Ed ecco, sotto le innumerevoli cupole dei pini, un bagliore d'incendio,

un profondo fuoco misterioso ove mille e mille colonne embricate, in

portici di piropo, fiammeggiarono.

«La selva arde? Perciò esala tanto incenso». Era il sole basso nel mare,

il disco di rame rovente tra la zona delle nubi e il limite delle acque;

che percoteva coi raggi obliqui i fusti, lasciando le chiome nell'ombra.

Tutto ne rosseggiava come bragia il suolo coperto di aghi aridi. Una

frotta fulva di daini fuggiva per l'ardore, appariva e spariva per gli

intervalli dei rami, selvaggina alipede inseguita dai cani di Atteone e

dalle saette del Centauro.

«Ah, férmati!»

Il fiume di Dante era trasfigurato, fulvido di fulgore come la riviera

accesa dal riso di Beatrice, colmo fino all'orlo come una plenitudine

sempiterna che non avesse foce ma origine nel mare e tutta si versasse

nel cuore della città pietosa inginocchiata presso l'urna quadrilunga

ov'ella custodisce pei secoli un pugno di terra santa.

— Madonna Pisa!

Obbedì a quel sospiro il grande airone sormontando la fiumana rosea.

— Madonna Pisa della Spina Ardente!

Una chiara pace era nell'aria; ma il petto dell'amante si gonfiava d'un

fervore grave come un affanno. In tutta quella luce di gaudio pareva

ch'ella sentisse la spina di passione custodita nel tabernacolo di marmo

e di preghiera sospeso su la ripa, e che il suo sangue ravvivasse la

reliquia. Ella non poteva più tenere l'anima nel serrame delle sue ossa,

tanto il rapimento era forte. S'avvicinava all'estasi della città con le

ali di un Arcangelo folgorante. Il rombo stesso del volo si faceva

remoto nel suo orecchio come nel meandro d'una conca marina. L'émpito

della poesia nel suo cuore era sì veemente ch'ella ebbe volontà di

piangere.

E nella miracolosa dolcezza il grido del Pazzo di Cristo sorse dalla sua

memoria, sorse dalla pagina di quel medesimo volume a cui le dita

febrili di Vana erano per apprendere il color bruno che «procede innanzi

dall'ardore».

_Amor amore, che sì m'hai ferita,_

_Altro che amore non posso gridare;_

_Amore amore, teco sono unita,_

_Altro non posso che te abbracciare._

_Amore amore, forte m'hai rapita:_

_Lo cor sempre si spande per amare._

_Per te voglio spasmare,_

_Amor, ch'io teco sia!_

Inginocchiata veramente e affocata d'amore era la Città ai piedi del suo

santuario. Soli grandeggiavano sul fiume di luce i marmi radiosi come i

topazii danteschi, gli ordini delle colonne saglienti come i cerchi

delle bianche stole. E l'Adorante stava umile e prona, coperta dei suoi

embrici, innanzi all'erma bellezza, come nel basso delle tavole d'oro

ove splende la gloria della divina Imagine sta il Donatore a mani giunte

vestito di scuro lucco.

L'Àrdea roteò nel cielo di Cristo, sul prato dei miracoli. Sorvolò le

cinque navi concluse del Duomo, l'implicito serto del Campanile

inclinato sotto il fremito dei suoi bronzi, la tiara del Battistero così

lieve che pareva fosse per involarsi gonfia di echeggiamenti. Come più

si estingueva il fulgore paradisiaco del vespero convertendosi in

cerulea cenere, più s'impregnavano di luce mistica i marmi; e la

serbavano nella lor pia sostanza bionda così lungamente contro l'ombra,

che pareva vi trasparissero per vene alabastrine dall'interno le

luminarie degli altari.

— Il Camposanto! — pregò Isabella nell'orecchio del timoniere celeste. —

Ora scendi verso il Camposanto!

L'Àrdea rasentò le lastre di piombo. Con tutte le preghiere del silenzio

la donna implorò che l'ala rimanesse sospesa nella visione di vita e di

morte.

«Ah, férmati!»

Non fu se non un attimo scoccato all'apice dell'anima. Fu come un'urna

scoperchiata e richiusa: la grande urna quadrilunga ove la forza della

Città dorme fra un cipresso e un roseto, con i piedi congiunti, con le

mani in croce sul petto, ben profonda nella terra del Calvario recata

dalle galèe dell'Arcivescovo Ubaldo.

«Ave Maria». La salutazione angelica inchinava lo stelo del Campanile a

ostro.

Il volo s'allontanò: lasciò sul prato in disparte, incontro alla

muraglia ghibellina e alla porta bruna come il sangue cagliato, l'albore

della santità marmorea non anche estinto; lasciò i tetti già lambiti

dalla notte, il fiume ancor pallido tra due righe di faville d'oro, il

canale ingombro dal nero sonno dei navicelli. Volse a scirocco su la

rasa pianura ove qua e là lucevano i fossi, passò gli acquitrini e i

pascoli di Coltano, valicò la bandita di Arno Vecchio dove sembra vivere

pur sempre l'umido spirito del fiume deviato, si librò su l'amara selva

del Tombolo ove forse la lonza si aggira. E ancora la bellezza dell'Ade

vaporò nell'estremo crepuscolo. E ancora vi si diffuse l'odore doglioso

della cuora, della resina e del legno arso.

Larve tacite si movevano nella nebbietta rischiarata dal novilunio,

ondeggiavano, dileguavano: erano le mandre dei cavalli bradi. Un grande

occhio rotondo guardava dall'oscurità del forteto: era una piscina per

gli armenti. Tumuli cupi fumigavano nella radura fenduti di fiamma come

gli avelli roventi del Sesto Cerchio: erano le carbonaie. Ma quei vasti

letti di silenzio e d'ombra, separati da lunghe zone di selvaggia notte,

quegli àlvei senza corso e senza foce tra argini che ruppe un tempo la

piena del duolo, non erano i fiumi inariditi delle valli averne? non

erano l'Erebo e lo Stige, il Lete e l'Acheronte?

E Lunella pregava:

— Non te n'andare, Vanina, non te n'andare ancóra! Resta un altro poco,

Duccio! Conducimi anche me alla Badia. Ti prego, ti prego!

— No, Lunella, no. È l'ora del tuo pranzo. Sii buona. Miss Imogen è già

là. Troppe cose in un giorno. Oggi hai avuto tanta musica. E vedi come

ti riduci? Hai ancóra il singulto.

— No, Vanina. Se bevo un sorso d'acqua, mi passa.

— Ma non ti passa l'angoscia, e poi stenti a dormire.

— Tutto mi passa.

Ella supplicava con gli occhi ancor venati di rosso dalle lacrime,

tenendo tra le braccia Tiapa, la bambola prediletta; e il minuscolo viso

di porcellana dalle gote rubiconde stava contro quella gota ancor umida

che già pareva lievemente ondeggiata dalla sensibilità precoce e ombrata

non soltanto dall'ombra dei capelli. Ma ella aveva sparso il suo pianto

subitaneo anche su la gonnellina di Tiapa tutta quanta merlettata e

increspata a falpalà, così a dentro il lamento del violoncello le aveva

tocco la piccola anima inquieta. E ora l'anelito le risaliva alla gota

di tratto in tratto, scotendola.

— Via, Lunella, andiamo. Sii buona. Ti accompagno.

— Duccio, Duccio, perché non dici nulla? perché non mi difendi?

Il fratello la trasse a sé con uno di quei gesti quasi violenti ch'egli

usava verso la salvatichetta pel vezzo di aizzarla come una cucciola

permalosa che nel gioco imbizzisce e mordeggia. La imprigionò fra le sue

ginocchia e le rovesciò la testa folta. Ma una tenerezza accorata era

nel suo sorriso.

— Che vuoi da me, Forbicicchia?

— Ahi, mi tiri i capelli, mi fai piangere un'altra volta.

— Perché hai pianto?

— Perché guardavo le tue dita.

— Quali dita?

— Sul manico.

— Ebbene?

— Erano tanto malate.

— Malate?

— Sì, come il Salonico.

— Ah, Forbicicchia stramba!

Il Salonico era un vagabondo a cui ella aveva messo il nome di quei

predoni spaventosi che stavano sul Monte Voltraio dalla chioccia d'oro.

Ella lo aveva veduto una volta cadere di schianto in convulsioni sul

lastrico, e non l'aveva dimenticato più.

— Mi conduci dunque alla Badia?

— No. Oggi no.

— Perché?

— Non vedi che Tiapa ha sonno?

La bambola inclinata sul braccio socchiudeva gli occhi di vetro turchini

come lo zaffiro.

— Ed è più malata del Salonico e delle mie dita.

— Perché?

— Non vedi che ha una gamba rotta?

Ella subito tirò giù la gonnelletta per ricoprirla.

— Ma da questa gambina non ci sente.

— E il naso schiacciato.

— Oh, un pochettino.

— E mi pare che da un occhio sia guercia.

— No, questo no.

— Guercia, bircia, orba e lusca.

Ella rise d'un breve riso che sembrò venuto su dall'anelito; e Vana e

Aldo ne tremarono, e si guardarono.

— Ma sarà il sonno. Portala dunque a dormire.

— Bene, la porto se Morìccica le canta la ninna nanna.

— No — disse Vana — non ho voglia. Non me ne ricordo più.

Ma, come indovinò su la bella bocca imbronciata un nuovo scoppio di

pena, soggiunse:

— Bene, canto la ninna nanna a Tiapa.

Era quella di Modesto Mussorgski «per ninnare la bambola», una cantilena

lene e lamentevole, minacciosa e persuasiva, che sembra illuminata dagli

ultimi guizzi del ceppo riflessi nel metallo dell'icona e misurata su la

voce del vento nella steppa deserta.

— Su, Aldo, diamo vinta anche questa alla Forbicicchia prepotente.

Si guardarono con una indicibile malinconia.

Aldo pose le mani su la tastiera; Vana s'appressò al pianoforte ma si

accinse a cantare verso Lunella, che aveva sorriso appena appena. Aveva

sorriso e poi s'era fatta grave, tenendo su le braccia Tiapa inclinata

in modo che non chiudesse ancóra gli occhi. Stava in piedi su le sue

gambe di paggio snelle e nervose, pendendo dalle labbra della

cantatrice; e le forbici sottili dalle punte d'acciaio e dalle branche

d'oro, artefici delle imagini bianche, le brillavano sul fianco legate a

una catenina interrotta di pietruzze d'ogni colore come quelle infilate

in certi monili egizii.

_Oe, ninna nanna, Tiapa!_

_Tiapa, non chiudi gli occhi?_

_Se tu non dormi, bada_

_che l'Orco non ti crocchi._

_Ti crocchia se t'azzanna,_

_t'ingolla: ha un gozzo enorme._

_Ma Tiapa è a nanna, è a nanna._

_Già dorme Tiapa, dorme._

Con un atto precipitato, ov'era forse un poco di spavento vero, Lunella

abbassò il braccio che reggeva la testina di Tiapa; e gli occhi di vetro

in bilico si chiusero, ma i suoi rimasero aperti smisuratamente verso il

fàscino del canto, perché Vana non cantava soltanto con la gola ma con

tutta l'espressione della faccia china verso la bimba e la bambola a

disegnare l'orrore del mostro famelico.

_Se mi dici il tuo sogno_

_io ti canto una fiaba,_

_domani. Ora c'è l'Orco._

_Oe, ninna nanna, Tiapa!_

_Un pan tondo in un pozzo_

_in un pozzo di panna,_

_domani. Ora c'è l'Orco._

_Oe, Tiapa, ninna nanna!_

Le ultime note spirarono come un soffio su la bambola addormentata.

Lunella cercava di tenere le braccia immobili sotto quel sonno supino,

invasa da un vago sbigottimento. Nel viso di porcellana ambe le palpebre

erano chiuse ma una, quella dell'occhio guercio, lasciava scorgere in un

angolo un poco di bianco azzurrognolo.

— Gridagli che Tiapa dorme — sussurrò ella alzandosi su le punte dei

piedi per andarsene cautamente. — Il covo dell'Orco è in fondo alle

Balze.

E uscì trattenendo il respiro, col viso atteggiato a una sollecitudine e

a una inquietudine materne, sotto la sua chioma d'angelo magnifico.

Le Balze erano piene di luce e d'ombra, percosse dal sole occidente; e

la luce era gialla come se percotesse nell'ocra, e la sua ombra era

quasi fulva. Il colore del deserto e del leone colorava in quell'ora il

primo cerchio che cinghia l'abisso; ma il cerchio secondo era

cinerognolo e grommato d'una muffa verdastra, il terzo era livido e

sbavato di colaticci. Giù per gli scheggioni per le rosure per le grotte

s'ingolfava il vento, e riempiva di compianto tutta la rovina. Sul cupo

tumulto delle sue favelle i falchi gittavano le strida acute roteando.

— È orribile — disse Aldo.

— Ti fa paura? — chiese la sorella.

Un fàscino rapinoso pareva turbinare intorno alla fossa in arco torta,

una specie di perpetua bufera avvolgente come quella che mena la schiera

ov'è Dido. Nessun piede umano si sentiva fermo su la proda, nessun'anima

si sentiva diritta. La vertigine vuotava le tempie ai più intrepidi.

— Mi fa orrore — rispose l'adolescente. — Quando penso alle Balze, mi

sembra che non vi sia in terra solitudine più sola. Quando le guardo e

le ascolto, sento che qualcuno le abita, non so quale vita avviluppata e

aspettante. Se io cadessi, credi tu che il mio corpo sarebbe ricevuto

dalla creta e dal sabbione? Chi ha mai guardato veramente sino al fondo?

La pupilla non resiste.

— Perché forse nel fondo c'è una luce allucinante.

— Credi?

— Voglio guardare.

— Non così. Vana! Così è impossibile.

Egli l'afferrò mentre ella faceva l'atto d'appressarsi all'orlo e

d'inchinarsi; la trasse indietro, la tenne per qualche attimo stretta.

Ed ella lo sentì tremare nelle intime ossa.

— Come tremi! — disse ella, con una voce severa e tranquilla, dopo una

pausa in cui parlò il vento parole di dolore accenti d'ira giù per la

rotta lacca.

Il cuore le diveniva adamantino, sentendo il tremito fraterno. Glie lo

rinsaldava un coraggio orgoglioso, per contrasto. Il disdegno rigò

quella subitanea durezza e stridette nel breve riso.

— Pensi all'Orco di Lunella?

Egli ebbe in sé un terrore più profondo del primo tremito, perché quella

irrisione gli rinfacciava il patto di morte. Ed era simile a colui che,

per tentare un gioco terribile, si serve d'un istrumento micidiale e a

un tratto s'accorge che questo lo trascina con una volontà cieca assai

più potente della sua e che la sorte s'inverte perché egli non è omai se

non una misera cosa trepidante avvinta a una veemenza indomabile.

Bisognava dunque veramente morire? Non era più tempo d'indietreggiare?

Bisognava adempiere il proposito e il patto?

— Andiamo — disse Vana. — Andiamo alla Badia.

Egli non le lasciò la mano ma la tenne nella sua ancóra convulsa. Non

egli ma la giovine vita delle sue vene, più forte della sua angoscia e

della sua onta, si attaccava con tanta tenacia alla vita di quelle vene

e si confortava nel calore persistente. Respirava, sottraendosi al

fàscino tetro.

Disse, e la voce aveva un suono sordo e falso come per una fenditura del

metallo:

— Era forse per oggi? Ma la vertigine poteva prenderti su l'orlo. Perché

lasciare al caso quel che è premeditato?

Il disdegno riapparve nel lievissimo sorriso di lei. Ella non rispose.

Ora un dèmone spavaldo la trascinava, quasi che dalla debolezza del

fratello venisse a lei qualcosa di virile, una superiorità maschia.

Camminava con la testa alta, con un passo franco e spedito, lungo il

filo di ferro irto di punte come un rovo da piegare in corone di spine,

che teso fra le stele rozze di pietra chiudeva l'orto innanzi al grande

edifizio di color tra di ruggine e di piaga. Il fratello la teneva per

la mano; ma ella aveva l'aria di condurlo come un fanciullo, come se a

un tratto i due anni scarsi di differenza fra le loro età fossero

divenuti dieci.

— A ciascuno la sua ora e la sua scelta — disse alfine, senza gravità ma

con una sprezzatura quasi lieta. — Lasciamo i compagni di viaggio

imaginarii su le urne etrusche.

Egli sentì ch'ella lo umiliava. E si formò in lui, sul suo terrore

istintivo, uno di quei sentimenti fittizii che a un tratto occupano e

deformano l'anima giovenile.

— Vana, ti insegnerò una cosa — disse soffermandosi. — Una volta, per

guardare bene in fondo, mi misi a giacere bocconi su l'orlo, col viso

sporgente nel vuoto. Per ciò dianzi t'ho detto: non così.

— Ah!

«Non è vero» fece ella dentro di sé. E sciolse la mano da quella del

fratello; e sembrò ch'ella riprendesse anche la parte di dolore che

aveva lasciato scorrere in lui. E, come la gora si rigonfia e colma gli

argini se il varco sia occluso, quel dolore le rifluì su tutta l'anima e

s'aumentò. Ella riebbe intero il sentimento della sua solitudine. Pareva

lo contenesse dietro le sue labbra serrate, dietro la sua fronte

contratta, nella fermezza di tutto il suo viso smagrito. Camminava sola,

innanzi, su per il pendio erboso, tra i lunghi cipressi schiomati, tra i

piccoli olivi distorti. Portava il cappello tessalico dalla ghirlanda di

rose gialle, ch'era la sua ghirlanda funebre; e il vento le scoteva le

larghe falde intorno ai pensieri, le sconvolgeva i fiori di seta, come

s'ella fosse di nuovo entrata nel turbine dell'elica. E di nuovo le

pareva che la paglia risonasse come il bronzo d'una campana e che nel

rombo le parlasse il fantasma. E ripeteva a sé stessa: «Io sono la

fidanzata secreta d'un'Ombra». Rivedeva il sorriso vivente di Giulio

Cambiaso, i denti minuti e puri come quelli d'un bimbo; credeva che

nessuna creatura umana fosse stata per lei tanto dolce e nessuna le

fosse ora tanto vicina. Gli diceva: «Fra poco, fra poco verrò». Lo

riamava d'un amore sublime, come quando era coricata sul letto nella

notte di Brescia aspettando l'ora di sciogliere il vóto.

— Perché corri così? dove vuoi andare? — disse il fratello che la

seguiva ansioso come s'ella lo traesse a un immediato destino.

— Corro?

Non s'accorgeva di correre; che tutte le cose intorno avevano

l'atteggiamento dell'assalto o della fuga. Le nuvole inseguendosi

parevano rasentare le muraglie diroccate, lacerarsi agli spigoli della

torre mozza. Tutta la campagna gibbosa era sonora come se ogni

monticello fosse un timpano rovescio. Simili ai sassi scagliati dalle

frombole i rondoni fendevano l'aria con acutissimo strido e sparivano

come se colpissero il segno incastrandosi nel nemico percosso.

— Vedi? vedi questa piccola porta, Aldo? È stretta, come quella di

Mantova, come quella delle Pause, dove dicesti: «La canzone che non

canterai, Morìccica». Te ne ricordi? Non ha i dischi di marmo nero; ma

hai tu mai veduto un'edera più nera di questa?

Era una porticella di pietra, con l'architrave carico di nera edera.

Quando ella pose il piede sulla soglia rotta, Aldo ebbe il cuore in

sussulto come se la vedesse sparire per sempre. Egli non riusciva a

dominare la sua paura cieca. Ogni pietra era alla sua imaginazione come

nelle urne il limite sepolcrale ove i congiunti arrivano e si

accomiatano. Né poteva egli rimanere di qua. Ma passò anch'egli la

soglia e non entrò nel buio: vide oltre il murello e gli sterpi, le

maligne piagge nello sprazzo del sole colcato, i meandri delle vie

dubbie, qua e là un luccichìo di acque sinistre.

— La canzone che non canterai! La canzone che non canterai! — ripeteva

la moritura sorridendo e guardando il giovinetto con uno sguardo che lo

agghiacciava come fosse il suo medesimo veduto di notte in uno specchio

quando l'imagine specchiata non è la nostra ma quella dell'intruso che

abita in noi e usurpa la nostra sostanza.

— Perché, sorella, ti sei sciolta dalla mia mano? — egli le disse. —

Perché ora mi separi da te?

Ella non distolse da lui lo sguardo intollerabile. Disse:

— Di che soffri?

E aspettò, senza crollo nell'agitazione del vento.

L'orrore s'accumulò in quel breve spazio, contro il muro diruto

dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie che

serbavano il vampo canicolare. Pareva ch'ella dovesse chinarsi,

raccogliere una pietra e scagliarla.

— Ah, che importa, — rispose egli cupamente — se voglio morire?

— Lasciami sola! Lasciami sola! — ella proruppe con una violenza

repentina. — Non ti conosco più.

— Sei folle, Vana.

Ella scansò il gesto del fratello, rivalicò la soglia, entrò nel

chiostro; camminò lungo i gialli pilastri quadrangolari, tra le fascine

di sermenti, tra le mannelle di paglia. Il cigolìo incessante dei

passeri era triste come il rumore della gran falce invisibile il cui

taglio fosse da taluno assottigliato su le lastre disgiunte intorno il

pozzo cinto di ferro al pari d'una cripta o d'una muda.

— Attinia! Attinia!

Ella chiamava la custode della Badia, che la riconobbe alla voce e

accorse festosa. Ossuta, adusta, con le labbra sottili, con gli zigomi

forti, con le orecchie discoste, somigliava quell'Etrusca della gente

Cæcina adagiata su l'urna ov'è scolpito il viaggio in carpento. Portava

su i capelli lisci il grigio feltro volterrano. Parlava della sua

annata, del suo uomo, della sua figliuolanza, del suo asilo scosceso con

una bontà paziente, con una pazienza serena.

— Attinia, lasciami rivedere il cavallo bianco.

— Ah, se ne ricorda sempre? Ora prendo le chiavi.

Una bambina seminuda tirò la donna pel grembiule e barbugliò:

— Mamma, c'è il pazzo.

La donna soggiunse:

— Venga, venga. Non abbia tema. È buono.

E s'avviò pel chiostro; che aveva su ciascuna parete interna piccole

porte cieche di pietra murate di mattoni, ove nessuno entrava più, onde

nessuno usciva più.

— Ne hai preso uno anche tu, quest'anno, Attinia?

— Che vuole? Bisogna campare. Ma è tanto docile.

Anch'ella s'era adattata alla nuova industria del contado. Aveva

ricevuto in custodia dalle case di San Girolamo un demente, e l'ospitava

e accudiva ai suoi bisogni e alle sue miserie, e ogni settimana lo

riconduceva laggiù per mostrarlo ai medici; poi, fatta la visita, lo

riprendeva in casa, lo mescolava alla vita familiare, con la

tranquillità della gente semplice dinanzi all'uomo vivo divenuto più

misterioso del cadavere.

— Come si chiama?

— Viviano.

— Di dove?

— Della Maremma trista, della terra di Soana.

Aldo rivide la morta città degli Aldobrandeschi, scolpita nel tufo come

un sepolcreto, fra i due lordi fossi febbricosi.

— È giovine?

— Di mezza età. Ma buono, poveretto. Vuole di molto bene ai bambini.

Porta al pascolo la mucca. Parla poco. Sempre sorride.

S'erano soffermati su la soglia del Refettorio. Il cigolio dei passeri

non si quetava mai, ma ben lasciava udire il profondo gemito del vento

nelle vuote mura. La porta era socchiusa; la chiave era nella serratura

e le altre in fascio pendevano da quella, rugginose.

— Passi, passi pure — diceva la donna spingendo l'imposta.

— Vana, Vana, non entriamo — pregò Aldo all'orecchio della sorella. —

Non facciamo questo! Andiamo via.

Vana entrò con risolutezza, come superando un impedimento; e rapida

guardò intorno, guardò in tutti gli angoli, scrutò tutta l'ombra. Il

gelo le colava giù per le spalle. Il Refettorio era deserto. Ella rivide

su la parete il gran cavallo bianco cavalcato dal cavaliere portatore

dell'Aquila; e, lì presso, i Santi spettrali dalle lunghe cappe bianche.

Il vento scoteva le assi inchiodate alle finestre, che scricchiolavano.

Una sala era aperta; e v'apparivano le Balze, e sul ciglio la nuda mole

di San Giusto simile a un colosso di ghisa, e la strada curva su la

collina magra, e il pallore tormentoso dell'uliveto.

— Non eri mai entrato qui, Aldo. Eppure te ne ricordi. Sono certa che te

ne ricordi. Siamo ancóra nella Reggia d'Isabella, siamo nel Paradiso. La

voragine ha inghiottito i giardini, la canicola ha prosciugato la

palude, l'oro e l'azzurro sono distrutti. Sono rimasti i ragnateli, si

sono moltiplicati, non vedi?, tremano dovunque. Un ragno ha presa l'ape.

Ella gli parlava sommessamente, con un aspro ardore in cui l'ironia

strideva come il sale sul carbone rosso.

— Guarda là: è rimasta la cappa del camino squarciata, è rimasto il nero

della fuliggine, il mattone sgretolato, il calcinaccio, l'odore della

muffa, l'odore della morte, e nulla più. Nulla più, fuorché il nostro

orrore nascosto. E andiamo, andiamo ancóra, di soglia in soglia, di

stanza in stanza, andiamo dunque, cerchiamoci, chiamiamoci ancóra.

«Aldo, dove sei? Ti sei perduto?»

Ella lo teneva pel braccio, e lo stringeva, e gli parlava come dentro

l'anima; e pareva che avesse smarrita la ragione, e pur pareva che nella

più remota profondità tutto vedesse. E quelle parole ch'ella aveva

gridate nell'ombra della ruina irremeabile, ora le ripeteva con una voce

segreta che scavava il petto al fratello non confessato e glie lo empiva

di sgomento.

— Ma non ci ritroveremo, ma non ci abbracceremo come allora, non

piangeremo insieme senza lacrime. Tutto è nudo, non c'è più traccia di

bellezza, non c'è più nulla per sognare.

Ella s'arrestò e sobbalzò; poi fu tutta di gelo.

— Guarda quella porta. Guarda chi c'è, nella Reggia d'Isabella!

Una larva smorticcia era apparita su la soglia, venuta dal fondo d'un

muro cieco, dal fondo dell'opaco silenzio, come una di quelle figure

estinte che l'intonaco ancor serrava presso il grande cavallo bianco.

— Viviano, salutate — disse la mite Attinia ch'era indietro riguardosa.

La larva fece un gesto vago, si scoperse il capo. S'avanzò. Non era un

uomo, era un sorriso, era come un sorriso in una pietra. Da quale

recesso dell'ombra veniva egli? che aveva veduto? che aveva ascoltato?

quale suono era per uscire dalle sue labbra scolpite come quelle dei

vecchi idoli dipinti che sorridono all'inconoscibile in eterno?

Vana e Aldo, l'una presso l'altro, mentre egli s'avanzava, con un moto

involontario si ritrassero. La finestra era dietro di loro; e gli stormi

passavano come saettamenti disperati, come quelli che nel più lungo

giorno avevano ferito il cielo di Vergilio.

— Viviano, che facevate qui solo solo? — disse la mite Attinia.

Il demente sorrideva. Il sorriso impietrava la sua bocca e impediva che

la parola si formasse. Portava egli una specie di sacco grigio che gli

giungeva alle ginocchia; aveva il colore della parete derelitta,

sembrava una falda dell'intonaco scrostato; e la sua faccia glabra era

come la lampada fioca della casa deserta.

— Non rispondete, Viviano?

Il sorriso tremolò appena, quasi fosse il riflesso lontanissimo d'un

movimento avvenuto nell'infinito gorgo della vita. E Aldo, che riviveva

in un ritorno spaventoso l'ora della sua perdizione, pensò a un tenue

bagliore ch'egli aveva veduto tremolare laggiù, nella Reggia d'Isabella,

su pel graticcio sfondato d'un palco, ed era il riverbero di chi sa

quale acqua solitaria salito a traverso i vetri coperti di polvere e di

ragne.

— Andiamo, Vana. È tardi — disse egli, sospingendo la sorella; perché

riudiva dietro di sé lo stormo frenetico tornare come una forza ruinosa

e strepitosa che fosse per trascinarlo seco un'altra volta.

Ma li seguiva pel chiostro il passo della larva, molle come di chi

strascichi nella belletta. E si ritrovarono davanti a una porta

socchiusa, donde alitava un odore amaro. Su l'architrave di pietra era

scritto in lettere corrose: _Domus mea_. Vana spinse l'imposta, entrò.

— La casa mia! La casa mia! — ella disse avanzandosi fra le erbe amare,

su le macerie sacre.

La vasta chiesa era smantellata, le mura erano pericolanti, tutti gli

altari erano distrutti; i rocchi delle colonne erano abbattuti fra il

pietrisco; altri erano ritti, e sopra vi riposavano i rudi capitelli

dalle tre foglie e dai tre grappoli. Nell'abside dall'arco fatto di

cunei neri e bianchi, nella sacrestia irta di rovi, qua e là nelle

scaglie di scialbo rimaste su la panchina fulva, rosseggiavano vestigi

di affreschi, simili a chiazze di sangue indelebile. Ogni imagine era

vanita; soltanto il rosso persisteva come il testimonio d'un martirio

insigne. E superstiti erano anche i due piedi trafitti del Crocifisso,

accanto a una cupa tunica color di grumo. E la testa mozza di San

Giusto, la testa quadra e barbata, lebbrosa di lichene, giaceva tra le

céppite gialle.

— La casa mia!

E il sorriso del demente era là, era il sorriso d'una pietra, era il

sorriso di tutte quelle pietre che o prima o poi dovevano finire

inghiottite dalla voragine, dovevano rotolare in fondo ai botri, trovare

laggiù l'ultima pace, riseppellirsi nella terra.

— Addio, addio, Attinia!

Anch'ella, Vana, ora credeva di sorridere così; credeva di sentirsi

suggellare nei muscoli della faccia quella medesima contrattura

infinita. Due o tre volte fece con la mano su la bocca il gesto di chi

scaccia, di chi cancella.

— Dove vai? dove vuoi andare? Non correre! — pregava Aldo seguendola

perdutamente nel sibilo della ràffica.

Discesero per la china; rividero il ciglio erboso di sotto il muro, gli

elci nani simili ai mendicanti monchi e storpii, il girone oscurato, la

valle d'abisso; riudirono le voci alte e fioche, i sospiri, gli ululi, i

guai. Ripresero la via verso la Guerruccia, a piedi. Avevano ordinato

che la vettura li aspettasse presso la Porta Menseri.

— Ah, férmati. Vana! Sei ansante. Respira. Lasciami respirare. Che

furore ti prende?

Il selvaggio masso di Mandringa dominava la via.

— Ardo dalla sete. Lasciami bere. Bevi anche tu un sorso d'acqua.

La fonte pullulava sotto un arco chiomato di caprifogli e di pruni.

— Non voglio bere — disse la sorella.

Nell'ombra umida era un cicaleccio di femmine, un luccichìo di mezzine,

un chioccolìo di cannelle.

— Aspettami un minuto!

Egli scese alla fonte; si scoprì il capo, tergendosi; domandò di

dissetarsi. Tutte le acquaiuole si volsero a un tempo verso il

bellissimo adolescente. E gli occhi brillarono nella frescura verdastra,

sotto i cappelli di feltro; i gomiti si urtarono; parole sussurrate,

lievi risa corsero.

— Senza bicchiere?

— Alla mezzina?

— Alla cannella?

— Qui è l'acqua bona.

— Meglio che al pozzo degli Inghirami.

— Chi sciacqua le lenzuola

alla Docciòla,

convien che l'acqua attinga

alla Mandringa.

— Ecco la mia brocca.

— È più lustra la mia.

— Questa ha il becco più stretto.

— Questa! Questa!

Sotto l'arco sonoro le voci chiare echeggiavano, le braccia nude

sollevavano le mezzine colme e le tendevano. Egli sentiva intorno a sé

fremere la gentilezza popolana, scorgeva nella frotta la grazia di

qualche viso più giovine. Porse le labbra al sorso, abile nel non

toccare il rame, nell'evitare il troppo.

— Come sa bere a garganella!

— No, a zinzini.

— E come netto.

— È un vero bacio.

— Fa venir l'acqua in bocca a chi non beve.

— Beata la sua dama!

— Fiore d'acacia! — stornellò la più ardita, fra l'ilare brusìo, fra il

lampeggio delle pupille, fra l'urteggiar dei gomiti, mentr'egli lesto

raggiungeva su la via l'impaziente. — Fiore d'acacia! E chi bene

sorseggia, meglio bacia.

Si ritrovò nel vento, nella forza implacabile che lo trascinava verso

l'altro aspetto del mostro. Le nuvole andavano a oste contro Volterra,

come un dì le genti del Montefeltro. Riarsa era la campagna come dopo il

guasto degli Approvvigionati. Di tratto in tratto qualche rudere della

cerchia antica sporgeva dal dosso cretoso, come una vertebra disgiunta.

— Sai che torna? — disse Vana all'improvviso.

Camminava con la testa bassa.

— Torna?

— Ha scritto al maestro di casa che prepari la villa. È fidanzata.

— Che vuoi dire, Vana?

— Isabella s'è fidanzata a Paolo Tarsis.

La campagna pareva piena di grida.

— L'ha scritto?

— L'ha scritto.

— E perché me lo dici ora soltanto?

— Perché l'ho saputo oggi.

— E torna con lui?

— Con lui.

La campagna pareva che girasse tutta in un sol vortice.

Dunque non c'era scampo. Si preparava il legame legittimo. Isabella

diveniva il possesso di un uomo. Tutto nella sua e nell'altrui vita era

per trasmutarsi. Tutto crollava.

— Sei certa? Hai veduta la lettera?

— L'ho veduta.

Aldo si soffermò perché temette di stramazzare, come se il vento gli

fosse passato a traverso e lo avesse vuotato di tutto.

Anche Vana si soffermò alenante, e disse:

— Comprendi? La mia casa non è quella che abbiamo visitata dianzi? E non

è anche la tua, omai?

Ella si volse a guardare verso la Badia scoscesa che disegnava la sua

massa di mattone e di panchina sul chiarore di ponente.

— Il tetto è scoperchiato.

Egli vide veramente scoperchiato il suo tetto, egli considerò veramente

la spoliazione inevitabile, l'abbandono di tutte le cose che gli

facevano bella e molle la vita; e non guardò dietro a sé quel mucchio di

pietre rischiarato dal sorriso della larva smorticcia, ma guardò dinanzi

a sé Volterra come una città condannata al saccheggio, come una signoria

perduta. Ebbe lo sguardo del venturiere. E le parole brutali gli

sfuggirono.

— Rinunzia così a tutta la sostanza di Casa Inghirami.

— Bisogna.

Era per essi il ritorno alla povertà, la separazione, la dispersione, la

vita di lotta e di strettezza, forse il ricovero nella casa odiosa del

padre e della matrigna, forse il lavoro umiliante, tutto l'orrore

dell'avvenire incerto. Ognun d'essi era due volte colpito, due volte

tradito. Nel fratello il furore sopraffaceva lo sgomento, e dalla sua

natura tirannica sorgevano in confuso disegni di rappresaglia e di

perfidia, imagini impure che lo bruciavano e pensieri perigliosi che gli

moltiplicavano la brama di vivere e di gioire.

— Siamo alla Guerruccia — disse Vana sordamente, afferrandogli il

braccio.

D'improvviso furono ripresi nel fàscino delle Balze. In lui tutta

l'anima repugnò, tutto il sangue si ritrasse.

— La vettura ci aspetta là, alla Porta Menseri — disse. — È tardi.

— Io non rientro.

Ella lasciò il braccio del fratello e camminò per le zolle del campo

inculto, nella sterpaia sparsa di fiori gialli, verso i macigni della

muraglia etrusca superstiti su la proda infida. Il terrore sciolse le

ginocchia dell'adolescente.

— Vana! Vana! — egli chiamò.

Ella non si volse.

— Vana!

Ella seguitava a camminare col suo passo vacillante ma ostinato, su le

zolle su i sassi su gli sterpi. Allora egli vinse l'orribile fiacchezza

e si mise a correre per raggiungerla, col cuore alla gola, con l'impeto

di gettarsi a terra innanzi a lei, di abbracciarle le ginocchia, di

supplicarla, di piangere. Sentendolo vicino, ella s'arrestò e lo guardò.

— Hai tanta paura? — disse.

Egli era per rispondere: «Sì, ho paura. Non voglio che tu muoia, non

posso morire». Ma si contenne. Rispose:

— Non ti comprendo. Non so che cosa tu abbia risoluto, che cosa tu

voglia fare, Vana.

— Nulla. Ma lasciami sola. Voglio pensare a me stessa.

— Non debbo lasciarti.

— Bisogna. La mia via non è più la tua via.

— Perché?

— Dimmelo tu, Aldo.

Allora un'ira selvaggia gli proruppe dal cuore compresso.

— Vuoi gettarti giù? Vuoi ch'io mi getti con te, ora, sùbito? Eccomi.

Sono pronto.

Egli era più pallido della morte. Ella era presso la muraglia, in piedi,

col fianco e con l'omero contro quella. Tacque, ma qualcosa di spietato

era nel suo profilo che si rilevava dal piano del masso fulvo, qualcosa

di spietato e di serrato. Entrambi stettero in silenzio, sospesi nella

vertigine, con tutte le potenze e tutte le fatalità della vita imminenti

alla loro giovinezza miserabile.

Tuono d'infiniti guai udivano nella valle d'abisso. Lo sterpeto era

deserto. La mole ferrigna di San Giusto si levava su l'altura munita di

scarpate e di contrafforti come uno spalto. Dietro il colle la Città di

vento e di macigno drizzava contro l'incursione delle nuvole le sue

torri, i suoi campanili, il suo Mastio feroce, lo sprone formidabile

della Rocca vecchia, le mura gigantesche costruite dagli scavatori di

sepolcri e quelle cementate dal sangue civico. Le campane sonavano a

doppio. A quando a quando la raffica simulava più alto quel clamore che

perpetuo suona dentro la cerchia e sotto le porte dal giorno che la

fellonìa del conestabile chiamò al bottino i fanti del Montefeltro:

«Sacco, sacco!»

— Non così, dunque, come facevo — disse Vana con un sorriso dubbio. — Tu

m'hai insegnato che, per guardare bene in fondo, bisogna mettersi a

giacere bocconi su l'orlo.

Egli le vedeva straordinariamente rilucere nell'ombra il bianco degli

occhi; e tra quel bianco e il sorriso esiguo credeva scoprire un'astuzia

lugubre. La voragine era là, a due passi: con un guizzo rapido ella

poteva lanciarsi nel vuoto. Egli era nella tenaglia dell'angoscia

mortale, ma non osava levare la mano per tema di provocare il salto. Il

cuore gli si fermò, quando ella alzò le braccia per togliersi gli spilli

che configgevano la paglia. Egli si sentiva come col capo sul ceppo,

sotto la scure sospesa d'un carnefice lento. Ella si tolse la ghirlanda

di rose, appese il cappello tessalico a una sporgenza del masso.

— Che vuoi fare? — disse il fratello senza udire la sua propria voce.

— Provare.

— Allora dammi la mano.

Ella glie la diede; perché un maleficio mutuo emanava da loro,

indicibilmente, e le loro due vite si ricongiungevano e si confondevano

annientandosi. Dall'uno passò all'altra il terrore. Il terrore, non la

volontà, piegò le loro ginocchia. Con la mano nella mano, sentendo il

sudor gelido tra palma e palma, restarono inginocchiati su l'arsa erba

dell'orlo. La vita in entrambi palpitava come quelle fiammelle che il

soffio iterato sembra rapire a ogni attimo e non ispegne.

Da quella proda, più che dall'altra di laggiù, la voragine era

spaventevole. Dalla profonda erosione centrale si creava un golfo

d'ombra ove un dirupo irto di croste e di schegge si protendeva a

piombo, smisurato come la ruina prodotta dal tremor dell'Inferno nel

punto dell'estremo sospiro di Cristo. Quivi era la fauce inestinta che

aveva già inghiottito le case degli uomini e di Dio, i borghi i

monasteri le basiliche, e gli ipogei e le mura delle antichissime genti,

e i cipressi e gli elci dalle radici inespugnabili. Come grofi di sale,

come gromme di tartaro, come coaguli di sangue, biancheggiavano

rosseggiavano le crete e i tufi giù per le ripe e per le lacche. Era la

riviera del bollor vermiglio quella che fumigava a valle della vecchia

roccia? Quella che luceva tra le grotte allamate era la lorda pozza ove

Dante vide fitti nel limo gli iracondi? I sospiri, i pianti, le strida

si rinnovellavano.

— Fratello! Fratello! — gridò una voce disperata.

E Vana s'abbatté su la faccia, come se il vento la schiantasse.

Allora una repentina forza entrò nel giovinetto. Egli afferrò la sorella

per la cintola, la sollevò, la trascinò indietro, ricadde con lei su gli

sterpi.

— No, no, Vana! — le diceva, prendendole il capo, guardandola nella

faccia sfigurata. — Non morire! Non morire! Io non voglio morire. Voglio

patire, voglio lottare, voglio tentare. Non sei perduta, non sono

perduto. La pazzia ci travolge. Resisteremo all'orribile fàscino. Ci

siamo avvelenati. Guariremo. Qualcosa accadrà, qualcuno ci verrà

incontro. No, no. Vana, piccola piccola sorella, ah per questo caro

viso!

Egli le accarezzava i capelli le gote il mento con le dita tremanti,

accosciato negli sterpi accanto a lei. E, mentre le sue dita si

bagnavano, mentre la creatura estenuata gli singhiozzava presso il

cuore, guardò la proda discosta, guardò la sterpaia costellata di fiori,

la luna rosea sospesa su la collina di viola, il fuoco morente d'una

nuvola sul colosso di San Giusto; e l'inconsapevole gioia della

giovinezza respirò in lui dall'intimo. Egli viveva: dilatava i suoi

polmoni sani nel suo petto, adunava nei suoi occhi la bellezza mutevole

del mondo, risuscitava il sapore dell'acqua nella sua bocca che aveva

turbato le donne alla fontana, celava nella sua anima l'arte di

conciliare l'inconciliabile. Egli viveva, era incolume con tutti i suoi

mali ma con tutte le sue armi. E conosceva il brivido dell'agonia e la

potenza dell'abisso.

Si sollevò, aiutò la sorella a sollevarsi. Fu ancóra carezzevole, ché

una tenerezza quasi voluttuosa gli gonfiava il cuore. Le asciugò le

lacrime; le scosse dalle pieghe della gonna gli steli secchi e i

frantumi della zolla.

— Ah, piccola cara, che sogno angoscioso abbiamo sognato! Sei tu? Sei

Vanina? Sei la mia Morìccica? Dove sei stata? Di dove ritorniamo?

Ella aveva un viso di convalescente, una dolcezza sommessa e triste,

simile a una creatura che si svegli dopo una lunga convulsione. Il

dèmone era uscito da lei, l'aveva lasciata vuota di forze e immemore.

Ella non si ricordava se non del sorriso di Viviano: le pareva che fosse

ora in lei qualcosa di quel sorriso fatto di nulla e di tutto.

S'abbandonava alla nuova tenerezza del fratello con un languore

desolato.

— Guarda! — egli le disse volgendole il capo verso la collina.

La luna insensibile saliva spandendo l'antico incanto, quel medesimo che

nelle notti d'Etruria aveva ammollito le donne adorne giacenti su i

coperchi delle urne, i giovini cavalieri in sosta presso il limite

sepolcrale.

— E il tuo cappello?

Guardarono entrambi verso la muraglia dolorosa. Ma rapita dal vento la

ghirlanda era scomparsa nel baratro.

La luna insensibile, d'una delicatezza quasi carnale, priva di raggi,

con una vita senza fuoco, nata di quaggiù, simile a un grande fiore

palustre, emergeva dalla torpida trasparenza dei Monti Pisani, mentre

non maggiore di lei sul limite del Tirreno il sole ardeva d'un ardore

così forte che sùbito s'inceneriva. Le nuvole basse e raccolte gli erano

sopra come falde di cenere; che crollavano e si riformavano. Quando la

linea dell'acqua tagliò il disco, parve che solo un cumulo di bragia

rimanesse, covato, e fosse per estinguersi. Tutto fu cenere ineffabile.

Allora il mare divenne il divino peplo della Sera, una veste dalle

pieghe tanto soavi che Isabella ne desiderò un lembo.

— Aini, se di quella seta potessi vestirmi!

Ella aveva prolungato la voluttà per tutto il pomeriggio. E l'ora

seguente le era parsa sempre più bella; ma quell'ora era più bella

d'ogni altra e voleva da lei qualche segno di predilezione, qualche

pegno di grazia. Tutte le carezze erano sul suo corpo come le foglie

della rosa folta, l'una su l'altra, calcate. Ella desiderò di aerarle,

d'indurre fra l'una e l'altra l'aria spirabile.

— Aspetta — disse. — Non ti muovere.

Si partì, lasciando su la terrazza il suo amico. Sembrò a lui che il

momentaneo fiore di tutte le cose sfiorisse, in quella breve assenza. La

luna perse la sua levità di corolla; si riempì d'oro nuovo, spiccandosi

dai monti. L'immensa veste marina perse il mai veduto colore che la

rendeva ineffabile.

— Che porto? Indovina — disse ella riapparendo.

Sembrava ch'ella si fosse partita per compiere un'opera d'incanti. Con

l'arte della maga colchica, aveva dedotto dalla luna quel primo aspetto

spoglio di raggi? Su i Monti Pisani il plenilunio era già chiaro; ed

ella rievocava la vita senza fuoco, il grande fiore palustre.

— Una serpe incantata in un cofanetto di cipresso?

— No.

Ella era avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garza orientale

che il tintore alchimista Mariano Fortuny immerge nelle conce misteriose

dei suoi vagelli rimosse col pilo di legno ora da un Silfo ora da uno

Gnomo e le ritrae tinte di strani sogni e poi vi stampa co' suoi mille

bussetti nuove generazioni di astri, di piante, di animali. Certo alla

sciarpa d'Isabella Inghirami egli aveva dato l'impiumo con un po' di

roseo rapito dal suo Silfo a una luna nascente.

— La lanterna di Aladino?

— No.

Che mai portava ella inviluppato in quel pezzo di stoffa? Lo reggeva con

le due mani, sorridendo; e mirabili erano nelle sue braccia i rilievi

leggeri dei muscoli, le strie glauche delle vene, la peluria simile a

quella delle foglie e dei frutti.

— L'uccellin Belverde?

— Credi che sia tanto pesante!

— Dicono, quand'è morto.

— Credi che possa morire!

— Per rinascere.

— Non muore mai: va e viene, fugge e torna.

— Mi do per vinto. Che porti dunque?

— Stendi là, in mezzo alla terrazza, il tappeto più largo.

— Questo?

— No, quello di Bokhara.

Egli trascinò e stese su le mattonelle di maiolica il bel tappeto

amarantino, variato d'azzurro cupo e di bianco avorio, morbido e intenso

come l'antico velluto di Lucca.

— Ora siediti su quei cuscini. Danzerò per te.

— Senza il flauto di Amar?

— Taci e guarda.

Ella aveva deposto in un angolo della terrazza l'arnese ignoto,

lasciandolo coperto col quadro di seta. Si chinò e lo toccò di sotto al

velame. Un ronzio cupo, come quel d'un calabrone in un orciuolo, sonò

per qualche attimo.

— Un nido di vespe?

— Taci.

Ella lasciò le babbucce all'orlo del tappeto, che vi stettero come una

coppia di tortore col capo sotto l'ascella. I talloni apparvero coloriti

di cinabro, simili alle due metà d'una melagrana. Guardandola, Paolo

s'accorse che una piccola stella cilestrina, del colore delle vene, la

segnava in mezzo alla fronte d'un segno magico.

Ed ecco, il ronzio mutandosi in una musica di tintinni simile a un

concerto di sistri, incominciò la danza.

La prima percussione del ritmo parve trasmutare in cosa vivente la lunga

zona tenue intorno al corpo nudo. Le mani abili, avvolgendola e

svolgendola, comunicavano agli orli quella vita natante che di continuo

vibra nell'estremità orbicolare della medusa marina. Talora la

danzatrice, avendole impresso un moto spirale, l'abbandonava; e quella

proseguiva la sua spira alzata sul lembo come un mulinello di sabbia

rosea; poi s'afflosciava ed era per cadere ai piedi, quando i tocchi

rapidi delle dita la rianimavano, la suscitavano, le davano una nuova

attitudine, un nuovo giro. Talvolta, con le sue indistinte imagini

bestiali, era simile alla larva labile dello zodiaco intraveduta

nell'aurora.

Seduto su i cuscini, addossato al muro bianco, fisso come a

un'allucinazione dei suoi propri sensi, l'amante mirava la danzatrice in

un rapimento senza termine. Dietro di lei, tra i rami degli oleandri,

egli vedeva lo sfondo delle coste falcate, le rive pinose della Versilia

e della terra di Luni, le Alpi di Carrara così aeree che figuravano

anch'esse, una figura di danza, una catena di alte vergini, forse

inchinate verso l'Oriente dal ritmo del coro.

Come colei che dalle matasse numerose con gesti alterni elegge e deduce

i varii fili al suo ricamo, ella sembrava trarre dalle circostanze e

dalle lontananze le linee più belle per comporle in quella creazione

d'istantanea bellezza; ella sembrava attenuarle e prolungarle fino a sé

e mescolarle alla sua musica muta, e rivelare nel suo movimento fugace

lo spirito di ciò che era immobile e duraturo. Tutte consentivano a lei,

quelle che si disponevano secondo il cerchio dell'orizzonte e quelle che

s'inalzavano secondo l'asse del polo. Dal vertice della rupe statuaria

sino alla punta della bassa penisola arenosa, tutte convergevano in quel

gioco di apparenze e si esprimevano in quella vicenda d'invenzioni.

Ella così viveva la vita vespertina, quale s'era rivelata alla sua anima

in un solo attimo quando dal davanzale della finestra aveva steso la

mano esitante per liberare la rondine prigioniera. Ella sentiva

compiersi quel ch'era appena apparito; cangiava quel breve anelito in un

respiro armonioso. La luce ambigua, ove l'oro lunare cominciava a

diffondersi nel chiarore occiduo, pareva farla mediatrice fra il giorno

e la notte. Ella pareva muovere i suoi piedi scalzi su l'esiguo istmo

invisibile che separa il diurno dal notturno mare.

Ma, quando i suoi occhi dati alle cose si riaffisarono in quelli che la

miravano, ella cangiò i suoi modi. Raccolse a un tratto i suoi larghi

gesti orizontali; mostrò d'esser ferita dallo sguardo dell'uomo. Si

coprì il volto con un lembo del velo, si nascose tutta nelle volute, fu

simile a una metamorfosi imperfetta che mostrasse tutte le membra

converse in nube e i piedi ancora umani. Poi sembrò che la primitiva

natura ribalenasse e vibrasse per entro alla nube; ed ecco, la metà del

volto riapparve sbigottita, e una mano timida, e la punta dell'anca, e

una spalla sollevata, sùbito ricoperte. Ella imitava la danza amorosa

delle almée: il pudore, il timore, la resistenza, la languidezza,

l'abbandono. Ella imitava con la danza il gioco stesso della sua

perfidia: la lusinga, l'offerta, il rifiuto, la disfida, la lotta, la

paura temeraria, il sospiro nella violenza, l'annientamento nel piacere.

— L'ape! — disse all'improvviso con un piccolo grido, schermendosi, come

aveva fatto dinanzi alla porta di marmo nel Paradiso mantovano.

Il ricordo si drizzò vivo agli occhi dell'affascinato. Ella imitava con

la sua danza lo spavento puerile, i guizzi, i balzi, le fughe, le

difese, come se il pungolo dell'importuna la perseguitasse e la

minacciasse ancóra. La zona si curvava in arco sul capo, svolazzava,

strascicava, ora floscia, ora gonfia, ora distesa.

— Ahi! Ahi!

Ella gemette, s'arrestò, congiungendo le gambe in un'attitudine che

rendeva al suo corpo tutta la sua divina lunghezza, falcando le reni,

riversando il capo dalle trecce quasi disfatte. Il primo gemito fu di

dolore, ma l'altro imitò quello ch'ella soleva quando il suo amico

posava su lei la mano del possesso ed ella sentiva spandersi in tutte le

vene il languore senza scampo. Il viso madido fra le ciocche lisce e

dense aveva quella improvvisa maturità che in certi momenti

l'assomigliava a una giovinezza troppo a lungo macerata nel fortore

degli aromi e trascolorata nell'ombra dei cortinaggi.

— Ahi!

Egli tremò di desiderio; che quel gemito era il noto richiamo, triste e

selvaggio. Ella scivolò contro di lui nei cuscini. E gemeva:

— M'ha punta qui.

E le labbra dell'amato la medicavano.

E ogni volta gemeva:

— M'ha punta qui, e poi qui, e anche qui.

E ogni volta le labbra la medicavano. E tutta l'estate, tutta l'estate

della spiaggia pisana e della Versilia verdebionda e della val di Magra,

quella intiera ch'essi ogni giorno sorvolavano con l'ali di lino e

fiutavano nella sua vastità concentrata dal volo come si fiuta un

sacchetto di nardo, quella medesima odorava per lui nella pelle

calorosa. E una stilla di quel sudore bastava a dissolvere tutti i

pensieri, tutti i disegni, tutti i rimpianti, tutte le inquietudini. E

nessuno dei paesi ch'egli aveva percorsi era profondo come quel corpo

sensibile. Ed egli sapeva l'ebrezza di chi entra in una gola di monti e

al termine del valico possiede d'improvviso con uno sguardo l'inopinata

magnificenza d'una terra senza confine; ma quanto più acre ebrezza era

il penetrare perdutamente in quel mistero che due braccia potevano

scuotere!

Placata, stropicciata d'essenza ristoratrice per tutti i muscoli,

avvolta in un doppio cafetano di mussolina senza maniche, Isabella

godeva il vento serale che soffiava a traverso le pinete ancor tiepide.

Il tintinno dei sistri taceva, in quell'angolo della terrazza, sotto il

quadro di seta. Ed ella sorrise e disse:

— Aini, ti piaceva la musica della mia danza? Ma non sai ancóra quel che

c'è, là sotto.

— Una stregheria.

— Una malinconia.

Ella si levò, prese la cosa nascosta e la portò presso i cuscini.

Nell'aria, ch'ella aveva abbellita di tanta vita bella, ora l'alba

lunare si diffondeva per l'ombra composta d'una vena violetta e d'una

vena verdiccia che si mescevano tacitamente. Come taluno si china su un

tizzo fioco e col soffio ne suscita vive faville sonore, ella aveva

ravvivato e moltiplicato con l'agitazione dei suoi incanti le note

interrotte. Ora scopriva una piccola cosa morta, una specie di cassetta

funebre per Tiapa, per la bambola di Lunella.

— Guarda.

Ci si vedeva ancóra. Ella aprì il coperchio. Egli si chinò a guardare da

presso. Era una vecchia scatola armonica, con l'anima di metallo

costrutta d'un pettine d'acciaio i cui denti vibravano al girare d'un

cilindro irto di punte.

— Dove hai scavato questo scarabattolo?

— Non scarabattolo ma scarabillo.

— Sembra il modellino d'uno strumento di tortura.

— Si chiama scarabillo, dall'infanzia.

Ella rise; poi velò di malinconia il suo riso parlato.

— Vedi: il pettine è un poco rugginoso e al cilindro manca qualche

punta. Se tu sapessi quante volte m'insanguinavo le dita contro queste

punte, quando il cilindro s'incantava! Avevo sei anni quando trovai

questa scatola in un ripostiglio. Doveva esser là dal tempo di Nonna

Diana, fabbricata a Vienna verso il mille ottocento cinquanta. Chi può

dire perchè una vecchia cosa meccanica ci diventi amica, si leghi a

qualche fibra della nostra vita intima e non possiamo mai separarcene

senza temere di far morire un po' di noi stessi? Vedi: qui c'è una

specie di doppia aletta imperniata che, quando si carica, si mette a

girare vertiginosamente e fa quel ronzìo di vespaio, prima che la

sonatina incominci. Era l'aura dei miei sogni puerili. Anche ora non

posso udirla senza un certo ondeggiamento del cuore. Per nessuna cosa ho

avuto il sentimento della proprietà come per questo scarabillo (è il

nome che gli diedi, non so perché). L'ho difeso contro Vana, contro

Aldo, contro tutti. L'ho preferito a qualunque altro giocattolo. Tutta

la mia fanciullezza è stata cullata dalla sua voce tintinnante, che non

somiglia a nessun'altra voce. Chi ha composta la sua musica? Chi può

riconoscere una di queste piccole danze? Mi ricordo che sul coperchio

c'era ancóra un frammento del cartello che portava la lista delle

sonatine. S'è perduto. Ci rimase per qualche anno. Ci si leggeva

soltanto: _La pavane lacrymée_.

Ella si chinò, prese la chiave e caricò il cilindro ispido. S'udì il

ronzio del calabrone nell'orciuolo. Ella accostò la mano per sentire

l'aura della doppia aletta girante. Poi richiuse il coperchio, lo

ricoprì col quadro di seta ch'era un conopeo di ciborio.

— L'ho portato sempre con me, il mio scarabillo. Qualche volta lo lascio

dormire in fondo a un baule o a un tiretto per mesi e mesi. Poi lo

risveglio. E m'incanta e mi culla ancóra. Mi ricordo che quando ero

bimba facevo gighe e volte e sarrabande, sola sola, intorno alla scatola

posata per terra. Ma come mai stasera lo scarabillo della mia innocenza

ha accompagnato la danza della mia perdizione, Aini?

Ella rigò d'un riso esiguo la sua malinconia; poi tacque, ascoltando la

voce piccola e infinita. Era un gran silenzio, con qualche fruscìo, con

qualche sciacquìo raro, con qualche pallido pianeta, con qualche

pipistrello aliante. Le cose cominciavano a segnare le ombre, sotto il

plenilunio, ma appena.

Erano a tavola, presso il balcone. La chioma d'un pino toccava

l'inferriata, movendosi nell'ombra con quel moto lento e animale che

hanno le piante subacquee.

— Quanto mi piaci stasera, Aini! — disse Isabella a bassa voce, nel fumo

e nel profumo della sigaretta, tenendo su la tovaglia i due gomiti nudi,

facendo intorno al suo viso continui gesti con le lunghe mani

senz'anelli. — Ti prego, fa ancóra così.

Ella imitò un piccolo moto nervoso che gli era involontario: una rapida

contrattura che dalla radice del naso, ov'era incisa la grande ruga

verticale, scendeva a serrare le nari e a muovere il labbro superiore:

una specie di baleno muscolare, indefinibile, un nulla. Egli sorrise.

— Ti burli di me?

Era tutto perduto in lei. La guardava, la divorava insaziabilmente,

s'affannava a possederla in tutti gli attimi, vigilava con un'acuità

assidua perché nulla di lei gli sfuggisse. Ben egli mille volte avrebbe

voluto ripetere quella parola: «Fa ancóra così!»

— Chi può dire quel che più ci attragga nella creatura che amiamo? —

disse ella, guardando lui con lo stesso ardore avido. — Un certo riso,

una piega lievissima della bocca, un modo di socchiudere le ciglia, un

nulla; ed è tutto. In quel non so che guizzo che ti passa ogni tanto sul

viso senza che tu te n'avveda, sei tutto tu.

— Ah, ma chi dirà come sei?

Ella allungò verso di lui le braccia più lisce e più fredde delle

porcellane che rilucevano su la mensa.

— Come sono? Come sono?

— Dove hai preso quest'odore di gelsomino? Stordisce.

— Non sai che io ho un giardino di gelsomini, tra due sepolcreti?

— A Volterra?

— Un giardino chiuso in quattro muri folti di gelsomini, e non so se più

odori quello di levante o quello di mezzodì. Senti!

Inchinandosi, ella strisciò la bocca di lui prima con l'un braccio poi

con l'altro, mollemente, dal polso al cavo della piegatura glauco

d'arterie, dal gomito all'ascella ove pochi fili d'oro s'inanellavano.

— Senti, — diceva ella con quella voce che attenuandosi creava

l'increato — sono freschi? Piove piano su i gelsomini, contro il muro

che conserva il calore del sole. Una gocciola basta a riempire il cuore

d'ogni fioretto bianco; e non è più una gocciola di pioggia ma

d'essenza, d'essenza forte come quella che i profumieri estraggono in

Chiraz, in Ispahan, nei paesi che tu hai veduti, che tu hai in fondo a

questi occhi che per ciò sono come due turchesi, due turchesi malate di

me, ora, molto malate di me, povero Aini!

Egli entrava come in un torpore magnetico, in cui il profumo la voce e

la carne erano una cosa sola.

— Senti, senti! La pioggia cresce. È ancóra una carezza per le rose, ma

i gelsomini sono troppo delicati. Un rametto cade a terra. Chi dice che

somiglia a un uccellino disteso, con le zampe rotte? Il poeta del

_Divano_, che Aldo mi legge. Pensa! Ho un giardino cantato a gara da

Nizami, da Dschami, da Hafiz, fra due sepolcreti etruschi, sopra un

colle volterrano, poco discosto dalla Reggia della Follia. E ho anche

una gazzella.

Era scivolata quasi su le ginocchia di lui, con quell'arte di aderire e

di avviluppare ch'era istintiva nelle sue membra come nei viticci del

tralcio.

— Conosci gli amori di Leila e di Madschnun? Madschnun significa il

Folle, folle in estasi di passione. Vuoi che ti chiami così? Una

gazzella s'era impigliata nelle reti. Madschnun la vide, accorse, la

coprì di baci, le medicò le ferite, la trasse dai lacci, la accarezzò

dal capo ai piedi, perché lo sguardo di quei grandi occhi teneri gli

suscitava l'imagine di Leila; e le diede la libertà. Ora l'ho io,

proprio la stessa, ma trasfigurata in Vergine da un pittore senese che

si chiama Priamo di Piero. Te la mostrerò. Guarda con gli stessi occhi

con cui ella guardava Madschnun. Ha un collo lungo lungo, un viso fine

fine, un mento stretto come il muso del suo tempo selvaggio, le mani

come le mie, con le dita disgiunte. Ma certo mi vince in gambe; perché,

se si alza dal trono, chi sa dove batte l'aureola, quell'aureola d'oro

che è come la beatitudine che il cielo persiano le poneva un tempo fra

le due corna in forma di piccola lira. E porta una veste orientale,

rossa broccata a garofani d'oro, che dev'essere una veste di Leila.

Ancóra una volta con la musica delle sue imaginazioni ella faceva un

incanto che era una follia artificiata. Pareva ch'egli non l'ascoltasse

con gli orecchi ma con le labbra, con le labbra premute sul collo.

— Che mi fai, Madschnun?

Ella gli guizzò, gli scivolò di su le ginocchia; si ritrasse su la sua

sedia. Accese un'altra sigaretta, sorridendo. Aveva sul collo una

macchia rosea.

— Non hai mai fumato l'oppio o la foglia di canape, laggiù, in qualche

porto oleoso?

— Non amo i veleni.

— E me, dunque?

— Te soltanto.

Ella stette per qualche attimo assorta, con quel sorriso sospeso che

pareva interrompere la vita esterna su l'intimo spettacolo. E la mensa

era sparsa di frutti, di confetture, di vini chiari, di cristalli, di

argenti. La cenere e un rimasuglio di tabacco biondo galleggiavano in

una coppa, e il vino vi ferveva intorno senza spuma.

— L'anima è il veleno più potente — ella disse.

I piccoli paralumi gialli in cima ai candelieri la coloravano d'un lume

dorato. Qualche farfalla notturna aliava intorno alle fiammelle. A

quando a quando, pel vano del balcone, il pino susurrava sotto la luna.

Ella disse, all'improvviso, lacerando l'incanto.

— Sapete, Paolo, che noi siamo fidanzati?

Egli la interrogò, attonito.

— Oh, non abbiate paura. Fidanzati per ridere, o per piangere.

— Non comprendo.

— Omai, dopo i nostri voli, il segreto non è più chiuso tra queste mura.

Credo che viaggi pel mondo mondano e che sia entrato nella città degli

Inghirami, per la porta più solenne, per la Porta all'Arco. Non pensate

che io tema d'essermi compromessa. Ma è utile che noi giochiamo il gioco

dei promessi sposi, utile non tanto per le solite convenienze quanto

perché io vi possa condurre nel giardino dei gelsomini.

— Il gioco solo? — disse egli turbato, dubitante, con una intenzione di

rammarico e di rimprovero gentile, incertamente espressa.

— Paolo, Paolo, il vostro impaccio è delizioso! — gridò ella in uno

scoppio d'ilarità. — Sono sicura che temete un tranello.

Egli protestava.

— Sono sicura che pensate ch'io vi abbia detto questo per tastarvi il

polso. Ma no, ma no! È un fidanzamento non di sequestro ma di comodità.

Morirò vedova, morirò Isabella Inghirami, morirò nel mio doppio I su cui

non ho mai messo il punto. Lo metto ora, su l'uno e su l'altro, ecco.

C'è un benedetto codicillo nel testamento maritale. Se mi lasciassi

sposare da voi, perderei il giardino dei gelsomini con la gazzella e con

tutto il resto. Non mi rimarrebbe che lo scarabillo. Codicillo,

scarabillo! È troppo crudele.

Turbato, egli protestava ancora, non senza un'ombra di gofferia.

— Via, Paolo. Vi dispenso da ogni onesta dichiarazione. Resteremo

promessi sposi in eterno, se volete. Ma sarà più facile trovare un

pretesto per rompere, molto più facile, ahimè!

Cessò di ridere. Riprese tra le labbra la sigaretta, e con qualche

boccata si velò tutta di fumo. Egli era in un malessere che non trovava

posa.

— Bisogna che io ritorni a Volterra, almeno per un po' di tempo — ella

disse. — Non posso più lasciare le mie sorelle e mio fratello lassù,

abbandonati, dimenticati. Ho già annunziato il mio ritorno e il nostro

fidanzamento. È necessario che io sembri in regola, o quasi, davanti a

Aldo, a Vana. Voglio che tu mi accompagni.

Egli ripugnava a quella finzione penosa. Rivedeva in sé la faccia

febrile della vergine olivastra, se la sentiva piangere contro il petto;

riviveva l'angoscia della veglia funebre. E le maniere ambigue

dell'adolescente gli riapparivano.

— Non posso — disse.

E guardò con ansia le labbra dell'amata, temendo le parole ch'erano per

uscirne.

— Perché?

Ella aveva parlato con una voce bassa, coperta d'ombra. Ora aveva il suo

viso di dèmone, la sua più perigliosa bellezza, quella emanata dalla sua

più nociva alchìmia.

Gettò nella coppa la sigaretta accesa che spegnendosi frisse. Prese uno

dei grandi garofani color d'ardesia che ornavano la mensa, e lo gualcì

fra palma e palma. Pareva che le occhiaie le divenissero più larghe e

più cave, piene di un azzurro violetto simile a quello del cielo sul

pino, ove le pupille fosforeggiavano come quando l'anima era per

divenirle «il veleno più potente».

— Per Vana?

Egli non rispose. Non aveva mai avuto paura di maneggiare francamente

anche le armi ignote, ma sentiva una repulsione invincibile contro le

schermaglie di parole. Attese, con lo sguardo diritto. Elia ben gli

conosceva quell'attitudine, quell'armatura di silenzio, ed era anche

abile ed acre nell'arte di smagliarla.

— Che cosa c'è, o almeno che cosa ci fu fra te e Vana?

— Nulla più di quel che sai.

— Non so nulla. So che Vana è perdutamente innamorata di te.

— Credo che t'inganni, spero che t'inganni.

— Sono certa. Parlami con franchezza. Non sono gelosa: voglio dire che

la mia gelosia non è tale che tu possa comprenderla. Nei primi giorni,

quando eri assiduo presso di lei, avevi una più o meno vaga intenzione

di un più o meno lontano matrimonio? Confessa.

— Isabella, non so a che giovi questo interrogatorio inopportuno.

Stanotte voglio andare con l'Àrdea su le mura di Lucca, risalendo il

Serchio, voglio passare su la torre dei Guinigi.

— Non le parlasti mai d'amore in quei primi giorni? Qualche volta

rimanevate soli. Non una parola tinta d'amore? nulla?

— Non ricominciare il tuo gioco perverso, Isabella.

— Sì, qualcosa ci fu. Se no, come sarebbe così accesa di te? Lo sai, che

t'ama. Dimmi che lo sai e che ci pensi.

— Sei folle.

— Non ti ricordi, a Mantova, quando apparve su la porta mentre mi

baciavi? Era come una morta.

Entrambi la rividero livida ma respirante, appoggiata contro lo stipite

come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non possa più

serrarli.

— Forse era già là da qualche tempo, e teneva que' suoi occhi fissi su

noi mentre tu mi bevevi, mentre io gemevo: «Non più!», mentre tu

rispondevi: «Ancóra!»

— Ah, perché sei così?

— Non la udimmo. Io non la udii, ché gli orecchi mi rombavano. Ma certo

era là, e vide. Io non ci vedevo; avevo la vista annebbiata, quando mi

distaccai. Ma mi parve che dietro di me ci fosse un fantasma, e mi

volsi. E avevo la bocca tutta gonfia di quel bacio così lungo e così

feroce. E Vana mi vide quella bocca.

Ella parlava basso con un crescente ànsito che le sollevava il seno

bianco a traverso l'oro della trina, con una specie di voluttà nemica

che le contraeva i muscoli del viso, che le atteggiava di nuovo le

labbra a quella gonfiezza.

— Ti ricordi? Ti ricordi? E Aldo sopravvenne. E Aldo mi scoperse il

sangue nei denti, il piccolo taglio nel labbro. Ah, perché allora tutto

il desiderio mi rifluì nelle vene, mentre chinandomi cercavo di far

ombra sul mio viso che temevo mi s'accendesse non di pudore ma di

ardore?

Come con un tizzo ella lo affocava col suo viso sfrontato e convulso,

ove l'impudicizia dell'anima ardeva come un'insana tristezza, ove gli

occhi sembravano perdere i cigli e soffrire d'essere così nudati, ove il

respiro era come un'esalazione morbosa che attossicasse e decomponesse i

pensieri.

— Ti ricordi? E cercavo il fazzoletto per coprirmi la bocca, e Vana a un

tratto mi disse: «Tieni». Vana mi diede il suo, con una mano secca, con

una mano di febbre e di rancore. La rivedi come io la rivedo? E

m'asciugai quel poco sangue del bacio. La prima volta premetti e poi

guardai: c'era la macchiolina rossa. Poi premetti ancóra. Tu eri

attento? Di tutto mi ricordo, e non di questo: c'è una pausa nella mia

memoria. Le resi il fazzoletto? Ella me lo riprese? Puoi dirmelo?

Egli scosse il capo,

— Neanche tu lo sai? Per quanto io ci pensi, non riesco a rammentarmene.

Era un piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, del

gelsomino di Volterra. Certo, quando entrammo nel Paradiso, io non

l'avevo più. Forse Vana me l'aveva ripreso nel momento in cui tutti

eravamo con gli occhi levati verso il Labirinto. Forse che sì forse che

no....

Come la corrente del riscontro agitò la leggera tenda indiana su la

porta, ella si volse con uno strano sussulto. L'imagine della sorella

era così viva in lei ch'ella credeva fosse per apparirle un'altra volta

all'improvviso come nella camera di Vincenzo Gonzaga. Abbassò ancor più

la voce, le diede una torbida intimità, la fece calda ascosa e acre come

l'ascella.

— Ora so. L'ha serbato, con la macchiolina di sangue; l'ha nascosto, e

non osa ritrovarlo. O forse l'ha inzuppato di lacrime, l'ha lavato col

pianto.

Egli l'ascoltava, con sordi tonfi nel petto, con una repulsione che

bruciava come un desiderio, con un desiderio che si torceva come una

repulsione.

— Tu non sei ardito quando voli dentro di te come quando voli nell'aria.

Ci sono cose che tu non comprendi, che tu aborri.... Il tuo amore è

ancor quello a cui tu davi occhi tanto puri e tanto severi che io non

avrei potuto guardarlo senza vergognarmi?

Ella si abbandonò indietro, su la spalliera della sedia. Tenendo nella

mano il gambo del garofano gualcito, percoteva col fiore la sponda della

mensa; e, con tutto il volto dorato dal riflesso dei candelieri,

sogguardava l'uomo.

— Eppure tu serri tanti istinti atroci in te, puoi essere tanto crudele,

e sai come la voluttà non sia se non un martirio divino che urla con

urli di belva.... Ma quel tuo amore, quello che non ero degna di

rimirare, è un pastore decrepito che conduce le solite coppie timidette

al solito pascolo della moderazione. Ti sembra che passi qualche sera,

là sotto la terrazza, e ti richiami?

Ella lo irrise con la luce nei denti, rovesciando indietro il piccolo

capo stretto ermeticamente fra le trecce dense così come si lega e si

salda la chiusura d'una fiala piena d'essenza volatile.

— Saresti capace di rispondere arditamente se io ti domandassi di

ravvivare in te una sensazione oscura e fuggevole?

Egli sentiva il suo malessere incupirsi e fasciargli le tempie come una

cattiva ebrezza. Guardava la mano lunga della tentatrice percuotere col

garofano l'orlo della tavola, e s'attendeva che la corolla si spiccasse

dallo stelo. Come se un vento interrotto gli attraversasse lo spirito,

egli riudiva lembi della voce di Vana: «Ah no, non farete questo! Vi

supplico, vi supplico, per quel capo spezzato, per quel viso senza

sangue.... Io non son nulla, non sono nulla per voi.... Ascoltatemi! Ho

l'orrore dentro di me». Rivedeva lo spavento di quella povera faccia

estenuata. Rivedeva sé medesimo sotto la tettoia, laggiù, nella

brughiera deserta, dinanzi al cadavere del compagno composto sul letto

da campo, avvolto nella rascia rossa del guidone; e quel vegliatore,

chiuso nel suo lutto come nel diamante, non gli somigliava più. Egli era

separato da lui per un'infinita notte.

— Ti ricordi — gli diceva la tentatrice; con un'espressione di ardore

così folle che sembrava un rapimento — ti ricordi quando nella prima

stanza del Paradiso io era presso il davanzale e mio fratello mi cingeva

col braccio la cintura su la pietra calda, e io chiamai te, chiamai

Vana, e vi avvicinaste, e restammo tutt'e quattro nel vano della

finestra, e Vana fremeva contro il mio petto, e io lasciai passare sul

suo capo il mio sguardo che ti versò nel cuore la mia voluttà nuova?

— Ah, taci!

— Sono orribile?

Ella aveva ancóra quel viso sfrontato e convulso, quello sguardo nudato,

quel respiro bruciante; e in tutta la sua carne triste quella sensuale

attesa del martirio, ch'era quasi luce.

— Mi ricordo — disse egli con una voce sorda che a lei parve minacciosa

— mi ricordo quando tremavi in quella stanza occupata dall'ombra di un

letto, quando tremavi di paura vedendo verso noi venire due figure in

silenzio....

— Aldo e Vana!

— Noi stessi, nello specchio cupo

— Aldo e Vana e noi stessi.

— E la follìa.

— Ciascuno in uno specchio ha una follìa che l'atterrisce e l'attira.

Vuoi andartene da me? Vuoi che ci separiamo domani? Vuoi che non ci

rivediamo più?

Uno spavento repentino turbinò dentro di lui e lo vuotò d'ogni forza.

Ella parve entrare tutta quanta in quel vuoto, sola e nuda pesarvi con

tutto il suo peso carnale.

— Domani risalgo a Volterra.

Correvano su la rossa macchina precipitosa, nel pomeriggio d'agosto,

come in quel già tanto lontano vespro di giugno per la via di Mantova.

Correvano verso l'inferno di Volterra.

Non gli argini verdi, non le pallide vie diritte, non i canali molli,

non i filari di salci di pioppi di gelsi; non acque, non ombre, non arte

agreste di festoni e di ghirlande; ma una terra senza dolcezza, un paese

di sterilità e di sete, una landa malvagia, un deserto di cenere.

— Vedi? vedi? — ella diceva al suo compagno disperato, chinandoglisi

contro la gota scarna.

— Sono io così, dentro di te? è così la tua arsura?

Fenditure innumerevoli, arsicci labbri anelanti, per ovunque s'aprivano

nelle crete sitibonde. Qua e là nei campi abbandonati rosseggiava il

gabbro, d'un rosso di fegato; le pietre laminose rilucevano come

frantumi di spade; tanto brillavano gli schisti che parevano quasi

crepitare come le stoppie in fiamme.

— È così la tua passione? Tutto è riarso in te?

I crepacci di color d'ocra intersecati erano simili a una immensa rete

di corda falba, dalle maglie larghe e ineguali, distesa per insidia su

le biancane di mattaione cinericcio.

— Vedi dove io ti trascino?

Letti aridi di torrenti, ghiare calcinate come le carcasse dei cammelli

su le vie delle caravane, splendevano d'una bianchezza acuta come un

grido breve. Splendevano, dileguavano.

— Come farai tu, come faremo noi per essere pari a questo ardore? come

faremo per superarlo?

Qualche casale appariva, tristo come i tufi, circondato da mucchi di

paglia simili a torri mozze, con un solo cipresso a guardia, con un solo

cipresso nero in tanta pallidezza, ritto su la sua ombra corta.

— Non mi ami ancóra. Forse anch'io non ti amo ancóra. Ancóra non soffri

assai di me; non soffro ancóra di te come voglio. Che l'amore mi sia

come questa desolazione! Vedi? Vedi? Una desolazione che nessuna

abondanza eguaglia. Tutto il resto è fiacco. Che sono dietro di noi le

foreste di résina, le sabbie marine, i falaschi degli stagni? Guarda le

mie crete!

Ella parlava in una specie di delirio solare. Egli si ricordava delle

sue febbri tropicali, delle grandi allucinazioni luminose. In quei

luoghi onde la vita era esclusa, entrambi sentivano la loro vita

moltiplicarsi.

— Guarda!

Il fuoco del solleone sembrava piovere a dilatate falde come sopra il

sabbione ove Dante vide star supini e immobili i rei di violenza contro

Dio, di continuo correre le greggi delle anime nude, la tresca delle

misere mani senza riposo scuotere le vampe, e solo giacere senza cura

dell'incendio quel grande. Come l'arena dello spazzo infernale, la creta

s'accendeva «a doppiar lo dolore», si faceva brace, si risolveva in

cenere. L'infinito riverbero trascolorava il cielo, struggeva l'azzurro.

Negli zolloni di tufo i nicchi scintillavano come il diamante. Qua e là,

su pei dossi, su pei gibbi, la fioritura salina luceva come il tritume

del vetro, come la limatura del ferro. A quando a quando tutto l'ardore

ripalpitava e si rinfocava nel vento. Un lungo e cupo compianto si

diffondeva per la solitudine dolorosa come se ogni crepa esalasse un

sospiro o un gemito.

— Ah, Paolo, su questa via non c'è il carro carico di tronchi né tu mi

minacci di schiacciarmi contro un mucchio di sassi; ma facciamo un

viaggio ben più dubbio. Lo sai? Eppure io posso ancóra ripetere: «Non

temo». E tu?

Egli non rispondeva. Con i pugni al volano, con gli occhi fissi alla via

sparsa di selci taglienti, egli pativa in sé un'angoscia ben più fiera

di quella che aveva patito. Gli accadeva ciò che un tempo gli sarebbe

parso impossibile come il respirare senza polmoni. Egli si sentiva

disarmato della sua volontà, in balia a una forza estranea ch'era per

trascinarlo verso eventi cui già la sua infausta veggenza dava gli

aspetti del vizio, del delitto e della tortura. Aveva ceduto

all'imposizione dell'amante insensata; ma già così intimamente l'aveva

corrotto il contagio, che in fondo alla sua riluttanza era l'ansietà

d'esperimentare il nuovo, era una curiosità amara e ardente della colpa

arcana, della promiscua pena, era il fascino dell'inferno.

— «Se un giorno voi non poteste più dormire né sorridere né piangere!»

Ti ricordi di queste parole? Che mai valevano in quella campagna molle?

Ma allora io pensai al mio deserto di cenere. Guarda!

La desolazione si faceva sempre più tremenda. A destra, a manca,

dinanzi, ovunque appariva tutta la terra ondeggiata come un immenso

deposito risecco d'alluvioni bibliche le quali avessero trasportato

quivi le braci delle città maledette, i residui degli incendii

espiatorii, la polvere delle tribù punite. Le sorti annunziate dai

Profeti erano quivi compiute. La parola pronunziata dal Signore era

adempita: «Ecco, io accendo in te un fuoco, che consumerà in te ogni

albero verde, ed ogni albero secco; la fiamma del suo incendio non si

spegnerà, e ogni faccia ne sarà divampata, dal Mezzodì fino al

Settentrione». Tutta la terra era come il ceneraccio che rimane nella

conca del ranno. Non v'era albero, né verde né secco; né pur le spine e

i pruni d'Isaìa vi crescevano. Soltanto qua e là qualche tamerice

assetata e scolorata vi languiva, abbandonata anche dalla sua propria

ombra.

— Mi ami? mi ami? — chiese ella, chinandosi ancor più verso la gota

scarna, assalita da uno sgomento subitaneo al pensiero di quell'altro

amore che ardeva lassù, nella Città di vento e di macigno, e che poteva

vincere il suo.

— Mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il

tuo desiderio? Diménticati, diménticati dei nostri giorni e delle nostre

notti; diménticati dei nostri rantoli e delle nostre grida; diménticati

che cento volte abbiamo agonizzato l'uno nell'altra, che cento volte

abbiamo domandato pietà senza ottenerla. Diménticati d'ogni carezza e

d'ogni violenza; perché lassù non ci toccheremo neppure con lo sguardo,

patiremo una sete peggiore di questa, saremo com'eravamo prima del bacio

sanguinoso.

Inspirata da un istinto profondo ella sopprimeva la voluttà, sottraeva

la sua carne, riprendeva il dono del suo corpo, imponeva di nuovo il

divieto crudo; ché ella sentiva qual forza fosse l'essere intatta, per

colei che lassù era sola col suo amore e col suo dolore. Un profondo

istinto la inspirava a eguagliare la condizione di colei, a ridivenire

un giardino chiuso, più desiderabile forse per chi ne fu espulso che per

chi non mai vi penetrò. Ed ella ben sapeva come facilmente e rapidamente

la donna, pur dopo la più lasciva mescolanza, possa ridivenire lontana

ed estranea agli occhi dell'uomo. Ella conosceva quell'attitudine

feminile che sembra all'improvviso togliere ogni realità alla più supina

dedizione e, con quelle dita stesse che rinfrescano le pieghe gualcite

della gonna, creare il distacco insuperabile. «Diménticati!» ella

diceva; e si sentiva già ridivenuta l'Isabella dell'indugio perverso,

ch'era per donarsi e si ratteneva, ch'era per concedersi e si negava. Ma

ora non più una volontà di gioco, sì bene una volontà di martirio

imperversava nel suo corpo ancor maculato dall'orgia. Raffigurandosi le

lividure su la sua pelle intrisa di gelsomino, ella già pregustava il

supplizio dell'astinenza come una voluttà più acre d'ogni altra. E

imaginava con ansia la sua prima notte nella villa volterrana piena

d'insonnio in ascolto.

— Volterra!

Dietro una calva collina di marna gessosa, su la sommità del monte come

su l'orlo d'un girone dantesco, all'improvviso era apparso il lungo

lineamento murato e turrito. Entrambi vi s'affisarono, rallentando la

corsa. La macchina rombò, ansò. Tre cavalli neri, impastoiati, con

lunghe code, con lunghe chiome, saltabellavano su per un pascolo di

sterpi, rilucendo nel sole, mentre il galestro si sfaldava sotto gli

zoccoli. E la città disparve.

Vana era salita sul ripiano del Castello, dietro il Leccione, e dal

parapetto guardava verso la valle, spiava la via terribile? Ora Isabella

ne creava in sé l'imagine viva, e si rappresentava il tristo luogo della

vedetta: quel prato solitario su cui s'allunga l'ombra del Mastio che

emerge dalla cintola in su dominando il cammino di ronda fra i due

torrioni angolari, e l'albero degli Inghirami che di quivi appare senza

tronco, simile a una cupola posata su l'erba, vasta come quella del

Battistero a riscontro emergente di là dal tetto del palagio, di là

dalle banderuole di ferro che in perpetuo stridono portando l'Aquila su

la Ruota; e sotto il parapetto la perpetua tempesta degli elci

abbarbicati nell'erta, l'incessante mugghio che affatica la fronda

bruna.

Non era forse là in quell'ora, china a scoprire una nube di polvere, la

stretta faccia olivigna? Non era là sotto il sole, con tutta la sua vita

d'odio e d'amore protesa verso la via bianca, la piccola sorella

indomabile? Quale era su la tempesta degli elci la tempesta di quella

vita?

Ed ella tremò di sgomento per tutte le ossa pensando che quella passione

poteva essere più grande e più selvaggia della sua passione. Di quelle

settimane d'assenza e d'attesa ella ignorava tutto, e la fantasia le si

sollevava su quella ignoranza. Vedeva sé nella dolce marina pisana, sé

distesa nei cuscini dei piaceri, sé voluttuosa e obliosa; e l'altra, la

creatura chiusa e tenace, audace e nascosta, lassù, nella Città di vento

e di macigno, tra spettacoli di duolo e di morte, col suo canto e col

suo amore intenta di continuo a esaltare la sua disperazione. E la

invidiò, e la temette; e la imaginò carica di forze accumulate, pronta a

combattere, pronta a morire.

«Torniamo indietro, torniamo indietro!» voleva pregare, sopraffatta

dall'ansietà. E, udendo il fragore della macchina sforzata all'assalto

dell'erta, desiderò che qualcosa scoppiasse, che qualcosa si spezzasse.

Forse che sì forse che no · 第 6 / 14 题