NOTA DEL TRASCRITTORE:
--Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
--Gli apici sono indicati da un accento circonflesso: parola^[apice]
LA LEGGE
DEL POPOLO EBREO
NEL
SUO SVOLGIMENTO STORICO
ESPOSTA
DA
DAVID CASTELLI
[Illustration]
IN FIRENZE
G. C. SANSONI, EDITORE
1884
LA LEGGE
DEL POPOLO EBREO
LA LEGGE
DEL POPOLO EBREO
NEL SUO SVOLGIMENTO STORICO
ESPOSTA
DA
DAVID CASTELLI
IN FIRENZE
G. C. SANSONI, EDITORE
1884
PROPRIETÀ LETTERARIA
Tip. Carnesecchi—Firenze—Piana dʼArno
ALLA
CARA E VENERATA MEMORIA
DI MIO PADRE
INDICE
PREFAZIONE Pag. IX
CAPITOLO I. Concetto tradizionale della legge ebraica » 1
CAPITOLO II. La legge contenuta nel Pentateuco non è opera
di un solo autore » 25
CAPITOLO III. Cenno sulle conclusioni della critica intorno
alla composizione del Pentateuco » 53
CAPITOLO IV. Il Decalogo » 61
CAPITOLO V. Il primo codice e alcune Novelle » 87
CAPITOLO VI. Della relazione cronologica fra le leggi del
Pentateuco. Altre Novelle al primo codice.
Riti di purità per i cibi. Riti per le
malattie corporali. Nazireato » 149
CAPITOLO VII. Altre Novelle al primo codice » 175
CAPITOLO VIII. Il secondo codice, o la compilazione
legislativa del Deuteronomio » 207
CAPITOLO IX. Il codice di Ezechiele. Il codice sacerdotale » 321
INDICE ALFABETICO » 415
PREFAZIONE
Quegli scrittori che hanno trattato della legge ebraica, o lʼhanno
considerata come un sol tutto, esponendola per logico ordine, e
facendone la divisione per materie, come un codice, o ne hanno fatto
una discussione critica, esaminando i varii gradi della sua successiva
formazione.
In questo scritto ci siamo proposti di fare nello stesso tempo
lʼesposizione della legge ebraica e la sua storia critica. Ma di
necessità ne conseguiva che nella esposizione non si potesse tenere un
ordine logico, ed invece si seguisse quello cronologico. Oltrechè il
metodo di esporre per ordine di materie la legge ebraica, come fecero a
cagione di esempio il Michaelis, il Salvador, il Saalschütz, anche se
lʼautore avverta quali parti di ogni legge siano antiche e quali più
recenti, ha lʼinevitabile inconveniente che al lettore apparisca come
composta tutta in un medesimo tempo, e come un codice che abbia in ogni
tempo regolato la vita del popolo ebreo. Mentre la storica verità è ben
differente.
La legge ebraica è passata a traverso parecchi gradi di formazione, e
quella che reggeva lo Stato giudaico nei tempi posteriori allʼesilio
babilonese è tuttʼaltra da quella che governava gli Ebrei nel primo
loro stabilirsi sulla terra di Canaan. Una esposizione della legge
ebraica, che non tenga conto di questa successiva evoluzione, imprime
di necessità un errore di fatto nella mente dei lettori, non molto
diverso da quello che volesse far credere i Romani di Servio Tullio
retti dalle leggi del _Corpus juris_. Quindi nella parte espositiva
abbiamo seguito passo per passo le successive raccolte legislative, che
abbiamo o tradotto, o analizzato, senza per lo più alterare, tranne che
nel codice sacerdotale, lʼoriginale distribuzione,[1] per presentare
così un concetto fedele del modo come presso gli antichi popoli semiti
si componevano i codici.
Si pensi poi che è molto facile una distribuzione per materie secondo
il nostro modo di concepire; ma altro non si fa, se non sostituire
una disposizione artificiale a quella naturale, un sistema inorganico
a un organico svolgimento. Le varie raccolte della legge ebraica sono
nate in un certo modo e con un certo ordine, e questo stesso fa dʼuopo
rappresentare e far rivivere nella mente del lettore, non disporle in
racconciamento artificiale, che a noi può sembrare più logico, ma che
toglie loro la vita.
Non ci dissimuliamo glʼinconvenienti, che dal modo da noi preferito
possono derivare; e in prima quello di cadere in alcune ripetizioni,
trovandosi gli stessi argomenti più volte trattati nelle successive
raccolte di leggi. Ma, se queste ripetizioni sono nellʼoriginale, non
è inopportuno che si vedano, almeno in parte, anche nello scritto di
chi ne vuol fare fedele esposizione. Diremo poi che ci siamo studiati
nel modo della trattazione che queste ripetizioni fossero e per numero
quanto mai poche, e per estensione quanto mai brevi.
Il secondo inconveniente sarebbe la difficoltà di poter ritrovare le
varie leggi, non essendo logicamente distribuite; dimodochè lo studioso
non saprebbe come cercare quella che potrebbe desiderare di conoscere,
senza dovere scorrere tutto il libro. A questo crediamo di aver
riparato con un indice alfabetico.
Ma nellʼesporre il codice sacerdotale abbiamo invece seguito un metodo
logico distribuito in materie, e ciò per due ragioni. In prima, perchè
lʼargomento, quasi tutto rituale, già tedioso e affaticante per sè
stesso, sarebbe divenuto insopportabile, se si fosse seguito il
diffuso modo del testo, non solo pieno, ma riboccante di oziosissime
ripetizioni. In secondo luogo, perchè fra le tre principali raccolte di
leggi tramandateci nel Pentateuco, certo il codice sacerdotale ha meno
conservato la sua forma primitiva, e quindi meno si richiedeva seguirlo
nella sua presente distribuzione.
Oltre le leggi del Pentateuco si contengono importanti disposizioni
nellʼultima parte del libro profetico di Ezechiele, e anche queste
abbiamo prese in esame; perchè altrimenti sarebbe rimasto un vuoto
nella cronologica esposizione, che ci siamo proposti come nostro
subbietto.
Le leggi poi e i riti della Scrittura sono stati grandemente ampliati
e modificati nel Talmud, vera enciclopedia religiosa e civile del
Giudaismo. Ci è sembrato quindi necessario tener conto di queste
modificazioni, e a mano a mano insieme con ogni legge e con ogni rito
scritturale far conoscere lʼinterpretazione talmudica, che spesso è
un totale cangiamento o una importante aggiunta. Imperocchè se questo
non si fosse fatto, il lettore avrebbe potuto credere che anche nelle
ultime età il Giudaismo si fosse retto secondo le prescrizioni della
Bibbia intese nel loro significato letterale; cosa anche questa molto
lontana dal vero.
Ma era necessario dallʼaltro lato usare in questa parte una grande
temperanza; perchè seguire il Talmud nel suo molteplice e minuzioso
rituale sarebbe stata impresa da un lato troppo vasta, e dallʼaltro
tediosa e di poco profitto.
Perciò abbiamo esposto le principali modificazioni introdotte dal
Talmud nelle leggi civili, e in quanto al rito accennato soltanto i
punti di più capitale importanza; sopra gli altri abbiamo prestamente
sorvolato, certi che questo fosse il mezzo per non indurre soverchia
sazietà nei lettori.
Abbiamo sempre indicato le precise fonti originarie talmudiche, citando
i singoli trattati del Talmud babilonese, e quando ci è accaduto di
dover ricorrere a quello gerosolimitano, o lo abbiamo esplicitamente
nominato, o indicato con la sigla T. G. Oltre il Talmud propriamente
detto abbiamo tenuto come fonti di diritto talmudico gli antichi
rabbinici commenti al Pentateuco sotto il titolo di _Mechiltà_
sullʼEsodo, di _Sifrà_ sul Levitico, e di _Sifré_ sul Numeri e sul
Deuteronomio. Talvolta è stato necessario citare anche la _Tosaftà_,
che è una aggiunta alla _Mishnah_ prima compilazione rabbinica sulla
quale il Talmud fu formato. Se poi oltre queste fonti originali abbiamo
dovuto ricorrere ai posteriori trattatisti, abbiamo in generale
preferito ad ogni altro il Maimonide, perchè la sua opera è certo
il compendio del Talmud più ordinato e più compiuto; ma non abbiamo
trascurato nemmeno gli altri, ove è sembrato opportuno, e specialmente
abbiamo citato il Caro, perchè la sua compilazione fu accettata
generalmente dagli Ebrei come un vero codice religioso e civile. Questo
intorno alla parte espositiva.
Nella parte critica abbiamo procurato di essere sobrii, compendiando
i principali argomenti che cʼinducono a credere la successiva
formazione della legge ebraica essere avvenuta nel modo da noi tenuto
più probabile, se non apoditticamente dimostrato più vero; e nelle
note sono sempre accennati gli scrittori che più ampiamente ne hanno
discusso.
Scrivendo in Italia, dove generalmente si vive, anche tra le persone
colte, nella più incurante ignoranza, non solo dei moderni studi
biblici, ma di ciò che sia la Bibbia in sè stessa, abbiamo creduto
necessario dover dare maggiore estensione alla parte espositiva, perchè
niun lettore potrebbe intendere la critica di ciò che non conosce. E
dallʼaltra parte, a chi legga con attenzione, anche il vedere quali
siano state le leggi del popolo ebreo è validissimo argomento a
persuaderlo del modo generale come siansi successivamente formate.
Sul quale punto però dobbiamo avvertire che un più accurato studio
delle recenti critiche ricerche ci ha fatti persuasi di ciò che da
prima non tenevamo vero, e di che poi lungamente abbiamo dubitato, cioè
che il Deuteronomio sia anteriore a gran parte delle leggi contenute
nellʼEsodo, nel Levitico e nel Numeri. Questʼopinione sostenuta da
valentissimi critici è oggi anche da noi seguita come quella che meglio
di ogni altra può spiegare la formazione della legge ebraica.
Sappiamo benissimo che questi studii presso di noi Italiani non
destano verun interesse, che a molti sembrano inutili, e a qualcheduno
perfino ridicoli. Ma se penseremo che vi è qualche cosa di serio a
studiare nella storia delle religioni, ci persuaderemo ancora che è di
massima importanza la cognizione scientifica del Vecchio e del Nuovo
Testamento. Cognizione della quale tanto più si dovrebbe sentire il
desiderio, quanto più si è scettico. Imperocchè lo scetticismo vero
e serio non consiste nel deridere le religioni e nel dispregiare i
documenti che ce le hanno tramandate, ma nello studiarle con animo
pacato e nel giudicarle con criterio sereno.
Quale ingegno più scettico dellʼHeine? Eppure quando un giorno per
caso prese a rileggere la Bibbia, esclamò: «Che libro! grande e vasto
come il mondo, colle radici negli abissi della creazione, colla chioma
negli azzurri segreti del cielo..... Aurora e tramonto, promessa e
adempimento, nascita e morte, tutto intero il dramma dellʼumanità è in
questo libro».[2]
_Firenze, Settembre_ 1884.
CAPITOLO I
CONCETTO TRADIZIONALE DELLA LEGGE EBRAICA
Quando si tratta della legge degli Ebrei, si deve intendere non solo
quella civile e criminale, ma anche quella religiosa, cioè i dogmi e
i riti che riguardano alle credenze e al culto. Imperocchè sotto il
nome generico di legge gli Ebrei hanno sempre compreso tutte le varie
disposizioni che regolano la vita, non solo nelle relazioni degli
uomini fra loro, ma anche in quelle verso Dio, sia come individui, sia
come nazione.—Questa legge ebraica è esposta, per ciò che concerne le
sue basi fondamentali, nei primi cinque libri del Vecchio Testamento,
detti perciò Pentateuco, e comunemente dalla tradizione religiosa
attribuiti a Mosè. I quali, sebbene contengano non piccola parte di
argomento narrativo, pure sono chiamati per eccellenza la Legge,
in ebraico _Torah_, parola che primitivamente aveva il significato
dʼ_insegnamento, dottrina_; ma quindi ha acquistato quello di _legge_,
quasi volesse dirsi _insegnamento divino, dottrina per eccellenza_. Nè
questo nome di legge dato ai primi cinque libri del Vecchio Testamento
può dirsi improprio per il fatto che essi contengono una gran parte
anche di narrazione. Imperocchè, a chi bene osservi, chiaro apparisce
che la parte narrativa, ancorchè non forse per estensione, certo per
importanza, nella mente di colui che a questi cinque libri dette la
presente forma, sta come qualche cosa di accessorio, che serve alla
legge come di occasione, e direi quasi come cornice del quadro. Però
si può benissimo nello studio critico dei cinque libri detti mosaici
separare la parte legislativa da quella narrativa, e studiarla come un
tutto in sè compiuto e indipendente; sebbene sarà necessario far cenno
anche di questa, se non per il suo interno contenuto, certo per ciò che
riguarda il modo della sua formazione e compilazione, in quanto colle
leggi la troviamo oggi intrecciata e connessa.
Incominciamo dal vedere quale sia il concetto religioso tradizionale
sulla formazione e sullʼindole di questa legge, e perciò prescindiamo
per ora da ogni quistione critica sulla età, sullʼautore, e sulla unità
di composizione del Pentateuco. Siffatte quistioni saranno esposte e
discusse a suo luogo: prendiamo per ora la legge quale nel Pentateuco
stesso ci viene presentata.
Se la legge veramente detta non può trovarsi nel Pentateuco, prima
che il popolo ebreo cominciasse ad avere almeno glʼinizii di una vita
nazionale, che è quanto dire dopo lʼescita dallʼEgitto, non è però
che nel disegno generale del Pentateuco, questa legge data al popolo
sia senza precedenti e nella vita dei patriarchi del popolo stesso, e
anche, risalendo più alto, nei patriarchi ancora di tutto il genere
umano. La rivelazione nella mente dello scrittore, o per meglio dire,
degli scrittori del Pentateuco, non è un fatto che incominci con
Mosè, ma si fa risalire invece fino alle prime origini dellʼuomo.
Soltanto una decadenza morale, in prima dei protoplasti, poi dei loro
discendenti, avrebbe cagionato una limitazione sempre più ristretta
della comunanza del Creatore con le creature. La quale comunanza ci
viene rappresentata come un vero e proprio patto fra Dio e lʼuomo.
Non è un contratto sociale come quello immaginato da Rousseau e dai
politici teorici e metafisici del secolo passato; ma un contratto
teocratico, nel quale Dio promette allʼuomo certi beni, purchè egli
obbedisca a certi suoi comandi.
Vediamo i protoplasti, quali nel Vecchio Testamento ci sono
rappresentati nel Paradiso terrestre, appena esciti dalle mani del
Creatore.
Qui nel testo la parola _patto_ non è scritta, ma vi è la sostanza e
la forma di un vero contratto. Dio promette al primo uomo e alla sua
compagna una perpetua felicità, a patto però che obbediscano a un suo
comando. Non è qui luogo a ricercare quale significato questo comando
possa avere; tale quistione è dʼindole del tutto mitica e teologica, e
però qui ce ne passiamo; ma fatto sta che un patto fra il Creatore e i
protoplasti sarebbe avvenuto. Adamo ed Eva mancano al patto, infrangono
il comando divino, e quindi la promessa felicità viene ad essi a
mancare.
Questo è un mito che non può dirsi particolare del popolo ebreo, nè
delle genti semite: ormai da altri è stato dimostrato con ricca ed
accurata erudizione, come sotto forma più o meno diversa questo mito
si trovi nelle credenze di quasi tutti i popoli.[3] Ma gli scrittori
ebrei, postolo a capo delle loro tradizioni religiose, hanno saputo
riconnetterlo con la loro storia, sebbene, cosa molto notevole, in
tutto il Vecchio Testamento non si trovi mai menzione del peccato
originale, se non forse in due brevi allusioni, una presso un profeta
dellʼetà assira[4] e lʼaltra presso un altro profeta dellʼetà
dellʼesilio babilonese,[5] se pure quelle frasi non debbano ancora
intendersi in altro significato.
Rotto in prima il patto dai protoplasti, e caduto poi il genere umano
in più profonda corruzione, e distrutto per ciò dal diluvio, mito
anche questo comune a quasi tutte le genti,[6] Dio rinnuova il patto
con la sola famiglia superstite alla totale distruzione. Noè e i suoi
figliuoli, dopo esciti dallʼarca, offrono a Dio un sacrifizio, ed Egli
promette che non più avrebbe maledetto la terra per cagione dellʼuomo,
non più avrebbe distrutto ogni vivente, e le stagioni non avrebbero più
cessato di avere il loro corso (_Genesi_, VIII, 20–22). Ma in unʼaltra
narrazione troviamo la sanzione di questo patto in diverso modo
esposta, e qui per la prima volta non solo troviamo la cosa, ma anche
la parola. Fra Dio e i Noachidi si fa un vero patto; _berith_, dice il
testo ebraico, e _patto_ è il significato di questo vocabolo.
Il patto è che Dio non distruggerà più col diluvio il genere umano nè
il rimanente del creato, e impone di ricambio ai Noachidi non più un
mitico comando, di cui non bene si coglie il significato, ma la legge,
che è base prima di ogni civile consorzio, cioè il rispetto della vita
altrui, la proibizione dellʼomicidio, sotto pena al trasgressore di
essere anchʼegli ucciso. «Chi versa il sangue dellʼuomo, per mezzo
dʼuomo il suo sangue sarà versato» (_Genesi_, IX, 6). Ma quasi ciò non
bastasse a mitigare la ferocia di quegli uomini primitivi e rozzi,
sarebbe stato proibito, secondo lo scrittore di questa parte del
Pentateuco, anche il nutrirsi del sangue degli animali. Si dava il
permesso agli uomini di mangiare degli altri animali la carne, ma non
insieme col sangue. «Però la carne con la sua anima, col suo sangue non
mangerete» (_Genesi_, IX, 4).
In queste due sole disposizioni sarebbe consistita, secondo il
Pentateuco, tutta la legge imposta da Dio alʼ genere umano salvato dal
diluvio.
È prezzo dellʼopera per altro accennare qui brevemente come nella
molto più recente tradizione giudaica questa legge primitiva si sia
più estesa, e come i talmudisti abbiano insegnato che non solo dopo
il diluvio, ma anche ai protoplasti fosse stata imposta lʼosservanza
di sette precetti, detti dei Noachidi, dando a questa parola non il
ristretto significato di discendenti di Noè, ma di tutto il genere
umano, prima e al di fuori del popolo ebreo.
Questi sette precetti sarebbero stati, secondo il Talmud: 1º lʼobbligo
di osservare le leggi civili; 2º di non bestemmiare Iddio; 3º di
adorare un solo Dio e non con culto idolatrico; 4º di astenersi da
unioni incestuose; 5º di non uccidere; 6º di non rubare; 7º di non
mutilare un animale per cibarsene.[7] E col metodo dʼinterpretazione
tutto proprio dei talmudisti si pretende desumere lʼimposizione di
questi sette precetti dal verso 16 del capitolo ii del Genesi, il
quale però nel suo significato letterale e vero contiene soltanto il
permesso di mangiare di ogni albero dellʼEden, tranne quello della
scienza del bene e del male. Ma è cosa cognita ormai che i dottori
del Talmud hanno dimostrato un ingegno tutto speciale per dare alle
parole della Scrittura un significato molto diverso da quello proprio e
genuino. E ciò sia detto una volta per sempre, imperocchè nel corso di
questo nostro scritto, ponendo a confronto le disposizioni della legge
scritturale con quelle sancite poi dal Talmud, ci troveremo troppo
spesso a dover notare, che secondo questo si contengono nella Scrittura
riti e leggi che in nessun modo furono nella niente di chi scriveva
il Pentateuco.[8] Ma, introdottesi nel successivo svolgimento della
vita religiosa e civile dellʼebraismo, e del giudaismo, i dottori del
Talmud vollero anche a queste trovare un fondamento nella Scrittura,
sebbene chiaro apparisca che in nessun modo vi sia. È questo il falso
metodo di esegesi biblica formatosi nelle scuole talmudiche, il quale
richiederebbe a sè solo uno studio speciale; ma basti qui lʼaverlo
brevemente accennato.[9]
Dopo il patto della Divinità coi Noachidi avvenne, secondo la
tradizione biblica, la dispersione delle genti, e quindi la vocazione
di Abramo. Con questo primo patriarca del popolo ebreo Dio avrebbe
stabilito un nuovo patto esposto in modo differente in due luoghi
del Genesi. Secondo il primo (XV) questo patto sarebbe stato sancito
mediante il sacrifizio di diversi ammali, e Dio avrebbe promesso
ad Abramo che la sua discendenza, dopo una schiavitù di quattro
generazioni, sarebbe sorta a libertà, e avrebbe conquistato la
Palestina. Seguendo poi altra narrazione (XVII), il patto fra Dio
e Abramo sarebbe stato sancito collʼimporre a questo e a tutti i
suoi discendenti per la perpetuità dei secoli il precetto della
circoncisione. Segno materiale della elezione fatta da Dio di questa
stirpe, perchè gli fosse popolo fedele, a cui in ricambio avrebbe dato
il possesso della terra di Canaan.
Notiamo intanto che nelle varie narrazioni del patto divino, tanto
coi Noachidi, quanto con Abramo, secondo una di esse, la sanzione
consisterebbe nellʼofferta del sacrifizio fatto dagli uomini alla
Divinità, secondo lʼaltra, nella osservanza di certe leggi o di certi
riti da Dio agli uomini imposti. Ma inoltre nel patto fra Dio e Abramo,
se lʼuna narrazione pone il sacrifizio degli animali, lʼaltra pone la
circoncisione, che è in qualche modo anchʼessa un sacrifizio cruento:
anzi, secondo lʼopinione più accettabile, nullʼaltro che avanzo,
mitigamento e simbolo dei sacrifizi umani e dei culti fallici, quando i
costumi presso certe genti, come accadde presso gli Egiziani e presso
gli Ebrei, sʼingentilirono, e si elevarono a più alta moralità.
Oltre il rito della circoncisione, il narratore di alcuni luoghi del
Genesi vuol far risalire fino ai tempi patriarcali lʼabborrimento per
le unioni matrimoniali con le genti palestinesi, cosa che resulta da
quanto vien detto rispetto al matrimonio dʼIsacco (XXIV), e poi anche
a quelli di Esaù (XXVI, 34 e seg.) e di Giacobbe (XXVII, 46; XXVIII,
1–9). Dimodochè questa, che in origine sarebbe stata soltanto una
raccomandazione paterna, divenne in appresso una legge.
Il patto stabilito da Dio con Abramo sarebbe stato da prima rinnovato
con Isacco (XXVI, 2–5) e poi con Giacobbe (XXVIII, 10–22; XXXV, 9–15),
ma senza lʼimposizione di nuovi precetti. Per altro, nel rinnovare
la promessa col patriarca Isacco, Dio gli avrebbe detto che sarebbe
mantenuta, in premio che Abramo aveva ubbidito alla sua voce, e
osservato ciò che gli aveva imposto, i comandamenti, gli statuti e le
leggi (xxvi, 5). Il senso letterale di questo verso è chiaro per chi
non voglia portarvi lo spirito del sofisma. Lo scrittore biblico vuole
con lʼesempio di Abramo esortare allʼobbedienza della legge divina; ma
non ha certo inteso di dire che ad Abramo fosse stato imposto da Dio un
numero di precetti, di statuti e di leggi. Anche qui però la fantasia
dei dottori del Talmud non si è acquietata alla verità, e ha voluto
sognare che tutta la legge, perfino i più minuti precetti rituali,
erano stati da Abramo conosciuti ed osservati.[10]
Nel rinnovamento poi del patto col patriarca Giacobbe, questi avrebbe
promesso, secondo una delle due narrazioni (XXVIII, 22), di consacrare
a Dio la decima dei suoi averi, ciò che prova che nella mente dello
scrittore di questa parte del Genesi la consacrazione delle decime
si voleva far risalire fino ai tempi patriarcali, se non come un rito
precisamente imposto, almeno come una pratica consuetudinaria.
Ciò che è narrato di Esaù e di Giacobbe starebbe a provare che
si voleva altresì riportare fino alla stessa età il diritto di
primogenitura (XXV, 31–34; XXVII, 36). Da un fatto poi avvenuto allo
stesso patriarca Giacobbe, cioè da una lotta da esso sostenuta contro
un essere, che non si sa bene dalla lettera del testo se debba tenersi
come un uomo o come qualche ente soprannaturale, lo scrittore di
questo luogo del Genesi dice a modo dʼincidente, che erasi stabilito
nella gente dʼIsraele il rito di non mangiare il nervo ischiatico di
qualunque animale, perchè in quella lotta al patriarca questo nervo era
rimasto slogato, in modo da doverne andare zoppo (XXXII, 25–33).
La licenziosa narrazione del matrimonio dei due figli di Giuda, Er
e Onan, con una donna di nome Tamar, e lʼincontro di questa con
suo suocero, proverebbero lʼuso antichissimo del levirato, cioè
dellʼobbligo di unirsi alla vedova del fratello morto senza prole. E
così, secondo lʼesposizione che ora ne troviamo nella Scrittura, la
legge nella età patriarcale si sarebbe ristretta a quanto fin a qui
ne abbiamo accennato, che è ancora tutto quel poco che di argomento
legislativo ritrovasi nel Genesi.
* * * * *
Lʼesistenza nazionale degli Israeliti incomincia, almeno in parte,
colla liberazione dalla servitù dellʼEgitto; e da questo tempo
troviamo, secondo la tradizione religiosa trasmessaci nella Scrittura,
il principio della formazione della legge. Seguiamola per ora secondo
il concetto tradizionale.
Mosè è lʼuomo prescelto da Dio a liberare il suo popolo, perchè
rammenta il patto stabilito con i patriarchi di concedere alla loro
discendenza il possesso della terra di Canaan (_Esodo_, III, 15–17;
VI, 3–8); e dopo le lotte da lui sostenute contro il Faraone, quando
il popolo ebreo è sul punto di ottenere la sua libertà, le prime leggi
imposte sono queste: 1º della fissazione del Calendario; 2º della
offerta del sacrifizio della Pasqua; 3º di festeggiare questa per sette
giorni, astenendosi da ogni pane lievitato; 4º della consacrazione a
Dio dei primogeniti per rammentare che quelli degli Ebrei erano stati
salvi nel totale eccidio dei primogeniti degli Egiziani (XII, 1–28,
43–50; XIII, 1–16).
Dopo il passaggio del Mar Rosso, nella prima stazione nei deserti
dellʼArabia si parla di uno statuto e di una legge posta da Dio o da
Mosè al popolo, ma non si spiega in che cosa questo statuto e questa
legge consistessero (XV, 25), anzi dalla totalità del contesto pare che
si parli soltanto di un generale avvertimento di prestare obbedienza
agli avvertimenti del Signore. Però lʼinterpretazione talmudica anche
qui vuoi trovare lʼinstituzione di alcune leggi determinate. Secondo
alcuni sarebbero stati ripetuti i sette precetti dei Noachidi, più
quelli dellʼosservanza delle leggi civili, del riposo del sabato e
del rispetto verso i genitori; altri a questʼultima legge morale
sostituiscono il rito della purificazione per mezzo della cenere
della vacca fulva (_Numeri_, XIX), e altri le leggi sulle unioni
incestuose.[11] Ma siccome ognuna di queste leggi si trova poi a suo
luogo singolarmente istituita, questa interpretazione talmudica è da
tenersi erronea, e da riporsi fra quelle tante che falsano la vera
intelligenza del testo.
Difatti in quanto al riposo nel giorno del sabato, sarebbe stato per
la prima volta ordinato nella occasione di raccogliere la manna,
narrandosi che il giorno sesto della settimana ne avrebbero trovata
doppia porzione, e nel settimo non ne avrebbero trovata punta, dovendo
in quello riposare (XVI, 22–30).
Lʼassalto improvviso fatto dalla gente amalechita, e dal quale gli
Ebrei a stento avrebbero potuto salvarsi, sarebbe stato occasione per
comandare come legge che quando fossero stabiliti nella Palestina,
pensassero a distruggere intieramente questo popolo, che aveva mostrato
così fiera inimicizia (XVII, 8–16).
La venuta di Jetro suocero di Moisè fa che egli consigli al genero
dʼistituire dei giudici nel popolo, per non troppo affaticarsi lui
stesso a giudicare tutte le liti possibili ad insorgere. E sarebbero
stati distribuiti questi giudici, come capi di diversa autorità, di
mille, di cento, di cinquanta e di dieci uomini (XVIII, 13–27).
Queste adunque sarebbero state le sole leggi dettate da prima per
occasione al popolo ebreo innanzi la promulgazione di un vero corpo
di leggi, come sarebbe stato quello del Sinai. Il quale, secondo la
compilazione che adesso ne abbiamo, consterebbe 1º del Decalogo (XX,
1–17); 2º del rito intorno al modo di edificare lʼaltare (ivi, 23–26),
ripetendosi ancora la proibizione di adorare idoli dʼargento o dʼoro;
3º di una serie di numerose leggi per la massima parte risguardanti
la vita civile (XXI–XXIII), alle quali però si uniscono i precetti
dellʼosservanza del sabato, quantunque già imposta nel Decalogo, e
quello delle tre solenni feste annue, cioè della pasqua dʼazzime, della
festa della mèsse, e di quella della raccolta nellʼautunno, oltre pochi
riti sui sacrifizi, sulle primizie e sulla proibizione di cucinare gli
animali col latte della loro madre (XXIII, 12–19).
Alla esposizione di queste leggi fa seguito la solenne stipulazione del
patto fra Jahveh e il suo popolo, sancito col sangue di un sacrifizio
(XXIV, 4–8).
Questo doppio metodo di esporre ora leggi isolate, come fossero
insegnate e stabilite per qualche occasione di fatto, e ora una serie
di leggi, come formanti un più o meno esteso codice, si trova ripetuto
nei tre libri di mezzo del Pentateuco. E in questo doppio metodo
dovremo seguire anche noi il compilatore del Pentateuco fino che
esponiamo il concetto tradizionale della formazione della legge.
Dopo la stipulazione del patto, Mosè sarebbe salito sul Sinai
per ricevere da Dio le tavole di pietra, che pare debba credersi
contenessero il Decalogo, e anche sentire le altre leggi. Per ciò
è detto che vi si trattenne quaranta giorni. Ma nella presente
compilazione del Pentateuco si trovano in questo luogo le prescrizioni
risguardanti la costruzione del tabernacolo, i suoi arredi, lʼobbligo
di accendere il sacro candelabro, gli abiti sacerdotali, la ceremonia
della consacrazione dei sacerdoti, il precetto del doppio sacrifizio
quotidiano a mattino e a vespro, il modo come comporre lʼolio sacro e
le droghe per il profumo, il tributo per supplire alle spese del culto,
la designazione degli artefici più abili alla esecuzione di tali opere,
e finalmente una nuova ingiunzione di riposare nel giorno del sabato
(XXV–XXXI).
Il fatto che il popolo avesse adorato il vitello dʼoro, mentre Mosè era
sul Sinai, avrebbe, secondo la narrazione della Scrittura, cagionato la
rottura delle tavole, dove sarebbe stato scritto il Decalogo (XXXII,
19). Quindi, dopo il pentimento del popolo e il perdono concesso da
Dio, nasce la necessità di scolpire altre due tavole, che, secondo la
presente compilazione del Pentateuco, sarebbero state solamente copia
delle prime (XXXIV, 1). Ma poi in questo stesso luogo dellʼEsodo (ivi,
14–26) troviamo comandarsi da Jahveh a Mosè una sequela di precetti
religiosi, che già troviamo sparsi nellʼantecedente raccolta di leggi
(XXI–XXIII), e non si saprebbe vedere perchè precisamente questi
avrebbero dovuto ripetersi a preferenza di tutti gli altri.
La composizione delle nuove tavole richiede un secondo soggiorno di
Mosè sul Sinai di altri quaranta giorni. Scorsi i quali, Mosè convoca
il popolo, gli comanda di nuovo, quasi tutte le raccomandazioni passate
non fossero sufficienti, il riposo del sabato, ingiungendo di più in
questo luogo di non accendere nel settimo giorno fuoco in nessuna
delle loro abitazioni; e quindi glʼinvita a fare offerta volontaria
di quanto era necessario per edificare il tabernacolo, per i suoi
mobili ed arredi, e per gli abiti sacerdotali (XXXV). Segue una minuta
descrizione della esecuzione di tutte queste opere (XXXVI–XL), la
quale, tranne lʼuso del verbo al passato, come si richiede in una
narrazione, invece che allʼimperativo o al futuro, come doveva essere
in un comando, è una pedantesca ripetizione di tutto quanto già precede
nei capitoli XXV–XXXI, sebbene in ordine alquanto differente. E con
questa descrizione ha termine il libro dellʼEsodo.
Allʼedificazione del tabernacolo si dovevano connettere le disposizioni
rituali del culto per ciò che risguarda la celebrazione dei sacrifizi,
perchè, eretto il santuario, era necessario sapere qual culto era da
praticarsi. E infatti il libro detto Levitico, che segue allʼEsodo,
incomincia dalla esposizione minuta e particolareggiata dei riti di
ogni specie di sacrifizii e di offerte, argomento che occupa i primi
sette capitoli. Segue la consacrazione di Aron e dei suoi figli
allʼufficio di sacerdoti (VIII, IX), consacrazione che dura otto
giorni. Viene quindi narrato il sacrilegio dei due figli dello stesso
Aron, Nadab e Abihu, che ne sarebbero stati puniti da Dio con una morte
non meno repentina che miracolosa; e in questa occasione viene imposto
qualche altro rito risguardante la disciplina della vita sacerdotale e
la pratica da seguirsi nel mangiare la carne degli animali sacrificati
(X).
Alla consacrazione dei sacerdoti fanno seguito i precetti che
concernono la santità di tutto il popolo. Perchè il concetto che
predomina principalmente in questa parte del terzo libro del Pentateuco
è quello di dovere il popolo ebreo formare una gente eletta consacrata
a Jahveh. Lʼespressione fondamentale di questo concetto la troviamo già
nella preparazione che precede la promulgazione del Decalogo sul Sinai
(_Esodo_, XIX, 5 e seg.) e anche nella prima compilazione di leggi
(ivi, XXII, 30), ma i precetti necessarii ad osservarsi per conseguire
questa santità di vita e mantenervisi, sono spiegati principalmente nel
Levitico, Questa santità però è di diversi gradi, più alta, e quindi
sottoposta a maggior rigore, per i sacerdoti; di grado inferiore per il
resto del popolo, ma pure disciplinata anchʼessa da norme e da riti.
Sʼincontrano per primi quelli che trattano della purità dei cibi. Gli
animali, secondo un concetto tutto orientale, sono distinti in puri
e impuri. È permesso di cibarsi soltanto dei puri, purchè ammazzati
dallʼuomo in determinato modo, altrimenti il solo contatto del loro
cadavere e molto più il cibarsene rende lʼuomo impuro. Gli animali
impuri poi sono proibiti come cibo, e rendono immondi col contatto del
loro cadavere le persone e le cose (XI). Si passa quindi ai riti che
risguardano le impurità occasionate dal corpo stesso umano, come dallo
stato della donna nel puerperio (XII), da alcune malattie cutanee, fra
le quali principalmente è considerata la lebbra, dalla gonorrea e dai
mestrui (XIII–XV).
Siccome poi alla fragilità umana è impossibile tenersi immune da ogni
peccato involontario, e si può cadere nella trasgressione inconsciente
di alcuno di tanti riti, una volta allʼanno nel decimo giorno del
settimo mese che è quanto dire secondo il calendario ebraico, circa
il principio dellʼautunno, viene imposta una cerimonia di generale
espiazione mediante la contrizione di ogni persona e la celebrazione di
certi speciali sacrifizii da farsi dal sommo sacerdote (XVI).
Si può dire che questi XVI capitoli del Levitico formano un tutto
abbastanza omogeneo ed ordinato come un corpo di disposizioni rituali,
lo che non potrebbe egualmente affermarsi per gli altri capitoli che
fanno seguito.
Sono poste qui per prime le disposizioni che proibiscono dʼimmolare
fuori del tabernacolo qualunque animale ovino o bovino, senza portarlo
allʼingresso del tabernacolo per versarne il sangue sullʼaltare e
considerarlo un sacrifizio, e molto più è proibito lʼoffrire fuori
del tabernacolo qualunque olocausto (XVII, 1–9). È ripetuta la
proibizione fatta già ai Noachidi di cibarsi di sangue (10–14), e si
dice nuovamente che chi mangia delle carogne di animali trovati morti o
lacerati è considerato impuro, e quindi deve sottoporsi ai riti della
purificazione (15, 16).
Seguono le leggi che proibiscono i matrimoni incestuosi (XVIII,
1–18), lʼaccoppiamento nel tempo del mestruo (19), lʼadulterio (20),
il sacrificare i figliuoli al Dio Moloch (21), e gli accoppiamenti o
contro natura, o bestiali (22, 23).
I capitoli XIX e XX sono un accozzo di molti precetti diversi di
morale, di legge civile, di rito religioso, e perciò non ne facciamo
qui lʼanalisi: più innanzi a suo luogo ne daremo, come di altri, la
spiegazione.
Col capitolo XXI si riprendono le leggi sacerdotali che risguardano
più propriamente la santità delle persone (L–XXII, 16). Si soggiungono
quindi alcuni riti sulle qualità degli animali atti ad essere offerti
in sacrificio (17–33). Il capitolo XXIII è tutto dedicato ai precetti
di osservare le feste, incominciando da quella settimanale del sabato
(1–3), poi della Pasqua delle azzime (4–8), e con maggiore diffusione
che altrove si parla della Pentecoste (9–22), e della festa autunnale
delle Capanne (33–44); ma a queste tre feste, già accennate nella
legislazione dellʼEsodo, si aggiungono le altre due del primo e del
decimo giorno del settimo mese (23–32), della seconda delle quali
diffusamente era trattato già nel capitolo XVI.
Altri due brevi precetti del culto sono quelli di accendere nel
tabernacolo il candelabro, e di porre sulla tavola sacra nello stesso
tabernacolo da sabato in sabato dodici focaccie consacrate (XXIV, 1–9).
La legge che condanna a morte il bestemmiatore del nome divino è
dettata per una occasione di fatto, che, interrompendo la sequela della
esposizione legislativa, è in questo luogo narrata.
Un innominato figlio di una ebrea e di un egiziano avrebbe bestemmiato
il nome di Jahveh. Denunziato e deferito a Moisè, questi ne consulta
il detto di Dio, che stabilisce per tale peccato la condanna capitale
(10–16); ma non si sa bene vedere perchè si ripeta qui (17–23) quella
stessa legge del taglione già esposta nellʼEsodo (XXI, 23–25).
Seguono le leggi sul riposo da darsi ai campi ogni sette anni, sul
giubileo da celebrarsi ogni cinquanta, sulla vendita e sul riscatto
dei beni immobili e degli schiavi (XXV), conchiuse con una nuova
raccomandazione di non adorare glʼidoli, di osservare il sabato, e di
rispettare il Santuario (XXVI–1–2). Il rimanente di questo capitolo è
di contenuto profetico e non legislativo.
Lʼultimo capitolo del Levitico contiene i riti intorno alla
consacrazione delle persone e al modo di riscattarle (XXVII, 1–8), e
quindi intorno alla consacrazione degli animali e dei beni immobili.
Il quarto libro detto Numeri, perchè tratta in gran parte del
censimento del popolo, è, a nostra opinione, il meno ordinatamente
compilato fra quelli del Pentateuco, tanto per la parte narrativa,
quanto per la legislativa, e per ciò più difficilmente si sottopone ad
una regolare analisi. Noi qui ci restringeremo, come porta il nostro
assunto, alla sola parte legislativa».
Nel censimento del popolo è eccettuata la tribù dei leviti, della
quale si fa un censimento a parte, (_Numeri_, I, 47 e seg.), per il
servizio del culto. Viene perciò nel medesimo tempo stabilito che i
leviti siano consacrati a questʼufficio in sostituzione dei primogeniti
di tutte le altre tribù, i quali dovrebbero essere consacrati a Dio,
perchè furono salvi in Egitto, quando fu fatta strage di tutti i
primogeniti degli Egiziani. La ragione di questa sostituzione è taciuta
nel testo biblico, ma i commenti rabbinici[12] la spiegano col fatto di
essersi la tribù di Levi serbata immune dal peccato dʼidolatria nella
adorazione del vitello dʼoro (cfr. _Esodo_, XXXII, 26). Nel fare poi il
censimento dei leviti, si stabilisce ogni particolare sui loro diversi
officii e sulla durata del tempo di servizio (III–IV).
Seguono quattro leggi che sono invero poco connesse. La prima è di
tenere fuori dellʼaccampamento chiunque fosse per qualsivoglia ragione
in istato dʼimpurità (V, 1–4). La seconda sul sacrificio espiatorio che
doveva offrire chi fosse caduto in certe colpe involontarie (5–10).
La terza sul modo miracoloso di verificare, mediante lʼacqua mista
alla polvere del suolo del tabernacolo, se fosse vero o no il sospetto
dʼinfedeltà da alcuno concepito contro la propria moglie (11–31). La
quarta sul voto del nazireato, ossia di astenersi per un certo tempo
dal bere vino e altri liquori inebrianti, durante il qual tempo chi
aveva fatto tal voto non poteva nemmeno radersi (VI, 1–21).
Segue lʼordine dato ai sacerdoti di benedire il popolo, indicando
altresì la forma di questa benedizione (22–27), quindi la narrazione
della consacrazione del tabernacolo, e dei sacrifizii e delle offerte
portate dai capi di ognuna delle dodici tribù (VII). E a questa
narrazione si connettono i precetti sul modo come accendere il
candelabro nel tabernacolo (VIII, 1–4), la consacrazione dei leviti
(5–22), e una nuova determinazione del tempo che doveva durare il
loro servizio (23–26), la quale non si accorda con quello già prima
accennato, perchè qui si fissa questo tempo dallʼetà di 25 a 50 anni,
mentre ivi (IV, 3) si dice dover cominciare solo da 30.
Lʼessere giunti allʼanno secondo dopo lʼescita dallʼEgitto è occasione
per istabilire come rito che chi si trovasse impuro per qualsivoglia
ragione, o lontano dalla patria, doveva celebrare la Pasqua nel mese
successivo (IX, 1–14).
Narrato quindi il modo come si regolavano nel deserto le diverse
stazioni e le diverse partenze (15–23), sʼimpone come rito di dover
sonare due trombe per convocare il popolo, sia per ordinare la partenza
da una stazione, come per muoversi alla guerra, come ancora nei giorni
di festa (X, 1–10).
Tutte le leggi e tutti i riti fino a qui accennati sarebbero stati,
secondo la narrazione scritturale, esposti da Mosè ora al popolo, e ora
ai sacerdoti, secondo la varia loro indole, nel deserto del Sinai, e
nel primo anno dopo la partenza dallʼEgitto (ivi, 11 e seg.).
Dopo aver narrato poi come il popolo in mezzo ad alcune vicende
si avanzasse verso la terra promessa, e come la mancanza di fede
nella possibilità della conquista, facesse condannare tutta quella
generazione a perire nel deserto nel tempo di quarantʼanni, il
compilatore del libro dei Numeri continua a frammettere alla narrazione
altre leggi e altri riti.
Nel capitolo XV si stabiliscono in prima i riti sulle offerte di
farina, di olio e di vino che dovevano accompagnare i diversi sacrifizi
secondo le varie specie di ammali (1–16). Sʼimpone quindi lʼobbligo
di prelevare una parte della pasta della farina come offerta a Dio
(17–21). Seguono i riti sui sacrifizi espiatorii dei peccati tanto del
pubblico, quanto dei privati (22–31).
Dal fatto di un individuo sorpreso, mentre raccoglieva legna nel giorno
di sabato, si stabilisce la legge che chi non rispetta il riposo di
questo giorno deve morire per mezzo della lapidazione (32–36).
Non si vede il perchè qui piuttosto che altrove si esponga il precetto
di portare ai quattro lembi della veste una certa forma di frangia
(zizit) con un filo di colore azzurro, che avrebbe dovuto servire
come ricordo perenne dei precetti divini per non allontanarsi da essi
(37–41).
Dopo la narrazione dellʼattentato di Coreh e dei suoi compagni, contro
la supremazia di Mosè e dʼAron, si stabilisce di nuovo che solo questi
e i suoi discendenti, serviti dal rimanente della tribù di Levi,
dovevano essere consacrati alla celebrazione del culto (XVIII, 1–3).
Quindi si stabiliscono le offerte, le decime, le primizie che ai
sacerdoti e ai leviti erano dovute, come loro reddito, non avendo essi
parte nella divisione delle terre (8–32).
Il capitolo XIX parla di un rito intorno alla purità, cioè di dover
immolare una giovenca di colore fulvo, e quindi bruciarla, acciocchè
lʼaspersione della cenere servisse come mezzo di purificazione a chi
si fosse reso immondo mediante il contatto di un morto, o anche solo
collʼessersi trovato ad abitare sotto la medesima tenda, o sotto il
medesimo tetto.
Narrati alcuni altri fatti, tra i quali storicamente importantissimo
quello della conquista di alcuni paesi sulla sinistra riva del Giordano
(XXI, 21–35), pare che si sia giunti al termine dei quarantanni, e
alla morte di tutta la generazione che adulta era escita dallʼEgitto,
e si fa allora da Mosè e da Eleazar, succeduto nel sommo sacerdozio a
suo padre Aron, un altro censimento del popolo (XXVI), accampato ormai
nelle pianure di Moab ai confini della terra promessa (XXII, 1). Ma
trovandosi nel censimento una famiglia di cui sole superstiti erano
cinque femmine, queste pretendono il loro diritto ereditario. E da ciò
si prende occasione di stabilire la legge successoria (XXVII, 1–11).
Moisè designa quindi come suo successore Giosuè figlio di Nun della
tribù di Efraim (12–23). Segue lʼesposizione dei riti sui sacrificii,
che dovevano offrirsi dal pubblico quotidianamente mattina e sera,
e poi quelli del sabato, delle calende, e di tutte le altre feste
(XXVIII, XXIX).
Il capitolo XXX parla dellʼobbligo dei voti, e delle cagioni speciali
per cui le donne, vivendo sotto la potestà, o paterna, o coniugale,
potrebbero da questʼobbligo essere esenti. Mosè avrebbe di nuovo
raccomandato la distruzione dei popoli da conquistarsi nella terra
promessa (XXXIII, 50–56), e avrebbe dato ancora a Giosuè le norme
principali per la divisione della terra (XXXIV), dal che sarebbe stato
condotto a stabilire due leggi, una sul!1 obbligo di dare ai leviti un
certo numero di città per loro abitazione (XXXVI,8), non avendo essi
una parte come le altre tribù, e lʼaltra di fissare sei città di asilo
ove potesse sicuramente rifugiarsi lʼomicida involontario (9–34).
Si espone da ultimo che la legge successoria stabilita innanzi a
favore delle sole figlie superstiti senza prole maschile dava luogo
a un inconveniente, cioè che i possessi territoriali potessero in
questo modo passare da una tribù allʼaltra. Viene quindi stabilito per
legge che la figlia erede debba maritarsi con uomo della stessa tribù
(XXXVI). E queste poche disposizioni dopo il secondo censimento del
popolo vengono dette precetti e leggi comandate nelle pianure di Moab
(ivi, 13).
Giunto, come abbiamo visto, il legislatore Mosè alla vigilia della sua
morte, e istituite da lui tutte queste disposizioni legislative ora
aggruppate in piccoli codici, e ora alla spicciolata secondo portava
lʼoccasione, parrebbe che lʼopera della legge fosse compiuta, e difatti
qui ha termine il quarto libro.
Ma succede il quinto, detto Deuteronomio, ossia seconda legge. Dopo un
esteso discorso esortativo che sta come introduzione (I–IV, 43), e che
contiene parecchi richiami alla storia del passato, la legge incomincia
col Decalogo (V, 6–21) eguale nella parte precettiva a quella
dellʼEsodo (XX, 1–17), sebbene con alcune differenze nella forma; e con
una differenza nella ragione della festa settimanale del sabato, sulla
quale ci fermeremo più innanzi.
Altri discorsi parenetici succedono al Decalogo fino al capitolo XII,
col quale incomincia veramente la esposizione della legge, che finisce
nel capitolo XXVIII con un altro discorso profetico sulle conseguenze
perniciose, che sarebbero succedute alla, infedeltà del popolo verso
Jahveh. Tutta questa seconda esposizione della legge è chiamata il
patto stabilito fra Dio e il popolo ebreo, oltre il primo patto già
stipulato in Horeb, che è quanto dire presso il Sinai (ivi, 69). Le
altre parti del Deuteronomio (XXIX–XXXIV) non sono più di argomento
legislativo, ma soltanto storico o profetico.
Nè qui ci fermeremo nemmeno a una rapida analisi della legge
deuteronomica, come abbiamo fatto di quella degli antecedenti libri,
ma porremo soltanto la domanda: perchè questa nuova esposizione. E
accenneremo che la risposta secondo il concetto ortodosso tradizionale
è che Mosè giunto al termine della sua vita ha voluto unʼaltra volta
ripetere la legge al popolo ed esortarlo ad osservarla, lo che
avrebbe incominciato a fare nellʼundecimo mese del 40^[mo] anno dopo
lʼescita dallʼEgitto. Dal quale concetto è derivato appunto il nome di
_Deuteronomio_, _seconda legge_, _legge ripetuta_, in ebraico, _Mishneh
Torah_.
Riassumendo adunque il concetto ortodosso tradizionale intorno alla
formazione della legge biblica, resulta essere il seguente.
Alcune leggi sarebbero esistite come precetto, o come consuetudine,
fino dai tempi dei patriarchi. Alcune poche sarebbero state dettate in
Egitto immediatamente prima della liberazione. Varii corpi di leggi
sarebbero stati composti nel deserto di Sinai nel primo anno dopo
lʼescita dallʼEgitto. Altre leggi in assai minor numero sarebbero state
dettate nei rimanenti trentanove anni di peregrinazione nel deserto, o
perchè occasionate da alcuni fatti, o come disposizioni complementarie
alle leggi dianzi stabilite. Finalmente una generale, ma non compiuta
ripetizione, della legge sarebbe stata fatta da Mosè poco prima della
sua morte.
Ora si domanda, è possibile ammettere la storica verità di questo
concetto? Lʼesame spassionato dei fatti lo conferma, o lo dimostra
assurdo? Questo è ciò che ora esporremo.
CAPITOLO II
LA LEGGE CONTENUTA NEL PENTATEUCO NON È OPERA DI UN SOLO AUTORE