il quale si aggira principalmente intorno allo stabilire quali siano
i gradi di parentela che impediscono il matrimonio, ci fa credere che
essi siano fra le leggi assai per tempo stabilite nella vita civile
del popolo ebreo, e per conseguenza promulgate come aggiunta al primo
codice dellʼEsodo XX–XXIII prima della legislazione deuteronomica. Un
punto come questo così importante per regolare le relazioni di famiglia
non può essere rimasto a lungo indeterminato, o lasciato soltanto al
capriccio della consuetudine; e perciò siccome il primo codice mirava
principalmente come abbiamo visto, a tutelare la libertà, la vita, e
la proprietà, è ragionevole il supporre che si sia quindi sentito il
bisogno di regolare con norme fisse ciò che era permesso, e ciò che
era proibito in fatto di unioni matrimoniali. Tanto più ciò sembrerà
naturale, quando si pensi che presso gli Ebrei, o almeno nella parte
di essi intellettualmente più elevata, lʼunione matrimoniale fra certi
gradi di parentela era tenuta una infrazione a quella norma di vita
pura e santa, cui il popolo eletto da Jahveh doveva informarsi. E che
a fissare le leggi regolatrici di questo punto si sia ritardato nel
popolo ebreo fino ai tempi dellʼesilio, o anche posteriormente, noi non
possiamo in alcun modo indurci a crederlo. Perciò teniamo per fermo che
senzʼalcuna ragione lʼHorst sentenzi che sia impossibile dare la prova
che qualche cosa della legge del Levitico XI, XVII–XXVI sia anteriore
al Deuteronomio, mentre la più parte di essa appartiene chiaramente
a un posteriore grado di svolgimento.[287] Seguiamo invece, come
molto più probabile, lʼopinione del Kleinert,[288] che alcune parti
e precisamente quelle da noi esposte pone anteriori al Deuteronomio,
quantunque del tutto dissentiamo da lui nel fissare la data per la
compilazione della legge in questo libro contenuta.
Ora in quanto ai due capitoli del Levitico presi da noi in esame resta
la difficoltà di spiegare come e perchè le stesse leggi con poche
diversità nei particolari abbiano avuto una doppia compilazione,
e quale fra i due sia lʼanteriore. A questa difficoltà non puossi
rispondere che con ipotesi più o meno probabili.
Osserviamo che il culto del Dio Moloch è proibito nel capitolo XX in
una forma molto più estesa, che nel XVIII, e con una sanzione penale
molto rigorosa, che nellʼaltro luogo è taciuta, e si proibiscono ancora
le pratiche negromantiche, di cui nel XVIII non si fa menzione. Questo
cʼinduce a credere che il capitolo XX sia stato scritto in un tempo in
cui il culto politeistico e le pratiche che ne facevan parte erano
tuttora seguite nel popolo ebreo, mentre lo scrittore del capitolo
XVIII sentiva meno il bisogno di promulgare, su questo punto, leggi
proibitive. In secondo luogo poi ognuna delle leggi intorno alle unioni
incestuose, o per altro titolo proibite, è accompagnata nel capitolo
XX da una sanzione penale, che non in tutti i casi è eguale, ma
differisce, come abbiamo visto, ora per il grado, ora soltanto per il
modo della esecuzione. Se bene si riflette, questo è necessario nella
prima promulgazione di una legge; mentre nel capitolo XVIII la sanzione
penale è espressa una sol volta in termini generali e indeterminati (v.
29), involgendo in una sola punizione tutti i delitti e i peccati sovra
esposti. A che potrebbe servire una legge proibitiva, quando questa
non istabilisse nel medesimo tempo a quali conseguenze si troverebbe
esposto chi la infrangesse?
È logico pensare precisamente il contrario del principio esegetico
dei talmudisti. Essi dicono: la sanzione penale non potrebbe esserci
nella legge senza una antecedente esplicita proibizione. Ma appunto
la sanzione penale implicitamente contiene la proibizione, mentre
questa disgiunta da quella resta senza efficacia. Se la legge decreta:
Chi uccide deve essere condannato a morte, ciò basta per riporre
lʼomicidio fra i delitti. Ma se la legge dice soltanto: non devi
uccidere; essa non è compiuta, perchè non mi fa sapere a che pena
lʼomicida deve essere sottoposto. Nè si tragga alcuna obbiezione dal
modo come è composto il Decalogo; imperocchè questo, piuttosto che una
vera e propria legge nel senso rigoroso di tale parola, è un compendio
dei più importanti precetti religiosi o morali, che costituiscono
il fondamento della legge, e che quindi ha bisogno di trovare nella
più ampia compilazione di questa il suo svolgimento. E lo stesso si
dica anche per il capitolo XIX del Levitico. Perciò si può capire che
lʼautore del capitolo XVIII, avendo innanzi a sè le leggi del XX si sia
contentato di ripeterle, e in parte ampliarle, senza aggiungerci la
sanzione penale; ma se egli fosse stato il primo autore di tali leggi
tale mancanza sarebbe inesplicabile. Per ultimo il modo come lʼautore
del cap. XVIII parla dei popoli antecedenti possessori della Palestina,
dimostra che da molto tempo essi erano distrutti (v. 28), attribuendo
questa distruzione al non essersi mantenuti puri da simili peccati;
mentre lʼautore del capitolo XX, sebbene certo di molto posteriore alla
conquista, sa meglio conservare nelle espressioni la situazione di chi
considerava la distruzione di quei popoli come un fatto non ancora
compiuto. Per queste ragioni noi crediamo il capitolo XX anteriore al
XVIII. Ma resta sempre a spiegarsi perchè lʼautore di questo avrebbe
di nuovo ripetuto leggi che per la maggior parte già esistevano. E
qui possono farsi due ipotesi. O i due autori appartenevano ai due
diversi stati di Samaria e di Giudea, sentendosi nellʼuno e nellʼaltro
il bisogno di fissare tale specie di leggi, e ciò spiegherebbe ancora
la diversità fondamentale che fra lʼuno e lʼaltro passa nella sanzione
penale. Oppure il più moderno autore, vedendo forse come tali leggi
spesso sʼinfrangessero, si sentì mosso da ardore religioso e morale a
nuovamente bandirle, più come una raccomandazione morale che come una
legge positiva. Imperocchè la ragione principale addotta dallʼautore
del capitolo xviii per tenersi lontani da simili profanazioni è
quella di non seguire i costumi corrotti e impuri degli Egiziani, e
dei popoli antecedenti possessori della Palestina. Come ancora è da
tenersi raccomandazione morale appartenente alla dottrina profetica la
minaccia che la infrazione di tali precetti sarebbe stata seguita dalla
perdita del paese conquistato. La quale ipotesi spiegherebbe ancora
come il secondo autore si sia contentato di accennare per le generali
una indeterminata sanzione penale (v. 29), quando già il più antico
legislatore a ogni trasgressione ne aveva assegnata una propria. Se
pure il v. 29 è da tenersi autentico della originaria composizione, e
non piuttosto da credersi col Kayser[289] aggiunta del compilatore.
Qui, a nostro avviso, deve fermarsi ogni ipotesi intorno alle parti
legislative dellʼEsodo e del Levitico, che possono, se non nella loro
integra forma presente, almeno per il loro contenuto, giudicarsi come
intermedie fra il primo piccolo codice dellʼEsodo XX–XXIII, e il più
esteso e posteriore del Deuteronomio. E di queste, che potrebbero in
certo modo chiamarsi Novelle diamo qui come un quadro assuntivo.
1.º Istituzione di Magistrati — _Esodo_, XVIII, 21–26
2.º Distruzione dei popoli cananei e amalechiti } » XXIII, 20–43
} » XVII, 14–16
3.º Commemorazione dellʼescita dallʼEgitto, } » XII, 21–27
rito delle azzime, consacrazione dei } » XIII, 3–16
primogeniti }
4.º Distinzione degli animali puri e impuri } _Levit._, XI in parte
permessi e proibiti come cibo }
5.º Prescrizioni sulla lebbra — » XIII
6.º Nazireato — _Num._, VI, 2–8
7.º Prescrizioni religiose e morali per la } » XIX, 1–5, 9–19,
santità della vita } 23–37
8.º Leggi sulle unioni carnali proibite, contro }
il culto del Dio Moloch, e contro } _Num._, XX, XVIII
le pratiche divinatorie }
Si avverta però che non si è voluto in questa tabella stabilire in
verun modo un ordine cronologico, perchè mancano a nostro avviso
assolutamente glʼindizii per poterlo fissare con qualche ragionevole
probabilità. Si può supporre però che le leggi indicate sotto i numeri
1, 2, 3 abbiano preceduto le altre.
CAPITOLO VIII
IL SECONDO CODICE, O LA COMPILAZIONE LEGISLATIVA DEL DEUTERONOMIO
Il nome di Deuteronomio (seconda legge) male appropriato al quinto
libro del Pentateuco, se si volesse intendere con lʼopinione
tradizionale che esso contiene una legge, la quale forma in parte
la ripetizione e in parte il compimento di quella contenuta negli
antecedenti libri, è invece convenientissimo, se sʼintende che è una
seconda legge rispetto alla prima del Decalogo, del codice dellʼEsodo,
e delle varie Novelle sopra esposte. Seconda legge però, alla quale,
come vedremo, seguì poi una terza.
Ma non tutto il quinto libro consta di sole leggi. Alcune parti di esso
sono da sceverarsi come di altro argomento; e in prima lʼintroduzione
(I, 1, iv, 43), e poi quella che potrebbe chiamarsi la perorazione
(XXIX–XXXIV), intorno alle quali qui non tratteremo delle molteplici
quistioni che occupano la critica nella loro unità col rimanente del
libro, sulle diverse fonti originarie da cui furono tratte, sugli
autori, e sulle età cui appartengono. Imperocchè tali quistioni
escirebbero dal nostro argomento. E perciò ci restringeremo a quelle
parti del Deuteronomio che costituiscono propriamente la legge,
toccando ancora, per quanto sarà necessario, di quelle parenetiche che
con le legislative sono strettamente connesse.
Imperocchè lo scrittore del Deuteronomio è spesso più che un
legislatore un moralista, e, come con appropriata frase si esprime il
Reuss, _parla di cose che non si comandano ma si raccomandano_.[290]
Col v. 44 adunque del capitolo iv incomincia veramente il proprio
argomento del Deuteronomio, e con esso vuolsi a ragione da molti
critici che avesse principio questo libro nella sua forma originaria,
tenendo tutto quanto precede come una aggiunta apposta di poi per
unirlo con i precedenti.
44. Questa è la legge che espose Mosè dinanzi ai figli dʼIsraele:
45. Questi gli avvertimenti, e gli statuti, e le leggi che disse
46. Mosè ai figli dʼIsraele, quando erano esciti dallʼEgitto, al
di là del Giordano, nella valle di faccia a Beth–Pe‛or,[291]
nel paese di Siḣon re dellʼEmoreo, che abitava in Ḣeshbon,
il quale Mosè e i figli dʼIsraele avevano battuto, quando
47. escirono dallʼEgitto. E possederono la sua terra, e la terra
di ‛Og re del Bashan, due re dellʼEmoreo che erano al di là
48. del Giordano, a oriente, da ʼAro‛er che è sulla riva del
torrente Arnon, e sino al monte di Sion[292] cioè il Ḣermon,
49. e tutta la pianura al di là del Giordano a oriente, e sino al
lago della pianura alle falde di Pisghà.[293]
V.1. E Mosè chiamò tutti i figli dʼIsraele e disse loro: Ascolta,
o Israele, gli statuti e le leggi che io dico oggi alla
vostra presenza, e imparatele, e osservatele per eseguirle.
2. 3. Jahveh Dio nostro stabilì con noi un patto in Horeb. Non
solo con i nostri padri stabilì Jahveh quel patto; ma ancora
4. con noi, questi che siamo qui oggi, tutti viventi. Faccia a
faccia parlò Jahveh con voi nel monte di mezzo il fuoco. Io
5. stava fra Jahveh e voi in quel tempo, per palesarvi la parola
di Jahveh, perchè temevate della presenza del fuoco, e non
saliste nel monte.
Questa introduzione allude chiaramente allʼantecedente promulgazione
del Decalogo e al patto successivamente stabilito fra Jahveh e il suo
popolo. Dimodochè non è da porsi in dubbio che il deuteronomista avesse
cognizione delle leggi che al patto servono di fondamento. Siffatte
leggi come sopra abbiamo visto (pag. 136), sono quelle dellʼEsodo,
XX–XXIII.
Dopo lʼintroduzione il deuteronomista ripete il Decalogo, intorno al
quale non ci fermeremo avendone sopra discorso quanto era opportuno (v.
cap. IV).
Ma dopo il Decalogo, che termina col v. 21 del capitolo v, non si trova
lʼesposizione della legge, se non al capitolo XII, contenendo tutto
quanto è scritto framezzo, o discorsi esortativi, o richiami alla
storia precedente (IX, 7–X, 11).
Su qualche punto di quelli gioverà forse un tratto fermarsi, perchè se
non sono propriamente nè leggi nè riti, contengono come un germe, non
direi ancora di dogmi religiosi, ma di principii di fede; e i rabbini
poi hanno voluto da qualche passo desumerne assolutamente riti precisi
e obbligatorii. Alcuni passi poi varranno a dare un concetto dello
stile di questo scrittore, che nel suo genere è certo dei migliori del
Vecchio Testamento.
VII. 1. Questi sono i precetti, gli statuti e le leggi che comanda
Jahveh Dio vostro dʼinsegnarvi per eseguirli nella terra,
2. nella quale voi passate per possederla. Acciocchè tu tema
Jahveh tuo Dio per osservare tutti i suoi statuti e i suoi
precetti, che io ti comando, tu, e tuo figlio, e il figlio
del tuo figlio, tutti i giorni della tua vita, acciocchè
3. si prolunghino i tuoi giorni. E ascolterai, o Israele, e
osserverai per eseguire ciò che sarà bene per te, acciocchè
tu moltiplichi, come parlò Jahveh Dio dei tuoi padri a te, in
paese fluente di latte e di miele.
4. 5. Ascolta, Israele: Jahveh nostro Dio, Jahveh è uno. E amerai
Jahveh tuo Dio con tutto il tuo cuore, e con tutta lʼanima
6. tua, e con tutta la tua possa. E queste parole che io ti
7. comando oggi siano sul tuo cuore. E inculcale ai tuoi figli,
e parlerai di esse, stando in casa, andando per via, nel tuo
coricarti e nel tuo alzarti, e le legherai per segno sulla
8. tua mano, e saranno per benda[294] fra i tuoi occhi; e le
scriverai sugli stipiti della tua casa, e nelle tue porte.
In questa esortazione si sente veramente lʼinfluenza della predicazione
profetica, e sono enunciati i concetti fondamentali della religione,
sebbene non disposti in ordine del tutto logico. Lʼunità di Dio (v.
4), il dovere di amarlo (v. 5) e di temerlo (v. 2ª), di tenere sempre
presente i suoi comandi (v. 6–9), di osservarli e di tramandarli di
generazione in generazione (v. 2_b_), e finalmente la promessa che
allʼosservanza della legge avrebbe seguito come ricompensa la felicità,
cioè una lunga vita e la diuturna possessione di un fertile paese (v.
2_c_, 3). Questa promessa è qui una più chiara enunciazione di ciò
che già era stato detto da altri autori in due delle sovra esposte
leggi (cfr. _Levitico_, XVIII, 28, XX, 22–24). Ed è notevolissimo
che in tutto il Pentateuco, e più diffusamente nel Deuteronomio, si
prometta come ricompensa della buona condotta la felicità su questa
terra, e come pena dei peccati e dei delitti parimente la terrena
infelicità, senza mai escire dai termini di questo mondo. Non è già
però la felicità o infelicità individuale quella che è proposta come
premio o come pena del vizio o della virtù; ma la felicità o infelicità
collettiva di tutta la nazione; nè si può dire che in tal modo
considerato questo concetto dei legislatori e degli antichi profeti del
popolo ebreo fosse sbagliato, o smentito dalla realtà dei fatti. Che
la felicità sia conseguenza della virtù, e lʼinfortunio del vizio può
essere un principio in moltissimi casi falso, se si vuole applicare
ad ogni singolo individuo. Quanti virtuosi furono, sono, e saranno
infelici! quanti malvagi furono, sono, e saranno i prediletti della
fortuna! Ma, considerati invece collettivamente i popoli e le nazioni,
non va errato chi sostiene esser vero il contrario. I popoli virtuosi,
forti, e soprattutto che sanno rispettare la legge, sacrificare il
comodo dellʼindividuo al bene comune, operare di conserto come una
forza sola tendente a un fine, sono grandi, potenti, felici e ricchi
in casa loro, rispettati e temuti fuori. Mentre popoli che non sanno
rispettare la legge, i cui individui, e giustʼappunto i più eminenti
fra gli altri, operano ognuno per fini propri, e mirando al particolare
vantaggio, nulla curandosi del bene comune, sono quelli che devono
necessariamente divenire deboli e meschini e cadere al fine sotto
lʼaltrui servaggio. E se pure per fortunate accidentalità possono
momentaneamente risorgere, è risorgimento efimero ed apparente, che
porta con sè i germi di nuova ruina. Tutta la storia antica e moderna è
una continua dimostrazione di tale verità. Popoli corrotti sono stati
sempre vinti da quelli animati da vere virtù cittadine. Non erano
dunque nellʼerrore gli antichi sapienti ebrei, quando avvertivano il
popolo che si attenesse alla legge di Jahveh, se voleva continuare
ad esistere felice nella terra che i suoi padri avevano conquistato.
Imperocchè la legge di Jahveh rappresentava per il popolo ebreo la
virtù cittadina, trascurata la quale, non avrebbe avuto più ragione di
essere come popolo esistente per sè, ma avrebbe dovuto andare confuso
e disperso fra le altre genti dellʼAsia. Ma questo principio non fu
inteso nè seguito dagli Ebrei nei tempi che precedettero da vicino
lʼesilio di Babilonia; e quando poi dopo il ritorno in patria la
legge, la predicazione e i canti degli antichi e nuovi profeti e poeti
ispirarono gradatamente nei pochi reduci un vero nazionale entusiasmo,
la forza del popolo ebreo, che non poteva più consistere nel possesso
di un angustissimo territorio, sorse grande, e si estese in un mondo
del tutto rinnovato sotto un aspetto interamente diverso da quello di
una forza politica. Qui però la digressione ci condurrebbe troppo fuori
di via, e perciò torniamo al nostro argomento.
In questa bella esortazione religiosa e morale che testè abbiamo
esposto, i talmudisti hanno voluto trovare lʼimposizione di alcuni
riti così speciali, minuziosi e vuoti da rendere veramente meschino
ciò che per sè sarebbe nobile ed elevato. Quando il deuteronomista
ha detto: (v. 7) «e parlerai di esse (delle parole divine) stando
in casa, andando per via, nel tuo coricarti e nel tuo alzarti» ha
usato una frase iperbolica per esortare di aver sempre presente alla
mente i comandi di Jahveh. Ma i talmudisti, prendendo alla lettera
lʼespressione _nel coricarti e nellʼalzarti_, hanno imposto lʼobbligo
di recitare la mattina e la sera questo breve paragrafo della Scrittura
(v. 4–9) e gli altri due del Deuteronomio XI, 13–21, e del Numeri XV,
37–41.[295] Così pure il deuteronomista con le frasi «le legherai
per segno sulla tua mano, e saranno per benda fra i tuoi occhi (cfr.
_Esodo_, XIII, 9–16), e le scriverai sugli stipiti della tua casa
e nelle tue porte» ha usato delle metafore per esprimere lo stesso
pensiero di tenere fortemente e di continuo impresso ciò che Dio
comandava. E anche qui i talmudisti, prendendo le parole alla lettera
hanno trovato il precetto delle filatterie, _Tefilin_, (cfr. _Matteo_,
XXIII, 5) che sono piccoli cubi vuoti di cuojo con base quadrata
alquanto più larga, dentro i quali in pergamena sono scritti quattro
paragrafi del Pentateuco, e dai quali pendono delle striscie parimente
di cuojo, da porsi sul braccio sinistro e sulla fronte, almeno durante
la recitazione della preghiera mattutina.[296] Ed hanno trovato ancora
lʼaltro rito di dover porre negli stipiti delle porte della città e
delle case dentro a piccoli tubi o di canna, o di vetro, o di metallo
o di altra materia una pergamena, _Mezuzà_, che contenga i due stessi
citati brevi paragrafi del Deuteronomio.[297] A queste meschinità
è sceso il rituale rabbinico, e in tal modo ha fatto consistere la
religione nellʼosservanza di pratiche materiali, che nulla possono dire
nè al cuore nè alla mente, mentre intese nel loro vero significato
queste esortazioni del deuteronomista erano davvero di una religione
alta e ideale.
Fra queste esortazioni che si ripetono troppo diffusamente in varia
forma sino a tutto il capitolo xi primeggia quella di non adorare
altri Dei; e con espressioni molto simili a quelle dello scrittore
Jehovista (_Esodo_, XXIII, 20–33, XXXIV, 11–16), anche di non fare
alcuna alleanza con i popoli primi possessori della terra promessa, ma
anzi di distruggere tutti i luoghi dove essi celebravano i loro culti
politeistici e atterrarne le imagini.
Questa esortazione diviene poi un preciso comando nel principio
della legge (xIi, 2–4); e come contrapposto al divieto di ogni culto
politeistico si passa a stabilire quale debba essere la forma di quello
consacrato da Jahveh.
Se nel primo codice ogni luogo si diceva atto a potervisi offerire
i sacrificii (v. pag. 40), qui invece si comanda il più rigoroso
accentramento per il luogo di culto che deve essere uno solo.
5. Soltanto nel luogo che Jahveh vostro Dio eleggerà fra
tutte le vostre tribù, per porre colà il suo nome, per sua
6. abitazione, ricercatelo, e andate colà. E ivi porterete i
vostri olocausti, e i vostri sacrifizii, e le vostre decime,
e lʼofferta delle vostre mani, e i vostri voti, e le vostre
oblazioni; e i primogeniti del vostro armento e del vostro
7. gregge. E mangerete colà davanti Jahveh vostro Dio, e vi
rallegrerete in tutto il prodotto delle vostre mani, voi e
8. le vostre famiglie, che Jahveh tuo Dio benedì. Non farete
come tutto ciò che noi facciamo qui oggi, ciascuno quello che
9. gli piace. Perchè non siete ancora venuti al riposo e alla
possessione che Jahveh tuo Dio ti darà.
10. Ma quando avrete passato il Giordano, e abiterete nella terra
che Jahveh vostro Dio vi fa possedere, e vi farà riposare
11. da tutti i nemici allʼintorno, e starete in sicuro, nel
luogo che Jahveh vostro Dio avrà eletto per farvi abitare
il suo nome porterete tutto ciò che io vi comando, i vostri
olocausti, e i vostri sacrifizii, le vostre decime, e
lʼofferta delle vostre mani, e tutta la scelta dei vostri
12. voti, che voterete a Jahveh. E vi rallegrerete dinanzi a
Jahveh vostro Dio voi e i vostri figli e le vostre figlie e
i vostri servi e le vostre schiave, e il Levita che è nelle
vostre città, perchè egli non ha parte e possessione con voi.
13. Riguardati dallʼoffrire i tuoi olocausti in qualunque luogo
14. ti piaccia. Ma solo nel luogo che Jahveh eleggerà in una
delle tue tribù, ivi offrirai i tuoi olocausti, e ivi farai
tutto ciò che io ti comando.
15. Pure a tutto piacere dellʼanimo tuo scannerai e mangerai
carni, secondo la copia che Jahveh tuo Dio ti concede in
tutte le tue città lʼimpuro e il puro potranno mangiarlo come
16. capriolo e come cervo.[298] Solo il sangue non mangiate,
sulla terra versatelo come acqua.
17. Non potrai mangiare nella tua città, le decime del tuo grano,
del tuo mosto, del tuo olio, nè i primogeniti del tuo armento
e del tuo gregge, nè qualunque voto voterai, nè le offerte,
18. nè lʼoblazione delle tue mani. Ma soltanto alla presenza di
Jahveh tuo Dio le mangerai, nel luogo che Jahveh tuo Dio
eleggerà, tu, e tuo figlio, e tua figlia, e il tuo servo,
e la tua schiava, e il Levita, che è nella tua città, e ti
rallegrerai dinanzi Jahveh tuo Dio in tutto il prodotto delle
19. tue mani. Abbi riguardo di non abbandonare il Levita tutti i
tuoi giorni nella tua terra.
Vedasi con quanta insistenza e ripetuta diffusione si raccomanda di
non avere più di un luogo per le cerimonie del culto, e come questo
precetto è posto a capo, come importantissimo, a tutte le leggi di
questo codice. Ma si distingue nettamente fra le carni dei sacrifizii
e quelle degli animali uccisi semplicemente per cibarsene, le quali
sono permesse in qualunque luogo. Forse con questo permesso si è voluto
togliere lʼantica costumanza di tenere come sacrificio ogni animale che
fosse scannato anche per i bisogni della vita. Costumanza impossibile
a conciliarsi con lʼaccentramento del culto in un solo luogo, ma che
poteva bene convenire quando da per tutto esistevano altari, e potevano
ancora con poche pietre, o poche legna, o poche zolle di terra da per
tutto edificarsi. E il tenere come sacrifizio ogni animale scannato per
qualunque uso, la cerimonia di versarne il sangue sopra un altare, e
anche di bruciarne una parte come dono al Dio era tale costumanza che
bene appagava le credenze e i desiderii di gente superstiziosa. Ma,
lasciato al volgo questo uso di sacrificare a capriccio, avrebbe potuto
facilmente mantenere tante altre pratiche superstiziose che non si
accordavano con quella pura religione che il nostro legislatore voleva
insegnare. Perciò gli era dʼuopo insistere su questo punto, e togliere
ogni carattere di santità agli animali uccisi per i bisogni della vita,
fuori del luogo destinato al culto. E nel passo che fa seguito a quello
testè tradotto si dice anche più chiaramente che nei luoghi lontani
da quello eletto da Dio per celebrarvi i sacrificii potevansi pure
scannare animali a piacere, e mangiarne come cibo totalmente profano,
pure di astenersi dal sangue.