1º Io Jahveh tuo Dio che ti feci escire dalla terra dʼEgitto.

2º Non siano a te altri Dei.

3º Non pronunziare il nome di Jahveh tuo Dio in vano.

4º Rammenta il giorno del sabato.

5º Onora tuo padre e tua madre.

6º Non uccidere.

7º Non commettere adulterio.

8º Non rubare.

9º Non deporre testimonianza falsa.

10º Non desiderare qualunque cosa del tuo compagno.[75]

Ridotta in tal modo la primitiva composizione del Decalogo, anche le

differenze fra le due lezioni sono in gran parte diminuite. Rimane

nel quarto comandamento la lezione del Deuteronomio: _osserva il

giorno del sabato_, invece che _rammenta_. Ma qui la differenza è così

piccola che non può presentare alcuna difficoltà, se pure non vogliamo

spiegarla come alcuni critici, i quali credono più recente la versione

del Deuteronomio. In questa ipotesi starebbe bene nella lezione più

originale la parola _rammenta_, come una esortazione ad aver ognora

presente alla memoria un precetto che per la prima volta veniva

imposto; mentre in una versione posteriore, quando già lʼosservanza del

precetto era divenuta abituale, era più propria lʼespressione osserva,

tanto più che vi si soggiunge: _come ti comandò Jahveh tuo Dio_; parole

che chiaramente alludono a un comando antecedente.

Così questa osservazione ci conduce naturalmente a risolvere anche la

prima delle tre quistioni proposte, cioè quale delle due lezioni del

Decalogo sia anteriore. Originaria abbiamo detto che non sia nè lʼuna

nè lʼaltra, ma anteriore è forse da tenersi quella dellʼEsodo.[76] Lo

proverebbe in prima lʼespressione ora citata in quanto al precetto del

sabato.

In secondo luogo lʼautore stesso del Deuteronomio nelle parti che

precedono e seguono immediatamente al Decalogo (v, 2–5, 22–27) dice a

chiare note di riferirsi alla promulgazione anteriore di esso, e di

non fare altro che ripeterlo; nè i più arditi tra i critici negano che

questi passi siano di uno stesso autore.[77]

In terzo luogo osserva con molta finezza il Reuss,[78] ma non perciò

con minor ragione, la differenza nellʼultimo comandamento denoterebbe

uno svolgimento dʼidee da dimostrare una età più recente nella versione

del Deuteronomio. NellʼEsodo si proibisce di desiderare la casa del

compagno, e poi si enumerano come varii contenuti della casa la moglie,

i servi, il bestiame. Nel Deuteronomio invece si pone in prima la

moglie come un essere a sè, come quello che ha diritto di persona, e

poi si parla della casa, del campo, dei servi e degli animali. Questo

maggiore rispetto alla dignità della donna, è segno forse di civiltà

più avanzata.

Da ultimo la differenza fra le due ragioni addotte per il riposo del

sabato hanno fatto ai critici seguire diversa opinione sullʼetà delle

nostre due versioni.

Imperocchè quelli che tengono relativamente recente il primo capitolo

del Genesi, credono per conseguenza posteriore la versione dellʼEsodo,

ove si connette il riposo del sabato coi sette giorni della creazione.

Al contrario coloro che tengono quel capitolo del Genesi come

antichissimo, vedono anche in questo punto una ragione di più per

riconoscere anteriore a quella del Deuteronomio la versione dellʼEsodo.

Ma senza voler qui decidere una quistione tanto complessa e dipendente

dallʼesame di tante altre parti della Scrittura, quale è quella della

età cui possa risalire il primo capitolo del Genesi, diremo che,

conceduta pure la relativa modernità di questo passo, si può sempre

tenere anteriore nel suo tutto la versione dellʼEsodo, e interpolazione

più recente la ragione del riposo del sabato.[79]

Imperocchè, per mettere in accordo almeno questa versione del Decalogo

col concetto generale che domina nella legislazione ELN, può essere

stata aggiunta questa ragione; mentre nel Deuteronomio il finale

compilatore lasciò quella che già dal Deuteronomista era stata

posta. Nè ciò parrà difficile ad ammettersi, se si riflette che le

modificazioni e aggiunte tanto al Decalogo, quanto alle altre parti

più. antiche della legge, sono state fatte probabilmente in parte, dai

narratori jehovista ed elohista, che le hanno accolte nelle loro opere,

e in parte dai successivi compilatori.

Risolute in questo modo le quistioni intorno al Decalogo in sè

stesso considerato, non si può fare a meno però di esaminarlo anche

in relazione col quadro narrativo, nel quale è posto secondo la

Scrittura. Assumiamolo in poche parole. Nel terzo mese dopo lʼescita

dallʼEgitto gli Ebrei giunti al deserto del Sinai si sarebbero

accampati di faccia al monte di questo nome. Mosè salitovi in cima

avrebbe avuto ordine da Jahveh dʼimporre al popolo di tenersi pronta

per il terzo giorno, nel quale sarebbe avvenuta la rivelazione alla

presenza di tutti. E in mezzo a lampi e a tuoni Jahveh stesso avrebbe

proferito i dieci comandamenti uditi da tutto il popolo. Il quale

però atterrito da questo genere di teofania avrebbe detto a Mosè che

quindi innanzi parlasse egli solo con Jahveh, perchè avevano paura

di essere sorpresi dalla morte a così tremenda apparizione. Difatti

il popola si allontana, ma viene quindi fra esso e Jahveh sancito il

patto, e Mosè salito sul monte vi resta quaranta giorni. A che questi

fossero impiegati, se a ricevere le tavole dei dieci comandamenti, o

le leggi successivamente esposte nei capitoli XXI–XXIII dellʼEsodo,

o il disegno del tabernacolo e i riti di quanta atteneva al culto, o

meglio per tutti e tre questi oggetti, non resulta molto chiaro dalla

biblica narrazione quale oggi lʼabbiamo. Fatto sta che durante questi

quaranta giorni, impazientiti glʼIsraeliti di tanto indugio, avrebbero

fatto il vitello o bove dʼoro come imagine di Jahveh, da doversi

riconoscere per il Dio liberatore dalla schiavitù egiziana e da doversi

adorare. Mosè, quantunque prevenuto da Jahveh di questa ribellione

del popolo, avrebbe allo scendere dal Sinai sentito tanto orrore di

vedere unʼimagine idolatrica, che avrebbe spezzato le due tavole della

legge. Passiamo in silenzio le altre circostanze che non si connettono

col Decalogo. Diciamo soltanto che rotte le due prime tavole, dopo

che Jahveh alle intercessioni di Mosè avrebbe conceduto al popolo il

perdono, avrebbe ancora comandato al profeta di scolpire altre due

tavole che contenessero gli stessi comandamenti come le prime, e perciò

Mosè sarebbe stato sul monte Sinai altri quaranta giorni.

Prescindiamo da tutto ciò che questa narrazione contiene di

maraviglioso e soprannaturale, e pure restringendoci allʼesame del modo

come la Scrittura espone il fatto, resteremo convinti che più non vi si

trova se non la memoria confusa di una leggenda tradizionale conservata

in più documenti scritti, combinati poi insieme dallʼultimo compilatore.

Imperocchè nel breve assunto che abbiamo fatto della teofania sul Sinai

abbiamo seguito lʼopinione tradizionale, che ha tentato di ricondurre a

concorde armonia elementi fra loro pugnanti; ma se leggiamo i capitoli

XIX, XX, XXIV dellʼEsodo vi troviamo tale confusione, che ci dobbiamo

subito persuadere che non può un solo scrittore avere nè immaginato nè

raccontato che i fatti siano accaduti in tal modo.

Nei primi 19 versi del capitolo XIX, se togliamo i due emistichi 2_a_

e 9_b_, tutto il rimanente è abbastanza in sè stesso armonico ed

uno. Lʼemistichio 2_a_ non può essere dello stesso scrittore, perchè

questi nel primo verso narra: «Nel mese terzo della escita dei figli

dʼIsraele dalla terra dʼEgitto, in questo giorno vennero nel deserto

di Sinai». Ora è impossibile che dopo aver ciò narrato, lo stesso

autore soggiunga, come abbiamo nellʼemistichio 2_a_, «e si partirono da

Refidim, e vennero nel deserto di Sinai, e si accamparono nel deserto»;

perchè il partirsi da Refidim non può essere succeduto allʼesser

giunti nel deserto del Sinai, e perchè sarebbe ripetuto due volte con

immediata successione di parole il fatto di esser giunti nel deserto

e di esservisi accampati. Mentre, sopprimendo lʼemistichio 2_a_, le

parole si succedono in perfetto ordine logico.

È evidente poi ad ogni lettore che il 9_b_ «e manifestò Mosè le parole

del popolo a Jahveh» non fanno se non ripetere quello che già era stato

detto nella ultima parte del v. 8, dimodochè questi due emistichi 2_a_

e 9_b_ sono da tenersi come provenienti da altre fonti, accolti, come

di solito, dal compilatore nellʼultima composizione. Il quale avrà

aggiunto di suo le prime quattro parole del v. 10, rese necessarie

per riprendere il filo del discorso, interrotto mediante lʼinserzione

dellʼemistichio 9_b_.

Abbiamo poi dal v. 20 al 25 una ripetizione dì fatti già narrati nei

precedenti 19 versi. La discesa di Jahveh sul monte Sinai, la chiamata

di Mosè, la sua ascensione, e lʼavvertimento al popolo di tenersi

lontano. E per peggio, non vi è solo ripetizione nelle due parti di

questo capitolo, ma anche contraddizione; perchè, mentre nei primi 19

versi appare chiaramente che solo Mosè doveva salire sul Sinai, nel

v. 24 si dice che con lui sarebbe asceso anche Aron. Il v. 22 contiene

poi unʼavvertenza speciale per i sacerdoti ammoniti anchʼessi di

santificarsi, quantunque consueti di appressarsi a Jahveh. Queste due

circostanze mostrano che questo frammento appartiene a scrittore che

voleva usare un riguardo alla casta sacerdotale, perciò crediamo che a

ragione lo Schrader[80] lo attribuisca al narratore teocratico.[81]

Dopo lʼesposizione del Decalogo, nel v. 21 del capitolo xx troviamo che

Mosè di nuovo ritorna presso la tenebre che avvolgeva la divinità.

Nel capitolo XXIV, 1 si narra che Mosè ascende ancora sul monte,

e con lui Aron, i due figli di questo Nadab e Abihu, e i settanta

anziani;[82] dal v. 12 al 15 si parla di unʼaltra ascensione di Mosè

accompagnato almeno fino a un certo punto da Giosuè suo ministro; e

finalmente nellʼultimo frammento, v. 16–18, abbiamo unʼaltra vocazione

di Mosè, dopo che la gloria divina sarebbe stata per sei giorni avvolta

nelle nubi, e unʼaltra ascensione sul Sinai, ove si sarebbe trattenuto

quaranta giorni e quaranta notti. A che fine tutto questo salire e

questo scendere ripetute volte non si può in alcun modo capire. Le

difficoltà qui, come in moltissimi altri luoghi, non si spiegano, se

non con lʼammettere più narrazioni originarie che non da un solo,

ma da successivi compilatori sono state in tal modo non combinate,

ma confuse insieme, e perciò è ora impresa difficilissima quella di

distinguerle nettamente e ristabilirle nella loro forma primitiva.[83]

Per il nostro assunto basta ciò che abbiamo accennato; il tentativo di

una ricostituzione delle fonti da cui lʼattuale narrazione è formata,

se pur lo credessimo possibile a riuscire, qui non è necessario. E

opportuno però fermarsi alquanto intorno allʼultima ascensione di

Mosè sul Sinai, narrata nel cap. XXXIV, che sarebbe avvenuta dopo

lʼadorazione del vitello dʼoro, per avere da Jahveh due altre tavole

dei dieci comandamenti, avendo egli, per isdegno alla vista dellʼidolo,

rotto le prime (XXXII, 19).

Ma dopo la teofania, nella quale sarebbe avvenuta la consegna di

queste seconde tavole, che per lʼopinione tradizionale sarebbero state

copia delle prime, segue tutto un passo, in parte parenetico, in parte

precettivo, che per il modo come è stato inteso da alcuni critici, è

dʼuopo vedere per intiero. Jahveh dunque così avrebbe parlato a Mosè:

XXXIV 10. Ecco io stabilisco un patto: dinanzi tutto il tuo popolo

farò prodigi, che non furono creati in tutta la terra e in

tutte le genti; e vedrà tutto il popolo, in mezzo al quale

tu sei, lʼopera di Jahveh, che è prodigiosa, quella che io

11. opero con te. Osserva ciò che io ti comando oggi: ecco io

caccio dalla tua presenza lʼEmoreo, il Cananeo, lʼHittita,

12. il Perizita, lʼHivveo, e il Jebusita.[84] Riguardati dallo

stabilire patto con gli abitanti della terra, nella quale

13. tu vai, acciocchè non siano dʼinciampo in mezzo a te. Ma

demolirete i loro altari, e spezzerete le loro statue, e le

14. loro Asherot[85] distruggerete. Anzi non tʼinchinerai ad

altro Dio, perchè Jahveh, il cui nome è il Geloso, Dio geloso

15. egli è. Non istabilire patto con gli abitanti della terra, i

quali errano dietro i loro Dei, e sacrificando ad essi, ti

16. chiamerebbero, e tu mangeresti del sacrifizio. E prenderesti

delle loro figlio per i tuoi figli, ed errerebbero le loro

figlie dietro i loro Dei, e farebbero errare i tuoi figli

17. 18. dietro i loro Dei. Dei di getto non ti farai. Osserverai la

festa delle azzime, sette giorni mangerai azzime, come ti

ho comandato, nel tempo del mese della primavera, perchè

19. nel mese della primavera escisti dallʼEgitto. Ogni apertura

di matrice per me, e in tutto il tuo armento ciò che avrai

20. maschio primo nato, o bove, o agnello. E il primo nato

dellʼasino riscatterai con un agnello, e se non vorrai

riscattarlo, lʼaccopperai: ogni primogenito fra i tuoi figli

riscatterai; e non si vedrà la mia presenza a mani vuote.[86]

21. Sei giorni lavorerai, e nel giorno settimo riposerai,

22. dallʼarare e dal mietere riposerai. E osserverai la festa

delle settimane nelle primizie della mèsse del grano, e la

23. festa della raccolta al volger dellʼanno. Tre volte allʼanno

si vedranno tutti i tuoi maschi alla presenza del Signore

24. Jahveh Dio dʼIsraele. Imperocchè caccerò le genti dinanzi a

te, ed estenderò il tuo territorio, e niuno desidererà la tua

terra, quando tu andrai a presentarti dinanzi Jahveh tuo Dio

25. tre volte allʼanno. Non verserai con il lievito il sangue del

mio sagrifizio, e non rimarrà fino alla mattina la carne del

sacrifizio pasquale. Il principio delle primizie della tua

26. terra porterai nella casa di Jahveh tuo Dio: non cucinare il

capretto con il latte della madre.[87]

In questo passo si è voluto da alcuni critici trovare un altro

Decalogo[88] e, spingendo le cose fino alle ultime conseguenze, si è

preteso che questo fosse il più antico, mentre quello da noi sopra

esposto si sarebbe formato in un tempo di più avanzata civiltà. Questo

invece, più conveniente a un popolo rozzo, si sarebbe ristretto ai

soli precetti della religione e del culto. Ma venendo a specificare i

dieci precetti, quegli stessi che propongono e sostengono come vera

tale interpretazione non sono dʼaccordo nel computare le dieci parti

di questo preteso Decalogo; nè avrebbe utilità prenderle tutte in

esame. Vediamo pure quella del Wellhausen,[89] il quale riduce i dieci

comandamenti in questo modo: 1º Non adorare altri Dei; 2º non farsi

Dei di getto; 3º festeggiare la pasqua delle azzime; 4º consacrare i

primogeniti; 5º lavorare sei giorni, e riposare il settimo; 6º tre

volte allʼanno comparire tutti i maschi alla presenza di Jahveh; 7º non

mischiare con il lievito il sangue del sacrifizio; 8º non lasciare

fino alla mattina il grasso del sacrifizio pasquale; 9º portare nella

casa di Jahveh il meglio delle primizie; 10º non cuocere il capretto

col latte della madre.

Per ottenere questo computo il Wellhausen è costretto a tenere come

interpolato il verso 22, che impone lʼosservanza della festa delle

settimane, e lʼaltra della finale raccolta dei frutti nellʼautunno.

Con quanta ragionevolezza si voglia sopprimere questo verso, mentre

è naturale, dopo aver comandato lʼosservanza della pasqua, parlare

anche delle due feste annuali, ogni discreto lettore può facilmente

intendere. Nè bastava accennare in termini generali che tre volte

allʼanno ogni maschio doveva presentarsi al cospetto di Jahveh, perchè

questa è pratica di culto diversa dalla semplice celebrazione della

festa, che avrebbe potuto farsi in ogni luogo, senza recarsi alla

presenza del Signore. Il Göthe che mantiene lʼautenticità di questo

verso, conta come un solo precetto i due primi intorno al politeismo

e allʼidolatria. Il Reuss invece cade in altra difficoltà. Mantenendo

lʼautenticità del v. 22, computa come un solo comando quello relativo

alle due feste; e per non trovarsi con un comando di più, computa

ancora come uno solo i due diversissimi precetti di non mischiare il

lievito col sangue del sacrifizio, e di non fare avanzare dellʼagnello

pasquale fino alla mattina successiva.

Fatto sta però che, riducendo pure i comandamenti di questo luogo al

minor numero possibile, meno di dodici non se ne possono trovare.

1º Proibizione del politeismo (v. 14).

2º Proibizione dellʼidolatria (v. 17).

3º Festa delle azzime (v. 18).

4º Consacrazione dei primogeniti (v. 19, 20).

5º Riposo del sabato (v. 21).

6º Festa delle settimane (v. 22_a_).

7º Festa della raccolta (v. 22_b_).

8º Presentazione dei maschi dinanzi a Dio tre volte

allʼanno (v. 23).

9º Non mischiare il lievito col sangue del sacrifizio (v. 25_a_).

10º Non fare avanzare dellʼagnello pasquale fino

alla mattina successiva (v. 25_b_).

11º Consacrazione delle primizie (v. 26_a_).

12º Proibizione di cuocere il capretto col latte della madre

(v. 26_b_).

Questo computo, fatto secondo una lettura spassionata e non

preconcetta del testo, rilega nel campo delle ipotesi ingegnose ma

non corrispondenti a realtà, quella di un altro Decalogo, quantunque

sia sostenuta da valentissimi e dottissimi critici. Ma è innegabile

che spesso il desiderio di proporre cose nuove, e lʼamore poi di

sostenerle, fa non tanto di rado fuorviare dal retto sentiero; mentre

una critica più modesta esce meno facilmente dal vero.

Resta per altro una difficoltà a risolvere. Le cose dette nel passo

testè tradotto sono ripetizione di ciò che era stato già detto o nel

Decalogo o nel capitolo XXIII (12–24). Di ripetizioni nel Pentateuco se

ne trovano tante, come sopra già abbiamo dimostrato (pag. 30–37), che

non fa bisogno ricorrere ad ipotesi poco sostenibili per darne ragione:

si spiegano invece col principio generale dei diversi documenti

originarii insieme combinati. In questo luogo poi si può anche meglio

spiegare come un più recente narratore abbia ripetuto cose che altri

già aveva dette.

Il patto stabilito da Dio col popolo era stato rotto per lʼadorazione

dellʼidolo, secondo il concetto dei diversi narratori, siano essi

profetici o sacerdotali, ed era stato rotto ancora per avere Mosè

spezzato le prime tavole: qui si tratta di ristabilirlo.

È naturale che si ripeta la principale condizione richiesta, acciocchè

il patto possa mantenersi; cioè quella di non adorare altri Dei, di

mantenersi fedeli a Dio, e di non seguire il culto praticato dagli

altri popoli della Palestina. Ma è naturale ancora che, proibiti i

culti politeistici e idolatrici, si accennino altresì per sommi capi

le pratiche del culto voluto da Jahveh, ciò che si fa precisamente nei

vv. 17–26. Cosicchè tutto questo passo (XXXIV, 10–26) è da tenersi

ripetizione che un narratore più recente ha tolto dal capitolo

XXIII, 12–33, dando però diversa distribuzione ai suoi concetti, e

maggiore estensione a ciò che riguarda la proibizione del politeismo

e dellʼidolatria. Perchè egli non ne aveva nulla altrove accennato,

mentre il capitolo XXIII era già combinato in modo col Decalogo, che

intorno a quegli argomenti ne era stato detto quanto bastava.[90]

Il Wellhausen però, a sostegno della ipotesi da lui tenuta per vera,

aggiunge ancora che nel v. 27 si legge: «e disse Jahveh a Mosè:

scriviti queste parole, imperocchè secondo queste parole ho stabilito

il patto con te e con Israele». Egli vuole intendere che _queste

parole_ siano quelle che immediatamente precedono, e che lo scrivere

debba riferirsi allʼincidere sulle tavole di pietra. Ma come vedremo

nel capitola seguente, il patto fra Jahveh e il popolo era stabilito,

oltrechè sul Decalogo, anche sopra molte altre leggi e prescrizioni (v.

XXIV, 4–7); dimodochè anche in questo nostro passo lʼingiunzione di

scrivere quelle parole non è da intendersi come se esse formassero il

Decalogo, ma come quelle che in aggiunta al Decalogo, formavano base

del patto fra Dio e il popolo.

In questo modo resta per noi fermo che solo vera e proprio Decalogo è

quello che in doppia, ma poca diversa forma, leggesi nellʼEsodo XX e

nel Deuteronomio v. Nucleo primo e fondamentale di una religione e di

una legislazione di cui vedremo il successivo svolgimento.

CAPITOLO V

IL PRIMO CODICE (_Esodo_, XX, 22–XXIII, 19) E ALCUNE NOVELLE (_Esodo_,

XVIII, 21–26, XII, 21–28, XIII, 3–16)

Al Decalogo fa seguito nella presente compilazione del Pentateuco

una piccola raccolta di leggi per la massima parte concernenti la

vita civile, con poche disposizioni intorno alla religione e al culto

(Esodo, XX, 22–XXIII, 19). Si può dire che questa raccolta formi un

piccolo codice sufficiente a regolale le relazioni della vita in un

tempo di civiltà non ancora molto avanzata, ma nel quale si vede già

un popolo passato dalla vita nomade a quella stabile in sedi fisse;

si conosce che alla pastorizia è succeduta, se non sola, almeno

preponderante, lʼagricoltura, e si osserva che si è sentito il bisogno

di regolare, nei punti più importanti, ciò che concerne la libertà,

la vita e la proprietà. È stato detto da alcuni che in questo piccolo

codice manca ogni ordine, ogni sistematica divisione di parti,[91]

mentre da altri si è voluta trovare una studiata disposizione di

tante leggi divise armonicamente in numero o di dieci o di cinque,

rispondenti in qualche modo al concetto generale del Decalogo.[92] Noi

crediamo che si esageri dallʼuna parte e dallʼaltra, e che non si possa

trovare in queste nostre leggi nè il difetto di una totale mancanza

di ogni ordine, nè una studiata divisione di parti corrispondenti fra

loro per eguale o proporzionale numero di precetti; ma che invece vi

sia un certo ordine generale e, per dir così, nelle linee principali

dello scritto, mentre poi non è mantenuto nella composizione di alcuni

particolari.

Lʼanalisi e la traduzione che ne faremo proveranno la verità di questa

nostra opinione.

La proibizione delta idolatria e il precetto sul modo dì costruire

lʼaltare sono contenuti nel capitolo XX, v. 23–26. E qui, prescindendo

dal Decalogo, abbiamo una introduzione al codice, per accennare il

più importante principio della religione, secondo era concepita dai

profeti, cioè il monoteismo puro da idolatria e il precetto sul punto

più generale del culto, cioè sul modo di edificare il luogo dove esso

si sarebbe celebrato. Il codice poi veramente detto, ha un principio

suo proprio colle parole:

XXI. 1. E queste sono le leggi che porrai dinanzi a loro.

Le due prime leggi (v. 2–12) trattano della condizione degli schiavi,

stabilendo però, per ragione del costume, alcune differenze fra

lʼuomo e la donna, che avevano perduto la personale libertà.—Questo

nostro testo parla soltanto degli schiavi ebrei, e lascia fuori della

legge gli schiavi acquistati fra la gente di altre nazioni, o presi

prigionieri in guerra, di cui altrove si fa cenno (_Levit._, XXVI,

44 e seg.; _Deut._, XXI, 10–14). Anche rispetto agli Ebrei la legge

qui prescrive soltanto il modo col quale avrebbero dovuto trattarsi,

dopo che si trovavano in ischiavitù; ma non espone per quali cagioni

una persona libera poteva, o doveva, perdere la propria libertà. Ciò

si vede però in primo luogo dal v. 2, XXII, ove si condanna ad essere

venduto il ladro, che non avesse da pagare la multa per il furto.

Si desume poi dal Levitico (XXVI, 39) che per povertà la persona

libera potesse o vendere sè stessa o essere venduta forse per pagare

i creditori, o essere a questi sottoposta come schiava.[93] Dal v. 7

si deduce ancora che la patria potestà si estendesse sino al punto

di vendere come schiavi i figliuoli. Dunque la perdita della libertà

personale poteva avvenire, o per vendita coatta ordinata dalla

magistratura, come condanna di furto, nel caso di non poter soddisfare

alla restituzione; o in caso di povertà o per vendita volontaria o

richiesta dai creditori, o per vendita che dei figliuoli facesse il

padre.[94]

Questa schiavitù per altro della persona ebrea non poteva durare più

di sei anni: nel settimo si riacquistava la libertà, eccetto che il

servo stesso non preferisse di rimanere nella condizione di servitù,

nel qual caso il padrone pubblicamente glie ne imprimeva sul corpo il

marchio, consistente in un foro nellʼorecchio.[95]

La legge del popolo Ebreo · 第 5 / 30 段