Si domanda ancora se la Scrittura ha inteso di stabilire questo

vincolo, nella mancanza di ogni prole, o anche nella mancanza di sola

prole maschile. Se si riflette che la famiglia massimamente presso i

popoli antichi era costituita dai maschi, dimodochè si poteva dire

non avesse vera e propria successione chi lasciava soltanto prole

femminile, saremmo inclinati a credere che il legislatore ha voluto

sancire il vincolo fra cognato e cognata ogni qual volta il morto non

lasciasse figli maschi, valutando a tale effetto di niuna importanza le

femmine; tanto più che, come vedremo a suo luogo, il diritto ereditario

conceduto alle figlie in precedenza dei collaterali è una innovazione

introdotta assai più tardi nel codice sacerdotale. Inoltre la parola

usata dalla Scrittura nel nostro testo è _ben_, _figlio_, mentre invece

per indicare in genere la prole di qualunque sesso avrebbe dovuto dirsi

piuttosto _zerʼa_. Non ostante i rabbini, come di necessità doveva

resultare dal tutto insieme degli istituti prevalenti ai loro tempi,

esentarono dal legame del levirato in ogni caso che vi fosse prole

dellʼuno o dellʼaltro sesso.[464] E bastava, a loro opinione, anche la

prole nata da qualunque altra donna, anche spuria, purchè non fosse da

una schiava, o da una non ebrea.[465] Così pure se il defunto senza

prole lasciava più vedove, essendo permessa la poligamia, non tutte

erano vincolate ai cognati; ma col matrimonio o con lo scioglimento di

una qualunque tra esse, tutte le altre rimanevano libere.[466]

Stabilirono inoltre che non esistesse del tutto il vincolo del

levirato, quando la vedova si trovasse col cognato in tal grado di

parentela o di affinità che per legge il matrimonio fosse proibito;

e svincolava da tal legame non solo sè, ma anche le altre mogli, se

il defunto fosse stato poligamo.[467] Nel caso fossero più fratelli,

la precedenza spettava al maggiore di età, ma quando questi vi

rinunziasse, si procedeva a interrogare gli altri per anzianità,

fino a che si concludesse in qualche modo o al matrimonio o allo

scioglimento.[468] Nel caso poi che ella assolutamente non volesse

sposarsi col maggiore dei cognati, quando questi non rinunziasse al suo

diritto; o con nessuno degli altri, quando il maggiore vi rinunziasse,

ammettevano i rabbini che ne potesse essere sciolta, ma sotto pena

di perdere la dote costituitale dal marito.[469] In questo modo il

Talmud riconobbe nella donna un certo diritto alla propria libertà,

che parrebbe dalla lettera del testo non fosse ammesso. E tanto più lo

riconobbero, quando stabilirono che potesse legittimamente rifiutare

il cognato senza essere sottoposta a niuna pena, quando quegli avesse

qualcuno dei difetti già sopra enumerati (pag. 294), pei quali la donna

avrebbe avuto il diritto di chiedere il divorzio.[470] Imperocchè non

si sarebbe potuto obbligare la donna a sposare un uomo, in quei casi,

nei quali anche dopo il matrimonio le sarebbe stato riconosciuto dalla

legge il diritto di separarsene.

Riconoscendo poi i rabbini, perchè vi erano costretti dalla lettera

della legge, lʼesistenza del vincolo fra i cognati, disputarono a

che cosa si dovesse dare la precedenza, se allʼatto matrimoniale che

regolava e confermava questo vincolo, o allʼatto di scioglimento.[471]

Pare che nei tempi più antichi prevalesse la prima opinione; ma pure

in molti casi, nei quali potesse con qualche fondata ragione credersi

che cognato e cognata non fossero convenienti lʼuno allʼaltro, i

magistrati dovevano consigliare piuttosto allo scioglimento che al

matrimonio.[472] Avendo poi che fare con uomo poco onesto che volesse

profittarsi del diritto che gli accordava la legge sopra la cognata,

i rabbini arrivarono fino a permettere che gli si promettessero dei

danari per indurlo a sciogliere dal vincolo la cognata, anzichè

costringere questa a sposarlo.[473] Nei tempi più moderni fra i Dottori

posteriori al Talmud continuò a disputarsi se al matrimonio od allo

scioglimento dovesse darsi la preferenza. E lʼAlfasi e il Maimonide

decisero per il matrimonio, nel senso di dovere obbligare la donna

a sposare il cognato o a sottostare alla pena della perdita della

dote. LʼIsaacita e Giacobbe ben Meir opinarono che si dovesse nella

maggior parte dei casi piuttosto sciogliere il vincolo che obbligare

al matrimonio. E dai passi del Talmud citati pro e contro sembra che

questi ultimi Dottori si appongano più al vero.[474]

Ad opinione poi di tutti, si dovè preferire lo scioglimento, nel caso

che i fratelli del defunto fossero già coniugati, in tutti quei paesi

dove gli Ebrei accettarono lʼistituzione del Dottore Ghereshom contro

la poligamia, della quale già sopra abbiamo fatto cenno.

In quanto al diritto ereditario il Talmud stabilì che tutti gli averi

del defunto fossero di quello dei fratelli che sposasse la cognata,

ma nel caso di scioglimento, tutti i fratelli fossero eredi in quota

eguale, come in ogni altro caso in cui la successione fosse devoluta

ai collaterali.[475] Le formalità dello scioglimento consistenti

nello scalzare la scarpa del cognato, nello sputargli davanti, e

nel gridargli: scalzato, doveva farsi dinanzi a un magistrato di

tre giudici, e con certa pubblicità.[476] In origine questi atti

significavano certo dispregio verso lʼuomo che si ricusava di far

risorgere lo spento nome del fratello. Ma continuarono queste forme

ad usarsi per ossequio più alla lettera che allo spirito della legge,

anche quando lʼatto dello scioglimento fosse provocato per volontà

della donna, o per consiglio del magistrato, anche nei tempi nei quali

fu data allo scioglimento la preferenza sul matrimonio; e si capisce

bene che allora essi perdettero ogni odioso significato, e restarono

come vuote forme, che più nulla esprimevano.

* * * * *

Abbiamo veduto nel primo codice (pag. 109 e seg.), una legge rispetto

allʼindennità e alla multa dovuta da chi, altercando con altri,

percotesse per caso una donna incinta. Qui il Deuteronomista prevede il

caso che fra due rissanti sʼintrometta la moglie di uno, e per salvare

il marito assalga lʼaltro, e sfacciatamente lo offenda nelle parti

genitali. Nuovo genere di pena troviamo sancito in questo caso, il

taglio della mano.

11. Quando alterchino alcuni fra loro, uomo contro il suo

fratello, e si avvicini la moglie di uno per liberare il suo

marito dalla mano di chi lo percuote, e stenda la sua mano, e

12. lo prenda per le pudende, le taglierai la mano, il tuo occhio

non le avrà compassione.

I talmudisti mitigarono molto questa pena, e le tolsero quanto aveva

di odioso riducendola a una multa, e a una indennità[477] per gli

stessi titoli, dei quali già altrove abbiamo discorso, trattando delle

lesioni corporali. Estesero poi da un lato la pena, perchè la sancirono

non solo per lʼoffesa corporale fatta toccando le pudende, ma anche

qualunque altra parte. E dallʼaltro la restrinsero alla sola moglie di

uno dei rissanti, ma vollero libera dalla pena la moglie di un agente

della pubblica forza, se intervenisse per liberare il marito da chi gli

opponesse resistenza.[478]

* * * * *

Le due ultime leggi, con le quali si chiude questo capitolo sono lʼuna

(v. 13–16) ripetizione di quanto già era raccomandato nel Levitico

(XIX, 35, 36) di usar misure e pesi giusti; lʼaltra è nuova indizione

di guerra contro gli Amaleciti, come già abbiamo veduto nellʼEsodo

(XVII, 14–16).

E qui ha termine la parte legislativa del Deuteronomio.

Il capitolo XXVI non fa se non prescrivere certe formalità per

lʼofferta di quelle decime già imposte nel capitolo XIV, 22–29 (v.

sopra, pag. 219). Queste si dovevano accompagnare con un rendimento di

grazie a Dio per i beni prodigati alla nazione e agli individui; con

una dichiarazione di avere adempito a quanto imponeva il rito, tanto

per avere usato elargizione ai leviti, agli stranieri, agli orfani e

alle vedove, quanto per non aver mangiato di queste decime in istato

dʼimpurità; e finalmente con una preghiera, perchè Dio continuasse

la sua benefica provvidenza per il popolo tutto, in ispecie con la

fertilità delle terre (v. 1–15).

Comincia quindi come conchiusione della parte legislativa e precettiva

una bellissima esortazione a seguire glʼinsegnamenti di Jahveh,

perchè, così facendo, ne sarebbe derivata ogni sorta di prosperità.

Esortazione, che, dopo il verso 19, malamente nella forma presente del

Deuteronomio, è stata interrotta col cap. XXVII, che è manifestamente

una interpolazione.[479] Qualunque lettore può accorgersi che il primo

verso del cap. XXVIII è intimamente connesso con lʼultimo del capitolo

XXVI. Il discorso esortativo si succede così bene che nulla più

potrebbe desiderarsi. Mentre lʼinserzione del cap. XXVII guasta proprio

ogni cosa.

Si vedano questi passi, acciocchè ognuno ne possa restare convinto.

XXVI. 16. Oggi Jahveh tuo Dio, ti comanda di eseguire questi statuti e

queste leggi; e le osserverai, e le eseguirai con tutto il

17. tuo cuore e con tutta la tua anima. A Jahveh tu prometti oggi

che ti sarà Dio, e seguirai le sue vie, e osserverai i suoi

statuti, e i suoi precetti, e le sue leggi, e obbedirai la

18. sua voce. E Jahveh ti promette oggi che tu gli sarai popolo

di sua proprietà, come ti disse, e che osserverai i suoi

19. precetti, e che ti porrà superiore a tutti i popoli che ha

creato, per lode nome e gloria, e che tu sarai popolo santo a

Jahveh tuo Dio come parlò.

XXVIII 1. E se ascolterai la voce di Jahveh tuo Dio per osservare ed

eseguire tutti i suoi precetti che io ti comando oggi, Jahveh

2. tuo Dio ti porrà superiore a tutte le genti della terra, e

verranno sopra te tutte queste benedizioni e ti toccheranno,

quando ascolterai la voce di Jahveh tuo Dio.

Si prosegue poi ad enumerare nei particolari le benedizioni

generalmente enunciate. Ma, se fra il cap. XXVI e il XXVIII inseriamo

il XXVII, come ora lo troviamo, la logica e naturale sequela delle

idee è malamente interrotta. E infatti nel cap. XXVII si dice che Mosè

e gli anziani comandano al popolo di scolpire nelle pietre la legge

divina, quando avessero passato il Giordano, fabbricare un altare, e

fermarsi distribuito in due parti di sei tribù ognuna sui due monti

Gherizim ed Ebal, per pronunziare le benedizioni e le imprecazioni, e

quindi ad alta voce maledire chi commettesse certi peccati o delitti,

a cui sembra voglia darsi così maggiore importanza. Ma lʼimprecazione

contro certi speciali delitti è cosa troppo diversa dal concetto,

che qui può formare solo argomento della chiusa della legge, cioè la

promissione di felicità, se questa venisse osservata, e la minaccia di

sciagura, quando fosse posta in non cale. Di più questo stesso capitolo

XXVII si mostra manifestamente poco consentaneo nelle sue diverse

parti. Imperocchè mentre nei versi 11–13 si parla di benedizione e

maledizione, ripetendo cosa altrove già detta (XI, 29–32) e che secondo

il libro di Giosuè (VIII, 30–35) sarebbe stata a suo tempo eseguita,

nei vv. 14–26 troviamo che i Leviti dovevano ad alta voce pronunziare

la maledizione contro certi speciali peccatori.

Da ultimo, se lʼoriginale composizione del Deuteronomio avesse

contenuto il cap. XXVII, quello seguente avrebbe dovuto avere

necessariamente un suo proprio principio con le parole «e Moisè disse

ai figli dʼIsraele» o qualche cosa di simile. E difatti così vediamo

farsi in tutto il Pentateuco ogni volta che si prende a trattare

un nuovo argomento, o che dalla parte narrativa si passa a quella

precettiva. Ora il Deuteronomio ci appare come un discorso continuato

dal cap. V fino a tutto il XXVI, dimodochè non è mai necessario

riprendere lʼargomento con qualche speciale introduzione, ma basta

quella posta al principio del cap. v. Il cap. XXVII che tratta un

argomento diverso, incomincia secondo il solito stile con le parole

«e comandò Mosè», e vediamo che lʼargomento si ripiglia di nuovo al

v. 9 e al v. 11 con simili transizioni. Ma siccome il cap. XXVIII non

continua per nulla lʼargomento del XXVII, e si riconnette col XXVI,

sarebbe stato troppo necessario che incominciasse con le parole testè

accennate. Queste invece mancano del tutto, e ciò solo sarebbe ragione

sufficiente per indicare che il cap. XXVII è una interpolazione.

Il cap. XXVIII poi è bellissima conclusione profetica a tutta la legge

contenuta in questo libro, e particolarmente per la fierezza delle

minaccie nella seconda parte, che sono proprio una pittura dei miseri

destini del popolo ebreo nella sua lunga peregrinazione a traverso

i secoli, dacchè ha cessato la sua politica esistenza come nazione

indipendente. E se non fosse un passo troppo lungo, e del resto anche

un poco alieno dal nostro argomento, volentieri ne daremmo tutta la

traduzione, ma valgano come saggio i soli undici ultimi versi.

58. Se non osserverai di eseguire tutte le parole di questa legge

scritte in questo libro di temere questo nome glorioso e

59. venerabile, Jahveh tuo Dio, Jahveh accrescerà le tue piaghe

e le piaghe della tua prole, piaghe grandi e costanti, e

60. infermità maligne e perpetue. E volgerà contro di te tutti i

dolori dellʼEgitto dei quali temesti, e ti si attaccheranno.

61. Anche ogni infermità e ogni piaga, che non è scritta in

questo libro della legge, la farà venire Jahveh contro di

62. te, sino che ti distruggerà. E rimarrete poca gente, mentre

sarete stati come le stelle del cielo in moltitudine;

63. poichè non avrai ascoltato la voce di Jahveh tuo Dio. Ed

avverrà che come godè Jahveh di voi per farvi bene e per

moltiplicarvi, così Jahveh godrà di voi per disperdervi e per

distruggervi, e sarete rimossi dalla terra nella quale tu vai

64. per possederla. E Jahveh ti spargerà in tutti i popoli da un

estremo allʼaltro della terra, e servirai colà altri Dei, che

non conoscesti nè tu nè i tuoi padri, di legno e di pietra.

65. E fra quelle nazioni non avrai quiete, non sarà riposo alla

pianta del tuo piede, e Jahveh ti darà ivi cuore tremante, e

66. struggimento di occhi, e dolore di animo. La tua vita sarà

sospesa innanzi a te, e avrai paura di notte e di giorno, nè

67. crederai alla tua vita. Nella mattina dirai: chi mi porta la

sera? e nella sera dirai: chi mi porta la mattina? per la

paura che temerai nel tuo cuore, e per le cose che vedrai coi

68. tuoi occhi. E Jahveh ti farà tornare in Egitto sulle navi,

per quella via che ti aveva detto: non continuerai più a

vederla; e sarete venduti colà ai vostri nemici per servi e

serve, nè vi sarà compratore.

Questo misero destino già in parte cominciava a vessare il popolo ebreo

fino da quando si scrivevano tali minaccie; imperocchè ai tempi del

re Josia, già da un pezzo il regno samaritano più non esisteva, e gli

abitanti ne erano stati in gran parte deportati come prigionieri; nè

era difficile prevedere che nella guerra poi sorta fra il piccolo regno

giudaico e lʼEgitto quello sarebbe stato vinto, e avrebbe subìto la

sorte cui specialmente si allude nellʼultimo versetto.

Non si può ormai seriamente dubitare che la compilazione della legge

deuteronomica non sia stata fatta o poco prima del regno di Josia sotto

il suo predecessore e padre Menasse, o anche nei primi anni del suo

governo.[480] Si racconta nel secondo libro dei Re (XXII, 8 e seg.)

che nel 18º anno del governo di Josia, il sommo sacerdote Ḣilqijahu

trovasse nel tempio un libro della legge da lui consegnato allo

scriba Shafan, il quale ne fece lettura al re. La prima impressione

che questi ne ricevette fu così trista, che si stracciò per dolore le

vesti; perchè sapeva bene che i comandi di quella legge non erano stati

osservati nemmeno dai loro antenati (ivi, 11–13). Come è possibile che

se questa legge fosse esistita ab antico, il contenuto ne giungesse

così nuovo e sorprendente ad un re, dallʼaltra parte tanto pio, quale

ci viene presentato Josia? Il quale poi consultata la profetessa

Ḣulda, si dà molto da fare, acciocchè quindi innanzi la legge sia

osservata, non solo col togliere intieramente ogni culto politeistico

o idolatrico, ma anche concentrando quello di Jahveh nel tempio di

Gerusalemme. Anzi come inizio di tale riforma fa celebrare la pasqua

delle azzime, in modo che secondo quel narratore non era stata più

celebrata, dal tempo dei Giudici (ivi, XXIII, 1–25).

Se richiamiamo alla memoria che, oltre le continue esortazioni contro

il politeismo e lʼidolatria, precipua caratteristica del Deuteronomio è

di stabilire lʼaccentramento del culto in un solo luogo, accentramento,

di cui per nulla si fa parola nella legge anteriore del primo codice,

ci persuaderemo facilmente che la legge deuteronomica non fu ritrovata,

ma per la prima volta compilata verso i tempi del re Josia. Imperocchè

non è supponibile che se scritta ab antico, allora giungesse agli

orecchi non pure del re, ma anche ai maggiorenti del popolo, come cosa

del tutto nuova.

Era inoltre la legge del Deuteronomio il resultato naturale della

predicazione dei profeti, che da Amos fino a Zefania e a Geremia si

erano sforzati di richiamare il popolo alla pura religione di Jahveh, e

alla osservanza di una morale nobile ed elevata. Nè vale lʼobbiezione

che anche sotto tutti i re antecedenti troviamo dagli autori, che ne

raccontano la storia, disapprovato il costume di sacrificare sugli

altari sparsi in più luoghi fuori di Gerusalemme, quasi fino da tempi

antichi fosse esistita una legge che lo proibisse. Imperocchè lo

scrittore, o per meglio dire, il compilatore dei libri dei Re con

questa sua disapprovazione non ha fatto altro che adattare i fatti

a una legge posteriore esistente ai suoi tempi, ma non a quelli dei

re di cui narrava la storia. E infatti monarchi religiosi come Asà e

Geosafatte, per non parlare di altri, non avrebbero consentito che si

continuasse lʼesercizio del culto fuori del tempio di Gerusalemme,

se fosse già esistita una legge che come quella del Deuteronomio

esplicitamente lo vietava (v. pag. 214 e seg.). Invece essi non vi si

opponevano, perchè non vi si opponeva la legge del primo codice, la

sola ad essi conosciuta, che diceva anzi, come abbiamo veduto (pag.

40), «in ogni luogo dove rammenterai il mio nome verrò a te e ti

benedirò».

Però se la compilazione del codice deuteronomico e la primitiva

composizione di quelle parti che concernono lʼaccentramento del culto

è da riportarsi ai tempi che abbiamo testè accennato, non ne viene

di necessaria conseguenza che tutte le leggi e tutti i riti di cui

esso consta siano stati per la prima volta allora costituiti. Questo

in niun modo potrebbe sostenersi per le non poche disposizioni che

ripetono quelle del primo codice o delle novelle a questo aggiunte;

ma può ancora molto probabilmente credersi che molte civili e morali

istituzioni si siano a poco a poco successivamente stabilite. E senza

menar buona lʼopinione dello Steinthal, che vuole anche la legge

deuteronomica compilazione di più autori,[481] si può benissimo

tenere per vero che, scritta da un solo autore, perchè lʼunità di

composizione non è da negarsi, questi abbia raccolto leggi e riti che

antecedentemente esistevano.

Ciò può applicarsi specialmente a una gran parte dei capitoli XX–XXV.

E in questa maniera cade lʼobbiezione che fa il Kleinert[482] contro

la possibilità di ritardare la composizione del Deuteronomio fino

agli ultimi tempi del regno giudaico, giacchè egli osserva che non

vi era più opportunità per istituire certe leggi che solo in esso si

trovano. Ma se si ammette che queste istituzioni esistevano anche

antecedentemente, e che il deuteronomista le ha accolte nel suo codice,

combinandole in modo da non guastare lʼunità della sua composizione,

la proposta difficoltà del tutto si dilegua. Del resto poi ciò fanno

gli autori di tutti i codici. Prendiamo, per tacere di altri, anche

il codice napoleonico, il nostro italiano, e troveremo che pur molto

innovando, hanno ripetuto e convalidato non poche istituzioni che

prima di essi esistevano. Nè altrimenti è da dirsi del Deuteronomio,

vera sintesi legislativa tanto delle istituzioni già scritte, quanto

di altre che con lʼandar del tempo si erano stabilite nel popolo; ma

sopratutto della religione e della morale che i profeti con ispirato

entusiasmo e con potente parola avevano da lungo tempo insegnato.

Questo codice poi doveva una volta ogni sette anni, allo scadere

dellʼepoca della _Shemittà_ (v. sopra, pag. 33) pubblicamente leggersi

nella festa delle capanne, dinanzi al popolo convenuto in quella

occasione nel luogo centrale del culto. Anzi mentre nelle altre

solennità lʼobbligo di presentarsi nel tempio era solo per gli uomini

adulti, a questa pubblica lettura dovevano assistere anche le donne e i

bambini. (_Deut._, XXXI, 10–13). Se il passo che impone questʼobbligo

appartenga allo stesso autore della legge,[483] o al compilatore del

libro nella sua forma presente,[484] poco rileva al nostro assunto.

Non vi è dubbio però che per la legge imposta alla pubblica lettura,

si deve intendere solo quella del Deuteronomio. Così infatti hanno

inteso anche i talmudisti, che dettero a questa cerimonia tanto grande

importanza e solennità, da stabilire che la lettura doveva esser fatta

dal re assistito dai più grandi dignitarii, fra i quali anche il

sommo sacerdote.[485] Questo fatto però che la pubblica lettura della

legge si restringesse o al Deuteronomio, o come vuole una tradizione

rabbinica a certi luoghi di esso,[486] vale vie più a comprovare che

questo libro formava in origine una raccolta di leggi per sè, prima di

essere unito alle altre tanto più antiche quanto più recenti, e che

continuò ad avere questa importanza anche dopo la finale compilazione

del Pentateuco.

CAPITOLO IX

IL CODICE DI EZECHIELE. IL CODICE SACERDOTALE

La riforma introdotta dal re Josia col codice deuteronomico non salvò

il piccolo regno giudaico dalla estrema rovina. Dopo non lungo tempo

cadde sotto la soverchiante potenza babilonese, come già il regno di

Samaria era caduto sotto quella assira. Ma il sentimento religioso, che

i profeti avevano ispirato colla loro predicazione, anzichè attutirsi,

acquistò maggior forza nellʼestinguersi della nazionale indipendenza,

e i profeti seppero anche nella terra dʼesilio mantener vivo il fuoco

sacro dellʼebraismo.

Per tacere dʼaltri, di cui altrove già abbiamo discorso;[487] e per

tenerci soltanto a quello che più da vicino si connette col nostro

argomento, diremo che Ezechiele ci si presenta non solo come profeta,

ma come vero istitutore di ordini e precetti per il culto, cui sono

miste pochissime civili disposizioni. Nè già si tratta di un culto

quale gli Ebrei avrebbero potuto praticare nel paese di esilio; ma di

quello che si sarebbe dovuto esercitare nella restaurata Gerusalemme,

imperocchè la certa fiducia di un non lontano risorgimento non mancò

mai ai profeti, e nemmeno ai più credenti del popolo. Certo che in

Ezechiele lʼamore di un culto non più possibile a praticarsi fuori

della patria terra, doveva tanto più vivamente farsi sentire, in quanto

egli stesso era sacerdote, e doveva rammentare con pena la passata sua

gioventù, quando come tale officiava nel tempio di Gerusalemme. Al

tempio, di fatto, volano talvolta i suoi ardenti pensieri, e quando

ancora quello non è distrutto, sebbene egli con la miglior parte dei

suoi concittadini sia esule, immagina di essere come in estasi rapito

da Babilonia a Gerusalemme, per vedere ciò che si faceva nel Santuario,

e ne rimane addolorato non trovandovi altro che profanazione (VIII–XI).

La sua qualità di sacerdote, e la profonda fede nella religione

di Jahveh, fanno sì che, quando immagina il suo popolo risorto e

ristabilito nella terra dei suoi padri, non possa pensarlo senza un

tempio centro del culto, e senza una casta sacerdotale che in quello

offici. Crede perciò che a dare maggior stabilità al futuro Stato,

che certo, secondo le sue speranze, non avrebbe potuto mancare di

risorgere, faccia dʼuopo un ordinamento del culto. Nè è da pensar che,

ciò facendo, egli inventi qualche cosa di artificioso, od obbedisca a

un sentimento solo a lui personale. La storia successiva del Giudaismo

prova che egli si faceva interprete di un sentimento che a poco a poco

diveniva comune. È da supporsi che nella terra dʼesilio gli Ebrei

pensassero di avere troppo trascurato quella religione di Jahveh, alla

quale i profeti avevano raccomandato di consacrarsi sotto pena di

cadere altrimenti in totale rovina. Questa fatalmente era sopraggiunta,

ed è naturale che nella sciagura si pensasse essere la religione il

mezzo per poter di nuovo risorgere. Ma una religione svincolata dalle

pratiche del culto, quale i più grandi profeti avevano predicata, è

troppo difficile che divenga quella a cui le turbe si affidano, ed è

più facile far credere che la religione consiste in pratiche esterne,

ed in sacrifici che possono placare un Dio irato. Una religione che

stia solo nellʼamore del prossimo e di un alto ideale (si chiami pur

questo Iddio, se così piace) è stata predicata da qualche profeta e da

qualche poeta del Vecchio Testamento, dal Cristo, e da alcuno dei suoi

apostoli; ma è lontano ancora il giorno, se pur mai verrà, che possa

davvero regnare sola fra gli uomini.

La legge del popolo Ebreo · 第 20 / 30 段