nellʼultima questione; e per non averci abbastanza posto mente, i
critici ancora non si sono intesi, nè sono giunti a una soluzione che
appieno soddisfaccia; perchè qualunque opinione si adotti sʼincontrano
gravi obbiezioni. È vero che lʼipotesi del Von Bohlen, del Vatke e del
George, sostenuta più recentemente con molta dottrina e molto acume dal
Graf, dal Reuss, dal Wellhausen, dal Kaiser, dal Kuenen, dal Maybaum e
dal Vernes, che il Deuteronomio abbia preceduto gli altri due codici,
sembra avere acquistato maggiore preponderanza; ma non sono nemmeno
senza valore le obbiezioni in contrario del Riehm, del Nöldeke, dello
Schrader, del Dillmann e dellʼHalevy.
Non può essere da un lato che il Deuteronomio sia posteriore al
codice sacerdotale quale oggi lo abbiamo, perchè contiene un minore
svolgimento dʼidee religiose, e da un più non si può essere discesi
a un meno. Non può essere che le cinque feste annuali del codice
sacerdotale (_Levit._, XXIII; _Num._, XXVIII, XXIX) siano divenute
tre nel Deuteronomio (XVI). Non può essere che la casta sacerdotale
distinta in sacerdoti e leviti nella legge ELN, si confonda poi nel
Deuteronomio in una sola. Non può essere che questa stessa casta, a cui
secondo la legge ELN si attribuiscono tali rendite in decime, primizie,
primogeniti e offerte da farla ricca più delle altre classi del popolo,
sia raccomandata poi nel Deuteronomio alla carità dei cittadini al
pari dei poveri, degli orfani e delle vedove (XIV, 27–29; XXV, 11–12).
Non può essere finalmente che dopo avere fissato con ogni maniera
di particolarissimi precetti tutto quanto concerne i sacrifizii e le
offerte, si lasciasse poi nel Deuteronomio una certa libertà, quasi
fossero rimessi alla spontanea liberalità degli individui.
Come dallʼaltro lato non può ammettersi che il Deuteronomio sia
anteriore a tutte le parti delle altre raccolte legislative, perchè
alcune leggi e alcuni riti di queste sono in quello supposti
come conosciuti (X, 8; XXIV, 8). E perchè inoltre alcune leggi
importantissime e necessarie, particolarmente civili, come molte di
quelle che stabiliscono i gradi di parentela impedienti il matrimonio,
invano nel Deuteronomio si desiderano; nè di questa omissione potrebbe
assolversi, se non con lʼesistenza anteriore di altre leggi che vi
avessero supplito.
Fa dʼuopo dunque vedere di quali leggi civili e di quali riti
religiosi successivamente si sentisse il bisogno nel popolo ebreo,
per istabilire in quali diverse età sono stati istituiti. Fa dʼuopo
inoltre distinguere le istituzioni delle singole leggi, di cui nello
stato presente constano i codici del Pentateuco, dalla compilazione
finale dei codici stessi. Ed è, a nostra avviso, questa distinzione che
può condurre a risolvere il problema della successiva formazione della
legge ebraica.
Tutto ciò che concerne la costruzione del tabernacolo (_Esodo_,
XXV–XXXI, 17; XXXV–XL) e la minuta prescrizione dei riti intorno alle
diverse specie dei sacrifizi, e alla consacrazione degli Aronidi
(_Levit._, I–X), non può essere istituzione nè dei tempi mosaici nè
di quelli che hanno succeduto fino a tutta lʼetà dei Giudici. Non
dei tempi mosaici, perchè nelle peregrinazioni nel deserto unʼorda
nomade, come già sopra fu accennato, non poteva avere nè legnami,
nè pelli, nè metalli, nè tele, nè stoffe, nè pietre preziose, quali
per la costruzione del tabernacolo e per le vesti sacerdotali si
richiedevano, e quali sono per ben due volte enumerate nel testo
biblico (_Esodo_, XXV, 3–7; XXXV, 5–9). Non potevano nemmeno gli
Ebrei usciti dallʼEgitto avere le cognizioni e la capacità artistica
per ideare ed eseguire una costruzione quale ci è descritta quella
del tabernacolo, dei suoi arredi e degli abiti sacerdotali, quando
vediamo che ai tempi di Salomone, nei quali certo la coltura avrebbe
dovuto essere maggiore, si doveva ricorrere per la costruzione del
tempio ad artisti fenici, o che almeno avevano in Fenicia imparato
lʼarte (1º _Re_, V, 20 e seg.; VII, 13 e seg.). Non potevano inoltre
gli Ebrei possedere nel deserto gli animali, la farina, lʼolio, gli
aromi per i sacrificii, le offerte, i profumi, che non solo sarebbero
stati comandati di farsi nel tabernacolo, ma che si vorrebbe di più
che fossero stati realmente fatti. Per ultimo è notevole che nella
parte legislativa del Deuteronomio non si parla in alcun modo del
tabernacolo; ma quando sʼimpongono i sacrificii e le offerte si dice
che si sarebbe dovuto portare nel luogo che Dio avrebbe eletto. Mentre
se un tabernacolo fino dai tempi mosaici fosse esistito, ragione
avrebbe voluto che si fosse detto di portarle colà, ancorchè esso
fosse tramutato da un luogo allʼaltro, secondo le esigenze del vivere
politico. Non è solo poi questo argomento dal silenzio, in tal caso
eloquente, che dimostra come lʼautore del Deuteronomio nulla sappia
di un tabernacolo, ma lʼaperta contraddizione che colla esistenza di
questo si appalesa nel contenuto del capitolo xii. Quivi si comanda
agli Ebrei che, quando fossero stabiliti alla terra promessa, dovessero
portare tutti i loro sacrifizii e tutte le loro offerte nel luogo
prescelto da Dio, e non fare, come facevano allora, ciò che ad ognuno
piaceva; cosa in quelle condizioni permessa, perchè non erano ancora
giunti alla sede tranquilla promessa da Jahveh (vv. 5–9). Ma questo
non si sarebbe potuto dire, se il tabernacolo fosse stato eretto, e
riconosciuto come unico luogo, dove potevasi legittimamente sacrificare
e offerire. E molto meno avrebbe potuto dirsi, imperocchè già sarebbe
esistita unʼaltra legge che avrebbe fuori del tabernacolo proibito ogni
sacrifizio, senza porre per condizione a tale divieto lo stabilimento
nella terra promessa (_Levitico_, XVII, 8–9).
Non potevano poi gli Ebrei durante tutta lʼetà dei Giudici pensare ad
un ordinamento del culto così ricco e sontuoso, sia per il tabernacolo
e le vesti sacerdotali, come per la quantità dei sacrificii e delle
offerte, quale è prescritto nel codice sacerdotale.
La condizione degli Ebrei fu per lungo tempo di continua guerra
con i popoli abitatori della Palestina e confinanti, e più spesso
di vinti che di vincitori. Imperocchè ciò che leggesi nel libro di
Giosuè (XI, 23) che il paese si quietò dalla guerra, è finzione di
scrittore molto più recente, smentita da quanto poi si legge in quello
stesso libro (XIII e seg.), ma proveniente da fonti più antiche e più
veritiere,[224] che molta parte di paese restava ancora a conquistarsi,
e smentita principalmente da tutte le guerre raccontate nel libro dei
Giudici. Dunque non è supponibile che orde di conquistatori, i quali
solo successivamente e a poco a poco riescivano a stabilirsi in fisse
sedi, e che vedevansi continuamente minacciati da vicini più potenti,
meglio armati (cfr. 1º _Samuel_, XIII, 19–22) e più, agguerriti,
pensassero a erigersi un sontuoso tabernacolo, a istituire una casta
sacerdotale, a dotarla di ricche rendite, e a stabilire una quantità
di riti minuziosi sui diversi animali da offrirsi secondo le diverse
occasioni, e sul modo di scannare e abbruciare le vittime, e se le
offerte dovevano offrirsi sulla tegghia o sulla padella (_Levitico_,
I–III). Non è nè una nè più generazioni di conquistatori, che ha agio,
nè spirito, nè mente da scendere a ciò. Le generazioni di conquistatori
adorano il loro Dio, o i loro Dei, con sacrificii e con offerte,
secondo portano le occasioni, e uniformandosi alle pratiche sanzionate
dagli aviti costumi, ma sono troppo lontane ancora dal fissare un
codice di riti. E così gli Ebrei avranno più volte sacrificato a
Jahveh, durante le loro peregrinazioni nei deserti dellʼArabia, e nel
tempo non breve che scorse dal loro primo ingresso nella Palestina
fino ad averla definitivamente sommessa; ma avranno certo sacrificato
con quella libertà che proviene dallo spontaneo sentimento religioso,
e che ci viene appunto descritta nel XVII del Levitico, nel XII del
Deuteronomio, e in più luoghi dei libri di Giudici e di Samuele.
Avranno anche avuto come oggetto sensibile di culto lʼarca, della quale
si parla tante volte, ed è possibile che questa contenesse le tavole
del Decalogo. Sarà ancora stata posta talvolta sotto una sacra tenda,
ora in un luogo, ora in un altro, e forse più lungamente che altrove
nella città di Shilò. Ma che in Shilò fosse eretto quel tabernacolo, di
cui si parla nellʼEsodo, ciò non è possibile, perchè non è possibile
che nel deserto quel tabernacolo sia esistito. Si trova poi tale
contraddizione intorno al soggiorno di questʼarca, che non si può
conciliare colla esistenza durante lʼetà dei Giudici di un sontuoso
tabernacolo, che avrebbe fissamente dovuto accoglierla.
Secondo un passo del libro di Giosuè (XVIII, 1), appena stabiliti
nella terra promessa, gli Ebrei avrebbero eretto il tabernacolo,
quello stesso di cui si parla nel Pentateuco, nella città di Shilò, e
quivi lo troviamo di nuovo ai tempi della nascita di Samuele. Ma in
un avvenimento intermedio ci viene raccontato che lʼarca di Jahveh si
trovava invece a Beth–El (_Giudici_, XX, 27). Perchè e come sarebbe
avvenuto questo doppio trasferimento da Shilò a Beth–El, e poi di nuovo
da Beth–El a Shilò, è ciò che disgraziatamente i narratori biblici
hanno omesso di dirci, ma di cui non può supporsi ragione che appaghi.
Invece, quando si riconosca che lʼerezione del tabernacolo in Shilò,
della quale si parla nel libro di Giosuè, è come tante altre parti di
quel libro un adattamento a un concetto sacerdotale, a cui inspirava
tutto il suo scritto un tardo autore, allora si capisce come lʼarca di
Jahveh abbia per lungo tempo errato da un luogo allʼaltro, e si trovi
prima in Beth–El poi in Shilò. Sebbene per altro ciò che si racconta
dellʼarca venga talvolta accompagnato da tali circostanze, che tolgono
di poter prestare piena fede a tutti i particolari del fatto. Così
nel capitolo XX dei Giudici, quando, a proposito della guerra fra i
Benjaminiti e le altre tribù, si narra che, alle prime sconfitte da
queste patite, si recarono a pregare Jahveh e a digiunare in Beth–El
per interrogare il responso divino sul partito da prendersi, si
aggiunge che in Beth–El era lʼarca, e che ivi ministrava come sacerdote
Pineḣas nipote di Aron (ivi, v. 28). Ora che Beth–El fosse un luogo
consacrato al culto, come indica il significato del nome (casa di Dio)
è certo; che vi fosse lʼarca santa, è probabile; ma che in quel tempo
vi ministrasse il sacerdote Pineḣas è impossibile. Perchè questi ci
è presentato come un uomo che doveva avere almeno una ventina dʼanni
verso la fine delle peregrinazioni nel deserto (_Num._, XXV, 7 e seg.);
e da questa età sino al fatto narrato nel citato luogo dei Giudici,
bisogna porre almeno 180 anni, dimodochè Pineḣas ne avrebbe avuti un
duecento. La quale impossibilità dimostra che sì è voluto piegare le
narrazioni a un concetto sacerdotale, inventando persone e circostanze,
le quali esistevano solo nella mente degli autori. Se gli Ebrei si
erano raccolti in Beth–El per pregare e interrogare il responso divino,
era necessario, secondo il concetto sacerdotale, con cui poi è stata
narrata la storia del popolo ebreo, che colà vi fosse non solo un luogo
consacrato al culto, ma anche un sacerdote e un sacerdote aronida.
Siccome questo sacerdote le antiche fonti non lo accennavano, perchè
ancora una casta sacerdotale non era istituita, sʼinventa un Pineḣas
nipote di Aron, che la cronologia dimostra essere impossibile abbia
sì lungo tempo vissuto. Ma la ragione cronologica era cosa di cui gli
scrittori ebrei non seppero tener conto, e lo dimostrano fino agli
ultimi tempi della loro letteratura gli scritti apocalittici, e più di
questi anche i talmudici.
Che quel qualunque edifizio poi il quale ci apparisce alla nascita
di Samuele come esistente in Shilò non potesse essere il sontuoso
tabernacolo descritto nellʼEsodo lo dimostrano i susseguenti fatti
narrati nella storia.
Quando il sacerdote Elì era, come giudice, capo del popolo, lʼarca
santa fu presa dai Filistei in una guerra, nella quale gli Ebrei
ebbero la peggio. I figliuoli di Elì furono uccisi in battaglia, ed
egli morì di dolore al sentire lʼinfausta notizia. (1º _Sam._, IV).
Che cosa accadesse del santuario di Shilò la storia tace intieramente.
Ricuperata però lʼarca santa non fu riportata in Shilò, ma nella casa
di un privato nella collina di Qirjat Jeʼarim (ivi, VII, 1), dove ci
si fa credere che sia rimasta fino ai tempi del re David (2º _Sam._,
VI). È probabile, si domanda, che se il tabernacolo fosse stato in
Shilò non si fosse ivi ricondotta lʼarca? Inoltre non ci appare più
Shilò come il luogo principale per lʼesercizio del culto,[225] ma
durante la giudicatura di Samuele vengono citati come luoghi di sacro
convegno ora Mizpà, (1º _Sam._, VII, 5–11) ora Beth–El (ivi, 16) ora
Ghilgal, (ivi, XI, 15). E che quel luogo di culto andasse disperso,
ce lo attesta un detto di Geremia (VII, 12–14) il quale vaticina al
tempio di Gerusalemme lo stesso fato. Cosa che quel profeta non avrebbe
potuto dire, se il tabernacolo di Shilò, anzichè andare disperso fosse
solamente stato trasferito in altro luogo, come per adattare i fatti a
un concetto sacerdotale, vuol far credere lo scrittore delle Croniche
(2º, I, 3–6). Alla fine poi del regno di Saul la sede principale dei
sacerdoti e del culto sarebbe stata in Nob (1º _Sam._, XXI e seg.).
Per ultimo ai tempi di Salomone troviamo indicata come sede principale
del culto sotto il nome di _Bamà massima_ la città di Ghibʼon (1º _Re_,
III, 3).[226] Dimodochè chi spassionatamente da tutti questi dati
voglia concludere qualche cosa di certo deve dire che un solo luogo
veramente consacrato al culto non esistè fino ai tempi di Salomone,
e che un sontuoso tabernacolo quale è descritto nellʼEsodo non è mai
esistito. Che il tempio o tabernacolo di Shilò, provvisorio come tutti
gli altri, andò disperso dopo la morte di Elì e dei suoi figli, e che
da questa età fino alla costruzione del tempio di Salomone esisterono
contemporaneamente più luoghi per celebrare il culto, e lʼarca errò ora
in un luogo ora nellʼaltro, e spesso perfino nel campo militare (1º
_Sam._, IV, 5, XIV, 18).
Ma durante il regno di Salomone lo stato delle cose intorno al
regolamento del culto certo cominciò a subire qualche modificazione.
Non si può negare ogni fondamento di storica verità alla edificazione
del tempio di Salomone in Gerusalemme, e se un tempio fu ivi
edificato, avvenne un primo tentativo di accentramento del culto.
È vero che questo, come attesta la storia successiva, non potè
pienamente effettuarsi; perchè da un lato con lo scisma di Samaria
furono riconosciuti altri luoghi di culto, (1º _Re_, XII, 29–33) e
dallʼaltro anche nello stesso regno giudaico le inveterate abitudini
popolari di sacrificare negli antichi luoghi sacri chiamati Bamoth non
poterono per lungo tempo sradicarsi. Ma il fatto che in Gerusalemme
esistesse un gran tempio consacrato a Jahveh non può revocarsi in
dubbio, e presso il tempio si stabilì ancora una casta sacerdotale.
Certo non sono da accettarsi come storica verità tutti gli ordinamenti
sacerdotali, che i libri delle Croniche attribuiscono a David e a
Salomone, della divisione della tribù di Levi in tante classi, e come
in tante compagnie, che alternativamente avrebbero dovuto prestare
servizio. Divisione di cui i più antichi libri di Samuele e dei Re
non dicono verbo, mentre anzi riconoscono a chiare note che sacerdoti
potessero essere anche quelli che non appartenevano alla tribù di Levi,
giacchè danno questo titolo ai figli di David (2º _Samuele_, VIII,
18). Ma pure stando a ciò che questi narrano, una casta sacerdotale
diretta e presieduta da un capo non può negarsi che a poco a poco non
si sia stabilita. E se non con un codice scritto, certo con regole e
riti consuetudinarii avranno avuto alcune norme per lʼesercizio del
culto, per la disciplina interna della loro stessa casta, e anche per
ammaestrare il popolo in ciò che concerneva la religione.[227] Ma non
si può porre nei tempi di Salomone, e nemmeno in quelli successivi
in cui durò lʼesistenza del regno giudaico lʼistituzione del codice
sacerdotale quale lo abbiamo nellʼEsodo, nel levitico e nel Numeri,
se non fosse altro per una ragione che a noi sembra perentoria. Il
profeta Ezechiele nellʼesilio di Babilonia, profetando il ritorno
degli esuli nella terra patria, annunzia lʼedificazione di un nuovo
santuario, e compila proprio un nuovo codice sacerdotale per ciò
che riguarda la persona dei sacerdoti e la celebrazione del culto
(_Ezechiele_, XL–XLVI). Ora se fosse esistito quello molto più ampio
della legislazione ELN, lʼopera di Ezechiele non solo sarebbe stata
superflua, ma inesplicabile, perchè in molte parti con lʼaltro codice
è in contradizione. Dimodochè se alcune parti del codice sacerdotale
non come compilazione scritta, ma come rito consuetudinario, possono
essere esistite fino dai tempi in cui fu fondato il tempio salomonico,
è per noi certo che il codice sacerdotale nella sua totalità, quale
oggi lo abbiamo, è posteriore allʼetà di Ezechiele, e per conseguenza
posteriore allʼesilio. Non sono dunque da porsi prima della legge
deuteronomica nè le parti dellʼEsodo riguardanti il tabernacolo, nè
i primi dieci capitoli del Levitico, nè ciò che concerne lʼassoluto
accentramento del culto (_Levit._, XVII) nè la disciplina interna della
casta sacerdotale (XXI, XXII). E lo stesso è a dirsi delle parti del
Numeri che trattano gli stessi argomenti. È da porsi ancora posteriore
al Deuteronomio lʼordinamento delle feste annuali quale è nel Levitico
(XXIII) e nel Numeri (XXVIII, XXIX), perchè in questi libri si parla
di cinque feste annuali, mentre in quello soltanto di tre. E ciò che
è anche più significante, ai tempi di Ezra e Nehemia dopo il ritorno
dallʼesilio si mostra di ignorare del tutto che il giorno decimo
del settimo mese doveva essere consacrato alla contrizione e alla
penitenza, ma si fa invece digiuno il giorno 24º dello stesso mese,
senza riferirsi per nulla allʼosservanza di rito già esistente, come si
fa per la festa delle capanne, ma quasi fosse una istituzione del tutto
nuova, (_Nehemia_, VIII, 14–IX, 1). Escluso adunque che possano essere
anteriori al Deuteronomio le accennate parti della legislazione ELN, è
da vedersi però ciò che concerne alcune leggi civili, e certi riti di
purità e santità rispetto alla universalità dei cittadini. Incominciamo
da questi ultimi.
Abbiamo già veduto nel piccolo codice dellʼEsodo XXI–XXIII che sul
principio di dover essere gente santa a Jahveh si proibisce di cibarsi
di animali trovati sbranati nella campagna (XXII, 30). Questo principio
ebbe poi un ulteriore svolgimento tanto nella legislazione ELN, quanto
in quella deuteronomica, proibendosi per la stessa ragione di santità
anche altre specie di cibi. Il capitolo XI del Levitico e XIV (v. 3–21)
del Deuteronomio contengono intorno a questo punto, lo stesso rituale
con poche differenze nei particolari. I principii fondamentali sono
identici. Dei quadrupedi sono permessi soltanto quelli che ruminano
e hanno lʼunghia fessa. Degli animali acquatici soltanto pesci che
hanno squame e pinne. Degli uccelli è fatta una lunga lista di quelli
tenuti come impuri, che sono per lo più di rapina. In quanto a molti
altri animali che, parte propriamente, parte impropriamente, sono
dagli autori biblici detti rettili, nel Deuteronomio si proibiscono
tutti, nel Levitico si fa eccezione per poche specie. Nel Deuteronomio
si proibisce ancora di mangiare qualunque carogna, senza ristringersi
come nellʼEsodo ai soli animali sbranati, mentre nel Levitico si dice
soltanto che chi la toccasse o ne mangiasse diveniva impuro per tutto
quel giorno, e quindi per ritornar puro doveva sottoporsi a certi riti
lustrali, (XI, 39 e seg.).
In generale i riti del capitolo XI del Levitico sono più estesi che
quelli del Deuteronomio. Ma dallʼaltro lato si trova in questo una
lista dei quadrupedi permessi come cibo, che nel Levitico manca del
tutto, restringendosi qui a stabilire le due caratteristiche del
ruminare e delle unghie fesse. È certo che le norme stabilite dalla
legge ebraica non si accordano con glʼinsegnamenti della storia
naturale. Imperocchè si sa che gli animali ruminanti sono tutti
bisulci, e non si trova una caratteristica disgiunta dallʼaltra. Per
conseguenza è erroneo ciò che dicono i nostri due testi che il cammello
rumini e non sia bisulco, perchè quantunque una membrana ne involga in
parte i piedi pure ha lʼunghia biforcata. Come è erroneo che ruminino
lʼirace (_Shafan_) e la lepre, posti non ostante fra gli animali
proibiti, perchè non sono bisulci. Ma questi errori non sono da porsi a
carico degli autori biblici, i quali in ciò seguivano le opinioni dei
loro tempi, nè erano obbligati a sapere nelle scienze fisiche, ciò che
soltanto poi si scoprì con più attente osservazioni. Nessuna differenza
si nota fra i due testi in quanto agli animali acquatici.
La lista degli uccelli proibiti differisce di poco, e solo in quanto
nel Deuteronomio ne è enumerato uno di più sotto il nome di DAJJAH, e
in quanto è un poco diversa la disposizione di alcuni nomi.[228]
Il Levitico poi distingue tra gli animali da esso detti rettili, quelli
che hanno gambe con giuntura nel ginocchio, per tenerli come permessi
e puri, quindi permette alcune specie di locuste. Distinzione che
il Deuteronomio non conosce. Fa inoltre il Levitico anche una lista
dei così detti rettili non permessi, e poi prescrive molti riti di
purificazione nel caso che il cadavere di questi animali impuri si
trovasse o sopra abiti, o dentro vasi o in arredi di qualunque sorta,
o sopra dei cibi, o sopra delle semente. Riti di purità di cui il
Deuteronomio non fa alcuna menzione. Questi però aggiunge come ultimo
precetto intorno ai cibi proibiti quello già da noi trovato due volte
nellʼEsodo (XXIII, 19, XXXIV, 26) di non cucinare un capretto col
latte della madre. Confrontati questi due luoghi non vi può essere
dubbio che stanno fra loro in qualche dipendenza, in quanto o lʼuno ha
imitato lʼaltro, o tutti e due derivano da una legge più antica, da
cui entrambi hanno attinto. A noi sembra più ragionevole questʼultima
ipotesi, e teniamo la legge del Levitico più recente, perchè contiene
tutte le nuove disposizioni intorno ai riti di purità, che sono più
conformi al concetto che inspira il codice sacerdotale, di cui nella
presente compilazione il capitolo XI del Levitico fa parte.
Ma ci sembra ancora molto probabile che questi riti intorno alla
distinzione dei cibi puri permessi da quelli impuri e proibiti,
fossero anteriori alla compilazione di tutto il codice deuteronomico,
e incominciassero a prevalere nella età dei primi grandi profeti, uno
dei cui principii era giustʼappunto il concetto di una maggiore santità
e purità, nella quale doveva vivere tutto il popolo ebreo a confronto
delle altre nazioni. Lo provano, se non altro le espressioni stesse
del Deuteronomio (XIV, 2, 21).
Questi riti poi furono accolti dal deuteronomista nella sua
codificazione in quella forma breve, che bastava alla istruzione del
popolo, cui tutta la legge deuteronomica è diretta. Furono anche
accolti dal più recente legislatore sacerdotale, che trovava questi
riti di purità e santità conformi al suo concetto religioso; ma vi
aggiunse quelle modificazioni, che da un lato intorno ai cibi esigevano
i costumi popolari, perchè troviamo anche in più recente età che il
Battista si cibava di locuste (_Matt._, III, 4); e dallʼaltro vi
aggiunse quelle prescrizioni di purità, che il modo sacerdotale di
concepire la legge teneva necessarie.
Sarebbe poi difficile stabilire con esattezza lʼetà, in cui questi
riti ebbero origine, ma certo nel tempo che decorse fra i primi grandi
profeti e la compilazione del codice deuteronomico, che è quanto
dire fra il 9º e il 7º secolo. Sappiamo bene che questi confini sono
troppo lati, e che una più precisa determinazione potrebbe a ragione
desiderarsi. Ma amiamo meglio lasciare indeterminato ciò che tale ci
si presenta, che non imitare certi critici che lavorano troppo di
capricciosa fantasia.