A nostro avviso, il bandolo sgroppatore della matassa sta tutto

nellʼultima questione; e per non averci abbastanza posto mente, i

critici ancora non si sono intesi, nè sono giunti a una soluzione che

appieno soddisfaccia; perchè qualunque opinione si adotti sʼincontrano

gravi obbiezioni. È vero che lʼipotesi del Von Bohlen, del Vatke e del

George, sostenuta più recentemente con molta dottrina e molto acume dal

Graf, dal Reuss, dal Wellhausen, dal Kaiser, dal Kuenen, dal Maybaum e

dal Vernes, che il Deuteronomio abbia preceduto gli altri due codici,

sembra avere acquistato maggiore preponderanza; ma non sono nemmeno

senza valore le obbiezioni in contrario del Riehm, del Nöldeke, dello

Schrader, del Dillmann e dellʼHalevy.

Non può essere da un lato che il Deuteronomio sia posteriore al

codice sacerdotale quale oggi lo abbiamo, perchè contiene un minore

svolgimento dʼidee religiose, e da un più non si può essere discesi

a un meno. Non può essere che le cinque feste annuali del codice

sacerdotale (_Levit._, XXIII; _Num._, XXVIII, XXIX) siano divenute

tre nel Deuteronomio (XVI). Non può essere che la casta sacerdotale

distinta in sacerdoti e leviti nella legge ELN, si confonda poi nel

Deuteronomio in una sola. Non può essere che questa stessa casta, a cui

secondo la legge ELN si attribuiscono tali rendite in decime, primizie,

primogeniti e offerte da farla ricca più delle altre classi del popolo,

sia raccomandata poi nel Deuteronomio alla carità dei cittadini al

pari dei poveri, degli orfani e delle vedove (XIV, 27–29; XXV, 11–12).

Non può essere finalmente che dopo avere fissato con ogni maniera

di particolarissimi precetti tutto quanto concerne i sacrifizii e le

offerte, si lasciasse poi nel Deuteronomio una certa libertà, quasi

fossero rimessi alla spontanea liberalità degli individui.

Come dallʼaltro lato non può ammettersi che il Deuteronomio sia

anteriore a tutte le parti delle altre raccolte legislative, perchè

alcune leggi e alcuni riti di queste sono in quello supposti

come conosciuti (X, 8; XXIV, 8). E perchè inoltre alcune leggi

importantissime e necessarie, particolarmente civili, come molte di

quelle che stabiliscono i gradi di parentela impedienti il matrimonio,

invano nel Deuteronomio si desiderano; nè di questa omissione potrebbe

assolversi, se non con lʼesistenza anteriore di altre leggi che vi

avessero supplito.

Fa dʼuopo dunque vedere di quali leggi civili e di quali riti

religiosi successivamente si sentisse il bisogno nel popolo ebreo,

per istabilire in quali diverse età sono stati istituiti. Fa dʼuopo

inoltre distinguere le istituzioni delle singole leggi, di cui nello

stato presente constano i codici del Pentateuco, dalla compilazione

finale dei codici stessi. Ed è, a nostra avviso, questa distinzione che

può condurre a risolvere il problema della successiva formazione della

legge ebraica.

Tutto ciò che concerne la costruzione del tabernacolo (_Esodo_,

XXV–XXXI, 17; XXXV–XL) e la minuta prescrizione dei riti intorno alle

diverse specie dei sacrifizi, e alla consacrazione degli Aronidi

(_Levit._, I–X), non può essere istituzione nè dei tempi mosaici nè

di quelli che hanno succeduto fino a tutta lʼetà dei Giudici. Non

dei tempi mosaici, perchè nelle peregrinazioni nel deserto unʼorda

nomade, come già sopra fu accennato, non poteva avere nè legnami,

nè pelli, nè metalli, nè tele, nè stoffe, nè pietre preziose, quali

per la costruzione del tabernacolo e per le vesti sacerdotali si

richiedevano, e quali sono per ben due volte enumerate nel testo

biblico (_Esodo_, XXV, 3–7; XXXV, 5–9). Non potevano nemmeno gli

Ebrei usciti dallʼEgitto avere le cognizioni e la capacità artistica

per ideare ed eseguire una costruzione quale ci è descritta quella

del tabernacolo, dei suoi arredi e degli abiti sacerdotali, quando

vediamo che ai tempi di Salomone, nei quali certo la coltura avrebbe

dovuto essere maggiore, si doveva ricorrere per la costruzione del

tempio ad artisti fenici, o che almeno avevano in Fenicia imparato

lʼarte (1º _Re_, V, 20 e seg.; VII, 13 e seg.). Non potevano inoltre

gli Ebrei possedere nel deserto gli animali, la farina, lʼolio, gli

aromi per i sacrificii, le offerte, i profumi, che non solo sarebbero

stati comandati di farsi nel tabernacolo, ma che si vorrebbe di più

che fossero stati realmente fatti. Per ultimo è notevole che nella

parte legislativa del Deuteronomio non si parla in alcun modo del

tabernacolo; ma quando sʼimpongono i sacrificii e le offerte si dice

che si sarebbe dovuto portare nel luogo che Dio avrebbe eletto. Mentre

se un tabernacolo fino dai tempi mosaici fosse esistito, ragione

avrebbe voluto che si fosse detto di portarle colà, ancorchè esso

fosse tramutato da un luogo allʼaltro, secondo le esigenze del vivere

politico. Non è solo poi questo argomento dal silenzio, in tal caso

eloquente, che dimostra come lʼautore del Deuteronomio nulla sappia

di un tabernacolo, ma lʼaperta contraddizione che colla esistenza di

questo si appalesa nel contenuto del capitolo xii. Quivi si comanda

agli Ebrei che, quando fossero stabiliti alla terra promessa, dovessero

portare tutti i loro sacrifizii e tutte le loro offerte nel luogo

prescelto da Dio, e non fare, come facevano allora, ciò che ad ognuno

piaceva; cosa in quelle condizioni permessa, perchè non erano ancora

giunti alla sede tranquilla promessa da Jahveh (vv. 5–9). Ma questo

non si sarebbe potuto dire, se il tabernacolo fosse stato eretto, e

riconosciuto come unico luogo, dove potevasi legittimamente sacrificare

e offerire. E molto meno avrebbe potuto dirsi, imperocchè già sarebbe

esistita unʼaltra legge che avrebbe fuori del tabernacolo proibito ogni

sacrifizio, senza porre per condizione a tale divieto lo stabilimento

nella terra promessa (_Levitico_, XVII, 8–9).

Non potevano poi gli Ebrei durante tutta lʼetà dei Giudici pensare ad

un ordinamento del culto così ricco e sontuoso, sia per il tabernacolo

e le vesti sacerdotali, come per la quantità dei sacrificii e delle

offerte, quale è prescritto nel codice sacerdotale.

La condizione degli Ebrei fu per lungo tempo di continua guerra

con i popoli abitatori della Palestina e confinanti, e più spesso

di vinti che di vincitori. Imperocchè ciò che leggesi nel libro di

Giosuè (XI, 23) che il paese si quietò dalla guerra, è finzione di

scrittore molto più recente, smentita da quanto poi si legge in quello

stesso libro (XIII e seg.), ma proveniente da fonti più antiche e più

veritiere,[224] che molta parte di paese restava ancora a conquistarsi,

e smentita principalmente da tutte le guerre raccontate nel libro dei

Giudici. Dunque non è supponibile che orde di conquistatori, i quali

solo successivamente e a poco a poco riescivano a stabilirsi in fisse

sedi, e che vedevansi continuamente minacciati da vicini più potenti,

meglio armati (cfr. 1º _Samuel_, XIII, 19–22) e più, agguerriti,

pensassero a erigersi un sontuoso tabernacolo, a istituire una casta

sacerdotale, a dotarla di ricche rendite, e a stabilire una quantità

di riti minuziosi sui diversi animali da offrirsi secondo le diverse

occasioni, e sul modo di scannare e abbruciare le vittime, e se le

offerte dovevano offrirsi sulla tegghia o sulla padella (_Levitico_,

I–III). Non è nè una nè più generazioni di conquistatori, che ha agio,

nè spirito, nè mente da scendere a ciò. Le generazioni di conquistatori

adorano il loro Dio, o i loro Dei, con sacrificii e con offerte,

secondo portano le occasioni, e uniformandosi alle pratiche sanzionate

dagli aviti costumi, ma sono troppo lontane ancora dal fissare un

codice di riti. E così gli Ebrei avranno più volte sacrificato a

Jahveh, durante le loro peregrinazioni nei deserti dellʼArabia, e nel

tempo non breve che scorse dal loro primo ingresso nella Palestina

fino ad averla definitivamente sommessa; ma avranno certo sacrificato

con quella libertà che proviene dallo spontaneo sentimento religioso,

e che ci viene appunto descritta nel XVII del Levitico, nel XII del

Deuteronomio, e in più luoghi dei libri di Giudici e di Samuele.

Avranno anche avuto come oggetto sensibile di culto lʼarca, della quale

si parla tante volte, ed è possibile che questa contenesse le tavole

del Decalogo. Sarà ancora stata posta talvolta sotto una sacra tenda,

ora in un luogo, ora in un altro, e forse più lungamente che altrove

nella città di Shilò. Ma che in Shilò fosse eretto quel tabernacolo, di

cui si parla nellʼEsodo, ciò non è possibile, perchè non è possibile

che nel deserto quel tabernacolo sia esistito. Si trova poi tale

contraddizione intorno al soggiorno di questʼarca, che non si può

conciliare colla esistenza durante lʼetà dei Giudici di un sontuoso

tabernacolo, che avrebbe fissamente dovuto accoglierla.

Secondo un passo del libro di Giosuè (XVIII, 1), appena stabiliti

nella terra promessa, gli Ebrei avrebbero eretto il tabernacolo,

quello stesso di cui si parla nel Pentateuco, nella città di Shilò, e

quivi lo troviamo di nuovo ai tempi della nascita di Samuele. Ma in

un avvenimento intermedio ci viene raccontato che lʼarca di Jahveh si

trovava invece a Beth–El (_Giudici_, XX, 27). Perchè e come sarebbe

avvenuto questo doppio trasferimento da Shilò a Beth–El, e poi di nuovo

da Beth–El a Shilò, è ciò che disgraziatamente i narratori biblici

hanno omesso di dirci, ma di cui non può supporsi ragione che appaghi.

Invece, quando si riconosca che lʼerezione del tabernacolo in Shilò,

della quale si parla nel libro di Giosuè, è come tante altre parti di

quel libro un adattamento a un concetto sacerdotale, a cui inspirava

tutto il suo scritto un tardo autore, allora si capisce come lʼarca di

Jahveh abbia per lungo tempo errato da un luogo allʼaltro, e si trovi

prima in Beth–El poi in Shilò. Sebbene per altro ciò che si racconta

dellʼarca venga talvolta accompagnato da tali circostanze, che tolgono

di poter prestare piena fede a tutti i particolari del fatto. Così

nel capitolo XX dei Giudici, quando, a proposito della guerra fra i

Benjaminiti e le altre tribù, si narra che, alle prime sconfitte da

queste patite, si recarono a pregare Jahveh e a digiunare in Beth–El

per interrogare il responso divino sul partito da prendersi, si

aggiunge che in Beth–El era lʼarca, e che ivi ministrava come sacerdote

Pineḣas nipote di Aron (ivi, v. 28). Ora che Beth–El fosse un luogo

consacrato al culto, come indica il significato del nome (casa di Dio)

è certo; che vi fosse lʼarca santa, è probabile; ma che in quel tempo

vi ministrasse il sacerdote Pineḣas è impossibile. Perchè questi ci

è presentato come un uomo che doveva avere almeno una ventina dʼanni

verso la fine delle peregrinazioni nel deserto (_Num._, XXV, 7 e seg.);

e da questa età sino al fatto narrato nel citato luogo dei Giudici,

bisogna porre almeno 180 anni, dimodochè Pineḣas ne avrebbe avuti un

duecento. La quale impossibilità dimostra che sì è voluto piegare le

narrazioni a un concetto sacerdotale, inventando persone e circostanze,

le quali esistevano solo nella mente degli autori. Se gli Ebrei si

erano raccolti in Beth–El per pregare e interrogare il responso divino,

era necessario, secondo il concetto sacerdotale, con cui poi è stata

narrata la storia del popolo ebreo, che colà vi fosse non solo un luogo

consacrato al culto, ma anche un sacerdote e un sacerdote aronida.

Siccome questo sacerdote le antiche fonti non lo accennavano, perchè

ancora una casta sacerdotale non era istituita, sʼinventa un Pineḣas

nipote di Aron, che la cronologia dimostra essere impossibile abbia

sì lungo tempo vissuto. Ma la ragione cronologica era cosa di cui gli

scrittori ebrei non seppero tener conto, e lo dimostrano fino agli

ultimi tempi della loro letteratura gli scritti apocalittici, e più di

questi anche i talmudici.

Che quel qualunque edifizio poi il quale ci apparisce alla nascita

di Samuele come esistente in Shilò non potesse essere il sontuoso

tabernacolo descritto nellʼEsodo lo dimostrano i susseguenti fatti

narrati nella storia.

Quando il sacerdote Elì era, come giudice, capo del popolo, lʼarca

santa fu presa dai Filistei in una guerra, nella quale gli Ebrei

ebbero la peggio. I figliuoli di Elì furono uccisi in battaglia, ed

egli morì di dolore al sentire lʼinfausta notizia. (1º _Sam._, IV).

Che cosa accadesse del santuario di Shilò la storia tace intieramente.

Ricuperata però lʼarca santa non fu riportata in Shilò, ma nella casa

di un privato nella collina di Qirjat Jeʼarim (ivi, VII, 1), dove ci

si fa credere che sia rimasta fino ai tempi del re David (2º _Sam._,

VI). È probabile, si domanda, che se il tabernacolo fosse stato in

Shilò non si fosse ivi ricondotta lʼarca? Inoltre non ci appare più

Shilò come il luogo principale per lʼesercizio del culto,[225] ma

durante la giudicatura di Samuele vengono citati come luoghi di sacro

convegno ora Mizpà, (1º _Sam._, VII, 5–11) ora Beth–El (ivi, 16) ora

Ghilgal, (ivi, XI, 15). E che quel luogo di culto andasse disperso,

ce lo attesta un detto di Geremia (VII, 12–14) il quale vaticina al

tempio di Gerusalemme lo stesso fato. Cosa che quel profeta non avrebbe

potuto dire, se il tabernacolo di Shilò, anzichè andare disperso fosse

solamente stato trasferito in altro luogo, come per adattare i fatti a

un concetto sacerdotale, vuol far credere lo scrittore delle Croniche

(2º, I, 3–6). Alla fine poi del regno di Saul la sede principale dei

sacerdoti e del culto sarebbe stata in Nob (1º _Sam._, XXI e seg.).

Per ultimo ai tempi di Salomone troviamo indicata come sede principale

del culto sotto il nome di _Bamà massima_ la città di Ghibʼon (1º _Re_,

III, 3).[226] Dimodochè chi spassionatamente da tutti questi dati

voglia concludere qualche cosa di certo deve dire che un solo luogo

veramente consacrato al culto non esistè fino ai tempi di Salomone,

e che un sontuoso tabernacolo quale è descritto nellʼEsodo non è mai

esistito. Che il tempio o tabernacolo di Shilò, provvisorio come tutti

gli altri, andò disperso dopo la morte di Elì e dei suoi figli, e che

da questa età fino alla costruzione del tempio di Salomone esisterono

contemporaneamente più luoghi per celebrare il culto, e lʼarca errò ora

in un luogo ora nellʼaltro, e spesso perfino nel campo militare (1º

_Sam._, IV, 5, XIV, 18).

Ma durante il regno di Salomone lo stato delle cose intorno al

regolamento del culto certo cominciò a subire qualche modificazione.

Non si può negare ogni fondamento di storica verità alla edificazione

del tempio di Salomone in Gerusalemme, e se un tempio fu ivi

edificato, avvenne un primo tentativo di accentramento del culto.

È vero che questo, come attesta la storia successiva, non potè

pienamente effettuarsi; perchè da un lato con lo scisma di Samaria

furono riconosciuti altri luoghi di culto, (1º _Re_, XII, 29–33) e

dallʼaltro anche nello stesso regno giudaico le inveterate abitudini

popolari di sacrificare negli antichi luoghi sacri chiamati Bamoth non

poterono per lungo tempo sradicarsi. Ma il fatto che in Gerusalemme

esistesse un gran tempio consacrato a Jahveh non può revocarsi in

dubbio, e presso il tempio si stabilì ancora una casta sacerdotale.

Certo non sono da accettarsi come storica verità tutti gli ordinamenti

sacerdotali, che i libri delle Croniche attribuiscono a David e a

Salomone, della divisione della tribù di Levi in tante classi, e come

in tante compagnie, che alternativamente avrebbero dovuto prestare

servizio. Divisione di cui i più antichi libri di Samuele e dei Re

non dicono verbo, mentre anzi riconoscono a chiare note che sacerdoti

potessero essere anche quelli che non appartenevano alla tribù di Levi,

giacchè danno questo titolo ai figli di David (2º _Samuele_, VIII,

18). Ma pure stando a ciò che questi narrano, una casta sacerdotale

diretta e presieduta da un capo non può negarsi che a poco a poco non

si sia stabilita. E se non con un codice scritto, certo con regole e

riti consuetudinarii avranno avuto alcune norme per lʼesercizio del

culto, per la disciplina interna della loro stessa casta, e anche per

ammaestrare il popolo in ciò che concerneva la religione.[227] Ma non

si può porre nei tempi di Salomone, e nemmeno in quelli successivi

in cui durò lʼesistenza del regno giudaico lʼistituzione del codice

sacerdotale quale lo abbiamo nellʼEsodo, nel levitico e nel Numeri,

se non fosse altro per una ragione che a noi sembra perentoria. Il

profeta Ezechiele nellʼesilio di Babilonia, profetando il ritorno

degli esuli nella terra patria, annunzia lʼedificazione di un nuovo

santuario, e compila proprio un nuovo codice sacerdotale per ciò

che riguarda la persona dei sacerdoti e la celebrazione del culto

(_Ezechiele_, XL–XLVI). Ora se fosse esistito quello molto più ampio

della legislazione ELN, lʼopera di Ezechiele non solo sarebbe stata

superflua, ma inesplicabile, perchè in molte parti con lʼaltro codice

è in contradizione. Dimodochè se alcune parti del codice sacerdotale

non come compilazione scritta, ma come rito consuetudinario, possono

essere esistite fino dai tempi in cui fu fondato il tempio salomonico,

è per noi certo che il codice sacerdotale nella sua totalità, quale

oggi lo abbiamo, è posteriore allʼetà di Ezechiele, e per conseguenza

posteriore allʼesilio. Non sono dunque da porsi prima della legge

deuteronomica nè le parti dellʼEsodo riguardanti il tabernacolo, nè

i primi dieci capitoli del Levitico, nè ciò che concerne lʼassoluto

accentramento del culto (_Levit._, XVII) nè la disciplina interna della

casta sacerdotale (XXI, XXII). E lo stesso è a dirsi delle parti del

Numeri che trattano gli stessi argomenti. È da porsi ancora posteriore

al Deuteronomio lʼordinamento delle feste annuali quale è nel Levitico

(XXIII) e nel Numeri (XXVIII, XXIX), perchè in questi libri si parla

di cinque feste annuali, mentre in quello soltanto di tre. E ciò che

è anche più significante, ai tempi di Ezra e Nehemia dopo il ritorno

dallʼesilio si mostra di ignorare del tutto che il giorno decimo

del settimo mese doveva essere consacrato alla contrizione e alla

penitenza, ma si fa invece digiuno il giorno 24º dello stesso mese,

senza riferirsi per nulla allʼosservanza di rito già esistente, come si

fa per la festa delle capanne, ma quasi fosse una istituzione del tutto

nuova, (_Nehemia_, VIII, 14–IX, 1). Escluso adunque che possano essere

anteriori al Deuteronomio le accennate parti della legislazione ELN, è

da vedersi però ciò che concerne alcune leggi civili, e certi riti di

purità e santità rispetto alla universalità dei cittadini. Incominciamo

da questi ultimi.

Abbiamo già veduto nel piccolo codice dellʼEsodo XXI–XXIII che sul

principio di dover essere gente santa a Jahveh si proibisce di cibarsi

di animali trovati sbranati nella campagna (XXII, 30). Questo principio

ebbe poi un ulteriore svolgimento tanto nella legislazione ELN, quanto

in quella deuteronomica, proibendosi per la stessa ragione di santità

anche altre specie di cibi. Il capitolo XI del Levitico e XIV (v. 3–21)

del Deuteronomio contengono intorno a questo punto, lo stesso rituale

con poche differenze nei particolari. I principii fondamentali sono

identici. Dei quadrupedi sono permessi soltanto quelli che ruminano

e hanno lʼunghia fessa. Degli animali acquatici soltanto pesci che

hanno squame e pinne. Degli uccelli è fatta una lunga lista di quelli

tenuti come impuri, che sono per lo più di rapina. In quanto a molti

altri animali che, parte propriamente, parte impropriamente, sono

dagli autori biblici detti rettili, nel Deuteronomio si proibiscono

tutti, nel Levitico si fa eccezione per poche specie. Nel Deuteronomio

si proibisce ancora di mangiare qualunque carogna, senza ristringersi

come nellʼEsodo ai soli animali sbranati, mentre nel Levitico si dice

soltanto che chi la toccasse o ne mangiasse diveniva impuro per tutto

quel giorno, e quindi per ritornar puro doveva sottoporsi a certi riti

lustrali, (XI, 39 e seg.).

In generale i riti del capitolo XI del Levitico sono più estesi che

quelli del Deuteronomio. Ma dallʼaltro lato si trova in questo una

lista dei quadrupedi permessi come cibo, che nel Levitico manca del

tutto, restringendosi qui a stabilire le due caratteristiche del

ruminare e delle unghie fesse. È certo che le norme stabilite dalla

legge ebraica non si accordano con glʼinsegnamenti della storia

naturale. Imperocchè si sa che gli animali ruminanti sono tutti

bisulci, e non si trova una caratteristica disgiunta dallʼaltra. Per

conseguenza è erroneo ciò che dicono i nostri due testi che il cammello

rumini e non sia bisulco, perchè quantunque una membrana ne involga in

parte i piedi pure ha lʼunghia biforcata. Come è erroneo che ruminino

lʼirace (_Shafan_) e la lepre, posti non ostante fra gli animali

proibiti, perchè non sono bisulci. Ma questi errori non sono da porsi a

carico degli autori biblici, i quali in ciò seguivano le opinioni dei

loro tempi, nè erano obbligati a sapere nelle scienze fisiche, ciò che

soltanto poi si scoprì con più attente osservazioni. Nessuna differenza

si nota fra i due testi in quanto agli animali acquatici.

La lista degli uccelli proibiti differisce di poco, e solo in quanto

nel Deuteronomio ne è enumerato uno di più sotto il nome di DAJJAH, e

in quanto è un poco diversa la disposizione di alcuni nomi.[228]

Il Levitico poi distingue tra gli animali da esso detti rettili, quelli

che hanno gambe con giuntura nel ginocchio, per tenerli come permessi

e puri, quindi permette alcune specie di locuste. Distinzione che

il Deuteronomio non conosce. Fa inoltre il Levitico anche una lista

dei così detti rettili non permessi, e poi prescrive molti riti di

purificazione nel caso che il cadavere di questi animali impuri si

trovasse o sopra abiti, o dentro vasi o in arredi di qualunque sorta,

o sopra dei cibi, o sopra delle semente. Riti di purità di cui il

Deuteronomio non fa alcuna menzione. Questi però aggiunge come ultimo

precetto intorno ai cibi proibiti quello già da noi trovato due volte

nellʼEsodo (XXIII, 19, XXXIV, 26) di non cucinare un capretto col

latte della madre. Confrontati questi due luoghi non vi può essere

dubbio che stanno fra loro in qualche dipendenza, in quanto o lʼuno ha

imitato lʼaltro, o tutti e due derivano da una legge più antica, da

cui entrambi hanno attinto. A noi sembra più ragionevole questʼultima

ipotesi, e teniamo la legge del Levitico più recente, perchè contiene

tutte le nuove disposizioni intorno ai riti di purità, che sono più

conformi al concetto che inspira il codice sacerdotale, di cui nella

presente compilazione il capitolo XI del Levitico fa parte.

Ma ci sembra ancora molto probabile che questi riti intorno alla

distinzione dei cibi puri permessi da quelli impuri e proibiti,

fossero anteriori alla compilazione di tutto il codice deuteronomico,

e incominciassero a prevalere nella età dei primi grandi profeti, uno

dei cui principii era giustʼappunto il concetto di una maggiore santità

e purità, nella quale doveva vivere tutto il popolo ebreo a confronto

delle altre nazioni. Lo provano, se non altro le espressioni stesse

del Deuteronomio (XIV, 2, 21).

Questi riti poi furono accolti dal deuteronomista nella sua

codificazione in quella forma breve, che bastava alla istruzione del

popolo, cui tutta la legge deuteronomica è diretta. Furono anche

accolti dal più recente legislatore sacerdotale, che trovava questi

riti di purità e santità conformi al suo concetto religioso; ma vi

aggiunse quelle modificazioni, che da un lato intorno ai cibi esigevano

i costumi popolari, perchè troviamo anche in più recente età che il

Battista si cibava di locuste (_Matt._, III, 4); e dallʼaltro vi

aggiunse quelle prescrizioni di purità, che il modo sacerdotale di

concepire la legge teneva necessarie.

Sarebbe poi difficile stabilire con esattezza lʼetà, in cui questi

riti ebbero origine, ma certo nel tempo che decorse fra i primi grandi

profeti e la compilazione del codice deuteronomico, che è quanto

dire fra il 9º e il 7º secolo. Sappiamo bene che questi confini sono

troppo lati, e che una più precisa determinazione potrebbe a ragione

desiderarsi. Ma amiamo meglio lasciare indeterminato ciò che tale ci

si presenta, che non imitare certi critici che lavorano troppo di

capricciosa fantasia.

La legge del popolo Ebreo · 第 10 / 30 段