e questo soffra qualche rottura, o muoja, se il suo padrone
14. non è presso di quello, lo paghi. Se il suo padrone gli è
presso, non lo paghi. Se è dato a nolo, è venuto per il suo
nolo.
In questa legge sui depositi e sui prestiti si fanno quattro
distinzioni: 1º I depositi di denari o di mobili; 2º la consegna di
animali per essere guardati; 3º la prestazione pure di animali; 4º
la condotta di questi a nolo. In quanto al denaro o ai mobili, il
depositario, in caso che gli siano stati rubati, è creduto sul suo
giuramento per non essere tenuto a veruna indennità. E da ciò prende
occasione il legislatore per istabilire che in ogni causa, nella quale
si contenda per ingiusta appropriazione, quegli che è condannato dai
giudici deve pagare il doppio.
Per gli animali dati in custodia si assolve il depositario dalla
indennità nel caso di morte, di rottura di membra, o di rapimento
violento, o di sbranamento per opera di fiere. Non si assolve però in
caso di rubamento non violento, perchè questo suppone una trascuratezza
non giustificabile, trattandosi di animali che richiedono contro il
furto maggior cura degli immobili. Quando si tratti di prestazione,
quegli che ne ha goduto lʼutile è tenuto a pagare qualunque danno, ogni
qualvolta il proprietario non si trovi presente, perchè, se è presente,
si suppone che egli stesso ne abbia cura. Se finalmente si tratta di
animali presi a nolo, questo si valuta come compenso del danno.
I talmudisti hanno introdotto nella interpretazione di questo luogo
altre distinzioni che non appaiono nel testo.
Secondo loro nei vv. 6, 7 si tratterebbe di un deposito gratuito, per
cui il depositario sarebbe assolto per ogni danno non doloso.
Nei versi 9–12 si tratterebbe di un deposito ricompensato mediante
retribuzione,[188] nel quale il depositario assume una maggior
responsabilità, e ogni danno che non fosse recato da una forza
maggiore, dovrebbe da esso rifarsi al proprietario. Perciò non solo,
come dice il testo, gli animali rubati senza violenza, ma anche quelli
perduti,[189] anche un animale sbranato da piccole fiere, come gatti,
faine e simili, avrebbe dovuto pagarsi dal depositario al depositante;
perchè una maggior cura avrebbe potuto salvarlo. Intendono poi per
animale sbranato soltanto quello che rimanesse vittima di animali
propriamente feroci, come lupi, leoni, orsi, serpi e simili.[190]
Il v. 8 poi non lo intendono come un principio generale relativo ad
ogni impropriazione indebita,[191] ma specifico al caso del deposito,
e vogliono dedurne una disposizione veramente singolare. Se Ruben,
puta il caso, citasse Simeone perchè gli restituisse un oggetto o
una somma depositatagli, Simeone non sarebbe obbligato a giurare, se
negasse intieramente di avere ricevuto il deposito, ma solo nel caso
che confessasse di aver ricevuto in parte ciò che lʼattore pretende.
Lʼobbligo del giuramento nel convenuto sarebbe per i talmudisti imposto
dalla legge non quando questi negasse il fatto, o la specie, ma
soltanto quando facesse opposizione per la quantità.[192] Come pure lo
stesso obbligo del giuramento sʼimporrebbe al convenuto ogni qualvolta
un solo testimonio deponesse a favore dellʼattore; perchè due testimoni
almeno si richiedono per condannare, ma anche uno solo è tenuto
sufficiente per deferire il giuramento al convenuto che neghi.[193]
In quanto finalmente ai danni sofferti dagli animali presi a nolo,
quantunque appaia dalla lettera del testo che non se ne debba essere
responsabili, pure i talmudisti considerarono chi prende a nolo al
pari di chi tiene in custodia per prezzo, e lo tennero responsabile
dei danni cagionati per mala guardia, come la perdita o il rubamento,
e assolto dal risarcimento per tutti i danni cagionati da una forza
superiore.[194]
Dal v. 15 del cap. XXII fino al 19 del xxiii seguono diversi precetti
misti di morale e di religione, nei quali sarebbe vano il voler
cercare una più regolare distribuzione di concetti secondo un ordine
rigorosamente logico. Il primo di questi precetti concerne la seduzione
delle giovani vergini che non sono nemmeno promesse.[195]
15. E quando alcuno seduca una vergine che non sia promessa, e
16. giaccia con lei, deve dotarsela per moglie. Se il padre di
lei ricusi di dargliela, paghi danaro come la dote delle
vergini.
Lʼobbligo imposto al seduttore di sposare la giovane sedotta è quanto
mai morale. Di più la legge vuole che si costituisca alla moglie una
dote. Nel caso poi che il padre della giovane abbia delle ragioni per
opporsi al matrimonio, il seduttore deve pagare una dote che la legge
qui non determina, ma che secondo la più recente legge deuteronomica
(_Deut._, XXII, 29) è fissata in cinquanta sicli dʼargento; come
ratificarono anche i talmudisti.[196] I quali inoltre stabilirono che
anche la ragazza stessa sedotta potesse rifiutare il suo seduttore
come marito, e farsi invece pagare lʼindennità.[197]
Le fattucchiere erano condannate a morte, collʼintendimento di
allontanare da ogni pratica superstiziosa. Si sa poi di quali
deplorabili conseguenze sia stata cagione questa legge biblica, così
male intesa, e tanto peggio applicata da tribunali inquisitorii in età
dominate dalla superstizione.
17. La fattucchiera non lascierai in vita.
Sʼintende bene poi che la legge concerne tutti e due i sessi, ma ha
parlato del sesso femminile, come del caso più comune.[198]
È condannato pure di morte lʼinfame vizio del coito bestiale.
18. Ognuno che si accoppia con animale sarà fatto morire.
E del pari è tenuto come delitto capitale il fare sacrifizi ad altri
Dei, eccetto che a Jahveh.
19. Chi sacrifica agli Dei sarà distrutto, tranne a Jahveh, a lui
solo.
Succede una legge morale intorno alla protezione dovuta ai forestieri,
alle vedove, agli orfani, i quali come esseri più deboli degli altri
hanno bisogno dʼuna più speciale raccomandazione alla umana carità.
E lʼindole eminentemente morale di questo precetto si fa manifesta,
perchè il legislatore non accompagna lʼavvertimento da alcuna sanzione
umana, ma lascia la pena della prevaricazione alla Divina Provvidenza.
20. Il forestiero non trattare violentemente, e non opprimerlo,
21. perchè forestieri foste[199] nella terra dʼEgitto. Qualunque
22. vedova, nè orfano non affliggete. Se tu lʼaffliggerai, quando
23. esclamerà a me, ascolterò il suo grido. E la mia ira si
accenderà, e vi farò perire di spada, e saranno le vostre
donne vedove e i vostri figli orfani.
A questi precetti si unisce molto naturalmente quello della carità
verso i poveri, per cui si raccomanda di non prestare ad usura, e di
non tenere nemmeno come pegno gli oggetti necessarii alla vita.
24. Se denaro presterai al mio popolo, al povero che è presso
di te, non gli sarai duro creditore, non glʼimponete usura.
25. Se prenderai in pegno la veste del tuo compagno, prima del
26. calare del sole glie la restituirai. Perchè quella è la sola
sua coperta, essa è la sua veste per il suo corpo, in che
giacerà? e se egli esclamasse a me, lʼascolterei, perchè
pietoso io sono.
Per lʼintelligenza di questo precetto è necessario ricordare che gli
antichi orientali, e anche oggi i Beduini e gli Arabi, non facendo uso
di letti come i nostri, usano coricarsi avvolti in grandi coperte,
che si suppone i poveri, non possedendo altro, dessero in pegno ai
loro creditori. Si noti in questa come nella precedente legge il tono
esortativo conveniente a quei precetti che debbono riguardarsi come
morali, e più come doveri di benevolenza che di giustizia.
I talmudisti poi vollero vedere in questo passo della Scrittura non
solo un precetto proibitivo dellʼusura, ma una esortazione, anzi un
vero precetto positivo, che impone di sovvenire il bisognoso colla
prestazione gratuita.[200]
In quanto al pegno, interpretando sottilmente, come è loro costume, le
parole del testo, vollero trovarci la permissione di tenere come pegno
durante il giorno le coperte e gli strati da coricarsi, di cui non fa
bisogno se non la notte, e durante la notte gli oggetti di vestiario,
che non abbisognano se non di giorno; con lʼobbligo però nel creditore
di rendere alternativamente ora gli uni ora gli altri. Lasciamo
ai talmudisti la cura di ricercare quanto in pratica fosse possibile
lʼapplicare questa loro interpretazione. Avvertiremo soltanto che essi
restrinsero il precetto biblico della restituzione del pegno al solo
caso che il creditore lo esigesse giuridicamente alla scadenza del
credito, ma non se fosse volontariamente offerto da chi prendeva la
prestazione, quando questa veniva contratta.[201] Assoggettarono pure
il creditore nel primo caso alla sanzione penale della fustigazione, se
non rendesse il pegno.[202]
Si comanda il rispetto a Dio e al rappresentante del potere civile,
vietando dʼinsultarli anche con semplici parole.
27. Dio non bestemmiare, e il principe del tuo popolo non maledire.
Seguono le raccomandazioni religiose di offrire a Dio le primizie e
i primogeniti, e di astenersi dal cibarsi di carni trovate dilaniate
dalle fiere, come costume alieno dalla purità di una gente santa.
28. Le primizie dei tuoi prodotti[203] non ritardare, il
29. primogenito dei tuoi figli darai a me. Così farai ai tuoi
animali bovini e ovini, sette giorni starà [il primo nato]
30. con sua madre, nel giorno ottavo lo darai a me. E gente santa
sarete a me, nè carne nella campagna sbranata non mangerete,
al cane potrete gettarla.
Non entreremo qui in maggiori particolari su questi precetti,
perchè questa raccolta di leggi si restringe su questo punto a un
generalissimo avvertimento. Tutto quanto concerne le offerte dei
primogeniti e delle primizie dovrà avere il suo svolgimento in
altro luogo. Ma qui non possiamo fare a meno di domandare: Come si
consacravano i primogeniti umani? Se ne faceva un cruento sacrifizio
come degli animali? Si consacravano a Dio come suoi ministri? (_Num_.,
III 45; VIII, 16–18). Si riscattavano per mezzo del denaro? Vedremo a
suo luogo che le leggi più recenti (_Esodo_, XIII, 13) escludono del
tutto il sacrifizio cruento, e ammettono lʼultimo modo di consacrazione
per mezzo del riscatto. Ma il nostro testo, dopo aver detto «darai a me
il primogenito dei tuoi figli», soggiunge: «così farai ai tuoi animali
bovini e ovini»; e come di questi si può a buon diritto pensare che
fossero immolati sullʼaltare, parrebbe, stando alla lettera, che non
altrimenti dovesse farsi dei primogeniti umani. Ma per poco che si
rifletta, questa interpretazione così letterale non è accettabile.
Che gli Ebrei al pari di altri popoli abbiano nei più antichi tempi
praticato i sacrifizi umani, non vogliamo negare, e la leggenda
del sacrifizio dʼIsacco, quantunque non portato a compimento, e il
voto di Jefte, stanno a dimostrare che dal costume del popolo erano
consentiti. Lo stesso comando della legge che vieta di offrire i figli
al Dio Moloch (_Levit._, XVIII, 21, XX, 2, _Deut._, XVIII, 10) prova
che anche gli Ebrei al pari dei Fenici e di altri popoli circonvicini
si abbandonavano a una pratica non meno feroce che superstiziosa. Ma
lʼesistenza di un costume nel popolo è cosa ben diversa dal precetto
legislativo. E dal tutto insieme della legge ebraica non se ne può
dedurre che imponesse il sacrifizio dei primogeniti umani, anzi vi è
qualche cosa che vieta assolutamente di ammetterlo. Lʼuso di dare al
primogenito la doppia parte nella eredità, uso convalidato poi dalla
legge, sembra antichissimo; come avrebbe potuto questo coesistere col
precetto religioso di sacrificare i primogeniti a Dio? Che nei tempi
più antichi talvolta il primogenito sia stato immolato sullʼaltare, o
bruciato al Dio Moloch, potrà essere anche accaduto; ma che il testo
della legge, di cui ora ci occupiamo, abbia voluto imporre e consacrare
questa crudele costumanza, non ci sembra ammissibile.[204] Del resto,
la frase del testo _darai a me_, non è quella più frequentemente usata
per esprimere il sacrifizio, e si può intendere come una consacrazione
a Dio, o per prestare servigio sacerdotale nelle ceremonie del culto,
o per essere sottoposti a un riscatto da darsi ai sacerdoti. Vi è poi
da osservare che nemmeno dei primogeniti degli animali si faceva
vero e proprio sacrificio, ma la loro consacrazione consisteva nel
non sottoporli ad alcuna specie di lavoro (_Deut._, XV, 19), e nel
farne un convito sacro, fosse questo celebrato dai proprietarii, come
vuole il deuteronomista (ivi, 20), o dovessero i primogeniti donarsi
ai sacerdoti, come si dispone in altro luogo del Pentateuco (_Num._,
XVIII, 15–18). Il termine di confronto adunque che si legge nel nostro
testo non va inteso in senso ristretto al modo della consacrazione, ma
in senso lato al dovere in genere di consacrare i primogeniti, tanto
degli animali, quanto degli uomini, applicando poi ad ognuno di essi
quel modo diverso di consacrazione che meglio si conveniva.
Nellʼultima parte di questa raccolta di leggi vi è minor ordine nella
distribuzione delle materie, che nei due capitoli che siamo venuti sino
a qui esponendo. Forse è avvenuta ancora qualche interpolazione come
nel XXIII, 9, che ripete soltanto il precetto del XXII, 20, o è stata
fatta dallʼultimo compilatore una fusione di elementi tratti da fonti
diverse. Noi ci restringeremo per ora a tradurre, soggiungendo quello
che di più importante vi hanno innovato i talmudisti.
XXIII.1. Non proferire notizie false, non porre la tua mano con
2. lʼempio per essere testimone dʼingiustizia. Non seguire i più
per far male. Non far da testimone in una causa, in modo da
3. seguire i più per torcere la giustizia. E nemmeno il povero
devi rispettare nella sua causa.
Dal v. 2 i talmudisti hanno voluto dedurre che nei giudizii capitali
non sarebbe bastata la maggiorità di un sol voto per condannare, ma
se ne richiedevano almeno due.[205] Mitissima disposizione, e anche
altamente commendevole, se vuolsi; ma in verun modo desumibile da
questo testo, che è un avvertimento generale per distogliere dal
seguire i più, quando si diano al male, giacchè il numero non sarebbe
ragione giustificante.
Lʼamore dei nemici è insegnato con i seguenti due pratici esempi:
4. Quando incontri il bove del tuo nemico, o il suo asino
smarrito, glie lo restituirai.
5. Quando vedrai lʼasino del tuo avversario oppresso sotto il
suo carico e tu ti asterresti dallʼajutarlo,[206] devi anzi
insieme con lui ajutarlo.
Sʼimpone di amministrare rettamente la giustizia, accogliendo le
ragioni dei deboli come dei potenti, e sopratutto di non pervertirla,
lasciandosi corrompere da motivi di personale interesse.
6. Non pervertire il giudizio del povero nella sua causa.
7. Da cose false tienti lontano, nè innocente nè giusto non
8. uccidere, perchè non assolverò lʼempio. E dono non prendere,
perchè il dono accieca i veggenti, e perverte le parole, dei
9. giusti. E non opprimere lo straniero, giacchè voi conoscete
lʼanima dello straniero, essendo stati stranieri nella terra
dʼEgitto.
Una disposizione caritatevole a favore dei poveri era quella di
lasciare ogni sette anni a loro profitto tutto il prodotto dei campi.
10. Sei anni seminerai la tua terra, e raccoglierai il suo
11. prodotto. E il settimo lo lascerai e lo abbandonerai, e
mangeranno i poveri del tuo popolo, e il loro avanzo lo
mangerà lʼanimale della campagna; così farai alle tue vigne e
ai tuoi oliveti.
Lʼanfibologia che può nascere nel testo ebraico, nel quale il pronome
del v. 11 può riferirsi egualmente al nome _terra_ come a quello
_prodotto_, in lingua ebraica ambedue femminili, ha fatto sì che questo
nostro luogo sia stato inteso, come se ogni sette anni si dovesse
non solo rilasciare il prodotto ai poveri, ma anche tralasciare la
coltivazione della terra e far riposare i campi. Donde la legge del
Levitico (XXV, 2–7) sullʼanno sabbatico, e tutte le prescrizioni
rabbiniche che ne derivano, di cui a suo luogo diremo lʼoccorrente.
Ma qui non vʼha dubbio che la retta interpretazione è che si tratta
soltanto di lasciare i prodotti a vantaggio dei poveri.[207]
Alcuni precetti sul sabato, sulle altre feste annuali, e altre
ceremonie del culto o rituali pongono fine a questa raccolta di leggi.
12. Sei giorni farai i tuoi lavori, e nel giorno settimo
riposerai, acciocchè riposi il tuo bove, il tuo asino, e
respirino il figlio della tua serva[208] e il forestiere.
13. E in tutto ciò che vi ho detto ponete cura, e il nome di
altri Dei non rammentate, non si senta sulla tua bocca.
14. 15. Tre volte festeggerai a me nellʼanno. La festa delle azzime
osserverai, sette giorni mangerai azzime, come ti ho
comandato, nel tempo del mese della primavera, chè in esso
escisti dallʼEgitto, e non sarà veduta la mia presenza a
16. vuoto.[209] E la festa della mèsse, delle primizie delle tue
opere che avrai seminato nel campo; e la festa della raccolta
al finire dellʼanno, quando raccoglierai i tuoi lavori dal
17. campo. Tre volte allʼanno si vedrà ogni tuo maschio dinanzi
18. il Signore Jahveh. Non verserai con il lievito il sangue del
mio sacrifizio, e non pernotterà il grasso del mio sacrifizio
19. pasquale fino alla mattina. Il principio delle primizie
20. della tua terra porterai nella casa di Jahveh tuo Dio. Non
cucinerai il capretto col latte di sua madre.
Al piccolo codice, che siamo venuti sino a qui traducendo ed esponendo,
fa seguito la promessa della conquista della Palestina insieme col
comando di non fare alcun patto di alleanza con gli antichi abitanti,
i quali sarebbero stati da Jahveh a poco a poco distrutti, ma non
di un sol tratto, perchè il paese non avesse a rimanerne deserto e
inculto (XXIII, 20–33). Questa è unʼappendice che, secondo tutte le
probabilità, non formava in origine parte integrale del codice, ma
appartiene allo scrittore Jehovista, tanto per i concetti, quanto
per la forma. Come pure è da riportarsi allo stesso autore altra
disposizione di diritto pubblico internazionale cioè la guerra a morte
indetta alla gente amalechita (_Esodo_, XVII, 14–16), alla quale, come
agli altri popoli antichi abitatori della terra da conquistarsi, non
doveva darsi quartiere veruno. Queste fiere disposizioni di diritto
bellico avevano la loro spiegazione e anche giustificazione nel
principio naturale della lotta per lʼesistenza. Vedremo a suo luogo
per altri popoli nemici leggi più miti (_Deut._, XX, 10–15). Ed ecco
ora come a nostra opinione si può spiegare la formazione attuale dei
capitoli XIX–XXIV dellʼEsodo.
Posto che il Decalogo sia antichissimo, e possa risalire fino ai
tempi mosaici, ne sembra ragionevole ammettere che tanto lo scrittore
Jehovista quanto lʼElohista, lo abbiano accolto nei loro scritti,
facendolo ognuno precedere da quel preambolo e seguire da quella
conclusione, che più erano consentanei al loro intendimento generale.
Il compilatore, che qui, come da per tutto, ha fuso insieme le diverse
narrazioni, non poteva ammettere il Decalogo più di una volta, ma ha
insieme combinato i preamboli e le conclusioni dei diversi autori, e ne
è nata quindi quella confusissima miscela che già sopra abbiamo notato,
rispetto ai capitoli XIX e XXIV. Ma in tutti questi capitoli la fonte
principale, a cui spetta la maggior parte, è a parer nostro quella del
Jehovista. Questo scrittore aveva innanzi a sè il Decalogo, le due
leggi XX, 23–26, e il piccolo codice XXI, 1–XXIII, 19, e gli ha accolti
nellʼopera sua, non senza permettersi forse alcune interpolazioni, nel
corpo dello stesso codice, alle quali appartengono principalmente: 1º
La legge a favore dei forestieri ripetuta due volte (XXII, 20 e XXIII,
9) quasi con le stesse parole, dimodochè o nellʼuno o nellʼaltro luogo
deve giudicarsi inserzione di altra mano. 2º Le parole del v. 15 «sette
giorni mangerai azzime come ti ho comandato», perchè suppongono una
legge anteriore, che, come diremo più innanzi, non esisteva ancora al
tempo della composizione di questo codice.
Lo scritto Jehovistico poi per ciò che concerne la promulgazione del
Decalogo e delle leggi che gli fanno seguito dopo il capitolo XXIII
continua nel XXIV, incominciando dal v. 3 fino a tutto lʼ8, nel quale
si conclude il patto fra Jahveh e il popolo. Le obbiezioni fatte dal
Vellhausen[210] contro la possibilità che il Decalogo e le leggi dei
capitoli XXI–XXIII con la loro conclusione nel capitolo XXIV, formino
un sol tutto, hanno valore soltanto nella ipotesi di questo stesso
critico, il quale suppone due libri originarii uno jahvistico (J) e
lʼaltro elohistico (E) da cui un più tardo compositore da lui detto
Jehovistico (JE) abbia formato la sua compilazione aggiungendovi ancora
non poco di suo. Ma lʼesistenza di uno scritto jahvistico, o come altri
dicono del primo Jehovista, da cui un secondo dello stesso genere abbia
con altri elementi compilato il suo, a noi pare una ipotesi molto
lontana dallʼessere dimostrata, non ostante lʼabilità e lʼacume spesovi
intorno da valentissimi critici.
Che i primi quattro libri del Pentateuco siano composti da uno
scrittore jehovista e da un altro elohista insieme combinati da un più
recente compilatore, è un resultato, cui è giunta la critica, che non
può mettersi in dubbio.
Che tanto il Jehovista quanto lʼElohista si siano in parte giovati di
altri documenti più antichi non può neanche questo mettersi in dubbio.
Ma che questi documenti più antichi formassero uno o più scritti che
avessero in loro stessi unità di concetto e di autore è molto lungi
ancora dallʼessere dimostrato. Badando bene al modo come questi
documenti si trovano e nello scritto jehovista e in quello elohista,
è ipotesi più ragionevole credere che fossero piccoli scritti isolati
formatisi successivamente in diverse età, e secondo vario concetto. Se
concernono la parte narrativa, erano leggende formatesi secondo certe
idee prevalenti o nelle scuole sacerdotali o in quelle profetiche; se
concernono la parte legislativa, erano o raccolte di leggi o anche
leggi isolate, concepite e scritte secondo le successive occorrenze
e opportunità sociali. Così per non escire per ora da quei passi
che hanno fin qui formato oggetto del nostro studio, noi diciamo che
esisteva il Decalogo fino dai tempi mosaici; che fu promulgata più
tardi la legge intorno alla costruzione dellʼaltare, e circa negli
stessi tempi, il codice dellʼEsodo, XXI–XXIII, 19; e tutte e tre furono
accolte dallo scrittore Jehovista nella sua opera storica, come vi
furono accolte ancora altre leggi, e di altre egli stesso fu lʼautore.
Fra quelle del primo genere noi crediamo di dover porre quella che fa
seguito al Decalogo sulla proibizione delle immagini e sul modo di
costruire lʼaltare, perchè il comando di edificarlo o di terra o di
pietre non tagliate e di salirvi non per mezzo di gradini rivela uno
stato di civiltà molto incipiente, anteriore alla età cui probabilmente
può riportarsi lo scrittore Jehovista. Dimodochè è inutile ancora il
supporre come lʼEwald[211] e altri lʼesistenza di un così detto Libro
del Patto. Se nellʼEsodo XXIV, 7 si trova questo nome, la spiegazione
che naturalmente ci si presenta è che lo scrittore Jehovista ha dato
questo nome al Decalogo e alle leggi che gli fanno seguito, perchè
sopra di loro si fondava il patto fra Jahveh e il popolo.