fede ottenuta mediante i miracoli presso il popolo; ma il nessun buon
esito presso il Faraone, che anzi impone agli Ebrei lavoro più gravoso.
Questi non possono fare a meno di lamentarsene con Mosè e Aron, e Mosè
alla sua volta ripete questi lamenti a Jahveh, il quale gli risponde
(VI, 1): «Ora vedrai quello che farò a Faraone, che con mano forte li
manderà, e con mano forte li caccerà dalla sua terra». Evidentemente
con queste parole la vocazione di Mosè e la sua prima allocuzione, da
una parte ai suoi fratelli, dallʼaltra al re dʼEgitto, sono compiute;
ogni lettore si aspetta che sʼincominci a narrare quello che Dio fece
per costringere il Faraone a liberare gli Ebrei, narrazione che si
prende a fare col v. 14 del capitolo VII. Tutto ciò che sta fra mezzo
è altra versione della prima vocazione di Mosè e del primo discorso
tenutogli da Jahveh, tratta certo da una fonte diversa. E per meglio
persuaderne il lettore, è prezzo dellʼopera darne la traduzione:
VI. 2, 3. E parlò _Elohim_ a Mosè e disse a lui: io sono _Jahveh_.[51]
E apparvi ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe come _El
Shaddai_, e nel mio nome Jahveh non fui conosciuto a loro.
4. E anche mantenni il mio patto con loro per dare ad essi la
terra di Canaan, la terra delle loro peregrinazioni, nella
5. quale peregrinarono. Ed anche io ho sentito il gemito dei
figli dʼIsraele, che gli Egiziani tengono in servitù, e
6. rammenterò il mio patto. Perciò dico ai figli dʼIsraele: io
sono Jahveh, e vi farò escire di sotto le oppressioni degli
Egiziani, e vi libererò dalla loro servitù, e vi redimerò
7. con braccio teso, e con giudizii sommi. E vi prenderò a me
come popolo, e sarò a voi come Dio, e conoscerete che io
sono Jahveh Dio vostro, che vi trae di sotto le oppressioni
8. degli Egiziani. E vi porterò alla terra che ho giurato di
dare ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe, e darò quella a voi
9. eredità: io Jahveh. E parlò Mosè così ai figli dʼIsraele, e
non gli prestarono ascolto per lʼangustia di spirito, e per
10. 11. la dura servitù. E parlò Jahveh a Mosè: Va parla a Faraone
12. re dʼEgitto, e mandi i figli dʼIsraele dalla sua terra. E
parlò Mosè dinanzi a Jahveh, dicendo: ecco i figli dʼIsraele
non mi ascoltarono, e come mi ascolterà Faraone? ed io sono
VII. 1. balbuziente.[52] E disse Jahveh a Mosè, vedi ti ho posto come
Dio a Faraone, e Aron tuo fratello sarà come tuo profeta;
2. tu parlerai tutto ciò che ti comanderò, e Aron tuo fratello
parlerà a Faraone, il quale manderà i figli dʼIsraele dalla
sua terra.
Non è possibile che questo passo in una composizione primitiva e
tutta di uno stesso autore seguisse il v. 1º del capitolo VI, poco
sopra tradotto, e ciò per più ragioni. In prima in questo passo si
riprende la narrazione da principio, ed Elohim apparisce a Mosè, e
gli fa conoscere il proprio nome come nel cap. III, v. 15. In secondo
luogo gli parla dellʼoppressione sofferta dagli Ebrei, come se non mai
glie ne avesse parlato, e lo incarica di assicurarli di una pronta
liberazione, perchè si rammentava del patto coi patriarchi, cosa anche
questa già sopra esposta (III, 16–17). In terzo luogo gli Ebrei,
secondo questa versione, non si mostrano disposti a prestare ascolto a
Mosè, allʼopposto di ciò che sopra è narrato (IV, 31). Nè si dica che
qui si parlerebbe di una seconda o di una terza allocuzione di Mosè
al popolo, perchè da tutto il contesto chiaramente si appalesa come
la prima. Finalmente Mosè presenta la difficoltà della balbuzie, già
di sopra appianata, e là presenta, come se non mai avesse parlato a
Faraone, mentre nel capitolo V si narra appunto che Mosè, coadiuvato
dal fratello, ad esso si era presentato, cosa anche questa che sta
a confermare, come qui si parli di una prima allocuzione. Ma tutte
queste difficoltà insuperabili nella ipotesi tradizionale della unica
composizione di un solo autore spariscono nella ragionevole ipotesi
della critica di una compilazione desunta da diverse fonti. E qui, come
altrove, abbiamo nei capitoli II–VI, 1, la narrazione della vocazione
di Mosè e della prima sua missione agli Ebrei e a Faraone secondo
lo scritto jehovistico, arricchito forse ancora in certi punti da
documenti più antichi, e guasto altresì da più recenti interpolazioni;
mentre nel passo da noi tradotto abbiamo la narrazione, secondo lo
scritto elohistico, più breve, più arida, e spogliata, come è suo
stile, da tutti gli episodii aneddotici, che rendono la narrazione del
Jehovista tanto più viva e più dilettevole.
Questo fatto, di cui abbiamo dato un esempio, si ripete molte volte
in tutta la parte narrativa dal principio del Genesi fino alla fine
del libro di Giosuè. Dimodochè, senza entrare qui nei particolari
che ci fuorvierebbero non poco dal nostro assunto, dichiariamo di
accettare nelle sue linee generali, se non in tutti i particolari,
la conclusione di quei critici, che vedono nella composizione
dellʼHexateuco tre scritti principali, il Jehovista, lʼElohista e il
Deuteronomio, combinati tutti e tre, ma in differente proporzione, con
altri documenti più o meno estesi, in parte più Antichi e in parte
più recenti. Sʼintenda bene però che per ora non vogliamo qui nulla
concludere intorno alla età relativa di questi scritti originarii, cosa
di cui tratteremo a suo luogo.
Prendiamo ora in esame ad una ad una le diverse parti legislative.
CAPITOLO IV
IL DECALOGO
Ad opinione di molti, prescindendo da alcune costumanze che nella gente
ebrea saranno state antichissime, come la circoncisione, il diritto di
primogenitura, il levirato e poche altre, si tiene che quella parte
della legge detta Decalogo sia la più antica, e possa anche avere avuto
per autore Mosè. Ma se questa nella sua generale enunciazione è una
opinione che può accettarsi, non è però che sottoposta ad analitico
esame non presenti nei suoi particolari alcune difficoltà. Il nome
di Decalogo, che già si trova nella Scrittura (_Esodo_, XXXIV, 28;
_Deut._, IV, 13; X, 4), è uno di quelli che hanno avuto più fortuna
nella tradizione religiosa: Ebrei e Cristiani, tanto cattolici quanto
protestanti di tutte le sètte, non hanno mai esitato a dare questo
nome ai due passi dellʼantico Testamento (_Esodo_, XX, 2–17; DEUT.,
V, 6–21), il contenuto dei quali sarebbe stato in origine, secondo
la tradizione, scolpito sopra due tavole di pietra. Anzi, secondo
alcuni dei moderni critici, il numero di dieci e talvolta quello di
cinque sarebbe stato la base di molte altre parti della legislazione
mosaica, che dividono perciò in tanti gruppi, composti la maggior
parte di dieci, e talora di cinque precetti, ed è cognito ormai che
il Bertheau ha fondato su questo principio tutto il suo libro intorno
alla legislazione ELN.[53] Ma però se tutti sono concordi a chiamare
Decalogo il contenuto dei due citati luoghi del Vecchio Testamento,
non poche divergenze si trovano nel modo di dividerlo in dieci
comandamenti. E siccome volgarmente se ne ha cognizione più per il
catechismo che per lettura diretta della Bibbia, non sarà del tutto
soverchio metterne dinanzi agli occhi del lettore la traduzione.
Seguiremo la lezione dellʼEsodo, notando le varianti del Deuteronomio:
XX. 2. Io sono Jahveh tuo Dio, che ti feci escire dalla terra
3. dʼEgitto, dal luogo di schiavitù. Non siano a te altri Dei
4. oltre la mia presenza. Non ti fare scoltura, e qualunque
immagine, che sia nel cielo di sopra, e nella terra di
5. sotto, e nellʼacqua di sotto la terra. Non ti prostrare a
quelle, e non le adorare, che io Jahveh tuo Dio, Dio geloso,
esaminatore della colpa dei padri sui figli, sui terzi e
6. sui quarti [discendenti] per i miei nemici. E faccio pietà
a mille [generazioni], ai miei amici e agli osservatori dei
miei comandi.[54]
7. Non pronunziare il nome di Jahveh tuo Dio in vano, che non
ascolterà Jahveh chi pronunzia il suo nome in vano.
8. 9. Rammenta[55] il giorno del sabato per santificarlo.[56] Sei
10. giorni lavorerai, e farai ogni tua opera; e il giorno settimo
sabato a Jahveh tuo Dio, non farai alcunʼopera tu, nè tuo
figlio, ne tua figlia, il tuo servo, ne la tua serva,[57] nè
il tuo bestiame, nè il forestiero che nelle tue città.[58]
11. Perchè in sei giorni fece Jahveh il cielo e la terra, il
mare, e tutto ciò che è in essi, e riposò nel giorno
settimo, per ciò Jahveh benedì il giorno del sabato, e lo
santificò.[59]
12. Onora tuo padre e tua madre,[60] acciocchè si prolunghino i
tuoi giorni[61] sulla terra che Jahveh tuo Dio dà a te.
13. Non uccidere.
14. Non commettere adulterio.
15. Non rubare.
16. Non deporre contro il tuo prossimo testimonianza falsa.[62]
17. Non desiderare la casa[63] del tuo prossimo.
Non desiderare[64] la moglie[65] del tuo prossimo,[66] nè il
suo servo, nè la sua serva, nè il suo bove, nè il suo asino,
nè tutto ciò che è del tuo prossimo.
La divisione in dieci capoversi da noi qui seguita è quella dei
Masoreti, che si uniforma al computo dei dieci comandamenti secondo
S. Agostino, la Chiesa cattolica e la luterana. Il primo capoverso
conterrebbe un solo comandamento intorno al monoteismo scevro
dʼidolatria, i due ultimi capoversi conterrebbero due comandamenti,
distinguendo il peccato di desiderio rispetto alla roba da quello
rispetto alla donna altrui. Alla quale divisione si presta meglio la
lezione del Deuteronomio che quella dellʼEsodo. Imperocchè la prima,
ponendo in una proposizione distinta il desiderio della moglie altrui,
distingue questo peccato da quello del desiderio degli altrui averi;
mentre, secondo la lezione dellʼEsodo, si avrebbe prima il desiderio
dellʼaltrui casa, come quello di un tutto, di cui poi sarebbero
specificate le parti, e fra queste sarebbe annoverata anche la moglie.
Seguendo questa lezione, è chiaro che il comandamento diretto a
proibire in genere tutto ciò che appartiene al prossimo, sia la donna,
sia la roba, non si può distinguere in due, ma va computato come uno
solo. Difatti così lo computano gli Ebrei, malgrado la divisione
masoretica dei paragrafi, e così lo computano anche Origene e le Chiese
protestanti, eccetto la luterana. A compire poi il numero tradizionale
di dieci, sono costretti a distinguere il primo paragrafo in due
comandamenti. Ma anche qui si manifesta un altro disaccordo, imperocchè
gli Ebrei seguendo il Talmud[67] e il pseudo Jonathan, cui si uniforma
il Nachmanide, valutano per primo comandamento il secondo verso, che
contiene lʼaffermazione dellʼesistenza di un solo Dio, e per secondo
comandamento i VV. 3–6 che proibiscono la credenza in altri Dei, e
lʼadorazione delle immagini; mentre Origene e i luterani e anche alcuni
commentatori ebrei tengono il secondo verso come introduzione, il terzo
che proibisce la credenza in altri Dei come il primo comandamento, e
i versi quarto e quinto come il secondo comandamento, che proibisce
lʼadorazione delle immagini.
Fra i dottori ebrei è notevole poi lʼopinione del Maimonide, il quale
conta per quattro comandamenti distinti i quattro versi 2–5,[68] e così
si avrebbero tutti insieme tredici comandamenti invece di dieci.[69]
Ma siccome questo numero è antichissimo nella tradizione, ed è fondato
anche sulla ragione naturale che ha fatto adottare la numerazione a
base 10, crediamo che non vi sia alcuna ragione per non vedere in
questi due passi della Scrittura nellʼEsodo e nel Deuteronomio un vero
e proprio Decalogo, per la divisione del quale nella forma che ora
abbiamo, ci pare più logico e razionale il computo di Origene, delle
Chiese riformate e di alcuni commentatori ebrei.
Ma sorgono però altre domande. Fra le due lezioni dellʼEsodo e del
Deuteronomio quale è lʼanteriore? Si è mantenuta la composizione
originale nellʼuna o nellʼaltra, o tutte e due hanno subito delle
modificazioni? E finalmente a quale età si deve riportare la prima
composizione di questo Decalogo? Per procedere con maggiore ordine, e
anche con più sicurezza, incominciamo dallo studiare siffatte quistioni
nellʼordine inverso a quello in cui le abbiamo proposte.
Se noi esaminiamo il contenuto del luogo biblico testè tradotto, non
vi troviamo nulla che oltrepassi il cerchio dʼidee di una gente ancora
nomade, in mezzo alla quale era sorto un uomo di genio superiore, che
voleva infondere in essa i principii di una vita religiosa morale e
civile. Il concetto primo di allontanare gli Ebrei dalle credenze
politeistiche di altre genti appare, secondo tutta la storia, che possa
risalire fino a Mosè. E vero che i suoi conati non poterono trionfare
se non dopo alcuni secoli; perchè il popolo a lui immensamente
inferiore ricadeva in quelle pratiche superstiziose, dalle quali egli
voleva farlo risorgere; e alcuni degli stessi sacerdoti, alcuni degli
stessi datori di leggi, che gli succedettero, facevano concessioni alle
superstizioni popolari, anzichè combatterle. E però noi concediamo che
il concetto di un puro monoteismo sia rimasto oscuro e soffocato, fino
che lo richiamarono in luce e in vita i profeti dellʼottavo secolo a.
C.; ma non vi è nessuna ragione per negare che il primo concetto di
questo monoteismo sia stato insegnato da Mosè. Dunque il principale
fondamento di tutto lʼEbraismo, cioè il culto di Jahveh ad esclusione
di quello di ogni altro Dio, che troviamo espresso nei due primi
comandamenti, può benissimo risalire fino ai tempi che immediatamente
successero alla liberazione dallʼEgitto. Gli altri due precetti che
concernono le relazioni dellʼuomo con Dio, cioè di non usare in vano
del nome di Jahveh, e di consacrare ogni sette giorni uno di riposo,
sono, il primo, lʼimmediata conseguenza della credenza in un Dio,
il secondo, la forma di culto più semplice che possa immaginarsi, e
non repugnante a una vita ancora nomade. Gli altri sei precetti, che
riguardano le relazioni con la famiglia e con la società, sono espressi
in forme così generali, che si riducono a quei più fondamentali
principii, senza dei quali non è possibile esista verun comune
consorzio fra gli uomini. Difatti impongono soltanto il rispetto agli
autori dei nostri giorni, e lʼinviolabilità della vita, dellʼonore,
della roba e della famiglia altrui. Nessuna più speciale determinazione
che accenni a uno stato di società piuttosto che ad un altro. I
principii contenuti nel Decalogo sono necessarii al buon ordine, tanto
della vita nomade di unʼorda di mongoli, quanto allʼincivilimento più
avanzato di qualunque popolo europeo. Il solo tratto esclusivamente
nazionale è quello di dover riconoscere Jahveh come solo Dio, perchè
era stato il liberatore dalla servitù egiziana. Ma questo si confaceva
appunto benissimo alle condizioni del popolo ebreo nellʼetà mosaica.
Un Dio che allora era principalmente un Dio nazionale, doveva essere
raccomandato allʼadorazione del popolo, giustʼappunto perchè a questo
popolo aveva dato la base dellʼesistenza nazionale, cioè la libertà.
Potrebbe ancora da alcuno tenersi come troppo speciale al culto il
comando di consacrare a Dio il settimo giorno della settimana. Ma
si avrebbe torto di riportare a tempi di una civiltà appena appena
incipiente la riflessione filosofica e razionalistica di altre età.
Posto, come provano i fatti, che una religione, e una religione con
forme, esteriori, sia stata, almeno fino adesso, una delle basi di
quasi tutti i modi di vita civile, il consacrare un giorno al riposo
del lavoro e a una festa in comune, poteva anche non poco influire a
rendere più miti i costumi, ad educare a sentimenti di fratellanza,
e a far pensare che tutti gli uomini in sostanza sono eguali, tutti,
ed anche i servi, devono riposare nel giorno che è alla religione
consacrato.
Nè questo concetto è da tenersi come tanto elevato da oltrepassare
quellʼorizzonte dʼidee in cui erano chiusi gli Ebrei nella loro nomade
vita. Sono appunto i popoli che ancora da essa non sono esciti, i quali
nutrono più profondamente fra loro questo senso di eguaglianza, perchè
nè guerre, nè conquiste, nè acquistate ricchezze hanno potuto creare
una aristocrazia, e quindi nemmeno differenze sociali.
Se però in quanto allʼintimo contenuto del Decalogo nulla repugna ad
attribuirlo a Mosè,[70] non è lo stesso per il modo di compilazione,
nel quale ci è pervenuto. Osserviamo in prima la sproporzione dei
diversi comandamenti. Estesissimi quelli intorno al monoteismo e
allʼosservanza del sabato, constano invece di due sole parole nel testo
ebraico quelli relativi allʼomicidio, allʼadulterio e al furto. Di più
moderata estensione, ma pur sempre sproporzionata alla stringatissima
brevità di questi tre, sono i comandamenti intorno al rispetto del nome
divino, allʼautorità dei genitori e al desiderio della roba altrui.
Questa sproporzione è difficile a conciliarsi nel concetto di dieci
comandamenti tutti della medesima importanza, e che avrebbero dovuto
tutti essere dettati in una forma breve per potere facilmente ritenersi
a memoria.
Se poi i dieci comandamenti erano scolpiti in due tavole, è difficile
immaginare come potessero, esservi proporzionalmente distribuiti
secondo la loro presente composizione. Ad ovviare almeno in parte a
questa difficoltà, la Chiesa cattolica forma dei tre primi componimenti
la prima tavola, e degli altri sette la seconda. Ma secondo la
tradizione ebraica, forse qui più vicina al vero, la quale distribuisce
i comandamenti cinque per tavola, ciò non è in nessun modo ammissibile
nella presente forma del Decalogo. O bisognerebbe supporre due tavole
di troppo diversa grandezza, o, se erano eguali, doveva il contenuto
soverchiare nella prima, e rimanere troppo scarso nella seconda.
Inoltre la Scrittura stessa chiama i dieci comandamenti col nome di
dieci parole, ed è vero che il vocabolo ebraico _Dabar_ (_parola_)
può significare anche lungo discorso, ma questo nome speciale dato al
Decalogo, mentre le altre parti della legislazione sono chiamate ora
precetti (_mizvoth_), ora leggi (_mishpatim_), ora statuti (_huqqoth_ o
_huqqim_), fa credere che la ragione di chiamare questi, che erano il
fondamento di tutta la legge, col nome di _parole_, sia stata quella
di aver trovato che consistessero in brevi enunciazioni di altrettanti
precetti.
Se quella poi che abbiamo fosse la primitiva composizione, più
difficile sarebbe spiegare la diversità fra la lezione dellʼEsodo e
quella del Deuteronomio. Qualunque delle due sia la più antica, è certo
che quando il Decalogo originario si fosse gelosamente conservato
in una forma consacrata dalla tradizione, lo scrittore più recente
avrebbe avuto ogni ragione per seguirla con fedeltà, senza introdurvi
nulla di nuovo. Ma se la forma originaria era molto più breve, nulla
repugna ad ammettere che ognuno dei due scrittori, i quali hanno
accolto il Decalogo nellʼopera loro, vi abbia fatto certe aggiunte, che
in qualche parte differiscono, e si sia permesso anche certe piccole
modificazioni; perchè la parte fondamentale, quella consacrata nella
tradizione o sacerdotale o popolare, rimaneva intatta.
Per ultimo, una obbiezione assai grave, contro la possibilità che
il Decalogo fosse nella sua origine quale oggi lo abbiamo, è la
stessa sua estensione. Come ragionevolmente osserva il Reuss,[71] per
iscolpire sulla pietra e coi caratteri che si usavano negli antichi
tempi uno scritto tanto esteso (620 lettere), non sarebbe bastata una
superficie di un metro e mezzo quadrato, ciò che avrebbe costituito
un peso troppo sproporzionato per tavole che avrebbero dovuto invece
facilmente trasportarsi dallʼuno allʼaltro luogo. Mentre, riducendo i
dieci comandamenti ai soli nudi precetti, sopprimendo le ragioni, le
minaccie della pena, la promessa del premio, e anche ciò che è pura
ampliazione del primo concetto, ogni difficoltà è tolta, e ristabilita
in questo modo la proporzione fra ognuno dei dieci comandamenti, si
capisce che facilmente si potessero ritenere a memoria; si spiega il
nome scritturale di _dieci parole_; si spiegano, almeno in gran parte,
le differenze delle due composizioni, specialmente per ciò che concerne
le aggiunte posteriori; e sʼintende che potessero benissimo essere
scolpite sopra due tavole di pietra di giusta estensione.
Non è tanto facile però ricostituire questa primitiva composizione
del Decalogo per ciò che riguarda il fondamento primo della religione
ebraica, cioè il precetto del monoteismo. Il primo paragrafo del
Decalogo contiene: 1º una affermazione: lʼesistenza di Jahveh come Dio;
2º tre proibizioni: non avere altri Dei, non farsi nessuna immagine,
non adorarla; 3º la pena e il premio che seguirebbero alla trascuranza
od osservanza di questi precetti. Ora, secondo il criterio molto giusto
di tenere estranea alla originale composizione questʼultima parte,
e anche ciò che può valutarsi come semplice ampliazione; riducendo
insomma alla più nuda espressione tanto lʼenunciazione della esistenza
di Jahveh, quanto la parte precettiva, il primo paragrafo rimarrebbe
nella seguente forma:
«Io sono Jahveh tuo Dio, che ti fece escire dalla terra dʼEgitto.
«Non siano a te altri Dei.
«Non fare a te scultura e qualunque imagine.
«Non ti prostrare a quelle, e non le adorare».
Ma, anche così ridotto, questo primo paragrafo apparirà troppo
esteso, se si riflette che non può contenere al più se non due soli
comandamenti. Ma quali erano questi in origine? il non avere altri
Dei, e non farsi imagini, oppure il riconoscere Jahveh come Dio,
e non averne veruno oltre lui? In altre parole, si comprendeva o
no nella prima composizione del Decalogo la proibizione di adorare
Jahveh sotto una forma sensibile? È questa una quistione di grande
importanza, e che si riconnette collo svolgimento delle idee religiose
presso il popolo ebreo. Coloro che opinano, e probabilmente a
ragione,[72] che il monoteismo puro di ogni forma idolatrica si sia
svolto successivamente e non formato dʼun sol tratto, credono per
conseguenza che per lungo tempo nella religione del popolo ebreo
si sia ammessa lʼadorazione di Jahveh «otto la forma sensibile di
una immagine. E infatti lʼadorazione del vitello o bove dʼoro prima
nel deserto (_Esodo_, XXXII) e poi nel regno di Samaria (1º _Re_,
XII, 28, 33), starebbe in favore di tale ipotesi. È vero che nei
documenti scritturali, quali oggi gli abbiamo, questʼadorazione ci
è rappresentata come un deviamento dalla religione prescritta. Ma
questo, molto probabilmente, è un modo di narrare i fatti accomodato
secondo i concetti di uno scrittore profetico, che viveva in età più
recente, e che voleva allontanare i suoi contemporanei da ogni culto
idolatrico. Tanto più che alcune traccie anche ora nella narrazione
biblica, restano a dimostrare quale realmente sia stata la verità dei
fatti. Nella narrazione dellʼEsodo (XXXII, 2–6) Aron ci apparisce
troppo connivente esecutore delle volontà del popolo nellʼerigere il
vitello dʼoro. E la mancanza per parte sua di qualunque tentativo
di opposizione non sarebbe spiegabile, se già nel Decalogo fosse
stata imposta la proibizione di adorare ogni immagine. Se poi nelle
tradizioni e nelle abitudini del popolo non fosse rimasto sempre vivo
il culto di Jahveh sotto lʼimmagine del bove, anzichè di accorto
politico, sarebbe stata quanto mai impolitica la misura di Geroboamo
di stabilire dei luoghi per questo culto, allo scopo di distogliere
i suoi sudditi dal recarsi al tempio di Gerusalemme. È da credersi
al contrario che anche i luoghi stessi fossero consacrati da antiche
abitudini popolari.[73] Inoltre poi, per quanto i talmudisti vi
abbiano intorno fantasticato, è impossibile negare traccia di un culto
idolatrico nella narrazione del Numeri, ove si parla di una immagine
di serpente, guardando verso la quale si credeva guarire dal morso
dei serpenti velenosi;[74] immagine che si dice ancora rimanesse come
oggetto di culto fino ai tempi del re Ezechia (2º _Re_, XVIII, 4), uno
dei riformatori della religione ebraica secondo le idee dei profeti.
Dimodochè da queste riflessioni, che qui si possono accennare soltanto
di volo, siamo tratti a concludere che la proibizione di adorare Jahveh
rappresentato da qualunque immagine, nella più antica composizione del
Decalogo non fosse compresa; e però non con piena certezza, ma con
molta probabilità, ne pare che lʼoriginaria sua forma si potrebbe nel
seguente modo ricostituire: