Altra parte importantissima della vita pura e santa era quella che

concerneva certe malattie contagiose. Si sa che la lebbra era negli

antichi tempi un terribile morbo, e si sa ancora che la gente ebrea

era fra quelle che più vi andavano sottoposte, tantochè alcuni storici

vogliono, che questa fosse la cagione per la quale fu cacciata

dallʼEgitto.[229] È naturale quindi che per cagioni in parte igieniche

e in parte di purità religiosa nascesse presto lʼabitudine di tenere i

lebbrosi lontani dal consorzio con altre persone.

E diciamo di purità religiosa i perchè facilmente doveva nascere il

pensiero che i colpiti da una malattia non meno terribile che schifosa

fossero puniti e rejetti da Dio,[230] quindi indegni di convenire in

ogni specie di adunanza religiosa, dove si celebrassero o sacrifizii

o conviti o feste di qualunque altra maniera. E dal tenerli lontani

da siffatti convegni allʼescluderli da qualunque consorzio con altri

uomini il trapasso non doveva essere tanto difficile. Per lo che

sembra molto probabile che sino da quando gli Ebrei cominciarono ad

avere stabili sedi nella Palestina alcune norme si stabilissero per

la condotta da tenersi rispetto ai lebbrosi. Una narrazione del 2º

libro dei Re (VII, 3) fa capire che fossero tenuti fuori delle città,

tantochè alcuni infetti da questo morbo ci sono presentati come

dimoranti fuori delle mura di Samaria, anche durante un assedio fatto

contro quella dai Siri. Abbiamo poi nel Deuteronomio (XXIV, 8) chiara

allusione a regole già stabilite intorno alla lebbra, che dovevano

essere insegnate dai sacerdoti, e si raccomanda di osservarle. Ma

queste regole sono ampiamente esposte nel capitolo XIII del Levitico;

perchè dunque non dovrebbero essere quelle stesse cui nel Deuteronomio

si raccomanda di doversi riferire?

Certo che se si dimostra, come a ragione si dimostra, che il codice

sacerdotale è di età molto più recente, e si vuole quindi sostenere

che tutto appartenga a una compilazione derivante da una sola fonte,

non si possono i riti del Levitico concernenti la lebbra tenere come

quelli stessi cui allude il Deuteronomio, e fa dʼuopo ricorrere

allʼipotesi di altri riti consuetudinarii. Ma quando il Deuteronomio

dice chiaramente che in quanto alla lebbra si deve osservare ciò che

insegnano i sacerdoti, senza dare nessuna ulteriore spiegazione, è

molto ragionevole il supporre che questi riti fossero già formati e

scritti. Ora formati e scritti si trovano nel Levitico, e non vi è

alcuna ragione perchè non possano essere questi stessi.[231] Non per

concludere, chè sarebbe conclusione eccessiva, che tutto il codice

sacerdotale sia anteriore al Deuteronomio; ma per desumere che riti

intorno alla lebbra esistevano fino da tempi anteriori al Deuteronomio,

e che lʼautore di questo si è contentato di accennarli, perchè scriveva

per il popolo e non per i sacerdoti, mentre lʼautore del codice

sacerdotale gli ha accolti nella sua codificazione. Accogliendoveli,

gli avrà modificati e ampliati; particolarmente per tutto ciò che

concerne i sacrifizii di purificazione (XIV, 1–32), dettati anche

questi secondo un concetto puramente sacerdotale.

Come pure è forse da tenersi amplificazione sacerdotale, ciò che

concerne lʼimpurità delle case (XIV, 33–34) della gonorrea, della

polluzione, e del mestruo (XV), perchè accennano a più tardo e ascetico

svolgimento nel concetto di purità e santità del costume. Oltrechè

è da notarsi la stranezza di linguaggio in ciò che viene insegnato

sulla così detta lebbra degli abiti e degli edifizi. In quanto ai

primi non pare sia dʼuopo ricorrere allʼipotesi del Michaelis,[232]

che negli abiti di lana e di pelli volesse alludersi a un difetto di

queste materie originato dallo stato morboso degli animali da cui

erano state tolte, perchè che cosa si potrebbe dire per gli abiti di

lino? Sembra invece molto più probabile che si tenessero come impuri

gli abiti che potevano aver preso qualche macchia e quindi facilmente

corrodersi e consumarsi, per essere stati usati da persone infette di

lebbra,[233] tanto più che è cognito quanto sia facile il contagio

per mezzo di ogni specie di vestimenti. Che cosa poi lʼautore biblico

abbia inteso dire sotto la denominazione di lebbra delle case non si

può con certezza determinare; ma sembra più da accettarsi lʼopinione di

coloro che vogliono in tal modo essere designata la manifestazione di

quelle macchie prodotte dallʼerosione dei muri per effetto di umidità,

o di salmastro, o simili.[234] E non è difficile che si ordinasse di

riparare a tali inconvenienti o con risarcimenti parziali con nuove

pietre e nuovo intonaco, fino a che ciò era possibile; e si arrivasse

fino a imporre la demolizione della casa, quando i segni del guasto si

estendessero, e non fosse più possibile farvi riparo.

I principii più generali di questi riti intorno alla lebbra e alla

purità della persona sono per le ragioni sovra accennate da tenersi di

assai antica origine, mentre la loro ampliazione e la loro compilazione

nella forma quale a noi è pervenuta è da tenersi molto più recente,

dovuta allʼautore o al compilatore ultimo del codice sacerdotale.

A questi riti di purità che risguardano ogni classe di persone è da

aggiungersi probabilmente anche quello che concerne una pratica non

obbligatoria, con la quale ognuno, cui piacesse, poteva darsi a una

maggiore santità di vita mediante un voto detto _Nazireato_. Questo

poteva essere o perpetuo, come si racconta di Sansone (_Giud._, XIII,

7) o anche temporario come appare dal cap. VI del Numeri. Consisteva

poi nellʼastenersi dal vino, dallʼuva, da ogni bevanda inebbriante,

nel non radersi nessuna parte del corpo, e nel tenersi lontano da ogni

impuro contatto. Che la pratica di tal genere di voto fosse molto

antica, si rileva da un passo del profeta Amos (II, 11 e seg.), e

perciò consentiamo col Wurster che vuole la parte prima del capitolo

VI del Numeri (2–8) facesse parte delle leggi di santità, e che il

rimanente sia da tenersi, come abbiamo detto anche per le antecedenti

leggi, aggiunta dellʼautore del codice sacerdotale.[235] I talmudisti

scesero anche intorno a questo voto a molte minute prescrizioni, fra le

quali solo noteremo che essi fissarono a un minimo di trenta giorni il

Nazireato temporaneo, di cui non fosse esplicitamente determinato il

limite.[236]

CAPITOLO VII

ALTRE NOVELLE AL PRIMO CODICE

(_Levitico_, XIX, XX, XVIII)

Come sopra già ci venne fatto di accennare (pag. 15), i capitoli

XVII–XXVI del Levitico constano di leggi e di riti di diversa indole,

cosicchè non presentano fra loro vera unità, e mostrano ancora notevoli

differenze di stile fra le loro diverse parti. Perciò contrariamente

alla opinione di alcuni critici che vedono in questi capitoli un codice

per sè stante, che forma quasi il passaggio nello svolgimento religioso

e civile del popolo ebreo fra la legge del Deuteronomio e quella del

codice sacerdotale,[237] assentiamo più volentieri allʼopinione di

quelli che tengono questi capitoli di più autori e di più età, raccolti

poi da un più recente compilatore.[238] Ma non parleremo qui se non di

quelle parti che possonsi con qualche probabilità tenere anteriori al

Deuteronomio, le altre esamineremo al debito luogo.

Il capitolo xix è una raccolta di varie raccomandazioni religiose,

morali e di rito, che da un lato fanno riscontro al Decalogo

e al codice dellʼEsodo XX–XXIII, dallʼaltro ad alcune leggi

del Deuteronomio. Ma si presentano più nello stile parenetico

dellʼesortatore morale che del vero e proprio legislatore, tanto più

che non sono per nulla accompagnate da sanzioni penali, dovendosi

tenere, come fra poco meglio spiegheremo, per interpolazioni di più

recente mano i vv. 6–8, e 20–22.

Incomincia questo nostro capitolo dal concetto di sopra già notato

che il popolo dʼIsraele doveva essere santo, come santo è il suo Dio,

quindi raccomanda il rispetto ai genitori, lʼosservanza del sabato come

giorno santificato al riposo, e lʼadorazione di un solo Dio.

1. 2. Jahveh parlò a Mosè, dicendo: Parla a tutta lʼadunanza dei

figli dʼIsraele, e dirai loro: Santi siate, perchè santo io

3. Jahveh vostro Dio. Ognuno sua madre e suo padre temete; e

4. osservate i miei sabati, io Jahveh Dio vostro. Non vi volgete

aglʼidoli e Dei di getto non fate a voi, io Jahveh Dio

5. vostro. E quando sacrificate sacrifizi pacifici a Jahveh, a

vostro piacere sacrificateli.

In questi primi cinque versi si ripetono sotto forma diversa tre

precetti del Decalogo, e si lascia come nel codice dellʼEsodo (XIX, 24)

piena libertà in quanto allʼoffrire i sacrifizi.

È aliena interamente dallo stile di tutto questo luogo che in breve

forma raccomanda i precetti, senza fermarsi a lungo sopra nessuno,

la prescrizione dei tre versi che seguono (6–8) di dover mangiare

nei due primi giorni la carne del sacrifizio, di bruciarla, se ne

avanzasse fino al terzo, e la sanzione penale che se fosse in questo

mangiata, chi avesse in tal modo prevaricato sarebbe distrutto dal

suo popolo.[239] Mentre a molti veri e propri delitti, come fra poco

vedremo, non si pone in questo nostro capitolo sanzione penale, stando

contento lʼautore alla raccomandazione dì astenersene, non è possibile

che egli stesso abbia posto la sanzione penale alla trasgressione di un

rito rispetto al sacrifizio. Ma è da credersi che o lʼautore del codice

sacerdotale, o lʼultimo compilatore combinando con quello questi e

altri passi, trovata in questo punto menzione del sacrifizio pacifico,

vi abbia inserito la stessa prescrizione rituale che si trova in altro

luogo. (_Levitico_, VII, 17, 18).[240]

I precetti di carità verso i poveri e i forestieri, di cui abbiamo già

trovato qualche esempio nel piccolo codice dellʼEsodo, hanno qui un più

ampio svolgimento, imponendosi di lasciare a loro benefizio una parte

delle ricolte.

9. E nel vostro mietere la mèsse delle vostre terre, non

terminare di mietere lʼestremità del tuo campo, e non

10. raccogliere la spigolatura della tua mèsse. E la tua vigna

non racimolare, nè raccoglierne gli sparsi granelli,

abbandonali al povero e allo straniero: io sono Jahveh Dio

vostro.

Non riporteremo qui tutte le sottili distinzioni alle quali è sceso

intorno a questi precetti di carità il posteriore rituale rabbinico,

avendosi in questo punto un intiero trattato della _Mishnah_[241]

in otto capitoli, sul quale però non abbiamo _Ghemarà babilonese_,

ma solo quella gerosolimitana. Sono da notarsi peraltro alcune

disposizioni rabbiniche tutte a vantaggio dei poveri. Se il testo

biblico raccomanda di lasciare nel mietere lʼestrema parte del campo a

benefizio deglʼindigenti, parrebbe che ciò avesse voluto dirsi soltanto

per tutte le specie di fromenti; ai quali si applica propriamente la

parola mietere. Ma i Rabbini stabilirono in principio generale che ogni

specie di alimento, che può conservarsi, che cresce dalla terra, che si

raccoglie in un dato tempo, e si ripone per conservarlo, debba essere

sottoposto a questa donazione per i poveri; dimodochè vi compresero

oltre i frumenti anche i legumi e quelle specie di piante i cui frutti

si ripongono per conservarsi, come i cornioli,[242] i carubi, i noci,

i mandorli, le viti, i granati, gli olivi e le palme.[243] Stabilirono

ancora che questa estrema parte da lasciarsi ai poveri non potesse

essere, al minimo, inferiore a un sessantesimo.[244]

Intorno poi al non racimolare la vite, dal testo biblico apparirebbe

che si raccomandasse di lasciare ai poveri i piccoli grappoli sparsi

qua e là, che sogliono restare, fatta la vendemmia. Ma i talmudisti

hanno stabilito che racemoli si chiamano tutte quelle uve che non sono

raccolte in grossi grappoli, dimodochè se una vite producesse il suo

frutto tutto in questa maniera, tutto dovrebbe lasciarsi ai poveri,

secondo lʼopinione di un dottore, la quale prevalse contro quella dʼun

altro che diversamente opinava.[245]

A questi precetti di carità seguono, più in forma di raccomandazioni

che di leggi, insegnamenti morali concernenti le relazioni fra uomo e

uomo, per la proprietà, per il rispetto alla persona, e alla vita, per

lʼamministrazione della giustizia, e anche per quella umanità degli

intimi sentimenti, senza la quale non può darsi vero consorzio civile.

11. Non rubate, e non mentite, e non siate falsi ciascuno contro

12. il suo prossimo. E non giurate per il mio nome in falso,

13. profanando il nome del tuo Dio: io Jahveh. Non opprimere

il tuo compagno, e non rapire; non rimanga la paga del

14. mercenario presso di te fino la mattina. Non maledire il

sordo, e davanti il cieco non porre inciampo, e temerai

15. del tuo Dio: io Jahveh. Non fate torto nel giudicare; non

aver rispetto al povero, non avere ossequio al grande, con

16. giustizia giudica il tuo prossimo. Non andare sparlando fra

le tue genti, non sorgere contro il sangue del tuo compagno:

17. io Jahveh. Non odiare il tuo fratello in cuor tuo, riprendi

pure il tuo prossimo, e non ti aggravare per lui di peccato.

18. Non prendere vendetta, e non serbare rancore contro i figli

del tuo popolo, anzi ama il tuo compagno come te: io Jahveh.

In questi precetti, che sono in parte ripetizione e in parte

ampliazione del Decalogo e delle susseguenti leggi, i talmudisti hanno

voluto trovare anche precise prescrizioni legali, se non per tutti,

almeno per alcuni di essi. Intorno al primo: «non rubate» già sopra

abbiamo notato che è questa per essi la vera proibizione di attentare

allʼaltrui proprietà, mentre il precetto corrispondente del Decalogo

«non rubare» si riferirebbe solo al plagio,[246] e la legge sul furto

(_Esodo_, XXI, 37, XXII, 3), conterrebbe la sanzione penale, la quale

secondo un principio di esegesi talmudica già sopra esposto (pag. 37)

non potrebbe stare senza una disposizione proibitiva. Non è da tacersi

nemmeno che un dottore talmudico intese questo passo del Levitico

in modo anche più morale, volendo trovarvi la proibizione della

rappresaglia, e inibendo così al derubato di portar via da sè stesso al

ladro lʼoggetto rubatogli.[247]

Il secondo precetto «non mentite» i talmudisti lo restringono al

comando di non negare la restituzione di un deposito.[248] Il non esser

falsi contro il prossimo lo intendono per la proibizione di non giurare

in falso per negare un debito.[249] La proibizione poi di non giurare

in falso sul nome divino, siccome sarebbe ripetizione del terzo comando

del Decalogo, dai talmudisti è applicata a un nuovo insegnamento.

Quindi interpetrano che nel Decalogo si parli del solo ineffabile

tetragramma, e qui di qualunque dei nomi attribuiti allʼessere supremo,

essendo eguale colpa il giurare in falso tanto per quello, quanto per

uno di questi.[250]

Il comando di non opprimere il prossimo lo restringono alla proibizione

di non defraudare il salario dei mercenari[251] per qualunque titolo

sia, tanto la mercede delle persone quanto delle cose. Rispetto a non

rapire, distinguono bene che sia il prendere lʼaltrui per violenza,

mentre il rubare del v. 11 è più propriamente con frode.[252]

Molto moralmente poi i talmudisti hanno esteso la proibizione di non

maledire il sordo anche ad ogni altra sorta di persona.[253] E il non

porre inciampo dinanzi al cieco lo interpetrarono per non dare consigli

fallaci agli inesperti, quasi detti ciechi della mente, e ancora per

non offrire altrui occasione a cadere in peccato.[254] Nulla di nuovo

aggiunsero per ciò che concerne lʼamministrazione della giustizia,

se non che il precetto che secondo la lettera proibisce di sparlare

dʼaltrui, fu da alcuni dottori inteso in modo tutto diverso come un

avvertimento ai giudici per non essere benigni a una delle parti

contendenti in giudizio e aspri verso lʼaltra; e da alcuni anche per

avvertire i giudici di non rivelare il segreto del voto, quando fossero

di diversa opinione. Ma altri dottori gli mantennero il significato

letterale di un avvertimento contro la diffamazione.[255]

Il non insorgere contro il sangue del prossimo significa secondo la

lettera non far nulla che possa recar nocumento allʼaltrui vita. E

forse non a torto lʼAben Ezra vede qui un nesso con la precedente

proibizione, perchè il diffamare può essere talvolta, come cagione

remota, un attentato contro la vita. Ma i talmudisti vollero trovarci

insegnamenti di ben altra portata morale, cioè lʼobbligo di deporre

come testimone, quando alcuno sia stato presente al fatto portato

in giudizio, e il dovere di difendere il prossimo quando si veda in

pericolo di morte;[256] e così tradusse anche il Luzzatto «nè rimanerti

spettatore [inerte] nel pericolo della vita del tuo prossimo».

Senza allontanarsi poi dal significato letterale, molto bene notarono

gli stessi talmudisti che il precetto di _non odiare il fratello nel

cuore_, proibisce anche il solo sentimento dellʼodio, sebbene non

manifestato con atti ingiuriosi e offensivi.[257]

Il riprendere il prossimo, se lo crediamo in colpa, appare nel

significato letterale del testo una concessione connessa con

lʼavvertimento che precede di non odiarlo, e con ciò che poi segue di

non sopportare per causa di lui peccato; perchè riprendendo il compagno

del suo fallo, non si serba contro di lui sentimento avverso, e quindi

non si cade in questo peccato. Ma i talmudisti del riprendere il

prossimo, se in colpa, ne fecero un dovere, e dando tuttʼaltro senso

alle parole che seguono le intesero come se significassero «tu hai il

dovere di riprenderlo, fino al punto però, che la riprensione non sia

per lui cagione dì vergogna.[258]

Finalmente sul precetto di amare il compagno come sè stesso, il celebre

ʼAqibà si contentò di esprimere queste notevoli parole: «Questo è un

grande principio nella legge».[259]

Ai sovra esposti precetti di moralità succedono alcuni religiosi, che

però rientrano nel principio generale di conformare la vita a regole di

purità e santità:

19. I miei statuti osserverete: il tuo bestiame non farai

accoppiare di due diverse specie, il tuo campo non seminerai

di specie diversa, e abito di due specie di lana e lino[260]

non si ponga sopra di te.[261]

23. E quando sarete giunti nella terra, e pianterete qualunque

albero fruttifero, tagliategli il prepuzio, il suo frutto,

tre anni saranno a voi come incirconcisi, non se ne mangi.

24. E nellʼanno quarto sarà tutto il suo frutto santo per

25. celebrazione a Jahveh. E nellʼanno quinto mangerete il suo

frutto per raccoglierne per voi il prodotto. Io Jahveh Dio

vostro.

26. Non mangiate col sangue, non usate nè augurii nè divinazioni.

27. Non vi rasate a tondo nei lati del capo, e non guastare i

28. lati della tua barba. E incisione per morto non ponete nelle

vostre carni, nè segno dʼincisione non mettete in voi: Io

Jahveh.

Il precetto di non confondere le specie nè per la riproduzione

degli animali, nè per la coltura della terra e nemmeno negli abiti

è da tenersi come motivato dal rispetto che si voleva imporre alle

leggi naturali, le quali lʼarbitrio dellʼuomo non deve alterare, e

però questi precetti sono preceduti dalle parole, i _miei statuti

osserverete_, cioè quelle eterne leggi che Jahveh creatore ha

istituito. Quindi quelle parole nel testo hanno la loro ragione

dʼessere, e non si capisce troppo perchè da qualche critico vogliano

tenersi come interpolate. Non così i tre versi 20–22 che per il

contenuto sono estranei a tutto lʼargomento del nostro capitolo, e per

la forma ne differiscono talmente da dover credere che appartengono

veramente ad altro autore.[262] Gli traduciamo, acciocchè il lettore

possa da sè stesso giudicarne.

20. E quando uomo giacesse con donna in accoppiamento carnale,

ed essa fosse serva appartenente ad altrʼuomo, ma non fosse

riscattata, nè le fosse data libertà, punizione se ne farà;

21. ma non morranno, perchè non era libera. E porterà il suo

sacrifizio della colpa a Jahveh, alla porta della tenda della

congregazione, un montone espiatorio. Ed espierà per lui il

22. sacerdote col montone espiatorio dinanzi Jahveh per il suo

peccato che avrà commesso, e sarà perdonato del suo peccato

che avrà commesso.

Per quanto i concetti in questo capitolo si succedano con una certa

libertà, pure siccome dallʼaltro lato un qualunque nesso non manca,

almeno dividendoli in gruppi generali, il lettore resta da prima

meravigliato, vedendo interrotta la continuazione dei pensieri fra il

precetto di non promiscuare le diverse specie e quello di non mangiare

i frutti degli alberi primaticci per i primi tre anni. Perchè questi

due precetti hanno in certo modo tra loro una qualche relazione, come

attinenti ambedue allʼagricoltura, e non si può intendere perchè

sarebbe posta fra lʼuno e lʼaltro questa legge così precisa sulla

unione illegittima con una schiava che appartenga ad altri. In secondo

luogo poi tutto il contenuto di questo capitolo non è di leggi precise

e determinate accompagnate dalla sanzione penale, ma di precetti e

avvertimenti generali di religione, moralità e giustizia. Si capirebbe

che lʼautore su questo punto avesse fatto una raccomandazione in

termini generali per imporre il rispetto della donna altrui; ma il

prendere a considerare uno specialissimo caso, e non certo il più grave

in questo genere, anzi il più lieve, e il porvi ancora la sanzione

penale, non si accorda in nessun modo con tutto il resto, se non

dobbiamo dire che troppo ne dissente. In terzo luogo la forma delle

espressioni è onninamente diversa, e sotto più rispetti.

Prima di tutto, gli altri avvertimenti di questo nostro capitolo sono

in seconda persona, ora al singolare, ora al plurale, ma sempre come

una raccomandazione diretta a tutto il popolo, ora considerato come

un ente collettivo, e ora volgendosi ad ognuno dei suoi individui.

Qui invece, lasciato il discorso diretto, si suppone in terza persona

il caso di alcuno che commetta quel tale peccato. Questo subitaneo

cangiamento di stile è troppo brusco e inaspettato per potere

appartenere a uno stesso scrittore.

Ma più di questo colpisce la straordinaria e slombata diffusione di

questi tre versi messi a confronto colla rapida e verbosa concisione

di tutto il resto. Chi osservi quanta materia è condensata in questo

capitolo, e come i precetti sono tutti espressi nella più stringata

forma sentenziosa non potrà capacitarsi che uno stesso autore abbia

impiegato tante inutili parole, in questi tre versi. Nè si citi come

altro esempio di diffusione il precetto sugli alberi primaticci;

perchè se questo è spiegato con più parole che gli altri, erano però

tutte necessarie a rendere chiaro il concetto, e nulla vi si potrebbe

togliere come inutile. Mentre nei tre versi in questione è proprio

la diffusione oziosa, in cui lo scrittore del codice sacerdotale si

compiace, quando si tratti di ciò che attiene al culto. Per la qual

cosa è da credersi che qui abbiamo una interpolazione, di cui possiamo

tanto più renderci ragione nel seguente modo.

Il capitolo venti tratta principalmente delle unioni illecite sia per

adulterio, sia per incesto, sia per accoppiamento infame o bestiale;

ma non annovera fra gli altri questo caso di unirsi a una donna di

condizione servile, i cui sponsali per non essere stata posta in

libertà non erano tenuti legittimi.

La legge del popolo Ebreo · 第 11 / 30 段