certe critiche dottrine, che vogliono fino alle più minute parti
stabilire quali e quanti siano gli originarii scritti, di cui consta
il Pentateuco, basti citare una opinione del Wellhausen. Egli dice che
nelle leggi dellʼEsodo XXI–XXIII un filo conduttore per conoscere le
interpolazioni del Jehovista (JE) è il passaggio nel numero del verbo
dal singolare al plurale.[212] Nella massima parte è usato il primo,
nel v. 20 del cap. XXII si passa rapidamente al secondo, e così nel v.
23 e nel 30, e nei v. 9 e 13 del XXIII. Ma per quanto non si vogliano
disconoscere i grandi pregi del Wellhausen come critico ed esegeta, non
si può fare a meno di notare che fondarsi sul passaggio dal singolare
al plurale per scuoprirci unʼaltra mano, e dire che questo è il filo
conduttore, può farlo soltanto chi, non ostante la profonda cognizione
della grammatica, non avverte che tale passaggio e in ispecie nei
luoghi addotti, costituisce uno degli idiotismi più eleganti di cui
lo stile ebraico possa adornarsi, e non per artifizio rettorico, ma
per naturale qualità della elocuzione. Noi siamo i primi ad ammirare
lʼacutezza, la dottrina e la pazienza delle ricerche critiche del
Wellhausen; ma prima di stabilire come cosa certa che a tal punto
comincia, e a tal punto è interrotto, e a tal altro riprende questo
o quel documento originario del Pentateuco, bisognerebbe tener conto
delle proprietà idiomatiche della letteratura ebraica. Per ciò è bene
lasciare nel campo della pura probabilità tutto ciò che non può essere
se non probabile.
Con maggiore arbitrio poi e senza fondarsi sopra più solide ragioni
il Bruston[213] divide le leggi di cui abbiamo parlato nel seguente
modo. Un dodecalogo composto dei v. 23–26 del capitolo XX, e dei v.
10–12, 14–19 del XXIII, poi il decalogo XX, 1–17 coi suoi ulteriori
svolgimenti, da ultimo il secondo Decalogo (XXXIV, 17–26).
In quanto a questʼultima parte rimandiamo a ciò che sopra ne abbiamo
detto (pag. 82–86). Per ciò poi che concerne lʼipotesi di un dodecalogo
così arbitrariamente composto, se noi conveniamo col Bruston
sullʼimpossibilità di attribuire a un solo autore le contraddittorie
narrazioni, che precedono e seguono il Decalogo e le altre leggi (XX,
23–XXIV), non vediamo che ne consegua la necessità di ricomporre a
capriccio la compilazione delle leggi stesse, che possono considerarsi
indipendentemente dalla parte narrativa. È vero che un pensatore
moderno e ariaco, può trovar difficoltà, e anche giudicare impossibile
che alla fine del cap. xxiii dellʼEsodo si venga dopo leggi civili
e morali a parlare di precetti concernenti il culto, dei quali già
si era preso a trattare negli ultimi versi del capitolo XX. È vero
ancora che per rimettere lʼunità di concetto, dove a prima vista non
appare, sarebbe comodo riunire ciò che è simile, e dividere ciò che è
differente. Ma in queste ricostituzioni si può ammirare lʼingegno, non
la verità del risultato. Se un compilatore avesse trovato il dodecalogo
composto come suppone il Bruston, per quale ragione lo avrebbe dovuto
dividere in due per inserire in mezzo la raccolta delle leggi XXI,
1–XXIII 9? In che cosa sarebbe stato guastato il suo disegno generale,
ponendo in principio tutto il preteso dodecalogo unito, anzichè quei
due soli precetti che ora vi si trovano, per relegare alla fine gli
altri dieci? Il precetto di non cuocere i piccoli animali col latte
della madre poteva forse alla mente del compilatore sembrare un più
idoneo trapasso alla promessa della conquista della terra palestinese,
che non lʼesortazione a non trattar male i forestieri? Questo è
quello che il Bruston si è dimenticato di dirci per giustificare la
sua ipotesi. È molto facile mettere insieme quei versi sparsi nel
Pentateuco che mostrano affinità di concetto, per poi concludere che
formavano in origine un tutto omogeneo. Ma la critica cauta insegna che
prima di far questo è necessario tentare se anche nella disposizione
in cui ora si trovano si può darne spiegazione secondo il modo di
concepire e comporre dei semiti, che è troppo diverso da quello degli
scrittori ariaci. E solo quando ciò non sia possibile, è permesso
tentare fra le ricostituzioni possibili quelle più razionali.
È impossibile per esempio che appartengano allo stesso autore dei
tre capitoli precedenti i due primi versi del XXIV, perchè mentre in
quelli Jahveh ci è rappresentato come parlante a Mosè dalla tenebra
che lo avvolgeva sul Monte Sinai (XX–21), in questi si farebbe
dire a Jahveh che Mosè salisse sul monte con Aron, Nadab e Abihu e
settanta anziani per prostrarsi da lontano, e che egli solo quindi si
avvicinasse. Ma ciò è inconcepibile, quando nei capitoli precedenti
Mosè è rappresentato già vicino a Dio per udirne la rivelazione delle
leggi. Invece col v. 3 XXIV continua naturalmente lʼesposizione del
capitolo XXIII, dicendosi in quello che Mosè venne presso il popolo a
manifestargli le leggi rivelategli da Jahveh. È impossibile altresì che
i vv. 9–11 XXIV siano dello stesso scritto che i vv. 3–8, e facciano
loro seguito, perchè concluso il patto fra Jahveh e il popolo, a che
salirebbero di nuovo sul monte Mosè, Aron, Nadab e Abihù e i settanta
anziani? Ma invece questi versi fanno naturale continuazione ai due
primi dello stesso capitolo, e sono tutti insieme altra narrazione
di diverso autore intorno alla promulgazione del Decalogo e della sua
accettazione per parte del popolo.
È impossibile, per ultimo, che appartengano tutti ad uno stesso autore
i versi 12–18 dello stesso capitolo XXIV, perchè in essi si fa salire
tre volte Mosè sul monte, senza dire mai che ne sia disceso; e perchè
non si sa intendere a quale scopo salire tre volte, quando col salire
altro non si voleva, se non ricevere le tavole della legge e altri
insegnamenti.
Non è impossibile però spiegare come le leggi siano state accolte nella
sua narrazione dallo scrittore Jehovista. Il quale pose per prima la
promulgazione del Decalogo come base di tutta la legge. A questo fece
seguito lʼaltra disposizione contro lʼidolatria e sul culto, (XX,
23–26), frapponendovi di suo come nesso il v. 22. Poi vʼinserì il
piccolo codice XXI–XXIII, 19, cui prepose egualmente come nesso con ciò
che precede il v. 1 del XXI.
Nè è difficile altresì spiegare come trovassero naturale luogo le
ultime disposizioni del piccolo codice sebbene risguardino il culto.
Come abbiamo veduto nel capitolo xxiii si contengono anche nei v. 1–9
piuttosto precetti morali che vere disposizioni legislative, dunque era
facile per lʼassociazione dʼidee, che regola sempre il modo di comporre
dei Semiti, passare al precetto di lasciare ogni sette anni i prodotti
delle terre a vantaggio deʼ poveri.
Nella mente di un Semita lʼidea del settimo anno risveglia quella del
settimo giorno, e quantunque lo scrittore del piccolo codice conoscesse
il Decalogo, ripetè il comando di riposare ogni sette giorni. Ma
essendosi trovato a ripensare al Decalogo ne ripeteva ancora,
riferendosi chiaramente a legge anteriore (v. 13), il comando più
importante, quale è quello contro il politeismo. Quindi, riprendendo
lʼidea per poco interrotta della festa settimanale, passa naturalmente
alle altre tre feste annuali. E da queste al modo come offrire il
sacrifizio, dal sacrifizio alle primizie; e siccome il sacrificio
pasquale era di un agnello, o di un capretto, o tuttʼal più di altro
giovane animale (cfr. _Deut._ XVI, 2), è facile il trapasso al precetto
che proibisce di cuocere i piccoli animali col latte della loro madre.
Tenendo conto di questo nesso fondato soltanto sullʼassociazione delle
idee, si può spiegare come nel Vecchio Testamento non solo possano, ma
talvolta debbano appartenere allo stesso autore anche quei passi che
sembrano a prima vista sconnessi, e malamente insieme combinarsi.
Se a questo modo di figliazione di concetti avessero sempre posto mente
i critici della Bibbia, si sarebbero contentati di trovare diversità
di autori dove solo è necessario, non avrebbero fatto arbitrarie
ricostituzioni fondate le più sopra opinioni personali e soggettive,
e non avrebbero offerto facile modo di rispondere alla pregiudicata
esegesi teologica.
* * * * *
Resta ora a fissare a quale tempo appartengano queste leggi. Forse i
vv. 23–26 del XX sono dello stesso autore che il piccolo codice, ma
nemmeno questo potrebbe con certezza affermarsi. Sembra però che in
ogni caso non ne differiscano per lʼetà, che noi poniamo nel primo
costituirsi a politica vita del popolo ebreo. E questo non può credersi
che avvenisse molto prima di Samuele, anzi più probabilmente nei primi
tempi della sua così detta giudicatura.
A questa conclusione cʼinduce la nessuna menzione in queste leggi di
un luogo fisso di culto, nè del potere reale, nè della dignità dei
sacerdoti, nè dellʼufficio profetico, dimodochè è da tenersi che esse
fossero composte prima che queste istituzioni vigessero; e alcune di
esse non possono porsi più tardi che il tempo da noi indicato.
Ma nemmeno possono credersi anteriori, perchè fino allʼultimo tempo
dellʼera dei Giudici non può parlarsi nel popolo ebreo di una vera e
propria costituzione di vivere civile,[214] per cui si potesse comporre
e promulgare un codice che regolasse la proprietà, e in ispecie la
proprietà rurale, e desse altre disposizioni o rituali o civili, che
soltanto presso un popolo agricolo possono concepirsi.
Si avverta però che accennando allʼetà di Samuele è solo una
determinazione approssimativa che vogliamo dare sulla età probabile
della composizione di queste leggi, chè volerla fissare con certo e
precisissimo criterio non può pretendere una critica cauta, e che non
voglia abbandonarsi ai capricci della fantasia.
* * * * *
Proponendosi lo scrittore Jehovista di fare opera più specialmente
storica,[215] poche dovevano essere le leggi da lui accolte nel suo
scritto, o da lui stesso composte, e queste per di più connesse in modo
con la narrazione che apparissero discendere dalla natura stessa dei
fatti. E però oltre le leggi sovra esposte non pare che nello stato
presente del Pentateuco se ne possano a questo scrittore attribuire
altre, o come da lui composte, o come da più antiche fonti desunte,
se non quella intorno alla costituzione di una primitiva magistratura
(_Esodo_, XVIII, 21–26) e lʼaltra sulla commemorazione della escita
dallʼEgitto (ivi, XII, 21–28, XIII, 3–16).
È naturale che, fatte le leggi, si provvedesse a chi doveva
amministrarle, e una forma molto primitiva di magistratura è quella
di stabilire dei giudici di maggiore o minore autorità, secondo
lʼestensione della loro giurisdizione misurata dal numero di persone
ad esse sottoposte. Quindi troviamo nel citato luogo dellʼEsodo
essere istituiti come giudici dei Chiliarchi, dei Centurioni, dei
Pentacontarchi, e dei Decurioni. Questa istituzione da un antico
narratore[216] è stata riportata a Mosè, il quale lʼavrebbe adottata
per consiglio di suo suocero Jetro; ma la fondazione di tribunali
regolari non è da tenersi anteriore allo stabilimento della legge.
Lʼaltra disposizione per la commemorazione della escita dallʼEgitto è
distinta in tre disposizioni: 1ª sacrifizio pasquale, 2ª precetto di
mangiare nella pasqua il pane azzimo, 3ª consacrazione dei primogeniti.
Chi legga con attenzione il capitolo XII dellʼEsodo facilmente può
accorgersi che appartiene a due distinti autori. Secondo uno di essi
Jahveh comanderebbe a Mosè e Aron di avvertire i figli dʼIsraele
dʼimmolare un agnello o un capretto, di tingerne col sangue le porte
delle case, e di mangiare per sette giorni il pane azzimo, astenendosi
da ogni cibo fermentato (v. 1–10, 14–20).[217] Il punto più notevole in
questo comando è lʼultimo, perchè avrebbe preceduto lʼescita frettolosa
dallʼEgitto.
Invece nei versi che seguono (21–27), Mosè solo e non Aron comanda
agli anziani ciò che risguarda il sacrifizio pasquale, ma nè di pane
azzimo, nè della proibizione del lievito si fa veruna menzione. Anzi
nel v. 39 si narra che gli Ebrei per la fretta avevano dovuto cuocere
la loro pasta prima che fermentasse. Cosa inconciliabile col comando
antecedente, perchè, o fretta, o agio che avessero, non avrebbero
dovuto in alcun modo lasciarla fermentare. Dimodochè il rito contenuto
nei versi 1–10, 14–20, così armonico e compiuto in tutte le sue parti
si è formato dopo lo svolgimento storico, quando ormai si poteva
considerare come fosse stato comandato anticipatamente di un sol
tratto ciò che era stato prodotto da fatti diversi. Imperocchè, mentre
ancora erano in Egitto, fu dato il comando del sacrifizio pasquale con
la ingiunzione di tingere col sangue gli stipiti, acciocchè Jahveh,
facendo morire i primogeniti egiziani, salvasse dallʼeccidio gli Ebrei.
Dopo esciti dallʼEgitto, fu dato il comando di mangiare azzime e
astenersi dal lievito (XIII, 3–10), occasionato dal fatto di non aver
avuto tempo di lasciar fermentare la pasta. E finalmente fu ordinata la
consacrazione dei primogeniti, perchè salvati nella strage di quegli
Egiziani.
Questʼultima legge presenta uno svolgimento rispetto a quella simile
del piccolo codice (XXII, 28–29); perchè in questo si comanda di
consacrare il primogenito, prescrivendo solo il tempo, donde la
consacrazione doveva incominciare. Nella legge jehovistica invece, che
può tenersi come una vera _novella_ relativamente al detto codice,
si prescrive di più che fra gli animali domestici oltre gli ovini
ed i bovini anche degli asini dovevano consacrarsi i primogeniti;
ma, come non offeribili sullʼaltare, dovevano o riscattarsi con un
agnello, o pure accopparsi; e riscattarsi con denaro i primogeniti
umani (XIII, 12–13). È poi nota comune di tutti e tre questi precetti
quello di dover narrare ai figli che ciò si praticava come memoria
della liberazione dallʼEgitto (XII, 26, XIII, 8, 14). Nulla di tutto
ciò nellʼaltra legge, ma precetto indipendente dal fatto storico,
comando teocratico, e del tutto dʼindole religiosa. Di più nellʼuno ci
compariscono come chiamati alla rivelazione Mosè ed Aron, XII, 1, 43;
nellʼaltro il solo Mosè è lʼintermediario fra Jahveh e il popolo.
Non vi può essere dubbio: la legge quale lʼabbiamo nel frammento
XII, 11–13, e poi nei vv. 21–27, e XIII, 3–16, è la più antica e
appartenente al Jehovista, o almeno da lui fu inserita nella sua
narrazione; lʼaltra è dello scrittore elohista, e vi apparisce un
concetto teocratico e sacerdotale.
Lo scrittore jehovista raccoglitore, e forse soltanto in minima parte
autore di queste leggi non viveva secondo lʼopinione di autorevoli
critici molto prima dei grandi profeti del 9º e dellʼ8^[vo]
secolo,[218] anzi di pochissimo può averli preceduti, forse fioriva
durante il regno del 2º Geroboamo, quando lo stato di Samaria raggiunse
il massimo del suo splendore. Ma se nellʼopera sua altre leggi non
raccolse oltre le mentovate, è da vedersi come avvenne la formazione di
tutte le altre parti della legge contenuta nel Pentateuco, e questo è
ciò che ora studieremo.
CAPITOLO VI
DELLA RELAZIONE CRONOLOGICA FRA LE LEGGI DEL PENTATEUCO. ALTRE NOVELLE
AL PRIMO CODICE. RITI DI PURITÀ PER I CIBI (_Levitico_, XI). RITI PER
LE MALATTIE CORPORALI (_Levitico_, XIII–XV). NAZIREATO (_Numeri_, VI).
Per istabilire in quale relazione cronologica stiano fra loro le varie
raccolte legislative del Pentateuco fa dʼuopo osservare come nella
legge ebraica da una parte siasi operato lo svolgimento delle idee
religiose, e dallʼaltra siasi fatto sentire il bisogno di determinare
le relazioni civili di cittadino a cittadino, e dei cittadini con lo
Stato.
Nellʼetà mosaica lo svolgimento dellʼidea religiosa era giunto fino
al concetto del monoteismo personificato nel Dio nazionale Jahveh,
quindi al dovere di rispettarne il nome, e di festeggiarlo col riposo
di un giorno la settimana. Le relazioni civili erano determinate con la
santificazione della famiglia, col rispetto alla vita, alla proprietà e
allʼonore dei cittadini.
Questi sono i principii enunciati nel Decalogo. Una gente ancora
nomade non poteva avere altro svolgimento dʼidee religiose, non poteva
sentire il bisogno di determinare relazioni civili che ancora non
esistevano. Ma stabilitisi gli Ebrei nella Palestina, il bisogno
di istituire leggi intorno al vivere civile doveva per primo farsi
sentire, quindi la formazione del piccolo codice sopra esposto, il
quale contiene molte disposizioni che concernono la libertà personale,
la vita e la proprietà, circondate da sanzioni penali, e poche altre
determinazioni intorno alla religione e al culto oltre quelle stabilite
dal Decalogo. Giova qui però partitamente enumerarle: 1º Confermazione
del principio monoteistico (XX, 23; XXII, 19; XXIII, 13). 2º Modo
di edificare lʼaltare sul quale dovevano offrirsi i sacrifizii (XX,
24–26). 3º Proibizione di ogni superstizione divinatoria (XXII, 17).
4º Consacrazione delle primizie e dei primogeniti (XXII, 28, 29;
XXIII, 19). 5º Proibizione di cibarsi di animali sbranati (XIX, 30).
6º Confermazione di consacrare a Dio un giorno di riposo sopra sette
(XXIII, 12). 7º Le tre feste annuali (ivi, 15–17). 8º Altri precetti
intorno al modo di offrire i sacrificii (ivi, 18). 9º Proibizione di
cuocere un animale col latte della madre (ivi, 19).
Questi pochi precetti religiosi lasciavano del resto piena libertà in
ogni altro particolare del culto; ed è sopratutto notevole che non
sono accompagnati, tranne il 1º e il 3º, da veruna sanzione penale.
Le altre due leggi poi accolte dal Jehovista nellʼopera sua (_Esodo_,
XII, 21–28, XII, 3–16) sono soltanto ampliazioni di quelle da noi qui
annoverate sotto i numeri 4 e 7; ma senza imporre nessuna maggiore
restrizione.
Però è da osservarsi che nel precetto intorno al modo di edificare
lʼaltare si parla di offerire sopra quello due specie di sacrifizii,
detti in ebraico _ʼOloth_ e _Shelamim_, cioè _olocausti_ e _sacrifizii
di pace_, che a differenza dei primi non erano per intiero bruciati
sullʼaltare. Ma degli uni e degli altri si parla, come a ragione
osserva il Böhl,[219] in modo da far supporre che già si conoscesse
quali secondo il rito dovevano essere. Ora la legge nel Pentateuco
non insegna nulla intorno a queste diverse maniere di sacrificii se
non nel Levitico (i, III). Ma sarebbe voler dedurre una conseguenza
eccessiva, se si dicesse che la legge dellʼEsodo XX, 24 suppone di
necessità come anteriore o contemporanea quella del Levitico, perchè
di olocausti e di sacrifizii pacifici non avrebbe potuto parlare, se
altra legge o anteriore o contemporanea non avesse stabilito quali
gli uni e gli altri avrebbero dovuto essere. No, questa sarebbe una
illazione non giusta. Imperocchè gli Ebrei, al pari degli altri popoli,
offrivano sacrifizii anche prima che lor fosse data la legge. Gli
offrivano i patriarchi (_Gen._, XII, 8; XIII, 18; XXVI, 25; XXXIII,
20; XXXV, 7); Mosè, quando chiedeva il permesso al Faraone di condurre
gli Ebrei nel deserto, adduceva come ragione o come pretesto di dover
sacrificare a Jahveh (_Esodo_, v, 3, VIII, 23, X, 25); e secondo la
narrazione biblica, olocausti e sacrifizii pacifici furono offerti
dopo la teofania sul Sinai (XXIV, 5), prima che la legge sacerdotale
del Levitico fosse promulgata. Dunque non solo lʼofferire in genere
sacrificii, ma lʼofferirgli di diversa specie, era un costume prima
che acquistasse forma e validità di rito. Perciò poteva benissimo il
legislatore dellʼEsodo XX, 24 parlare di olocausti e di sacrifizii
pacifici come di cosa cognita, non perchè la legge avesse insegnato che
cosa dovevano essere, ma perchè mediante il costume si sapeva in fatto
che cosa erano.
Ora, intorno allo svolgimento delle idee religiose nel popolo ebreo,
sono da notarsi come principii fondamentali: 1º Il monoteismo che si
va successivamente sempre più epurando fino a proibire il culto delle
imagini. 2º La purità e santità che doveva informare la vita di tutti
i cittadini. 3º La celebrazione di determinate feste e di alcuni
sacrifizii e di offerte. 4º Lʼaccentramento del culto in un solo luogo
consacrato come soggiorno della presenza divina. 5º La istituzione di
una privilegiata casta sacerdotale.
Questi principii, tranne i due ultimi, sono contenuti come in germe
nel piccolo codice. E del primo e del terzo non occorre dare ulteriore
dimostrazione, appalesandosi troppo chiaramente da sè stessi. La
santità poi della vita è enunciata come motivo nel precetto di dovere
astenersi dalle carni degli animali sbranati (XXII, 30).
Ma lʼaccentramento del culto è escluso anzi dal v. 24 del cap. XX (vedi
sopra, pag. 40), e così pure la istituzione di una privilegiata casta
sacerdotale, poichè ministri del culto come offeritori dei sacrifizii
ci sono presentati i giovani di tutto il popolo (XXIV, 5). E se abbiamo
posto la compilazione del piccolo codice circa allʼetà di Samuele,
possiamo dire di averne una conferma nella storia, la quale ci narra:
1º che i luoghi di culto erano ancora più e diversi, trovandoli ora
in _Shilò_ (_Giosuè_, XVIII, 1; 1º _Samuel_, I), ora in _Sichem_
(_Giosuè_, XXIV, 1), ora in _Beth–El_ (_Giudici_, XX, 18–26), ora in
_Ghilgal_, ora in _Mizpà_, ora in _Rama_ (1º _Samuel_, VII, 16, 17; XI,
15), e che si offrivano sacrifizii anche fuori di questi luoghi; 2º
che non erano ancora i Leviti, e molto meno gli Aronidi, riconosciuti
come i soli ministri del culto; imperocchè offrì sacrifizii Gedeone
(_Giudici_, VI, 25 e seg.), gli offerì Manoah (ivi, XIII, 19), e quel
che più monta gli offrì Samuele (1º _Samuel_, VII, 9 e seg.). Il quale
mai nei libri da lui intitolati e che ci raccontano la sua vita, non ci
è presentato come della tribù di Levi, ma anzi ci appare di quella di
Efraim.
Nè è certo da attribuirsi molta fede alla genealogia delle Croniche
(1º, VI, 13) che fa Samuele della tribù di Levi, perchè questo libro
di età molto bassa, è scritto tutto con intendimenti sacerdotali. Ad
ogni modo poi, secondo lʼordinamento teocratico, quale lo abbiamo
nella legislazione ELN, non bastava essere Levita per potere offerire
i sacrificii, ma faceva dʼuopo essere della discendenza di Aron. E
siccome dalle cose accennate apparisce che più erano i luoghi di
culto, e che offrivano i sacrifizi anche uomini di qualunque tribù, si
conclude che nei tempi di Samuele gli Ebrei non erano ancora pervenuti
a tale svolgimento religioso, che imponesse lʼaccentramento del culto e
lʼunica casta sacerdotale.
Se noi ora prendiamo in esame le diverse raccolte di leggi che trovansi
nel Pentateuco, oltre a quella già da noi esposta, troviamo che,
seguendo lʼopinione più comune, senza voler dire con ciò che noi fin
dʼora lʼadottiamo, si possono distinguere in tre. 1º Quella oggi da
molti critici detta il codice sacerdotale (_Esodo_, XXV–XXXI, 17,
XXXV–XL; _Levitico_, I–XVI); 2º un gruppo di varie leggi (_Levitico_,
XVII–XXVII); 3º il Deuteronomio; oltre alcune disposizioni di vario
genere sparse fra le narrazioni del libro del Numeri.
Il grande problema nella legislazione del popolo ebreo sta appunto
nel risolvere come questi diversi strati legislativi si siano formati
e sovrapposti lʼuno allʼaltro, perchè in quanto al riconoscere
lʼanteriorità del piccolo codice (_Esodo_, XX–XXIII), tutti sono
concordi, tanto i tradizionalisti, quanto i razionalisti di tutte le
scuole. Difatti, anche i primi, i quali vogliono tutta la legislazione
del Pentateuco opera di Mosè, riconoscono che il Decalogo e le
leggi che immediatamente gli succedono, furono la prima base di un
insegnamento civile e religioso, di cui le altre che seguono formano
lʼulteriore svolgimento. E i secondi possono differire nel determinare
lʼetà cui sia da attribuirsi detto piccolo codice, facendolo alcuni
della età dei Giudici,[220] altri volendolo anche più antico,[221] e
altri ritardandolo fino al principio dei tempi monarchici,[222] ma
nessuno lo pone posteriore, tranne che al Decalogo, ad alcuna altra
parte legislativa del Pentateuco.[223] Mentre la maggiore discrepanza
di opinioni trovasi nello stabilire la relazione in cui stanno fra loro
le altre compilazioni legislative.
Ossia il codice sacerdotale ha preceduto o seguito il Deuteronomio?
E lʼuno e lʼaltro in quale età sono stati formati? E il gruppo di
leggi del Levitico, XVII–XXVII, quale posto occupa relativamente agli
altri due? E finalmente ognuno di questi tre codici, se così vogliamo
chiamarli, è per sè stato formato come concetto di una sola mente e di
un solo autore, o sono anchʼessi compilazioni di tante diverse leggi e
piccole raccolte di leggi formatesi successivamente in varii tempi,
secondo le diverse opportunità e le diverse esigenze?