Lʼaltare per i sacrifizi avrebbe potuto costruirsi o di terra, o di

pietre, purchè non tagliate, e in qualunque luogo (_Esodo_, XX, 24 e

seg.);[20] ma poi troviamo che lʼaltare del tabernacolo è costruito

di legno e ricoperto di rame (ivi, XXVII, 1 e seg.) ed è proibito di

offrire altrove ogni specie di sacrificio (_Levit._, XVII, 8, 9). La

conciliazione proposta dai teologi che nel primo luogo dellʼEsodo si

parli per il tempo anteriore alla costruzione del tabernacolo non

può ammettersi, quando si rifletta che questo, secondo la narrazione

biblica, fu ben presto costruito, e non sarebbe stato necessario

dettare una legge apposita per lʼaltare, poichè pochissimi sacrifizi,

o più probabilmente nessuno, oltre quello pubblico, di cui si fa

menzione nel cap. XXIV, 4, saranno stati offerti dagli Ebrei in così

breve tempo. Ma vi è da osservare di più che la disposizione del

cap. XX, 24, 25 dellʼEsodo non ha per nulla lʼindole di transitoria

e temporanea, ma di una legge perpetua regolatrice del culto. Il

ricorrere poi allʼaltra ipotesi che si siano alternate nella vita

religiosa del popolo ebreo diverse epoche, in alcune delle quali sia

stato permesso, e in altre proibito, lʼoffrire sacrifizi in qualunque

luogo al di fuori di quello consacrato al culto centrale, e che questa

alternativa sia stata anticipatamente riconosciuta e sanzionata dalla

legge mosaica, è cosa da relegarsi fra i sogni teologici.[21] Che

infatto gli Ebrei abbiano continuato a offrire sacrifizi fuori del

tabernacolo o del tempio centrale è vero, e che per un certo tempo non

si sia opposta a tale uso nemmeno la legge è vero anche questo; ma la

realtà del fatto è cosa ben diversa dalla esistenza di una legge che in

anticipazione avrebbe preveduto e sanzionato non solo il succedersi di

due costumanze diverse, ma anche il loro ripetuto alternarsi.

Per ultimo, se ciò mai potesse esser vero, sarebbe dʼuopo, per poterlo

ammettere, che nella legge se ne facesse esplicita menzione, e si

dicesse quando, e in quali circostanze si sarebbero potuti costruire

altari e offrire i sacrifizi dovunque, e quando lʼesercizio del culto

non era permesso, se non nel luogo centrale a ciò destinato. Potrebbe a

prima vista credersi che di ciò si parlasse nel Deuteronomio (XII, 8

e seg.), perchè in questo luogo si dice che nel deserto ognuno faceva

ciò che meglio gli talentava, mentre ciò non avrebbe potuto permettersi

dopo compiuta la conquista della terra promessa. Ma questo passo non

fa invece se non aggiungere la contraddizione di fatto a quella di

diritto; perchè il Levitico (XVII, 8) proibisce di offrire sacrifizi

fuori del tabernacolo incondizionatamente, anzi parla di accampamento,

espressione che non è applicabile se non al tempo delle peregrinazioni

nel deserto.

Che dire poi della conciliazione proposta dallʼIsaacita, secondo

lʼinsegnamento talmudico, che le parole del Deuteronomio (XII, 8)

si riferiscano non al tempo delle peregrinazioni nel deserto, ma a

quello che immediatamente successe al passaggio del Giordano, vale a

dire nei quattordici anni impiegati, secondo la tradizione, per la

conquista e la divisione della terra promessa, nel qual tempo sarebbe

stato permesso lʼoffrire sacrifizi in qualunque luogo? Ma il testo del

Deuteronomio dice chiaramente «come noi facciamo qui oggi», e queste

parole non possono riferirsi ad un tempo futuro, ma di necessità si

riferiscono a una condizione presente a chi in quel momento parlava.

Dimodochè due sono qui le contraddizioni di diritto; in prima sul

modo di costruire lʼaltare, in secondo luogo sulla proibizione o no

di offrire sacrifizi in qualunque luogo si fosse; contraddizioni che

si trovano nelle stesse leggi ELN. Ed una terza contraddizione poi

nel fatto è quella che sorge dal Deuteronomio (XII, 8 e seg.), dove

si menziona senza disapprovarlo un uso in opposizione con la legge

anticipatamente promulgata.

Intorno al sacrifizio pasquale che gli Ebrei dovevano celebrare in

Egitto, abbiamo nello stesso capitolo XII dellʼEsodo due leggi che fra

loro punto non convengono. Secondo lʼuna (3–10), il rito del sacrifizio

pasquale sarebbe stato di scannare un agnello o un capretto nel giorno

quattordicesimo del mese primo, dopo averlo destinato fino dal giorno

decimo, e mangiarne nella sera la carne arrostita con azzime ed erbe

amare, e non farne avanzare per la mattina successiva, o bruciarla,

caso ne avanzasse. Nellʼaltra (v. 21–27), di mangiare le azzime insieme

col sacrifizio non si fa alcuna menzione, anzi non si parla del tutto

della proibizione del pane lievitato. E ciò non sarebbe possibile,

se fosse, come intende lʼinterpretazione tradizionale, che in questa

seconda parte Mosè ripetesse agli anziani del popolo il comando

ricevuto da Dio. Perchè la ripetizione, omettendo una parte importante,

non sarebbe fedele. In due altri luoghi si aggiunge che non solo non

poteva mangiarsi, ma nemmeno immolarsi questo sacrifizio insieme col

pane lievitato (XXIII, 18, XXXIV, 25). Più discordante ancora da queste

disposizioni è quella del Deuteronomio (XVI, 2), secondo la quale si

sarebbe potuto fare il sacrifizio pasquale indifferentemente di animali

ovini o bovini, mentre abbiamo veduto essere prescritto altrove un

agnello o un capretto.[22]

Evidentemente queste leggi rituali non convengono punto fra loro, e

troviamo in alcune ciò che nelle altre è del tutto ignorato.

Il sacrificio della festa di Pentecoste doveva constare, secondo una

legge (_Levit._, XXIII, 18, 19), di un olocausto di sette agnelli, di

un toro e di due montoni, di un sacrificio espiatorio di un capro,

e di uno votivo (_Shelamim_) di due agnelli. Mentre in unʼaltra

legge (_Num._, XXVIII, 26–31) non si parla di sacrificio votivo, e

lʼolocausto sarebbe constato di due tori, di un montone e di sette

agnelli. Anche qui i talmudisti hanno cercato una conciliazione,

interpretando che nei due passi citati si parli di due sacrifizi

diversi, sebbene da doversi offrire nella medesima festa, e uno

sarebbe stato per le primizie della mèsse, lʼaltro per la festa in sè

stessa.[23] Ma ognuno vede quanto sia arbitraria questa conciliazione,

che non ha nel testo nemmeno una parola che la giustifichi, e che

sarebbe contraria ad ogni consuetudine delle altre feste.

In quanto alla consacrazione dei primogeniti, un passo dellʼEsodo

(XIII, 13) stabilisce che fra gli animali impuri solo quelli degli

asini erano sottoposti al riscatto, o altrimenti a dover essere uccisi,

mentre in altro luogo (_Num._, XVIII, 15) si parla in generale del

riscatto dei primogeniti di tutti gli animali impuri senza nessuna

distinzione. Rispetto poi al modo come doveva intendersi questa

consacrazione dei primogeniti è patente la contraddizione fra il Numeri

(XVIII, 14–18) e il Deuteronomio (XII, 17, 18; XV, 19–23). Imperocchè

nel primo luogo si dice che i primogeniti degli animali appartenevano

ai sacerdoti, nel secondo è chiaro che la consacrazione consisteva

soltanto nel fare dei primogeniti un convito sacro nel luogo del culto

centrale, ma convito sacro che facevano i proprietarii, cui poteva

prender parte ogni persona in istato di purità. I talmudisti hanno

voluto togliere queste due contraddizioni con un principio del loro

metodo esegetico, che le espressioni generali di un luogo sono limitate

da quelle particolari di un altro. Ma se questo principio è giusto,

quando sia rettamente inteso e applicato, non si può ragionevolmente

invocare, se le espressioni del testo esplicitamente vi si oppongono.

Il testo del Numeri dice chiaramente «il primogenito dellʼanimale

impuro riscatterai»; non può adunque intendersi, come vorrebbero i

talmudisti, che si riferisca solamente alla specie asino[24] ciò che è

detto di tutte le specie di animali impuri. Molto meno poi si prestano

alla interpretazione talmudica i passi del Deuteronomio. Nei quali

evidentemente il legislatore si dirige a tutto il popolo: «Non potrai

mangiare nelle tue città la decima del tuo grano, del tuo mosto, del

tuo olio, e i primogeniti dei tuoi buoi e delle tue greggie, e tutti i

voti che prometterai, e le tue offerte, e lʼoblazione della tua mano.

Ma soltanto dinanzi Jahveh tuo Dio li mangerai nel luogo che eleggerà

Jahveh tuo Dio, tu e tuo figlio, e tua figlia, e il tuo servo e la tua

serva, e il levita che è nelle tue città, e ti rallegrerai dinanzi

Jahveh tuo Dio in tutto il prodotto delle tue mani». (_Deut._, XII, 17,

18). E altrove: «Ogni primogenito che nascerà nei tuoi buoi e nelle

tue greggie maschio consacrerai a Jahveh tuo Dio, non lavorerai col

primogenito del tuo bue, nè toserai il primogenito della tua greggie;

dinanzi Jahveh tuo Dio lo mangerai anno per anno nel luogo, che

sceglierà Jahveh, tu e la tua famiglia». (XV, 19, 20). Come è possibile

che le parole «lo mangerai» si dirigano soltanto ai sacerdoti, come

interpetra lʼIsaacita, anche in ciò pedissequo del Talmud, mentre tutto

il discorso di necessità si deve intendere rivolto a tutto il popolo?

Non si può adunque in alcun modo negare che riguardo ai primogeniti

prevalsero successivamente nel popolo costumanze, e quindi leggi

diverse.

Il servizio dei leviti per il culto, secondo alcuni testi (_Numeri_,

IV, 3, 23, 30, 39, 47), avrebbe dovuto durare dallʼetà di trentanni

fino a cinquanta, ma poi, secondo un altro passo (ivi, VIII, 24),

avrebbe dovuto incominciare da venticinque anni. E stata proposta la

conciliazione che i cinque primi anni dovessero intendersi come di un

tirocinio, e non di un vero e proprio servizio;[25] ma ciò non resulta

in nessun modo dai testi messi a fronte tra loro, perchè non solo

non fanno questa distinzione, ma usano le stesse frasi, lo che sta a

provare che dalla lettera del testo viene anzi esclusa.

In quanto alle altre rendite sacerdotali è pure patente la

contraddizione fra le leggi ELN e quella del Deuteronomio. Secondo

la prima, i sacerdoti avrebbero avuto dei sacrifizi votivi il petto

e la coscia destra di ogni animale immolato (_Levit._, VII, 34), più

tutti i sacrificii espiatorii, e oltre i primogeniti, come testè

abbiamo accennato, le primizie dei prodotti agrarii (_Num._, XVIII,

8–20).[26] I leviti poi, ministri dei sacerdoti nel servizio del

culto, avrebbero avuto la decima di tutti i prodotti, da cui dovevano

a lor volta prelevare il decimo a vantaggio dei sacerdoti (ivi,

21–30). Mentre, secondo ciò che è scritto nel Deuteronomio (XVIII,

3), la parte dei sacerdoti nei sacrifizi sarebbe stata la coscia,

le ganasce e il ventricolo, e i leviti non avrebbero avuto se non

una parte, rimessa alla generosità dei proprietarii della decima,

che come cosa consacrata avrebbero essi stessi dovuto godersi con la

propria famiglia, andando in occasione delle feste nella città del

culto centrale (ivi, XIV, 22–27). Di più, distribuivasi ogni tre anni

la decima ai bisognosi di ogni luogo, fra cui vengono specialmente

annoverati i leviti, i forestieri, gli orfani e le vedove (ivi, 28, 29;

XXVI, 12). Queste due disposizioni non possono in niun modo insieme

accordarsi; perchè se i leviti, che erano circa la cinquantesima

parte di tuttala popolazione,[27] avessero avuto la decima di tutti i

prodotti, sarebbero stati ricchi cinque volte più della media dei loro

concittadini, e non avrebbero potuto annoverarsi in niun modo tra i

bisognosi. Ma i talmudisti passarono sopra questa difficoltà, vollero

vedere nella decima imposta nel Deuteronomio una cosa diversa da quella

del libro dei Numeri, e la chiamarono decima seconda, come decima, del

povero dissero quella da prelevarsi ogni tre anni.

In quanto alla proibizione di mangiare gli animali morti di morte

naturale, o lacerati dalle fiere, mentre lʼEsodo parla soltanto di

questi, e dice assolutamente di non mangiarne, ma di gettarne la

carne ai cani, nel Levitico (XI, 40; XVII, 15) si legge che chi

avesse mangiato indifferentemente o degli uni o degli altri, o

fosse cittadino, o forestiero, sarebbe stato impuro e sottoposto al

rito della purificazione. E fin qui noi non sappiamo vedere quella

contraddizione che altri critici vi notano,[28] perchè la proibizione

è posta nellʼEsodo come norma; se poi alcuno o volontariamente

o involontariamente lʼavesse trasgredita, si trovava impuro. La

contraddizione però è nel Deuteronomio (XIV, 21), dove si parla solo

di animali morti naturalmente, e si permette di dare di queste carni

ai forestieri che si trovassero nel territorio israelitico. I rabbini

hanno distinto fra il forestiero che si fosse fatto proselita, e quello

che non si fosse sottomesso se non che ai precetti dei Noachidi, ma

oltre che questa distinzione dal testo non resulta, sʼintendeva da sè

che il proselita era sottoposto al rito del pari che lʼisraelita di

nascita.

Se passiamo ora alle leggi civili e di ordine morale, incontriamo anche

in queste due gravi contraddizioni. La prima intorno al riscatto degli

schiavi ebrei. Nella legge dellʼEsodo (XXI, 2, 6) si stabilisce che lo

schiavo ebreo avrebbe dovuto tornare in libertà dopo sei anni, tranne

il caso in cui egli stesso avesse dichiarato di preferire lo stato di

servitù, che allora rimaneva servo a perpetuità. A questa legge si

conforma quella del Deuteronomio (XV, 12–18), eccettochè non contiene

alcune disposizioni più miti riguardo alla donna schiava. Ma la legge

del Levitico (XXV, 39, 40) è da un lato più dura assai, perchè fissa

il tempo della liberazione soltanto allʼanno del Giubileo, che cadeva

ogni 50 anni, e così vi doveva essere spesso il caso che uno schiavo

invecchiasse o anche morisse nello stato di servitù. Ma certo è che

il tempo di sei anni non può combinare con questo del Giubileo.—I

talmudisti hanno conciliato la difficoltà, interpretando la frase

dellʼEsodo che suona: _e servirà per sempre_, come dicesse: _e servirà

fino al Giubileo_; i sei anni poi dovevano computarsi intieri, quando

nel corso di essi lʼanno del Giubileo non cadesse, ma se ciò avveniva,

la liberazione si effettuava anche –prima che i sei anni fossero

compiuti.[29] Hanno voluto inoltre fare anche una distinzione fra i

due testi, interpretando, come meglio si vedrà più innanzi, quello

dellʼEsodo per il servo venduto giudiziariamente, e quello del Levitico

per chi si fosse venduto schiavo volontariamente. Distinzione del resto

che non ha nessun ragionevole fondamento.

La seconda contraddizione è intorno al matrimonio con la vedova del

fratello. La legge del Levitico lo proibisce esplicitamente in due

luoghi (XVIII, 16; XX, 21), mentre il Deuteronomio impone quasi come

obbligò al fratello del defunto di sposarne la vedova, quando non

avesse lasciato prole, e se si fosse ricusato, era poco meno che

ricoperto di vergogna (XXV, 5–10). Sʼintende che la conciliazione qui

proposta è di distinguere il caso della cognata con prole da quella

che ne è priva;[30] ma il testo del Levitico proibisce il matrimonio

fra cognati senzʼalcuna distinzione. per concludere intorno a queste

contraddizioni, termineremo collʼosservare che quando si parte dal

preconcetto dogmatico che il Pentateuco sia parola divina, ne discende

di conseguenza che contraddizioni non possono esservi; deve anzi

tutto insieme concordare, anche se la mente umana non può trovare la

conciliazione. Ma a chi esamina i fatti senza alcun preconcetto nè

dogmatico nè miscredente, le contraddizioni si appalesano da sè, e la

conciliazione non è possibile. Testimone eloquentissimo di tale verità

è ciò che avvenne al celebre Colenso. Dunque concludiamo che una legge

che si contraddice nelle sue diverse disposizioni non può essere opera

di un solo uomo, eccetto che questi non abbia espressamente avvertito

di voler abrogare o correggere con la disposizione successiva quella

antecedente. Ma questo non è il caso per la legislazione del Pentateuco.

Vi è da ultimo a notare quale sia veramente la relazione della legge

del Deuteronomio con quella dei precedenti libri; perchè, oltre le

sopra esposte contraddizioni, esso è tale che non può in verun modo

tenersi nè ripetizione nè compimento di quella. Non ripetizione,

perchè in parte contraddice la legge antecedente, e in parte contiene

moltissime disposizioni, di cui in quella non si fa alcuna menzione;

non complemento, perchè in tal caso avrebbe dovuto sola esporre le

leggi aggiunte alle prime, e non ripetere ancora, come infatti si vede,

molte delle antecedenti. Di più, la legge deuteronomica è in sè qualche

cosa di compiuto, che per intima indole e per differenza di forma si

distingue troppo da quella ELN. Ma qui possiamo di volo accennare

questi tre punti che saranno svolti, quando più innanzi faremo del

Deuteronomio una compiuta analisi. Qui ci basti avere dimostrato che

il concetto dogmatico di una legge mosaica non si accorda con lʼesame

critico della legge stessa, quale ci è nel Pentateuco conservata.

Questa dimostrazione, desunta qui dallʼesame interno della legge

stessa, potrebbe venire avvalorata anche da quello dei libri storici,

profetici e poetici del Vecchio Testamento, per iscoprire in quale

relazione stiano con la legge; ma questo esame è necessario rimettere

a quando dovrannosi trovare i criterii per istabilire lʼetà della

composizione delle diverse parti della legge e della sua finale

compilazione.

CAPITOLO III

CENNO SULLE CONCLUSIONI DELLA CRITICA INTORNO ALLA COMPOSIZIONE DEL

PENTATEUCO

Se non può essere uno solo nè lo scrittore originale del Pentateuco,

nè lʼautore di tutte le leggi in esso contenute, fa dʼuopo prendere

partitamente in esame le varie raccolte di leggi e anche quelle

isolate che vi si trovano sparse. La quale ricerca non può del tutto

staccarsi dallʼaltra, intorno alla composizione del Pentateuco. E però,

senza troppo in essa addentrarci, basterà accennare i più probabili

resultati, ai quali oggi la critica è pervenuta.

Fondandosi anche per la parte narrativa sulle medesime ragioni sopra

esposte per quella legislativa, cioè le allusioni a tempi, fatti e

circostanze posteriori e di non poco alla età mosaica, le ripetizioni

e le contraddizioni che nei racconti o leggendarii o storici sono

anche maggiori che nelle leggi, i più dei critici si accordano a

distinguere nel Pentateuco tre principali documenti originarii, cioè:

1º uno scritto chiamato da alcuni _elohistico_, perchè vi si usa

principalmente nelle parti che precedono il capitolo vi dellʼEsodo

il nome divino _Elohim_, piuttostochè quello di _Jahveh_; 2º altro

scritto detto _Jehovistico_, o _Jahvistico_, per la ragione che si usa

a preferenza il nome di _Jahveh_; 3º il Deuteronomio.

Non tutti però sono concordi nel nome dei due primi, perchè lo

scritto elohistico è detto ancora _Libro delle origini_,[31] _Scritto

fondamentale_,[32] _Libro detta legge e delle genealogie_,[33] _Scritto

annalista_,[34] _Libro dei quattro patti_, cioè di Adamo, di Noè,

di Abramo e di Mosè, e indicato però con la lettera Q,[35] _Codice

sacerdotale_,[36] e anche è indicato con la semplice lettera _A_.[37]

Il secondo è chiamato altresì _Profetico_,[38] o _Supplementare_,[39]

perchè si tiene che non ci sia mai stato uno scritto jehovistico per

sè, ma che solo con alcuni sparsi frammenti si sia compiuto lo scritto

elohistico, o _quarto narratore_,[40] o indicato colla lettera _B_,[41]

o con quella _C_,[42] secondo che gli si assegna il secondo o terzo

posto nellʼordine cronologico.

A questi tre principali documenti originarii si crede dai più che si

debbano aggiungere altri scritti o di minore importanza o di minore

estensione, come alcuni canti di origine antichissima, alcune leggi

isolate, o anche brevi raccolte legislative; ma qui nel computare e

nel valutare queste altre fonti troviamo nei critici una maggiore

discordanza. È però oggi dai più concordato che fra i documenti

originali ci sia stato uno scritto, detto da alcuni _secondo elohista_,

perchè credono trovarvi analogie col primo di questo nome, di cui solo

alcuni sparsi frammenti ci siano conservati nellʼattuale compilazione

del Pentateuco, perchè o il Jehovista gli accolse nella sua opera,

conservandone presso a poco la forma primitiva, oppure perchè questa

combinazione di due fonti diverse sia fatta da un più recente

compilatore; ma lo scritto nella sua integrità sarebbe perduto. E anche

qui troviamo disaccordo nel nome, perchè altri lo chiamano il _Terzo

Narratore_,[43] altri vogliono trovarci, almeno in parte, il _Libro del

Retto_,[44] di cui si parla nella stessa Scrittura (_Josuè_, X, 13; 2º

_Sam._, I, 18), altri lo dicono il _Narratore Teocratico_[45] altri lo

indicano colla lettera _B_[46] o con quella _C_,[47] altri finalmente

lo tengono come il vero e solo _Elohista_.[48]

Anche intorno al modo della compilazione sono discordi le opinioni.

Per alcuni la compilazione dei primi quattro libri avrebbe preceduto

la composizione del Deuteronomio, dimodochè vi sarebbe stato un

compilatore per quelli, e poi lʼautore del Deuteronomio avrebbe

allʼopera già esistente unito la sua,[49] o questa unione sarebbe stata

fatta da un altro compilatore. Ad opinione poi di altri, la fusione in

una opera sola dei diversi scritti originarii sarebbe avvenuta soltanto

dopo la parziale composizione di ognuno di questi, tanto più che per

alcuni il Deuteronomio sarebbe anteriore a gran parte dei primi quattro

libri.[50] Per ultimo lʼopinione oggi prevalente riconosce che anche

il libro di Giosuè forma una cosa sola coi cinque libri detti mosaici,

dimodochè avremmo piuttosto un Hexateuco che un Pentateuco. Ad ogni

modo pera il compilatore si sarebbe valso delle fonti che aveva dinanzi

a sè, cercando di fare unʼopera che avesse, per quanto era possibile

col suo metodo di compilazione, unità di soggetto e di fine. E diciamo

per quanta era possibile, imperocchè il suo metodo pare che fosse di

conservare la forma primitiva degli scritti originarii, attaccando

successivamente i diversi passi ora, dellʼuno ora dellʼaltro, e

inserendo anche talvolta qualche frammento o rimasto fuori dei

principali scritti; originarii, o di questi più recente. In questo

solo modo possiamo spiegare come certi passi del Pentateuco disturbino

troppo apparentemente lʼordine e il piana della composizione. Ne siano

di esempio i capitoli XXIV e XXVII del Levitico, il V e il VI e alcuni

altri del Numeri, sui quali a suo luogo ci tratterremo. Avrà inoltre il

compilatore soppresso le ripetizioni che si sarebbero immediatamente

succedute, o quelle fra le contraddizioni che più lo avranno colpito,

e frapposto qua e là alcune frasi necessario o a connettere ciò che

altrimenti sarebbe rimasto troppo scucito, o ad armonizzare ciò che

sarebbe apparso in troppo palese contraddizione, o finalmente anche

a spiegare ciò che per i suoi contemporanei sarebbe riuscito oscuro.

Ma non ostante siffatto studio di connessione e di armonizzamento,

siccome questo compilatore non ha di nuovo composto unʼopera sua, ed

invece ha solo combinato insieme quelle che già esistevano, tentando da

diversi scritti formarne uno solo; se pure è difficile ristabilire in

tutti i più minuti particolari la primitiva composizione delle fonti

originarie, si può benissimo dallʼaltro lato riconoscerne la diversità,

e trovare anche in molti casi il punto ove, per dir così, i diversi

pezzi sono stati insieme cuciti. Adduciamo un solo esempio nel seguente

passo tratto dalla vocazione di Mosè.

Si narra in prima che Mosè, profugo nei deserti dellʼArabia, fu

chiamato da Jahveh, e ne ricevette la missione di liberare gli Ebrei

dallʼEgitto. Dopo molte esitazioni ad accettare questʼincarico, fondate

danna parte sulla poca fede che gli Ebrei avrebbero avuto in lui,

dallʼaltra sopra il suo naturale difetto della balbuzie, si risolve

a partire per lʼEgitto ed a compiere la ricevuta passione, perchè

rassicurato da Dio che gli Ebrei, mediante i prodigi da lui operati,

gli avrebbero creduto, e alla balbuzie avrebbe riparato col far parlare

in vece sua il fratello Aron.

La legge del popolo Ebreo · 第 3 / 30 段