La quistione dellʼautenticità della legge così detta mosaica è di

necessità connessa con quella più generale della autenticità del

Pentateuco. Imperocchè, se fosse dimostrato, o potesse dimostrarsi, che

tutto il Pentateuco è opera di Mosè, di conseguenza ne scenderebbe che

anche la parte legislativa dovrebbe come tale tenersi. È anzi per altro

dimostrato ormai dalla critica spassionata, e che si è lasciata guidare

da soli criterii scientifici, che il Pentateuco non è opera nè di un

solo uomo nè di una sola età, ma compilazione di più documenti scritti

da più autori in età diverse. Potrà differirsi fra i critici intorno

al numero di questi documenti originali, intorno alla relazione nella

quale stanno fra loro, e intorno al tempo nel quale furono scritti, ma

che lʼautore del Pentateuco non possa essere uno solo, e molto meno

Mosè, è riconosciuto da tutti quelli che in tale quistione non hanno

voluto lasciarsi dominare da un preconcetto dogmatico. Non torneremo

qui ad esporre tutte le ragioni che danno causa vinta alle conclusioni

della critica, tanto più che già da molto tempo avemmo occasione di

farlo,[13] ma ci restringeremo a ciò che concerne soltanto la parte

legislativa.

Imperocchè potrebbe pure il Pentateuco, quale oggi lo abbiamo, essere

una compilazione di più documenti, fra i quali valutarsi come una sola

la legislazione, e questa tenersi come opera autentica di Mosè. In

altre parole, potrebbero le parti narrative del Pentateuco staccarsi

del tutto da quelle legislative, e quando fosse, come è difatti,

dimostrato, che la storia delle origini del genere umano e del popolo

ebreo, quale è contenuta nel Pentateuco, non è opera nè di un uomo nè

di una età, difendersi pur sempre lʼunità e lʼautenticità della parte

legislativa. E però, siccome in questo scritto restringiamo le nostre

ricerche soltanto alla legge, di questa sola dimostreremo che non può

nemmeno intorno ad essa sostenersi la verità del concetto tradizionale

dogmatico.

In prima, alcune delle disposizioni legislative, come resulta dalla

sommaria esposizione che sopra ne abbiamo fatta, si connettono talmente

con certe narrazioni storiche, che, quando sia dimostrato queste non

potere avere per loro autore Mosè, ne scende per necessaria conseguenza

che non possono appartenergli nè anche quelle. Così, a cagione di

esempio, quando sia dimostrato che storicamente è impossibile che gli

Ebrei durante le loro peregrinazioni nei deserti dellʼArabia abbiano

posseduto il materiale necessario per edificare il tabernacolo, e

fornirlo di tutti i suoi arredi, e di tutti gli abiti sacerdotali,

quali ci vengono descritti nellʼEsodo (XXXV, 4–XL), ne resulta di

necessità che nemmeno tutta la parte dispositiva (XXV–XXXI, 17) può

attribuirsi a Mosè; perchè questi non avrebbe potuto comandare cosa che

egli meglio di ogni altro sapeva non potersi eseguire. Come è possibile

che nel deserto, mentre spesso mancavano di che sfamarsi, si comandasse

agli Israeliti di far ogni settimana dodici focaccie di fior di farina,

e porle nella tavola sacra nellʼinterno del tabernacolo, perchè Aron

e i suoi figli le mangiassero come un cibo consacrato? (_Levitico_,

XXIV, 5–9). Come è possibile che egualmente nel deserto potessero

gli Ebrei avere olive sufficienti per fornire lʼolio necessario ad

accendere quotidianamente un candelabro a sette lumi nellʼinterno del

tabernacolo? Eppure per due volte nella legislazione ELN[14] sarebbe

stato dato da Mosè un tale precetto (_Esodo_, XXVII, 20, e seg.;

_Lev._, XXIV, 1–4).

Ma oltre questa grave obbiezione, che qui possiamo accennare in termini

generali e confortare di pochi esempi, ve ne sono ben altre e non di

minor peso.

Uno studio spassionato della legge contenuta nel Pentateuco fa

chiaramente vedere che essa ha seguito lo svolgimento successivo

dei diversi gradi della condizione del popolo, cosa impossibile a

conciliarsi con la condizione pressochè immutata, quale avrebbe dovuto

essere quella dei primi quarantʼanni dopo lʼescita dallʼEgitto,

e quale del resto ci viene descritta nelle parti narrative del

Pentateuco stesso. La condizione di orde nomadi in regioni pressochè

deserte, come quelle dellʼArabia, e il tempo relativamente breve di

quarantanni, non potevano essere tali da favorire un grande e pronto

svolgimento di civiltà; dimodochè gli Ebrei, che si accingevano

alla conquista della terra promessa, non dovevano nè potevano esser

troppo diversi da ciò che erano, quando escivano dallʼEgitto. E se

noi leggiamo le narrazioni bibliche, vediamo che stanno piuttosto a

confermare che a confutare quanto qui asseriamo.

Ci si potrebbe per altro opporre che, secondo la narrazione biblica,

la prima generazione degli Ebrei esciti dallʼEgitto sarebbe perita

tutta nel deserto, e che Mosè avrebbe voluto aspettare ad avere tutta

una nuova generazione, prima di fare accingere il popolo ebreo alla

conquista della terra promessa (_Num._, XIV, 22, 23; XXVI, 64, 65), e

che quindi un certo svolgimento dʼidee e di civiltà potrebbe essere

avvenuto.

Potrebbe anche opporcisi che gli Ebrei, sempre secondo la narrazione

biblica, avrebbero, prima della morte di Mosè, conquistato alcune terre

alla sinistra del Giordano (ivi, XXI, 21–35), e quindi avrebbero potuto

mutare in parte le loro abitudini nomadi con quelle di gente a sedi più

stabili; e perciò essersi avanzati nella via della civiltà. Ma queste

obbiezioni si fondano più sullʼapparenza che sulla realtà.

Imperocchè in quanto alla prima è facile intendere che non accade

nel succedersi di due sole generazioni che possano profondamente

modificarsi le condizioni di un popolo, quale era lʼebreo nellʼescire

dallʼEgitto. Prendiamo in esame il libro dei Giudici, che è certo in

tutto il Vecchio Testamento quello che con più verità ci dimostra le

condizioni di quel popolo,[15] e vedremo che gli Ebrei nei primi tempi

dopo lʼinvasione della Palestina erano gli stessi di quelli esciti

dallʼEgitto. Seguaci di culti politeistici, come tutte le genti a loro

affini, privi di stabile costituzione politica, incapaci di resistere

contro i popoli vicini, o primi possessori della terra da essi invasa,

e atti solo a risorgere momentaneamente, quando trovavano alcuni capi

di ventura audaci e valorosi, quali in sostanza erano quelli che la

tradizione ha chiamato col nome di Giudici (_Shofetim_, _Suffeti_).

Inoltre poi fa dʼuopo esaminare, seguendo anche qui la narrazione

biblica, per porci in una ipotesi più favorevole ai dogmatisti, che

se Mosè vuole aspettare che sia estinta una generazione, e ne sorga

unʼaltra, è solo per la conquista della terra promessa, non per

trovare gente che fosse capace di ricevere ed eseguire le sue leggi.

Imperocchè prima dellʼinvio dei dodici esploratori, il cui ritorno

sarebbe stato occasione di scoraggiamento nel popolo, e quindi della

risoluzione di lasciar perire tutti gli adulti nel deserto, per avere

una nuova generazione meglio agguerrita, sarebbe già stata promulgata

quasi tutta la legislazione ELN, e pochissime sarebbero state le leggi

quindi aggiunte. Dimodochè, se questa osservazione di uno svolgimento

di civiltà, che avrebbe condotto con sè anche uno svolgimento di

legislazione, potesse avere qualche valore, potrebbe averlo soltanto

per il Deuteronomio, sul quale però sarebbe qui anticipata ogni

conclusione.

Intorno poi alla seconda obbiezione tratta dalla conquista di alcuni

paesi, valgono le stesse cose dette fin qui, perchè quella conquista,

anche secondo ciò che ne narra la Scrittura, sarebbe avvenuta soltanto

alla fine dei quarantʼanni (_Deut._, II, 14–24); e quando pure avesse

mutato le abitudini nomadi del popolo, non avrebbe potuto avere nessuna

influenza sullo svolgimento di una legislazione che lʼavrebbe preceduta.

La seconda ragione, per la quale non si può ammettere un solo autore

della legislazione del Pentateuco, consiste nellʼesservi alcune leggi

ripetute più volte, in modo che della ripetizione non potrebbe darsi

spiegazione che appagasse. Prescindiamo per ora dal Deuteronomio,

che non può qui valutarsi, perchè, secondo il concetto dogmatico,

esso sarebbe appunto la ripetizione della legge; e non teniamo conto

nemmeno dellʼessere ripetuti i comandi che sarebbero stati già imposti

ai Patriarchi, perchè potrebbe tenersi ragionevole che Mosè avesse

voluto dettare al popolo una legge compiuta; ma vediamo per ora solo le

ripetizioni nella legge ELN.

La festa delle azzime in memoria dellʼescita dallʼEgitto sarebbe

stata comandata una prima volta, avanti che la liberazione avvenisse

(_Esodo_, XII, 14–20), una seconda volta, appena lʼescita dallʼEgitto

era compiuta (ivi, XIII, 3–7), una terza, nel corpo generale di leggi,

quando fu stabilito il patto fra Jahveh e il popolo (ivi, XXIII, 15),

una quarta, nella consegna delle seconde tavole del Decalogo (ivi,

XXXIV, 18), una quinta, nella legge generale intorno alle feste solenni

(_Levitico_, XXIII, 6). Le altre feste sono anchʼesse ripetutamente

imposte (_Esodo_, XXIII, 16, 17; XXXIV, 22, 23; _Levitico_, XXIII,

15–22, 33–44) e due volte imposto anche il giorno della penitenza

annuale (_Lev._, XVI, 29–31; XXIII, 27–32), senza tener conto chetante

della festa delle azzime, quanto delle altre, si parla ancora in altro

luogo (_Num._, XXVIII, XXIX); perchè qui la ripetizione potrebbe avere

un motivo plausibile, trattandovisi più specialmente dei sacrificii da

doversi offrire in tali solennità.

Due volte, e quasi colle stesse parole, è ripetuto il comando di dovere

nelle tre maggiori solennità dellʼanno, cioè nella Pasqua, nella

Pentecoste e nella festa di Capanne, tutti i maschi presentarsi dinanzi

a Jahveh, cioè nel luogo consacrato al suo culto (_Esodo_, XXIII, 17;

XXXIV, 23).

Almeno dieci volte è comandata lʼosservanza del sabato (_Esodo_, XVI,

23–30; XX, 8–11; XXIII, 12; XXXI, 12–17; XXXIV, 21; XXXV, 2; _Levit._,

XIX, 3, 30; XXIII, 3; XXVI, 2). Cinque volte è imposta la consacrazione

dei primogeniti (_Esodo_, XIII, 2; 12 e seg.; XXII, 28 e seg.; XXXIV,

19 e seg.; _Num._, XVIII, 14–17). Lʼobbligo di adorare un sol Dio, e

di non prestare culto a nessuna immagine lo vediamo più volte ripetuto

(_Esodo_, XX, 2–5; XXII, 19; XXIII, 13, 24, 32; XXXIV, 14–17; _Levit._,

XIX, 4; XXVI, 1).

Due volte è comandato di non sacrificare i figli al Dio Moloch

(_Levit._, XVIII, 21; XX, 2–5), quattro di non darsi alle pratiche

superstiziose della magia e della divinazione (_Esodo_, XXII, 17;

_Levit._, XIX, 31; XX, 6, 27), tre volte è proibito lʼadulterio

(_Esodo_, XX, 14; _Levit._, XVIII, 20; XX, 10), due il furto (_Esodo_,

XX, 15; _Levit._, XIX, 11), lʼincesto (_Levit._, XVIII, 6–18; XX,

11–14), la sodomia (ivi, XVIII, 22; XX, 13), la bestialità (ivi,

XVIII, 23; XX, 15), il giurare in falso (_Esodo_, XX, 7; _Levit._,

XIX, 12), il maledire i genitori (_Esodo_, XXI, 17; _Levit._, XX, 9);

due volte pure è imposto di onorarli (Esodo, XX, 12; _Levit._, XIX,

3), e due volte è ripetuta la legge del taglione (_Esodo_, XXI, 23–24;

_Levit._, XXIV, 18–20), tre volte è comandato di amare i forestieri

e di trattarli con riguardo (_Esodo_, XXII, 20; XXIII, 9; _Levit._,

XIX, 33 e seg.), e due volte al contrario di non venire a patti con

i popoli che abitavano la terra promessa (_Esodo_, XXIII, 32, 33;

XXXIII, 12–15), tre volte è imposto di amministrare rettamente la

giustizia, senza timore verso il ricco e potente, e senza riguardo

verso il povero (_Esodo_, XXIII, 3, 6; _Levit._, XIX, 15, 35), due

volte è comandato di lasciare in favore dei poveri una parte del campo

senza mietere, e la spigolatura della mèsse (_Levit._, XIX, 9; XXIII,

22), due volte è imposto di non prestare ad usura (_Esodo_, XXII, 24;

_Levit._, XXV, 36). E se per alcune di queste ripetizioni può in parte

trovarsi una scusa, trattandosi di leggi o precetti che formavano la

base dellʼIsraelitismo, e si può dire che il legislatore non si sentiva

mai appagato di averli abbastanza raccomandati e inculcati nel cuore e

nella mente, questa scusa però non può valere per tutte, e molto meno

per certi minuti precetti, che imposti una volta in una forma precisa

ed esatta, non si guadagnava nulla a ripeterli.

Quattro volte, senza contare nè il Genesi nè il Deuteronomio, è

ripetuta la proibizione di cibarsi del sangue degli animali (_Levit._,

III, 17, VII, 26, XVII, 10, XIX, 26), tre volte quella di mangiare gli

animali morti di morte naturale, o lacerati dalle fiere (_Esodo_, XXII,

30; _Levit._, XI, 40; XVII, 15).

Due volte sono ripetuti o con identiche parole, o con molto simili,

i precetti di non cuocere un capretto col latte della madre, di non

accompagnare col pane lievitato il sangue del sacrifizio, di non

lasciare fino alla mattina il sevo del sacrifizio pasquale, e di

portare al tempio le primizie dei raccolti (_Esodo_, XXIII, 18 e

seg.; XXXIV, 25 e seg.), il quale ultimo comando è ancora ripetuto

una terza volta dove trattasi in generale delle rendite sacerdotali

(_Num._, XVIII, 11, 13). Due volte è imposto il sacrifizio quotidiano

(_Esodo_, XXIX, 38–42; _Numeri_, XXVIII, 1–8). Due volte è proibito di

mangiare dopo il secondo giorno, nel quale fossero offerte, le carni

di certi sacrifizi votivi detti _Shelamim_ (_Levit._, VII, 16–18;

XIX, 5–8). Due volte è comandato di lasciare ai poveri i prodotti

rurali dellʼanno settimo, chiamato _anno di rilascio_ (_Shemità_)

e ancora anno sabatico (_Esodo_, XXIII, 11; _Lev._, XXV, 3–6). Due

volte è ripetuto il precetto di offrire un sacrifizio espiatorio per

i peccati involontarii, fossero questi commessi o dal pubblico, o da

privati individui (_Levit._, IV, 13 e seg., 27 e seg.; _Num._, XV,

22–31). Finalmente due volte con parole quasi identiche è ripetuto il

precetto di fornire lʼolio necessario per accendere il candelabro nel

tabernacolo (_Esodo_, XXVII, 20 e seg.; _Levit._, XXIV, 1 e seg.). E

forse questa enumerazione di precetti più volte ripetuti potrebbe anche

accrescersi di qualche altro esempio; ma bastano al nostro assunto

quelli citati.

Nè è soltanto la ripetizione che osta ad ammettere un solo compositore

di questa legislazione ELN, ma anche la forma nella quale siffatta

ripetizione ci apparisce. Può ammettersi fino ad un certo punto che

un legislatore di un popolo primitivo e rozzo, oltre lʼavere imposto

una o più leggi fondamentali nella precisa forma giuridica, torni

poi a raccomandarne lʼosservanza in un discorso esortativo, ma la

ripetizione, come vera e propria legge non è ammissibile. Anche

poi indipendentemente da questa osservazione, vi sono nella parte

precettiva del Pentateuco tali ripetizioni, delle quali non si può

proprio trovare un perchè lo stesso scrittore vi sarebbe caduto.

Tale è il comando di consacrare i primogeniti umani e degli animali

esposto prima nel v. 2 del capitolo XIII dellʼEsodo, e poi ripetuto

nei vv. 12–13 dello stesso capitolo. Perchè il legislatore non avrebbe

addirittura, dopo aver accennato quel dovere, indicato ancora il modo

come si doveva praticare?

Altro esempio più concludente dello stesso genere può trarsi dal

capitolo XXXIV dellʼEsodo. Se vogliamo pure tenere per vera la ragione

dataci della fattura di due nuove tavole del Decalogo, perchè le prime

erano state spezzate da Mosè, quando allo scendere dal Sinai vide il

vitello dʼoro eretto come idolo dal popolo (_Esodo_, XXXII, 19); non

sappiamo davvero trovare una ragione sufficiente per ispiegare la

ripetizione dei precetti contenuti nel XXXIV, 11–26, mentre erano stati

già esposti o nel Decalogo o nel successivo corpo di leggi (cfr. XXIII,

15–19) o nel cap. XIII.

Un terzo esempio si può allegare dal capitolo XXXV, che incomincia con

le seguenti parole: «Mosè adunò tutta lʼadunanza dei figli dʼIsraele,

e disse loro: queste sono le cose che comandò Jahveh di eseguire».

Ogni lettore si aspetterebbe qui una sequela di ordini e di precetti.

Tutto invece si restringe al coniando di osservare il riposo del

sabato, perchè col verso 4 incomincia un altro discorso con una nuova

introduzione riguardo al dovere di raccogliere offerte dʼogni genere

per lʼedificazione del tabernacolo.

Il riposo poi del giorno del sabato, è, come già abbiamo veduto, più

volte imposto, e qui si aggiunge soltanto di non accendere in quel

giorno il fuoco. Ma da un lato questa ripetizione, dallʼaltro il

trovarsi esposto un solo precetto, mentre nel primo verso si enunciano

più cose, induce a concludere che non si possa dare altra spiegazione

ragionevole dei tre primi versi del capitolo XXXV, se non riconoscendo

in essi un breve frammento di una raccolta più estesa di leggi e riti,

inserito qui dal compilatore, perchè pare vagli questo, a torto o a

ragione, il luogo più opportuno.

I capitoli XIX e XX del Levitico, i quali contengono più leggi e

precetti in parte già imposti al popolo in raccolte di leggi che ad

essi precedono, e che nel medesimo tempo formano per il contenuto e

per lo stile qualche cosa di compiuto in loro stessi, non si sa vedere

perchè si trovino nel luogo ove oggi sono, se non vogliamo anche qui

riconoscere alcune piccole raccolte di leggi, messe insieme da un più

recente compilatore. La qual cosa si farà innanzi più chiara, quando

più minutamente nei suoi particolari esporremo questa parte della

legge ELN. Ed è certo che solo questa ipotesi di una compilazione di

più documenti originarii può spiegare la composizione della legge

del Pentateuco, quale oggi lʼabbiamo, con le sue illogiche e inutili

ripetizioni, che si trovano espresse le più volte senza allusione al

già detto; e proprio come se si trattasse di comandare cosa non mai

prima enunciata.

Lʼesegesi delle scuole talmudiche ha bene avvertito questa difficoltà,

e avendo dallʼaltro lato stabilito a priori il principio che nella

Scrittura, come divina rivelazione, non può e non deve contenersi

nemmeno una lettera dʼinutile o di soverchio, ha voluto trovare

ragione, se non di tutte, almeno di molte di queste ripetizioni. Ma fa

dʼuopo ben riconoscere che qui le scuole talmudiche hanno dato soltanto

prova di una sottigliezza sofistica e falsa. Basterà citare qualche

esempio. Tre volte, computando anche il Deuteronomio, è ripetuto nel

Pentateuco il precetto di non cuocere il capretto col latte della

madre, e precisamente con le identiche parole. Ebbene, il Talmud

insegna che una di queste proibizioni vale per inibire di cibarsi di

tale cucinato, lʼaltra di usarne in qualsivoglia altro modo, e la terza

di semplicemente cucinarlo.[16]

Dallʼessere quattro volte ripetuto, computando anche qui il

Deuteronomio, il precetto di portare gli avvertimenti di Jahveh sulla

mano e fra gli occhi, il Talmud vuole dedurne che quattro dovevano

essere i paragrafi biblici scritti nelle filatterie.[17]

Se nel Decalogo è comandato di non rubare, e nel Levitico (XIX, 12)

il precetto è ripetuto, il Talmud con la maggiore serietà vuole

insegnarci che nel Decalogo si proibisce di rubare persone per farle

schiave, e nel Levitico di rubare denaro o qualunque oggetto.[18]

Eppure è adoperato nei due luoghi lʼidentico verbo _ghanaz_, e del

rubare persone è esplicita la proibizione in altro luogo (_Esodo_,

XXI, 16). Ma, senza citare altri esempi di tal genere, che anche

tre soli bastano per condannare tutto un sistema di esegesi di simil

fatta, esporremo solo un modo generale dʼinterpetrazione, col quale

spessissimo nel Talmud si vuole giustificare le ripetizioni delle leggi

nel Pentateuco.

Se in un luogo si legge essere una data azione delittuosa sottoposta

a una data pena, e in altro luogo si torna a proibire quella stessa

azione, il Talmud spiega la ripetizione, dicendo che non basta

istituire una pena per una azione che non è dalla legge stessa

proibita, quasi il sancire la pena non valesse quanto dichiararla

delittuosa. Così se nel capitolo XXII dellʼEsodo sono sancite le

pene per le diverse specie di furto, ciò non sarebbe bastato, se nel

Levitico non si fosse detto in termini generali _non rubate_. E ciò

si enuncia nel Talmud in questi termini: «Qui impariamo la pena, ma

lʼavvertimento proibitivo donde si deduce?»[19]

Le spiegazioni che le scuole teologiche hanno voluto dare delle

ripetizioni legislative del Pentateuco sono presso a poco tutte dello

stesso valore, e qui abbiamo voluto dare solo qualche esempio di quelle

talmudiche, perchè forse meno generalmente conosciute, ma lʼinsistervi

più oltre sarebbe inutile. Passiamo piuttosto alla più grave obbiezione

che impedisce di ammettere nella legislazione del Pentateuco un solo

autore, vogliamo dire il fatto di esservi non poche contraddizioni; e

qui è necessario prendere in esame anche il Deuteronomio. Imperocchè

se le ripetizioni di questo libro non ostano al concetto tradizionale

della legge mosaica, vi ostano, e insuperabilmente, le contraddizioni

di esso verso gli altri libri del Pentateuco.

La parte più importante di tutta la legge, e come il centro intorno

al quale si aggira, è certo per comune consenso il Decalogo.

Se il Deuteronomio non fosse altro che ripetizione della legge

antecedentemente esposta, il Decalogo in esso contenuto (V, 6–21)

dovrebbe essere identico a quello dellʼEsodo (XX, 2–17). Ma passando

sopra piccole differenze di forma, la diversità della ragione data

al precetto di riposare nel sabato difficilmente può conciliarsi.

NellʼEsodo (II, 11) la ragione è espressa in questi termini; «Perchè in

sei giorni Jahveh fece il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che è

in essi, e riposò nel giorno settimo, perciò benedisse Jahveh il giorno

del sabato e lo santificò». Nel Deuteronomio invece si legge (V, 15).

«E rammenterai che servo fosti nella terra dʼEgitto, e ti fece escire

Jahveh tuo Dio di colà con mano forte e con braccio teso, perciò ti

comandò Jahveh tuo Dio di fare il giorno del sabato». La differenza

su questo punto è troppo profonda e troppo spiccata. Secondo una

composizione del Decalogo la ragione del riposo del sabato si connette

col primo capitolo del Genesi, col fatto cosmico della creazione,

e lʼuomo deve riposare, perchè nel settimo giorno la creazione fu

compiuta: questa ragione è del tutto teologica. Secondo lʼaltra

composizione la ragione è del tutto nazionale, risguarda solo il popolo

dʼIsraele, che deve riposare, in memoria di essere stato liberato dalla

condizione di schiavitù, giacchè lo schiavo è condannato a incessante

lavoro, e non può prendersi un giorno di riposo.

Ma se intorno al sabato si nota dolo questa differenza nella ragione

del precetto, molto più grave è la diversità intorno alle altre feste

annuali. Secondo le leggi dellʼEsodo (XXIII, 15–17, XXXIV, 17–24) e del

Deuteronomio (XVI) le feste nel corso dellʼanno sarebbero soltanto tre,

la Pasqua delle azzime nella primavera, la Pentecoste, e la festa delle

Capanne nellʼautunno; mentre secondo le leggi del Levitico (XXIII) e

del Numeri (XXVIII, 16–XXIX) sarebbero almeno cinque, cioè oltre le

tre enumerate, due altre al primo e al dieci del settimo mese. Se il

Deuteronomio è una ripetizione della legge antecedente, come spiegare

il silenzio delle due feste solenni, e principalmente quella del dieci

del settimo mese, giorno per gli Ebrei solennissimo fra tutti, perchè

destinato alla penitenza generale dei peccati? E nella legge stessa

ELN, perchè questa diversità? Non si può supporre che i luoghi del

Levitico e del Numeri siano un compimento di una legge imperfetta,

quale dovrebbe essere di necessità quella dellʼEsodo se realmente,

fino dallʼorigine le solennità annue fossero state cinque e non tre.

Nè si può dire che nellʼEsodo si parli soltanto di feste che sarebbero

veramente tre, mentre le altre due sarebbero solennità di altro genere;

perchè vediamo nel Levitico XXIII che anche il primo giorno del

settimo mese è chiamato, al pari della Pasqua, _convocazione santa_;

e il riposo, la cessazione dal lavoro è del pari imposta per questo e

per il giorno dieci dello stesso mese. Nè meglio varrebbe ricorrere

allʼipotesi di uno svolgimento dʼidee religiose, per cui si fosse

veduto lʼopportunità di stabilire altre due feste. Questo svolgimento

può essere avvenuto in un lungo periodo di tempo, non durante il

soggiorno nel deserto; e molto meno i sostenitori dellʼopinione

dogmatica potrebbero proporre un cambiamento di concetto nella mente

di Mosè. Altre contraddizioni esistono poi in molte parti del culto è

del rituale.

La legge del popolo Ebreo · 第 2 / 30 段