sua opera queste più antiche piccole raccolte di leggi, o lʼultimo
compilatore del Pentateuco, ha voluto supplire a questa che per lui
era una omissione, ed ha aggiunto questi tre versi, imitando lo stile
del capitolo XX, perchè ivi, esemplificando i diversi casi, si ripete
sempre questa forma: _e uomo che giacesse_ ecc.; similmente come essi
tre versi incominciano. E più si aggiunge, come in tutto il capitolo
XX, la sanzione penale. È però ad ogni modo notevole che questa legge
sia qui fuori del suo luogo, giacchè il nesso logico dei concetti
la vorrebbe piuttosto fra gli altri casi di unione proibita e non
condannabile con la pena capitale (XX, 19–22). Imperocchè, trattandosi
non di moglie legittima, non era questa unione, come nel vero e proprio
adulterio, punita di morte; ma da un lato sʼimponeva un sacrifizio
espiatorio, dallʼaltro poi i colpevoli erano sottoposti anche ad un
altro genere di punizione che il testo non determina, ma esprime col
termine di _Biqqoreth_, poco chiaro, perchè leggesi solo in questo
luogo. Secondo i talmudisti la pena consisteva nella flagellazione
per la donna, e non per lʼuomo che ne usciva col solo sacrifizio
espiatorio.[263] Secondo invece il significato letterale del testo
dovevano essere tutti e due sottoposti alla stessa pena, qualunque
questa si fosse, sebbene lʼobbligo del sacrifizio espiatorio pare che
incombesse solo allʼuomo. Di più i talmudisti hanno voluto restringere
questo caso alla sola serva di origine non ebrea e sposata a un servo
ebreo, ma non ancora posta in condizione di piena libertà.[264]
Torniamo ora allʼesposizione di quei precetti che formano parte
originaria e integrale di questo nostro capitolo.
Il precetto di non mangiare dei frutti degli alberi primaticci nei
primi tre anni è da un lato un insegnamento dʼagricoltura; perchè
svettando gli alberi novelli prima che fioriscano e fruttifichino, si
ottiene che non se ne disperda il succo mentre sono troppo teneri, e
che dopo qualche anno crescano più rigogliosi e diano frutti migliori.
Dallʼaltro lato poi il precetto concerneva in qualche modo anche il
culto, in quanto dovendosi consacrare le primizie al Signore, si
voleva che fossero frutti degni da ciò, e non miseri come quelli degli
alberi troppo novellini. E tanto su questo precetto, quanto su quello
contro la promiscuazione delle specie nulla diremo delle numerose
distinzioni rabbiniche contenute in due trattati della Mishnah.[265]
Tutti gli altri precetti tendono ad allontanare gli Ebrei da pratiche o
superstiziose o semi barbare in uso presso molti dei popoli antichi.
Il comando di non cibarsi di sangue tendeva a mitigare i costumi,
lʼorigine del qual rito volle poi trovarsi così antica che lo scrittore
sacerdotale ne fece rimontare il primo comandamento sino allʼetà dei
Noachidi (_Genesi_, IX, 4–6). Se pure in questo nostro luogo deve
seguirsi la lezione del testo ebraico da me adottata nella traduzione,
e non è da preferirsi quella della versione alessandrina: _non
mangiate sui monti_,[266] che proibirebbe i sacrifizi ad altri Dei
soliti a farsi sulle alture, e che starebbe in più stretto nesso con
le altre due proibizioni che seguono di non usare nè augurii nè arti
divinatorie, come pratiche anche queste di religioni politeistiche e
idolatriche.
I talmudisti poi, trovando la proibizione di cibarsi di sangue in
altri luoghi del Pentateuco, secondo il loro principio esegetico, che
la legge non deve contenere ripetizioni inutili, dedussero da questo
nostro testo altri riti. Di non mangiare nessuna parte di un animale,
sino a che non sia compiutamente morto; di non cibarsi della carne dei
sacrifizii fino che il sangue raccolto nei bacini non fosse versato
sullʼaltare; di non fare convitto funebre pei condannati a morte; e più
moralmente di tutti, se non con più verità, Rabbì `Aqibà voleva che
fosse proibito ai giudici di prendere qualunque nutrimento nel giorno
in cui si eseguiva una sentenza capitale da essi decretata.[267] Tanto
era lʼorrore che certi buoni rabbini sentivano per la pena di morte.
In quanto agli altri precetti nessuna modificazione notevole
introdussero i talmudisti, se non che intorno al radersi lʼestremità
della barba e del capo restrinsero la proibizione al solo rasoio,
permettendo di tagliare o anche svellere i peli e i capelli con altri
mezzi.[268] Lʼuso poi ti tondersi in tal modo il capo, e radersi
lʼestremità della barba pare che fosse speciale degli Arabi.[269]
Anche nelle pratiche del lutto la legge ebraica voleva allontanare
da quegli eccessi cui si abbandonavano e si abbandonano ancora genti
barbare, incrudelendo come segno di disperazione contro il proprio
corpo. Ma non è proprio allora contrario a questʼintendimento della
legge scritturale il rito rabbinico che impone di stracciarsi le vesti
in segno di lutto non solo alla morte dei prossimi parenti, ma anche
per qualunque individuo, alla cui decessione uno si trovi presente, e
anche per la semplice notizia che se ne apprenda quando si tratti di
persona rispettabile?[270] È verissimo che fra incrudelire nel proprio
corpo, e stracciarsi le vesti passa qualche differenza. Ma anche questo
è costume di popoli barbari, massime poi quando sia imposto come rito,
e non provenga come espressione spontanea di disperato dolore. Tanto
più che nessun altro fondamento scritturale i rabbini poterono trovare
a questo loro rito, se non il comando contenuto in altro luogo del
Levitico, (X, 6) e diretto ad Aron e ai suoi figliuoli di non lacerarsi
le vesti per la morte degli altri due figli dello stesso Aron, Nadab
e Abihu,[271] giacchè erano nei giorni della consacrazione, e non
dovevano abbandonarsi a nessuna pratica di lutto. Ma da questo comando
proibitivo, non se ne può desumere lʼobbligo inverso in ogni altro
caso. Sia pure che fosse uso degli Ebrei di stracciarsi le vesti in
segno di dolore e di disperazione, come si rileva da molti passi della
Scrittura;[272] ma un uso non può mai divenire un rito obbligatorio,
quando la legge tace, e anzi in certi casi lo proibisce, dimostrando in
questa maniera non dʼimporlo, ma tutto al più di tollerarlo.
Abbiamo inoltre un profeta che disapprova questa ostentazione esteriore
di mestizia, quando non sia accompagnata collʼinterno sentimento, e
dice a chiare note e con bellissima espressione: «lacerate il vostro
cuore e non i vostri abiti» (_Joel_, II, 13). Dobbiamo dire dunque
che tale rito rabbinico di stracciarsi le vesti in segno di lutto è
contrario non meno alla lettera che allo spirito della legge religiosa
del Pentateuco.
* * * * *
Seguono nel testo altri precetti che concernono in parte il costume e
la morale, e in parte la religione e lʼallontanamento da altre pratiche
superstiziose.
29. Non profanare la tua figlia per farla prostituta, e non si
prostituisca il paese nè si riempia dʼinfamia.
30. I miei sabati osservate, e il mio Santuario venerate, io
Jahveh.
31. Non vi volgete ai necromanti, e agli indovini, non cercate di
contaminarvi con essi: io Jahveh vostro Dio.
32. Davanti alla canizie alzati, e rispetta la presenza del
vecchio, e temi del tuo Dio: io Jahveh.
Nel comando di non prostituire le proprie figlie non è da vedersi
soltanto un insegnamento di buon costume, ma anche una proibizione di
seguire certi infami culti molto praticati dai popoli asiatici. La
raccomandazione di osservare il sabato, e di non ricorere ad arti
divinatorie sono ripetizione dei v. 3_b_ e 26_b_, dimodochè si potrebbe
con qualche ragionevolezza dubitare che i versi 30 e 31 non facessero
parte della originaria composizione di questo nostro capitolo. Ma
si potrebbero in qualche modo difendere, perchè alla proibizione di
seguire le infami pratiche di certi culti, poteva risvegliarsi nella
mente dello scrittore il concetto di raccomandare lʼosservanza di
quelle feste che erano imposte dal culto di Jahveh, e di rispettare
il luogo a lui consacrato, quasi come salvaguardia e antidoto per
non festeggiare le solennità di altri Dei, e per non accorrere ai
loro templi. E ciò ha potuto forse nellʼautore far passare sopra
allʼinconveniente della ripetizione. Come pure le arti divinatorie
proibite nel v. 31 non sono precisamente quelle del v. 26, ma indicate
con termini più speciali, e forse, come di pratiche più in uso presso i
popoli vicini, più necessario si vedeva il raccomandarne lʼastensione.
I rabbini poi dallʼessere qui ripetuto il precetto dellʼosservanza del
sabato unitamente a quello del rispetto del Santuario vollero dedurne
il rito, che il riposo del sabato non doveva essere posto in non cale
nemmeno per la edificazione del Santuario. E il rispetto per questo
luogo lo spinsero tantʼoltre che imposero di non dovere camminare
nel colle, sul quale era edificato il tempio, nè col bastone, nè con
la bisaccia, nè coi sandali, nè colla cintura dove si lega qualche
oggetto, nè coi piedi polverosi.[273] Meschine minuzie, a cui certo
non pensava chi aveva in mente più elevato concetto, scrivendo «il mio
Santuario venerate».
Finalmente questa raccolta di morali e religiosi insegnamenti termina
con due raccomandazioni, lʼuna di benevolenza per gli stranieri, e
lʼaltra di osservare in ogni cosa la giustizia, dando ad ognuno il suo.
33. E quando abiti con te uno straniero nelle vostre terre,
34. non lʼopprimete. Come un indigeno tra voi sia per voi lo
straniero, che presso voi abita, e lo amerai come te, perchè
stranieri foste nella terra dʼEgitto: io Jahveh Dio vostro.
35. Non fate iniquità nella giustizia, nella misura, nel peso,
36. e nel contenente. Bilancie giuste, pesi giusti, _Efàh_[274]
giusto, _Hin_[275] giusto sia a voi: io Jahveh Iddio vostro,
37. che vi feci escire dalla terra dʼEgitto. E osserverete tutte
le mie istituzioni e tutte le mie leggi, ed eseguirete
quelle: io Jahveh.
I rabbini intesero in significato anche più benigno della lettera il
precetto a favore degli stranieri, perchè vollero che non fossero
oppressi non solo con i fatti, ma nemmeno con le parole, e stimarono
peccato il rinfacciar loro la passata loro condizione in seno ad altre
religioni, quando si fossero convertiti allʼebraismo.[276] Del resto il
contenuto di tutto questo nostro capitolo è proprio una transizione fra
alcune leggi del piccolo codice dellʼEsodo, e altre del Deuteronomio,
cosa già osservata con molta ragione dal Vellhausen.[277] È si può dire
che siano da un lato ripetizione e in parte amplificazione delle prime,
e dallʼaltro avviamento alle seconde. Anche gli antichi rabbini videro
che in questo luogo si conteneva come in compendio tutta la legge, e
alcuni dissero che ne comprendeva i sommi capi, altri che era sotto
altra forma una ripetizione del Decalogo.[278]
In quanto al tempo della composizione di questo nostro capitolo
crediamo di non andare errati, ponendolo nella età intermedia fra la
promulgazione del primo codice e quella del Deuteronomio. Crediamo di
più che lʼautore ne sia stato un profeta, o almeno uno appartenente
alle scuole profetiche, perchè lʼintendimento generale di questo
piccolo scritto è la santità della vita e la moralità dei costumi e
delle azioni, fine al quale più che ad ogni altro hanno mirato con la
parola e con gli scritti i profeti e i loro seguaci. Ma, se si volesse
fissarne più precisamente lʼetà, mancherebbe ogni serio argomento per
fondarci, non che una certa, nemmeno qualche probabile conclusione.
* * * * *
I capitoli XVIII e XX del Levitico sono fra loro molto affini nel
contenuto, in quanto proibiscono il culto del Dio Moloch (XVIII, 21,
XX, 2–5), e stabiliscono le varie specie di unioni carnali proibite
come incestuose, o adulterine, o pederastiche, o bestiali.
Il capitolo XX contiene di più la proibizione di ricorrere a certe
specie di divinazioni (v. 6), come abbiamo visto nel capitolo XIX,
e lʼaltro di maledire i genitori, come nellʼEsodo (XXI, 17); e una
raccomandazione di distinguere gli animali puri dagli impuri (v. 25),
senza darne nessuna regola, lo che prova la preesistenza dei riti
intorno a questo punto, stabiliti nel cap. XI. Ma sarebbe impossibile
che uno stesso autore a così breve distanza avesse ripetuto le
stesse disposizioni legislative rispetto a ciò che forma lʼargomento
principale di questi due capitoli. Nè vale meglio qui che altrove
il solito ripiego talmudico che nel capitolo XVIII abbiamo la sola
proibizione, mentre nel capitolo XX si contiene ancora la sanzione
penale, perchè questo secondo luogo è sufficiente per lʼuna e per
lʼaltra cosa. Ad ogni modo se uno solo fosse lʼautore di questi due
passi, non si sa vedere perchè nello scrivere il capitolo XVIII non
avrebbe aggiunto subito alla disposizione proibitiva la sanzione
penale, per aspettare poi a riprendere lʼargomento, come se mai fosse
stato trattato, e allora soltanto parlare delle pene. Oltrechè anche
nel capitolo XVIII una generale sanzione penale è stabilita per tutti
i delitti e peccati antecedentemente esposti, dicendo che le persone
che gli avessero commessi sarebbero distrutte dal loro popolo (v. 29).
Conviene poi dire che ognuno di questi due capitoli ci si presenta
nella sua forma come un solo scritto indipendente, che ha in sè unità
di argomento e di composizione, con un principio e una conclusione
che ne forma un tutto compiuto, nè vi si contiene alcun riferimento
di uno allʼaltro, come si aspetterebbe naturalmente da un autore, che
col secondo scritto avesse in certo modo voluto compiere il primo.
Tanto più che il concetto dominante in ambedue i capitoli è lo stesso,
cioè dʼimporre agli Ebrei norme di santità di vita, che gli tenessero
lontani dai costumi idolatrici, o corrotti, o superstiziosi dei popoli
vicini. Dove è da notare che a questo proposito anche la ripetizione
delle stesse raccomandazioni quasi con le identiche frasi (cfr. XVIII,
26–29, XX, 22–23) rimane inesplicabile in un solo scrittore che si
sarebbe inutilmente copiato. È ragionevole dunque conchiudere che in
questi due capitoli abbiamo due composizioni di leggi miranti allo
stesso scopo, ma di autori e di tempi diversi, quantunque forse non
molto lontani, ma pure sempre quanto basta a spiegare alcune diversità
e in qualche particolare concetto e nella forma, che ora vedremo
facendone lʼanalisi.
Il capitolo XX, dopo brevissima introduzione che dice doversi queste
leggi esporre al popolo dʼIsraele, incomincia col proibire il culto del
Dio Moloch consistente nel sacrificare ad esso i figli, bruciandoli.
Questa proibizione incombe tanto agli Ebrei quanto agli stranieri
che avessero dimora stabile nel paese, e il colpevole era condannato
alla lapidazione (v. 2). Di più si soggiunge che Dio si sarebbe volto
contro questo colpevole per distruggerlo dal popolo (v. 3). La quale
espressione non contraddice alla sanzione penale del verso antecedente,
come a prima vista potrebbe sembrare. Imperocchè alcuno potrebbe
dire: se il colpevole era sottoposto alla lapidazione come a sanzione
penale che doveva infliggersi dai tribunali umani, a che allora la
giustizia divina? Ma è facile supplire a ciò che in questi due versi è
sottinteso, cioè che la provvidenza divina avrebbe punito il colpevole,
quando la giustizia umana per qualunque ragione non lo avesse colto.
Sottinteso al quale suppliscono i due versi seguenti (4, 5), ma che
giusto appunto per ciò noi crediamo interpolazione introdotta nel
testo primitivo, come chiosa a spiegare quello che pareva non troppo
chiaramente espresso.[279] Altrimenti non si capirebbe come uno stesso
scrittore avesse ripetuto nel v. 5 quello che già aveva detto nel v.
3. Ad ogni modo però qui troviamo alternarsi la sanzione penale umana
con quella divina, espressa per tre casi con frase identica, cioè che
Jahveh avrebbe volto la sua faccia contro la persona del colpevole e
lʼavrebbe distrutta dal suo popolo (_Levit._, XVII, 11; XX, 3, 5, 6).
Stando alla lettera del testo questo non può significare, se non che
la Provvidenza avrebbe punito il colpevole con una morte precoce. I
rabbini vi hanno aggiunto ancora di morire senza prole,[280] e questa
è quella punizione provvidenziale da essi conosciuta sotto il nome di
_Chareth_ (_distruzione_), che da ora in poi per brevità anche noi
chiameremo con questo nome ebraico.
Viene poi proibito (v. 6) il dirigersi a certe specie di arte
divinatorie, come nel v. 31 del capitolo precedente, e anche qui la
sanzione penale è del tutto lasciata alla Provvidenza.
Questi due primi precetti sono sotto altra forma la stessa
raccomandazione fatta nel capitolo XX di tenersi fedeli alla religione
e al culto del solo Jahveh. Verso il quale gli Ebrei dovevano essere
santi, osservandone le istituzioni, imperocchè per mezzo di queste li
santificava (vv. 7, 8). Anche qui troviamo il precetto della osservanza
verso i genitori, ma sotto la forma proibitiva di non maledirli,
accompagnata dalla sanzione della pena di morte (v. 9), come abbiamo
già sopra spiegato (pag. 104) sul testo dellʼEsodo (XXI, 17).
Seguono poi le leggi sulle unioni proibite. In prima lʼadulterio,
poi lʼincesto con la moglie del padre, e con la nuora, la sodomia,
lʼincesto con la figlia e con la madre della moglie, e il coito
bestiale (vv. 10–16). Tutti questi delitti sono puniti con la pena
capitale, senza che il testo scritturale ne abbia determinato il
modo, eccetto per lʼunione incestuosa con una donna e con la madre di
lei, per la quale è specificato che si dovevano bruciare. Però mentre
il testo parla chiaro di un vero e proprio bruciamento, i talmudisti
stabilirono che dovesse eseguirsi la condanna facendo trangugiare
del piombo strutto. La ragione da essi addotta per giustificare tale
interpretazione è che in questa esecuzione capitale doveva rimanere
il cadavere del condannato, cosa impossibile in un vero e proprio
bruciamento. Con quanta verità potesse poi ciò accordarsi con le
espressioni del testo è inutile domandare ai talmudisti, quando già
sappiamo quale fosse il loro metodo esegetico. Apparisce dallʼaltra
parte anche dal Talmud stesso che talvolta lʼesecuzione fosse fatta
abbruciando il condannato col rogo.[281]
Lʼadulterio secondo i talmudisti era punito con la strangolazione,[282]
e gli altri delitti di sopra enumerati con la lapidazione.[283] Tanto
poi per il testo biblico quanto per il Talmud nel coito bestiale
veniva condannato a questo genere di morte non solo lʼuomo o la donna
che se ne fossero resi colpevoli, ma anche lʼanimale. E a questo
proposito domandano con ragione i talmudisti: se la persona umana è
colpevole, qual colpa può imputarsi al bruto? E rispondono che ragione
di dover uccidere anchʼesso, è lʼessere stato stromento di danno per
lʼuomo; oppure che, venuto lo sconcio a pubblica cognizione mediante
il processo, non deve lasciarsi in vita lʼanimale, perchè atto a
rammentare lo scandalo.[284]
Lʼincesto con la sorella, sia paterna o materna, è proibito nel v.
17, ma con una sanzione penale espressa in forma differente da quelle
che precedono. _E saranno_, si dice in questo caso, _distrutti alla
presenza della gente del loro popolo: scoprì la vergogna della sua
sorella, sopporti il suo delitto_.
_Lʼessere distrutti alla presenza del popolo_ pare che significhi
essere sottoposti alla pena capitale; ma i talmudisti hanno voluto
vedere anche qui uno di quei casi del loro _Chareth_, nei quali lʼumana
giustizia non poteva infliggere ai colpevoli se non la pena della
fustigazione, lasciando alla Provvidenza la cura del resto; e così
hanno interpretato ogni qual volta il testo si esprime con identiche
o simili frasi.[285] Ma qui fa dʼuopo distinguere. Sia pur vero che
la Scrittura abbia inteso di lasciare la cura della sanzione penale
alla Provvidenza nei tre luoghi poco sopra enumerati dove Jahveh
stesso avrebbe detto: _volgerò la mia faccia contro quella persona
e la distruggerò_; ma non lo stesso può dirsi quando il testo dice:
_quella persona sarà distrutta_, o _quelle persone saranno distrutte
dal loro popolo_. Con altra forma allora si è voluto imporre la pena
capitale; e tanto più ciò appare manifesto nel nostro verso 17, dove
aggiungesi ancora: _alla presenza della gente del loro popolo_. Parole
che hanno bene un significato, se trattasi di una pena che dovesse
infliggersi dalla giustizia umana, ma in una morte lasciata alla cura
della Provvidenza non significano più nulla. Non potrebbero neanche
significare che la giustizia divina si farebbe palese: perchè anche i
giusti e i buoni muojono spesso in età giovanile e senza figli: come
avrebbe potuto lo scrittore di questo nostro luogo pensare che la
gente distinguesse se la morte di tal genere sarebbe provvidenziale
e in pena di qualche commesso delitto? Si deve dunque concludere che
quando la legge scritturale usa lʼespressione: _sarà distrutta la
persona_, o _saranno distrutte_, se trattasi di più colpevoli, ha
voluto porre come sanzione la pena capitale, sebbene i rabbini abbiano
voluto vederci soltanto il provvidenziale _Chareth_, lasciando in
questo caso allʼumana giustizia la sola pena della fustigazione.
Parificato allʼincesto con la sorella è lʼaccoppiamento con una donna
durante il mestruo (v. 18), la quale proibizione è da riporsi fra i
riti di purità; tenendosi come cosa impurissima il flusso mestruale.
Anzi i talmudisti fondandosi sopra un altro passo del Levitico (XV,
19–24, 33), spinsero la proibizione fino al punto di tenere la donna
impura, anche dopo il mestruo, per tutto il tempo, sia pur questo
lunghissimo, che non si sia purificata mediante una abluzione generale
in un bagno,[286] che per la capacità e per la qualità dellʼacqua
raccoltavi adempia a moltissime minuzie rituali, che essi si
compiacquero di ammassare così in questo punto come in tutti gli altri
delle pratiche religiose.
Lʼincesto con la zia, o sorella del padre, o della madre, o moglie
del zio paterno, e quello con la moglie del fratello sono proibiti,
ma lasciati punire alla Provvidenza (19–21), perchè il testo dice
soltanto sopporteranno _il loro peccato, e morranno senza prole_.
I rabbini hanno veduto anche qui il loro _Chareth_, e ammessa come
sanzione umana la fustigazione. Vedremo poi a suo luogo quando
esporremo la legislazione del Deuteronomio quale restrizione fu posta
allʼincesto con la moglie del fratello. A questi casi dʼincesto
lʼautore del capitolo XVIII aggiunse ancora quelli con gli antenati
(v. 7) e con i discendenti (v. 10), taciuti forse dallʼautore del cap.
XX come supposti più contrarii degli altri alla stessa natura, e per
conseguenza non necessari a prevedersi dalla legge. Ma oltre questi nel
cap. xviii è proibita come incestuosa anche lʼunione con la sorella
della moglie, questa vivente (v. 18).
Alla fine poi del nostro capitolo XX si proibiscono le pratiche
negromantiche e divinatorie, sottoponendo i colpevoli alla pena
della lapidazione. E questa è certo una aggiunta o dellʼautore del
codice sacerdotale, o del finale compilatore. Perchè enunciata già
la proibizione nel v. 6, doveva in quel medesimo luogo aggiungersi
la sanzione della pena capitale, se una pratica in sostanza nulla
più che superstiziosa, avesse voluto dallʼautore sottoporsi alla
più grave delle punizioni, mentre, come abbiamo visto, contento di
proibirla, ne lasciò la sanzione alla giustizia divina. Ma sarebbe
inesplicabile che uno stesso scrittore dopo essersi a lungo trattenuto
sopra leggi di altro genere, tornasse in ultimo a parlare di una
prevaricazione già trattata, per sottoporla a una sanzione penale
diversa da quella stabilita da prima. Inoltre poi il capitolo XX è
in sè uno scritto molto armonico e unico nel concetto dʼimporre agli
Israeliti lʼosservanza di certi riti e di certe leggi, come a quelli
che dovevano essere fra tutti i popoli santi appo Jahveh. Perciò
esso ha la sua logica e naturale conchiusione col v. 26: «E sarete a
me santi, perchè santo io Jahveh, e ho separato voi dai popoli per
essere a me». Come sarebbe possibile che dopo queste espressioni, che
assumono e conchiudono nellʼidea di santità tutti i particolari sovra
esposti, uno scrittore avesse guastato lʼunità della sua composizione
per ritornare sopra una proibizione, della quale già aveva trattato?
Certo nellʼetà dello scrittore sacerdotale, o in quella del finale
compilatore, il rigorismo teocratico fu sì oltre spinto da tenere anche
le superstizioni negromantiche e divinatorie come una vera infrazione
al puro monoteismo, e perciò punibili con la pena capitale al pari dei
peccati dellʼadorazione di altri Dei, e della idolatria. Quindi si è
voluto supplire con questʼaggiunta a ciò che nella legge più antica
sembrava manchevole.