsero ancora delle altre tribù, non se ne potè conoscere

con certezza la genealogia (_Ezra_, II). Nè tutta lʼantica Palestina

fu sottomessa al dominio dei reduci, che anzi una gran parte rimase ai

Samaritani, ai Fenici e agli altri antichi abitatori; e da prima solo

la regione più meridionale ad essi appartenne. Molto meno quindi lo

Stato risorto potè raggiungere i confini ai quali Ezechiele aspirava.

Dimodochè non poteva nè anche effettuarsi la partizione del territorio,

come egli aveva divisato.

Ma oltre a ciò, anche quelle istituzioni che avrebbero potuto

praticarsi non furono adottate nè rispetto ai sacrificii nè rispetto

alla costituzione della casta sacerdotale. Un nuovo codice fu composto,

ispirato in generale dagli stessi principii che quello di Ezechiele, ma

differente nelle sue disposizioni.

Chiunque si fosse che compilasse questo codice, del cui tempo e

autore parleremo più innanzi, sentì il bisogno di non attribuirne a

sè stesso la composizione, ma di riportarla a Mosè, che ormai valeva

nellʼopinione popolare come tipo di legislatore. E in parte ciò poteva

corrispondere anche al vero, perchè sarà stato benissimo che alcune

leggi del codice sacerdotale fino da tempo antico si praticassero

come istituzioni consuetudinarie, che, se pure non erano realmente

stabilite da Mosè, pure come tali avranno potuto essere tenute dalla

opinione comune. Imperocchè sappiamo che così appunto si formano i tipi

leggendarii, accumulando cioè a poco a poco sopra una sola persona

tutto quello che è invece il portato di successive età. Quindi troviamo

che nel codice sacerdotale si riferiscono senza distinzione al primo

tempo della escita degli Ebrei dallʼEgitto i riti sacerdotali che

tradizionalmente in un lungo periodo di tempo si saranno stabiliti

nella pratica del culto, e ciò che di nuovo sʼintroduceva dopo il

ritorno dallʼesilio babilonese.

Si voleva stabilire un culto regolare e così ampio che quasi

abbracciasse tutta la vita del credente; ma nel medesimo tempo

accentrato in un solo luogo e sotto la sorveglianza della casta

sacerdotale, acciocchè non potesse cadere in pericolose deviazioni. Ad

ottenere questo fine era necessario seguire lʼesempio di Ezechiele, e

porre come cosa capitale della religione e del culto un Santuario, dove

esclusivamente si avessero ad esercitarne le pratiche. Ma Ezechiele

dava come rivelate a lui le leggi del culto, quindi parlava di un

tempio da edificarsi. Invece il compilatore del nuovo codice lo dava

come esistente da antico, e rivelato a Mosè, quindi la necessità di

trovare un Santuario anche nelle peregrinazioni del deserto. Un tempio

di edificio murale non avrebbe potuto esistere, sia per le condizioni

nomadi degli Ebrei esciti dallʼEgitto, sia ancora per avere prevalso

ormai altra tradizione che ne faceva primo edificatore il re Salomone.

Sʼimmaginò quindi un tabernacolo asportabile da montarsi e rimontarsi,

ma a cui nel medesimo tempo non mancasse una certa lussuriosa

magnificenza.

Si vuole che Jahveh stesso ne desse il disegno a Mosè, determinando

i più minuti particolari anche di tutti gli arredi e delle vesti

sacerdotali (_Esodo_, XXV–XXVIII, XXX, 1–10, 17–21).

Quando si passa poi a dire che gli ordini divini furono eseguiti, e

il tabernacolo eretto, si ripete in tutte le sue parti la medesima

descrizione (XXXVI, 8; XXXIX); e davvero che non si potrebbe rendere

di tale ripetizione ragione che appagasse, tantochè fu sostenuto che

queste due parti del Pentateuco appartengano ad autori diversi.[492]

Ma lʼaddentrarsi in ciò che concerne la costruzione, per noi ideale,

del tabernacolo spetta più allʼarcheologia, che alla legislazione del

popolo ebreo, e perciò qui ce ne passiamo.

È da vedersi piuttosto come insieme con la costruzione del tabernacolo

si connetta la costituzione del culto, nella quale prenderemo in esame:

1º il sacerdozio; 2º i sacrifizi e le offerte; 3º le feste.

Sono in prima chiamati ad officiare come sacerdoti tutti gli Aronidi

(_Esodo_, XXVIII, 1), con esclusione rigorosissima di qualunque altro

(_Num._, XVIII, 7). Questi devono essere consacrati con apposita

ceremonia che dura sette giorni (_Esodo_, XXIX, 1–37; _Levit._, VIII),

e con lʼunzione dellʼolio sacro (_Esodo_, XXX, 30) composto di diversi

aromi (ivi, 23–25). Il quale olio doveva servire ancora per consacrare

il tabernacolo e i suoi arredi (ivi, 26–29). E tanto era tenuto sacro,

che rigorosamente si proibiva di comporne eguale per usi privati (ivi,

31–33).

A capo dei sacerdoti è costituito uno fra essi chiamato il Massimo, la

cui dignità si vuol far risalire fino ad Aron. Si distingue da tutti

gli altri in prima per gli abiti splendidissimi, ricchi di porpora,

dʼoro e di gemme; mentre per i comuni sacerdoti sono semplici di

puro lino (_Esodo_, XXVIII). Uniti alle vesti del massimo sacerdote

avrebbero dovuto essere gli _Urim_ e _Tummim_, che, qualunque forma

avessero, servivano per dare i responsi (ivi, 30); dimodochè il massimo

sacerdote era tenuto lʼinterpetre della divina volontà. Era egli poi

anche il grande espiatore di tutto il popolo, portando a tale effetto

incise sul frontale dʼoro le parole: _Sacro a Jahveh_ (ivi, 36–38), e

offerendo lui solo i sacrificii e il profumo nel giorno solenne della

espiazione di tutti i peccati (XXX, 10). Nel qual giorno egli solo

poteva penetrare oltre la cortina che separava dal Santo il luogo

Santissimo, ove conservavasi lʼarca (_Levit._, XVI, 2, 3).

Pare che questo fosse in quanto allʼofferire i sacrifizi il solo

officio obbligatorio del massimo sacerdote. Il testo scritturale tace

sul resto. I talmudisti hanno aggiunto che in qualunque altro giorno

a lui fosse piaciuto di officiare aveva la precedenza sopra tutti i

sacerdoti.[493]

Avrebbe avuto inoltre il massimo sacerdote una grande importanza

anche civile, se avesse dovuto durare quanto la sua vita, il confine

dellʼomicida involontario in alcuna delle città destinate come asilo

(_Num._, XXXV, 25, 28). Gli erano dallʼaltro lato imposti nelle

relazioni di famiglia più stretti doveri, in quanto non poteva sposare,

se non una donna vergine;[494] e per nessun parente che gli morisse,

fossero anche i genitori, non poteva rendersi impuro con lʼavvicinarsi

al cadavere (_Levit._, XXI, 10–14).

La dignità del massimo sacerdote si sarebbe trasmessa per eredità da

Aron ai suoi discendenti nella linea di Eleazar (_Num._, XX, 26), ed

anche nel diritto talmudico questa dignità, al pari delle altre, è

tenuta ereditaria.[495]

I sacerdoti comuni avevano per officii principali di offrire

sullʼaltare ogni specie di sacrifizio e di offerta, e il profumo degli

aromi, di preparare e porre sulla tavola sacra le dodici focacce dette

_pane del cospetto_, che si mutavano ogni settimana (_Levit._, XXIV,

5–9), di preparare e accendere il sacro candelabro (_Esodo_, XXVII, 21;

_Levit._, XXIV, 2–4), di decidere della purità o impurità delle persone

affette da malattie tenute impure (_Levit._, XIII), di bandire al

suono delle trombe la partenza e la stazione dellʼaccampamento (_Num._,

X, 8), e di benedire solennemente il popolo (ivi, VI, 23–27).

Dal testo del Pentateuco non resulta come i sacerdoti avrebbero dovuto

distribuirsi per prestare il loro officio, e solo secondo lʼautore

delle Croniche (1º, XXIV, 4) sarebbero stati divisi ai tempi del

re David in 24 compagnie, che avrebbero alternativamente officiato

(v. sopra, pag. 164). I talmudisti poi vollero far risalire una

prima distribuzione o in otto o in sedici compagnie fino ai tempi di

Mosè; e il servizio si sarebbe alternato fra esse di settimana in

settimana.[496]

In quanto ai riti di purità speciali a questa casta, il codice

sacerdotale, per ciò che concerne il lutto dei parenti, si accorda con

le prescrizioni di Ezechiele (_Levit._, XXI, 1–6); ma i talmudisti

hanno voluto interpretare questo testo, come se avesse posto fra i più

prossimi congiunti anche la moglie.[497] Ciò fa onore allʼintenzione

che essi possono avere avuto di nobilitare in questo modo la donna,

e di dare maggiore importanza al legame conjugale; ma è certo che il

nostro testo ne tace, se pure non ha voluto esplicitamente escludere

la moglie colle espressioni del verso 4, il quale, così come ci è

pervenuto, forse corrotto, è di significato oscurissimo.

Glʼimpedimenti matrimoniali sono minori che presso Ezechiele, non

trovandosi proibite le vedove dei non sacerdoti. Ma si enumera di

più, oltre la ripudiata e la prostituta, anche la donna profanata

(ivi, 7), che dalla sola lettera del testo non si sa bene che cosa

sia, e secondo la interpretazione rabbinica, sarebbe la donna nata

dal matrimonio illegittimo di qualche sacerdote.[498] E fin qui

i talmudisti possono avere interpretato giustamente; ma pare che

abbiano troppo esteso gli altri impedimenti matrimoniali, volendo

che fossero proibite ai sacerdoti anche le proselite, le liberte,

e qualunque donna avesse contratto matrimonio illegittimo, perchè

tenevano che, volontariamente o no, avesse in tal modo fornicato; e

oltre la repudiata, proibirono ancora la donna sciolta dal legame del

levirato.[499]

La santità dei costumi conduce poi il legislatore sacerdotale a

connettere con ciò che concerne il matrimonio dei sacerdoti, una legge

rigorosissima rispetto alle loro figliuole, cioè, di condannarle a

morte mediante il bruciamento,[500] se si fossero prostituite (ivi, 9).

Tanto si voleva preservare lʼonore e il decoro della casta sacerdotale!

I talmudisti però mitigarono questo rigore, e vollero imposta la

condanna capitale soltanto quando si trattasse di adulterio, non per la

licenziosità di costume di una nubile o di una vedova.[501] Dimodochè

per essi, essendo condannato lʼadulterio in genere con la morte, la

differenza per una figlia di sacerdote sarebbe consistita soltanto nel

modo di applicare la pena. Non era questo certo lʼintendimento della

legge, nel testo scritturale, che parlando solo del disonora che

sarebbe risultato al padre, fa capire che si trattava specialmente di

donna non maritata.

La legge del popolo Ebreo · 第 21 / 30 段