Ora o lo scrittore del codice sacerdotale nellʼaccogliere nella

sua opera queste più antiche piccole raccolte di leggi, o lʼultimo

compilatore del Pentateuco, ha voluto supplire a questa che per lui

era una omissione, ed ha aggiunto questi tre versi, imitando lo stile

del capitolo XX, perchè ivi, esemplificando i diversi casi, si ripete

sempre questa forma: _e uomo che giacesse_ ecc.; similmente come essi

tre versi incominciano. E più si aggiunge, come in tutto il capitolo

XX, la sanzione penale. È però ad ogni modo notevole che questa legge

sia qui fuori del suo luogo, giacchè il nesso logico dei concetti

la vorrebbe piuttosto fra gli altri casi di unione proibita e non

condannabile con la pena capitale (XX, 19–22). Imperocchè, trattandosi

non di moglie legittima, non era questa unione, come nel vero e proprio

adulterio, punita di morte; ma da un lato sʼimponeva un sacrifizio

espiatorio, dallʼaltro poi i colpevoli erano sottoposti anche ad un

altro genere di punizione che il testo non determina, ma esprime col

termine di _Biqqoreth_, poco chiaro, perchè leggesi solo in questo

luogo. Secondo i talmudisti la pena consisteva nella flagellazione

per la donna, e non per lʼuomo che ne usciva col solo sacrifizio

espiatorio.[263] Secondo invece il significato letterale del testo

dovevano essere tutti e due sottoposti alla stessa pena, qualunque

questa si fosse, sebbene lʼobbligo del sacrifizio espiatorio pare che

incombesse solo allʼuomo. Di più i talmudisti hanno voluto restringere

questo caso alla sola serva di origine non ebrea e sposata a un servo

ebreo, ma non ancora posta in condizione di piena libertà.[264]

Torniamo ora allʼesposizione di quei precetti che formano parte

originaria e integrale di questo nostro capitolo.

Il precetto di non mangiare dei frutti degli alberi primaticci nei

primi tre anni è da un lato un insegnamento dʼagricoltura; perchè

svettando gli alberi novelli prima che fioriscano e fruttifichino, si

ottiene che non se ne disperda il succo mentre sono troppo teneri, e

che dopo qualche anno crescano più rigogliosi e diano frutti migliori.

Dallʼaltro lato poi il precetto concerneva in qualche modo anche il

culto, in quanto dovendosi consacrare le primizie al Signore, si

voleva che fossero frutti degni da ciò, e non miseri come quelli degli

alberi troppo novellini. E tanto su questo precetto, quanto su quello

contro la promiscuazione delle specie nulla diremo delle numerose

distinzioni rabbiniche contenute in due trattati della Mishnah.[265]

Tutti gli altri precetti tendono ad allontanare gli Ebrei da pratiche o

superstiziose o semi barbare in uso presso molti dei popoli antichi.

Il comando di non cibarsi di sangue tendeva a mitigare i costumi,

lʼorigine del qual rito volle poi trovarsi così antica che lo scrittore

sacerdotale ne fece rimontare il primo comandamento sino allʼetà dei

Noachidi (_Genesi_, IX, 4–6). Se pure in questo nostro luogo deve

seguirsi la lezione del testo ebraico da me adottata nella traduzione,

e non è da preferirsi quella della versione alessandrina: _non

mangiate sui monti_,[266] che proibirebbe i sacrifizi ad altri Dei

soliti a farsi sulle alture, e che starebbe in più stretto nesso con

le altre due proibizioni che seguono di non usare nè augurii nè arti

divinatorie, come pratiche anche queste di religioni politeistiche e

idolatriche.

I talmudisti poi, trovando la proibizione di cibarsi di sangue in

altri luoghi del Pentateuco, secondo il loro principio esegetico, che

la legge non deve contenere ripetizioni inutili, dedussero da questo

nostro testo altri riti. Di non mangiare nessuna parte di un animale,

sino a che non sia compiutamente morto; di non cibarsi della carne dei

sacrifizii fino che il sangue raccolto nei bacini non fosse versato

sullʼaltare; di non fare convitto funebre pei condannati a morte; e più

moralmente di tutti, se non con più verità, Rabbì `Aqibà voleva che

fosse proibito ai giudici di prendere qualunque nutrimento nel giorno

in cui si eseguiva una sentenza capitale da essi decretata.[267] Tanto

era lʼorrore che certi buoni rabbini sentivano per la pena di morte.

In quanto agli altri precetti nessuna modificazione notevole

introdussero i talmudisti, se non che intorno al radersi lʼestremità

della barba e del capo restrinsero la proibizione al solo rasoio,

permettendo di tagliare o anche svellere i peli e i capelli con altri

mezzi.[268] Lʼuso poi ti tondersi in tal modo il capo, e radersi

lʼestremità della barba pare che fosse speciale degli Arabi.[269]

Anche nelle pratiche del lutto la legge ebraica voleva allontanare

da quegli eccessi cui si abbandonavano e si abbandonano ancora genti

barbare, incrudelendo come segno di disperazione contro il proprio

corpo. Ma non è proprio allora contrario a questʼintendimento della

legge scritturale il rito rabbinico che impone di stracciarsi le vesti

in segno di lutto non solo alla morte dei prossimi parenti, ma anche

per qualunque individuo, alla cui decessione uno si trovi presente, e

anche per la semplice notizia che se ne apprenda quando si tratti di

persona rispettabile?[270] È verissimo che fra incrudelire nel proprio

corpo, e stracciarsi le vesti passa qualche differenza. Ma anche questo

è costume di popoli barbari, massime poi quando sia imposto come rito,

e non provenga come espressione spontanea di disperato dolore. Tanto

più che nessun altro fondamento scritturale i rabbini poterono trovare

a questo loro rito, se non il comando contenuto in altro luogo del

Levitico, (X, 6) e diretto ad Aron e ai suoi figliuoli di non lacerarsi

le vesti per la morte degli altri due figli dello stesso Aron, Nadab

e Abihu,[271] giacchè erano nei giorni della consacrazione, e non

dovevano abbandonarsi a nessuna pratica di lutto. Ma da questo comando

proibitivo, non se ne può desumere lʼobbligo inverso in ogni altro

caso. Sia pure che fosse uso degli Ebrei di stracciarsi le vesti in

segno di dolore e di disperazione, come si rileva da molti passi della

Scrittura;[272] ma un uso non può mai divenire un rito obbligatorio,

quando la legge tace, e anzi in certi casi lo proibisce, dimostrando in

questa maniera non dʼimporlo, ma tutto al più di tollerarlo.

Abbiamo inoltre un profeta che disapprova questa ostentazione esteriore

di mestizia, quando non sia accompagnata collʼinterno sentimento, e

dice a chiare note e con bellissima espressione: «lacerate il vostro

cuore e non i vostri abiti» (_Joel_, II, 13). Dobbiamo dire dunque

che tale rito rabbinico di stracciarsi le vesti in segno di lutto è

contrario non meno alla lettera che allo spirito della legge religiosa

del Pentateuco.

* * * * *

Seguono nel testo altri precetti che concernono in parte il costume e

la morale, e in parte la religione e lʼallontanamento da altre pratiche

superstiziose.

29. Non profanare la tua figlia per farla prostituta, e non si

prostituisca il paese nè si riempia dʼinfamia.

30. I miei sabati osservate, e il mio Santuario venerate, io

Jahveh.

31. Non vi volgete ai necromanti, e agli indovini, non cercate di

contaminarvi con essi: io Jahveh vostro Dio.

32. Davanti alla canizie alzati, e rispetta la presenza del

vecchio, e temi del tuo Dio: io Jahveh.

Nel comando di non prostituire le proprie figlie non è da vedersi

soltanto un insegnamento di buon costume, ma anche una proibizione di

seguire certi infami culti molto praticati dai popoli asiatici. La

raccomandazione di osservare il sabato, e di non ricorere ad arti

divinatorie sono ripetizione dei v. 3_b_ e 26_b_, dimodochè si potrebbe

con qualche ragionevolezza dubitare che i versi 30 e 31 non facessero

parte della originaria composizione di questo nostro capitolo. Ma

si potrebbero in qualche modo difendere, perchè alla proibizione di

seguire le infami pratiche di certi culti, poteva risvegliarsi nella

mente dello scrittore il concetto di raccomandare lʼosservanza di

quelle feste che erano imposte dal culto di Jahveh, e di rispettare

il luogo a lui consacrato, quasi come salvaguardia e antidoto per

non festeggiare le solennità di altri Dei, e per non accorrere ai

loro templi. E ciò ha potuto forse nellʼautore far passare sopra

allʼinconveniente della ripetizione. Come pure le arti divinatorie

proibite nel v. 31 non sono precisamente quelle del v. 26, ma indicate

con termini più speciali, e forse, come di pratiche più in uso presso i

popoli vicini, più necessario si vedeva il raccomandarne lʼastensione.

I rabbini poi dallʼessere qui ripetuto il precetto dellʼosservanza del

sabato unitamente a quello del rispetto del Santuario vollero dedurne

il rito, che il riposo del sabato non doveva essere posto in non cale

nemmeno per la edificazione del Santuario. E il rispetto per questo

luogo lo spinsero tantʼoltre che imposero di non dovere camminare

nel colle, sul quale era edificato il tempio, nè col bastone, nè con

la bisaccia, nè coi sandali, nè colla cintura dove si lega qualche

oggetto, nè coi piedi polverosi.[273] Meschine minuzie, a cui certo

non pensava chi aveva in mente più elevato concetto, scrivendo «il mio

Santuario venerate».

Finalmente questa raccolta di morali e religiosi insegnamenti termina

con due raccomandazioni, lʼuna di benevolenza per gli stranieri, e

lʼaltra di osservare in ogni cosa la giustizia, dando ad ognuno il suo.

33. E quando abiti con te uno straniero nelle vostre terre,

34. non lʼopprimete. Come un indigeno tra voi sia per voi lo

straniero, che presso voi abita, e lo amerai come te, perchè

stranieri foste nella terra dʼEgitto: io Jahveh Dio vostro.

35. Non fate iniquità nella giustizia, nella misura, nel peso,

36. e nel contenente. Bilancie giuste, pesi giusti, _Efàh_[274]

giusto, _Hin_[275] giusto sia a voi: io Jahveh Iddio vostro,

37. che vi feci escire dalla terra dʼEgitto. E osserverete tutte

le mie istituzioni e tutte le mie leggi, ed eseguirete

quelle: io Jahveh.

I rabbini intesero in significato anche più benigno della lettera il

precetto a favore degli stranieri, perchè vollero che non fossero

oppressi non solo con i fatti, ma nemmeno con le parole, e stimarono

peccato il rinfacciar loro la passata loro condizione in seno ad altre

religioni, quando si fossero convertiti allʼebraismo.[276] Del resto il

contenuto di tutto questo nostro capitolo è proprio una transizione fra

alcune leggi del piccolo codice dellʼEsodo, e altre del Deuteronomio,

cosa già osservata con molta ragione dal Vellhausen.[277] È si può dire

che siano da un lato ripetizione e in parte amplificazione delle prime,

e dallʼaltro avviamento alle seconde. Anche gli antichi rabbini videro

che in questo luogo si conteneva come in compendio tutta la legge, e

alcuni dissero che ne comprendeva i sommi capi, altri che era sotto

altra forma una ripetizione del Decalogo.[278]

In quanto al tempo della composizione di questo nostro capitolo

crediamo di non andare errati, ponendolo nella età intermedia fra la

promulgazione del primo codice e quella del Deuteronomio. Crediamo di

più che lʼautore ne sia stato un profeta, o almeno uno appartenente

alle scuole profetiche, perchè lʼintendimento generale di questo

piccolo scritto è la santità della vita e la moralità dei costumi e

delle azioni, fine al quale più che ad ogni altro hanno mirato con la

parola e con gli scritti i profeti e i loro seguaci. Ma, se si volesse

fissarne più precisamente lʼetà, mancherebbe ogni serio argomento per

fondarci, non che una certa, nemmeno qualche probabile conclusione.

* * * * *

I capitoli XVIII e XX del Levitico sono fra loro molto affini nel

contenuto, in quanto proibiscono il culto del Dio Moloch (XVIII, 21,

XX, 2–5), e stabiliscono le varie specie di unioni carnali proibite

come incestuose, o adulterine, o pederastiche, o bestiali.

Il capitolo XX contiene di più la proibizione di ricorrere a certe

specie di divinazioni (v. 6), come abbiamo visto nel capitolo XIX,

e lʼaltro di maledire i genitori, come nellʼEsodo (XXI, 17); e una

raccomandazione di distinguere gli animali puri dagli impuri (v. 25),

senza darne nessuna regola, lo che prova la preesistenza dei riti

intorno a questo punto, stabiliti nel cap. XI. Ma sarebbe impossibile

che uno stesso autore a così breve distanza avesse ripetuto le

stesse disposizioni legislative rispetto a ciò che forma lʼargomento

principale di questi due capitoli. Nè vale meglio qui che altrove

il solito ripiego talmudico che nel capitolo XVIII abbiamo la sola

proibizione, mentre nel capitolo XX si contiene ancora la sanzione

penale, perchè questo secondo luogo è sufficiente per lʼuna e per

lʼaltra cosa. Ad ogni modo se uno solo fosse lʼautore di questi due

passi, non si sa vedere perchè nello scrivere il capitolo XVIII non

avrebbe aggiunto subito alla disposizione proibitiva la sanzione

penale, per aspettare poi a riprendere lʼargomento, come se mai fosse

stato trattato, e allora soltanto parlare delle pene. Oltrechè anche

nel capitolo XVIII una generale sanzione penale è stabilita per tutti

i delitti e peccati antecedentemente esposti, dicendo che le persone

che gli avessero commessi sarebbero distrutte dal loro popolo (v. 29).

Conviene poi dire che ognuno di questi due capitoli ci si presenta

nella sua forma come un solo scritto indipendente, che ha in sè unità

di argomento e di composizione, con un principio e una conclusione

che ne forma un tutto compiuto, nè vi si contiene alcun riferimento

di uno allʼaltro, come si aspetterebbe naturalmente da un autore, che

col secondo scritto avesse in certo modo voluto compiere il primo.

Tanto più che il concetto dominante in ambedue i capitoli è lo stesso,

cioè dʼimporre agli Ebrei norme di santità di vita, che gli tenessero

lontani dai costumi idolatrici, o corrotti, o superstiziosi dei popoli

vicini. Dove è da notare che a questo proposito anche la ripetizione

delle stesse raccomandazioni quasi con le identiche frasi (cfr. XVIII,

26–29, XX, 22–23) rimane inesplicabile in un solo scrittore che si

sarebbe inutilmente copiato. È ragionevole dunque conchiudere che in

questi due capitoli abbiamo due composizioni di leggi miranti allo

stesso scopo, ma di autori e di tempi diversi, quantunque forse non

molto lontani, ma pure sempre quanto basta a spiegare alcune diversità

e in qualche particolare concetto e nella forma, che ora vedremo

facendone lʼanalisi.

Il capitolo XX, dopo brevissima introduzione che dice doversi queste

leggi esporre al popolo dʼIsraele, incomincia col proibire il culto del

Dio Moloch consistente nel sacrificare ad esso i figli, bruciandoli.

Questa proibizione incombe tanto agli Ebrei quanto agli stranieri

che avessero dimora stabile nel paese, e il colpevole era condannato

alla lapidazione (v. 2). Di più si soggiunge che Dio si sarebbe volto

contro questo colpevole per distruggerlo dal popolo (v. 3). La quale

espressione non contraddice alla sanzione penale del verso antecedente,

come a prima vista potrebbe sembrare. Imperocchè alcuno potrebbe

dire: se il colpevole era sottoposto alla lapidazione come a sanzione

penale che doveva infliggersi dai tribunali umani, a che allora la

giustizia divina? Ma è facile supplire a ciò che in questi due versi è

sottinteso, cioè che la provvidenza divina avrebbe punito il colpevole,

quando la giustizia umana per qualunque ragione non lo avesse colto.

Sottinteso al quale suppliscono i due versi seguenti (4, 5), ma che

giusto appunto per ciò noi crediamo interpolazione introdotta nel

testo primitivo, come chiosa a spiegare quello che pareva non troppo

chiaramente espresso.[279] Altrimenti non si capirebbe come uno stesso

scrittore avesse ripetuto nel v. 5 quello che già aveva detto nel v.

3. Ad ogni modo però qui troviamo alternarsi la sanzione penale umana

con quella divina, espressa per tre casi con frase identica, cioè che

Jahveh avrebbe volto la sua faccia contro la persona del colpevole e

lʼavrebbe distrutta dal suo popolo (_Levit._, XVII, 11; XX, 3, 5, 6).

Stando alla lettera del testo questo non può significare, se non che

la Provvidenza avrebbe punito il colpevole con una morte precoce. I

rabbini vi hanno aggiunto ancora di morire senza prole,[280] e questa

è quella punizione provvidenziale da essi conosciuta sotto il nome di

_Chareth_ (_distruzione_), che da ora in poi per brevità anche noi

chiameremo con questo nome ebraico.

Viene poi proibito (v. 6) il dirigersi a certe specie di arte

divinatorie, come nel v. 31 del capitolo precedente, e anche qui la

sanzione penale è del tutto lasciata alla Provvidenza.

Questi due primi precetti sono sotto altra forma la stessa

raccomandazione fatta nel capitolo XX di tenersi fedeli alla religione

e al culto del solo Jahveh. Verso il quale gli Ebrei dovevano essere

santi, osservandone le istituzioni, imperocchè per mezzo di queste li

santificava (vv. 7, 8). Anche qui troviamo il precetto della osservanza

verso i genitori, ma sotto la forma proibitiva di non maledirli,

accompagnata dalla sanzione della pena di morte (v. 9), come abbiamo

già sopra spiegato (pag. 104) sul testo dellʼEsodo (XXI, 17).

Seguono poi le leggi sulle unioni proibite. In prima lʼadulterio,

poi lʼincesto con la moglie del padre, e con la nuora, la sodomia,

lʼincesto con la figlia e con la madre della moglie, e il coito

bestiale (vv. 10–16). Tutti questi delitti sono puniti con la pena

capitale, senza che il testo scritturale ne abbia determinato il

modo, eccetto per lʼunione incestuosa con una donna e con la madre di

lei, per la quale è specificato che si dovevano bruciare. Però mentre

il testo parla chiaro di un vero e proprio bruciamento, i talmudisti

stabilirono che dovesse eseguirsi la condanna facendo trangugiare

del piombo strutto. La ragione da essi addotta per giustificare tale

interpretazione è che in questa esecuzione capitale doveva rimanere

il cadavere del condannato, cosa impossibile in un vero e proprio

bruciamento. Con quanta verità potesse poi ciò accordarsi con le

espressioni del testo è inutile domandare ai talmudisti, quando già

sappiamo quale fosse il loro metodo esegetico. Apparisce dallʼaltra

parte anche dal Talmud stesso che talvolta lʼesecuzione fosse fatta

abbruciando il condannato col rogo.[281]

Lʼadulterio secondo i talmudisti era punito con la strangolazione,[282]

e gli altri delitti di sopra enumerati con la lapidazione.[283] Tanto

poi per il testo biblico quanto per il Talmud nel coito bestiale

veniva condannato a questo genere di morte non solo lʼuomo o la donna

che se ne fossero resi colpevoli, ma anche lʼanimale. E a questo

proposito domandano con ragione i talmudisti: se la persona umana è

colpevole, qual colpa può imputarsi al bruto? E rispondono che ragione

di dover uccidere anchʼesso, è lʼessere stato stromento di danno per

lʼuomo; oppure che, venuto lo sconcio a pubblica cognizione mediante

il processo, non deve lasciarsi in vita lʼanimale, perchè atto a

rammentare lo scandalo.[284]

Lʼincesto con la sorella, sia paterna o materna, è proibito nel v.

17, ma con una sanzione penale espressa in forma differente da quelle

che precedono. _E saranno_, si dice in questo caso, _distrutti alla

presenza della gente del loro popolo: scoprì la vergogna della sua

sorella, sopporti il suo delitto_.

_Lʼessere distrutti alla presenza del popolo_ pare che significhi

essere sottoposti alla pena capitale; ma i talmudisti hanno voluto

vedere anche qui uno di quei casi del loro _Chareth_, nei quali lʼumana

giustizia non poteva infliggere ai colpevoli se non la pena della

fustigazione, lasciando alla Provvidenza la cura del resto; e così

hanno interpretato ogni qual volta il testo si esprime con identiche

o simili frasi.[285] Ma qui fa dʼuopo distinguere. Sia pur vero che

la Scrittura abbia inteso di lasciare la cura della sanzione penale

alla Provvidenza nei tre luoghi poco sopra enumerati dove Jahveh

stesso avrebbe detto: _volgerò la mia faccia contro quella persona

e la distruggerò_; ma non lo stesso può dirsi quando il testo dice:

_quella persona sarà distrutta_, o _quelle persone saranno distrutte

dal loro popolo_. Con altra forma allora si è voluto imporre la pena

capitale; e tanto più ciò appare manifesto nel nostro verso 17, dove

aggiungesi ancora: _alla presenza della gente del loro popolo_. Parole

che hanno bene un significato, se trattasi di una pena che dovesse

infliggersi dalla giustizia umana, ma in una morte lasciata alla cura

della Provvidenza non significano più nulla. Non potrebbero neanche

significare che la giustizia divina si farebbe palese: perchè anche i

giusti e i buoni muojono spesso in età giovanile e senza figli: come

avrebbe potuto lo scrittore di questo nostro luogo pensare che la

gente distinguesse se la morte di tal genere sarebbe provvidenziale

e in pena di qualche commesso delitto? Si deve dunque concludere che

quando la legge scritturale usa lʼespressione: _sarà distrutta la

persona_, o _saranno distrutte_, se trattasi di più colpevoli, ha

voluto porre come sanzione la pena capitale, sebbene i rabbini abbiano

voluto vederci soltanto il provvidenziale _Chareth_, lasciando in

questo caso allʼumana giustizia la sola pena della fustigazione.

Parificato allʼincesto con la sorella è lʼaccoppiamento con una donna

durante il mestruo (v. 18), la quale proibizione è da riporsi fra i

riti di purità; tenendosi come cosa impurissima il flusso mestruale.

Anzi i talmudisti fondandosi sopra un altro passo del Levitico (XV,

19–24, 33), spinsero la proibizione fino al punto di tenere la donna

impura, anche dopo il mestruo, per tutto il tempo, sia pur questo

lunghissimo, che non si sia purificata mediante una abluzione generale

in un bagno,[286] che per la capacità e per la qualità dellʼacqua

raccoltavi adempia a moltissime minuzie rituali, che essi si

compiacquero di ammassare così in questo punto come in tutti gli altri

delle pratiche religiose.

Lʼincesto con la zia, o sorella del padre, o della madre, o moglie

del zio paterno, e quello con la moglie del fratello sono proibiti,

ma lasciati punire alla Provvidenza (19–21), perchè il testo dice

soltanto sopporteranno _il loro peccato, e morranno senza prole_.

I rabbini hanno veduto anche qui il loro _Chareth_, e ammessa come

sanzione umana la fustigazione. Vedremo poi a suo luogo quando

esporremo la legislazione del Deuteronomio quale restrizione fu posta

allʼincesto con la moglie del fratello. A questi casi dʼincesto

lʼautore del capitolo XVIII aggiunse ancora quelli con gli antenati

(v. 7) e con i discendenti (v. 10), taciuti forse dallʼautore del cap.

XX come supposti più contrarii degli altri alla stessa natura, e per

conseguenza non necessari a prevedersi dalla legge. Ma oltre questi nel

cap. xviii è proibita come incestuosa anche lʼunione con la sorella

della moglie, questa vivente (v. 18).

Alla fine poi del nostro capitolo XX si proibiscono le pratiche

negromantiche e divinatorie, sottoponendo i colpevoli alla pena

della lapidazione. E questa è certo una aggiunta o dellʼautore del

codice sacerdotale, o del finale compilatore. Perchè enunciata già

la proibizione nel v. 6, doveva in quel medesimo luogo aggiungersi

la sanzione della pena capitale, se una pratica in sostanza nulla

più che superstiziosa, avesse voluto dallʼautore sottoporsi alla

più grave delle punizioni, mentre, come abbiamo visto, contento di

proibirla, ne lasciò la sanzione alla giustizia divina. Ma sarebbe

inesplicabile che uno stesso scrittore dopo essersi a lungo trattenuto

sopra leggi di altro genere, tornasse in ultimo a parlare di una

prevaricazione già trattata, per sottoporla a una sanzione penale

diversa da quella stabilita da prima. Inoltre poi il capitolo XX è

in sè uno scritto molto armonico e unico nel concetto dʼimporre agli

Israeliti lʼosservanza di certi riti e di certe leggi, come a quelli

che dovevano essere fra tutti i popoli santi appo Jahveh. Perciò

esso ha la sua logica e naturale conchiusione col v. 26: «E sarete a

me santi, perchè santo io Jahveh, e ho separato voi dai popoli per

essere a me». Come sarebbe possibile che dopo queste espressioni, che

assumono e conchiudono nellʼidea di santità tutti i particolari sovra

esposti, uno scrittore avesse guastato lʼunità della sua composizione

per ritornare sopra una proibizione, della quale già aveva trattato?

Certo nellʼetà dello scrittore sacerdotale, o in quella del finale

compilatore, il rigorismo teocratico fu sì oltre spinto da tenere anche

le superstizioni negromantiche e divinatorie come una vera infrazione

al puro monoteismo, e perciò punibili con la pena capitale al pari dei

peccati dellʼadorazione di altri Dei, e della idolatria. Quindi si è

voluto supplire con questʼaggiunta a ciò che nella legge più antica

sembrava manchevole.

La legge del popolo Ebreo · 第 12 / 30 段