tristamente come a una mammella arida, smorticcia come il mattaione ove
qua e là lustravano gli ammassi di testàcei e le làmine di talco. Su una
pendice del monte di Caporciano, arrossato dai filoni di gabbro che
serrano la vena del rame, Montecatini di Val di Cecina mostrò il
torrione quadrangolare dei Belforti. Un astore cinerino come le crete
roteò nell'aria incandescente. L'esecrazione d'Isaìa divorò la terra
etrusca. Tutto nel crudele riverbero delle biancane moriva. Dagli
squarci, dalle crepe, dalle rosure, dalle frane, dai botri, dall'immoto
travaglio della sterilità esalava la doglia non mitigabile. E la
lamentazione del vento cominciò, d'altura in altura, ad elevarsi.
— Vedi? vedi dove ho relegato mia sorella, mio fratello, la mia tenera
Lunella? Come hanno vissuto? che leggerò nei loro occhi? Imagini tu quel
che questa terra può fare d'un'anima? Guarda le Balze!
Su dal riverbero di tanta cenere rovente sorgeva il monte lunato con le
corna volte a Borea, scosceso di dirupi, irto di ronchioni e di schegge,
levando contro il torrido biancore del cielo una città di ferro
rugginoso escita dall'istessa fucina ond'escì quella a cui Flegiàs
tragittò l'Etrusco pellegrino e il duca suo.
— Dove ti attiro? dove porto il mio amore? Non alla felicità, non alla
felicità; ma a qualche cosa di più terribile. Lo so. E perché faccio
questo? Una demenza è in me, più antica di me, che non mi dà requie. La
sento, la soffro, e non la conosco. Credi che io potrei diventar folle?
M'è parso di leggere questo timore ne' tuoi occhi, qualche volta.
Rispondimi!
Ora la terra era tutta occupata da tumuli in forma di quelli ch'ella
aveva intraveduti nella selva pisana, simili ai monimenti del castigo
«più e men caldi». Sul culmine d'un poggio cretoso tre cipressi eran
fitti come i tre patiboli sul Calvario. Il vento era come l'agitazione
sonora d'un immenso vampo.
— Ah, voglio tornare indietro.
Il pànico le afferrava la vita, su quell'erta spaventosa, e la
rivoltava. Un terrore cieco e subitaneo la faceva più bianca delle
biancane sterili. Ed ella voleva dire: «Contro un muro scialbo le pazze
sono sedute a cucire i ferzi delle lenzuola; e intorno gracidano le
oche. I dottori hanno lunghi càmici, e l'aria indifferente.... Bisogna
passare di là. Prima di giungere sul sagrato di San Girolamo si vede la
Casa, di là dalla rete di ferro. Invece del cancello, c'è un telaio di
legno, dipinto di rosso, con la rete di ferro, come davanti a un
pollaio. Ah, tutto m'è presente. Poi s'entra fra due muri, e di là dal
muro si rivede la Casa, si rivede il tetto.... E poi San Girolamo, la
loggia, il convento, la mia cappella, la cappella degli Inghirami,
quella del mio sposalizio. Le mie mani sono nella tavola di Benvenuto,
lunghe, con un piccolo libro rosso. Ma Santa Caterina non è quella che
somiglia alla malinconia di Vana, no: ha il manto rosso, e la ruota del
martirio le è caduta ai piedi.... Fabbricano, fabbricano sempre, essi
stessi; perché non c'è più posto. Il numero cresce ogni anno. Essi
stessi portano la calcina, portano le pietre. S'intravede un muro fresco
che s'alza. C'è l'odore di quella cosa nell'aria. Qualche volta
s'incontra per un sentiere, tra gli ulivi, uno che si ferma a guardarti
e ride ride, sotto un povero berretto bianco, con un'aria dolce.... E il
giardino dei gelsomini è là, sul poggio di sotto, nascosto dietro i
cipressi, dietro i lecci. È chiuso, è tutto murato, con una porta
stretta....» Imagini le balenavano incoerenti sul sangue congesto; ma
parevano scoppiare come bolle, all'altezza del cervello, prima di
formarsi nella parola.
— Voglio tornare indietro.
— Vuoi? — disse il compagno, strozzato dall'ambascia, con la mano su
l'impugnatura della leva, senza riflettere, tanto la voce della donna lo
aveva toccato a dentro.
— Voglio tornare indietro. Arresta!
Egli frenò inconsideratamente su l'erta troppo ripida, e sentì che le
ruote arrestate cominciavano a retrocedere. L'aria non più rotta divenne
un'afa soffocante; l'alito di mille fornaci s'addensò nel riverbero. Con
una manovra energica egli contrastò il pericolo. La macchina possente
riassaltò l'erta, con un fragore di collera, con l'acredine di tutti i
suoi gas aperti, in un nembo di fetore e di polvere.
— È impossibile arrestarsi qui, impossibile voltare — disse egli
affrontando la tortuosità repente. — Bisogna andare avanti.
— Sì, andiamo, andiamo. Che terrore m'ha presa? Sono stata vile.
Andiamo. È destino.
Intorno era un mare di fango inaridito, giallastro, qua e là
trasfigurato dalla luce in onde di velluto lionato, in ombre d'un
azzurro acqueo, così misteriose che somigliavano gli inganni della Fata
Morgana.
— Vedi la cortina della Rocca? vedi l'ultimo torrione a ponente? Vedi,
accanto, una macchia nera di lecci su la scarpata? Quelli sono i miei
lecci, sotto lo spiazzo del Castello. Dal parapetto, in alto, si scopre
tutta la distesa fino al mare e la strada con tutte le sue svolte. Son
certa che Vana è là, e spia. Ti trema il cuore? Tutto arde, e sono certa
che nessuna cosa arde come lei. Pensa! Fra poco la prenderò fra le mie
braccia.
Smilzi cipressi intristiti, pagliai nerastri, fornaci di laterizii,
cumuli di mattoni crudi, mucchi di fascine secche, miseri olivi contorti
accompagnavano il cammino. Tutto pareva prossimo a incendiarsi nel vento
come una stoppia di maremma, a divampare in un attimo, a consumarsi in
un attimo, a disperdersi per la desolazione, fuoco nel fuoco, cenere su
la cenere.
E la notte era venuta.
Le forze inverisimili della vita avevano giocato un gioco di maschere
meraviglioso. Le passioni ebre di dolore di vendetta di bramosìa e
d'annientamento avevano sorriso negli occhi chiari. Soltanto le bocche,
le vive bocche troppo nude, avevano tradito a quando a quando la volontà
dissimulatrice: eran parse talora piagare i volti, muovere la suprema
contrattura d'uno spasimo in mezzo ai muscoli dominati.
Ed era alfine venuta la notte. Ciascuno ora si ritrovava solo con sé
stesso e col suo dèmone, nella stanza quieta, dinanzi al letto ignavo.
— Parla piano, non far rumore, che la bimba non si svegli — diceva
Isabella a Chiaretta che la svestiva.
Ella aveva disposto che la stanza di Lunella fosse attigua alla sua. E
l'uscio comune era aperto. Ma non giungeva di quel sonno alcun segno,
non s'udiva respiro. Tutto era silenzio nella villa murata. Per la
finestra aperta saliva l'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose,
l'umidore del grande vivaio. A quando a quando la ventarola gemeva sul
colmigno, per un soffio improvviso, e seguiva il gemito quel lungo
mugolìo che sempre ha il vento nella campagna di Volterra, come se si
generasse dai sepolcreti.
— È la notte di San Lorenzo — sussurrò Chiaretta, sfuggendole di tra le
dita l'uncinello, a un sobbalzo della signora.
Nel vano della finestra, una stella fatua aveva solcato l'azzurro d'un
solco abbagliante.
— Faceva un bel pensiero?
Senza rispondere Isabella s'accostò al davanzale, seguitando la donna a
spogliarla. Guardò il cielo, ricevette il fresco su le sue braccia nude,
su le sue spalle, sul suo petto. Laggiù, di là dall'Era, su i Monti
Pisani, lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là
velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la
faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Il fiato notturno
dei gelsomini struggeva l'anima frale. Ignote forze si precipitavano
dall'alto sopra di lei come per predarla.
— Sbrìgati: sono stanca — disse.
Le ginocchia non la reggevano. Si volse; sedette dinanzi allo specchio e
diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci
dei marinai.
— Lascia, un momento. M'è parso di udire un sospiro. Forse Lunella....
Ascoltò, inclinata verso l'uscio aperto. S'udì soltanto il ferro
stridere sul colmigno, e poi nulla più. Le mani silenziose la
pettinarono. La sua anima inquieta entrò in uno stato d'indefinito
ricordo. Le pareva che quella notte fosse incominciata chi sa quando;
chi sa quando, come in una favola confusa. I suoi capelli scorrevano,
scorrevano come un'acqua lenta, e con essi mille cose della sua vita
informi, oscure, labili, tra oblio e ritorno. E a un tratto, sopra quel
fluire, sembrava che le pareti si serrassero, massicce, minacciose,
inesorabili. E la realtà era in loro come il mattone, come il cemento.
Ed ella sentiva vivere nella casa le creature che soffrivano di lei, che
soffrivano per lei. Sentiva su sé tutta la casa pesante come una nube
d'angoscia. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E, mentre cercava
dentro di sé la risposta, tutto ancóra si difformava, si dissolveva,
fluiva. Il passaggio iterato del pettine nella massa dei suoi capelli
era come un incantesimo che da tempo durasse, che fosse per continuare
senza fine. Il suo viso in fondo allo specchio s'allontanava
s'allontanava senza lineamento, poi si ravvicinava ritornando dal fondo,
e non era più il suo viso.
Ella si levò, sbigottita.
— Ho ancóra da annodare il nastro — disse Chiaretta.
— Non importa. Lascia così. Dammi la veste da camera. Puoi andare.
— E domattina?
— Chiamerò.
Rimasta sola, ella fu presa da un'agitazione così violenta che si
premette il pugno su la bocca per reprimere le grida. Temendo di far
rumore, camminava sul tappeto scalza, da un angolo all'altro della
grande stanza; e la sua ombra s'inalzava e s'allargava su le pareti.
S'arrestò, soffocata dal cuore, presso il limitare della stanza attigua.
E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E dal suo male non le veniva la
risposta, ma un male ancora più sordo. Contenne l'ansito, fece un passo.
Vide il lettino bianco, e sul guanciale la macchia fosca della
capellatura. S'appressò, a poco a poco, temendo di svegliare la
sorellina col suo palpito. Alla luce fievole della lampada, la scorgeva
supina.
Si chinò a guardare la sua dolce dormente. Sussultò. Lunella aveva gli
occhi spalancati.
— Piccola, non dormi?
— Non ho sonno.
— T'ho svegliata io?
— No. Stavo così.
— Da quando?
— Ho sentito che tu hai detto a Chiaretta: «Parla piano».
— Ma da quando sei sveglia?
— Da sempre.
— Non hai dormito punto?
— Punto.
— E perché?
— Perché sono infelice.
— Oh, no, no, no, piccola mia!
Ella la prese fra le sue braccia, la strinse contro il suo petto
lacerato. La gravità di quella voce infantile, che senza pianto
proferiva quella parola di donna, le diede un rimorso intollerabile. Ora
ella credeva d'esser pronta a ogni sacrificio, purché la sorellina
sorridesse.
— No, piccola. Che hai detto? Perché sei infelice?
— Perché tu sei tanto cattiva.
— Cattiva?
— Ah sì.
— Che ho fatto?
— Non vuoi più bene a Forbicicchia.
— Sei la mia tenerezza.
— E neppure a Morìccica.
— Come puoi dirlo?
— E neppure a Duccio. A nessuno più.
— Come puoi dir questo? che ho fatto?
— Nessuno lo sa.
— Dio mio! Sono stata per qualche giorno lontana. Non volevi?
— Certo, hai fatto una cosa brutta contro Vanina.
— Io?
Ella avrebbe voluto volgere a riso e a gioco il corruccio puerile,
cacciarlo con le carezze e con le parolette; ma il cuore le tremava
profondamente sotto quello sguardo tanto severo, quasi torvo, in quel
viso di tristezza precoce. A ogni accusa, ella sentiva in sé un tonfo
sordo, come se le piombasse giù un gomitolo di sangue.
— La fai piangere.
— Come lo sai? Raccontami.
Stretta dall'angoscia, ella sollevò sul letto la sorellina, la pose a
sedere sul capezzale, contro la testiera. Qualcosa cadde sul pavimento.
— È caduta Tiapa — gridò Lunella sporgendosi, inquieta.
— Eccola, eccola. Non è nulla, cara — disse Isabella raccogliendo la
bambola, che aperse gli occhi.
La bimba la prese, la cullò un poco su le sue braccia, tastandole la
gambina sbilenca; poi la riadagiò al suo fianco, con infinita cautela,
come se omai al mondo non avesse altro bene. Ella comunicava una strana
vita a quella figuretta di porcellana, di legno e di cencio.
— Raccontami. Vanina ha pianto?
— Ah sì.
— Davanti a te?
— Sempre si nascondeva ma io lo sapevo. Però stamani....
— Stamani? Racconta.
— Stamani è venuta prima che Miss Imogen mi facesse il bagno. S'è seduta
accanto; ed era come quando mi racconta una novella, perché diceva:
«Forbicicchia, povera Forbicicchia, sai che ci mandano via? sai che non
possiamo più stare con Isa? Bisogna andare andare, prendere Tiapa e le
forbici e un foglio bianco e niente altro, e mettersi in cammino, e
andare coi nostri piedi, chi sa dove....» Era come una novella, e non
pareva che dovesse finire in pianto. Ma a un tratto m'ha serrata forte,
e ha gridato: «No, non posso, non posso. Ti porto via, ti porto via.» E
singhiozzava, e mi bagnava i capelli, la faccia....
L'affanno serrò la gola della creatura; e il tremito scoteva tutta la
sua gracilità penosa; e la pena nel suo tenue petto era come l'uragano
su la canna, come il torrente sul vimine. Una forza precoce di sogno e
di dolore giaceva in fondo a quel delicato e selvaggio essere, pronta
sempre a prorompere e a travolgere.
— Isa, Isa, mandalo via, mandalo via! — gridò gettandosi perdutamente al
collo della sorella e stringendola in una stretta convulsa che la
soffocava, come atterrita dall'apparizione subitanea d'un fantasma.
— Chi? Chi?
— L'uomo.
— Chi?
— Quello, quello che è venuto con te. Mandalo via!
Al primo urto, Isabella sgomenta aveva volto gli occhi per scorgere chi
fosse apparito, ché qualcosa d'imprevedibile era sempre imminente alla
sua inquietudine. Ma quel brivido d'incerto terrore, suscitatogli dal
grido e dall'atto, accompagnò l'imagine dell'amante evocata dalle altre
parole di Lunella. E l'ombra della sciagura le scese sul cuore in
tumulto.
— Càlmati, piccola! Càlmati! Perché sei così agitata? Vana t'ha messo
nella testina qualche brutto pensiero?
La bimba scoteva la sua fosca foresta; e gli aneliti le rompevano il
petto.
— Quello è un amico, un buon amico, che ti vuol bene.
Ostinata, la bimba scoteva la chioma intorno al suo viso indurito dal
rancore.
— Anche tu gli vorrai bene se gli t'accosti, se non fuggi come oggi.
Ostinata la bimba diniegava, con la bocca gonfia di violenza.
— Prendilo! Tienilo! — proruppe, dislacciandosi dalla sorella,
respingendola. — Mandaci via, manda via noi.
Si rivoltò bocconi sul letto, contratta, singhiozzando, col viso in
lacrime accanto a quello di Tiapa.
— Ce n'andremo, ce n'andremo, laggiù, laggiù, chi sa dove, soli, coi
nostri piedi....
Consolata dalle promesse, accarezzata, cullata, cedeva alla stanchezza,
s'addormentava. Una lacrima le luceva ancora all'angolo dei cigli, il
singulto sempre più fievole le risaliva di quando in quando alla bocca
socchiusa. Anche Tiapa dormiva, sul medesimo origliere, senza ninna
nanna, senza la minaccia dell'Orco. Le forbici d'acciaio e d'oro
lucevano sospese per la catenina, sul capezzale. «O stanchezza,
stanchezza, addormenta anche me!» sospirava nel cuore Isabella, posando
il capo su la proda del piccolo letto candido, estenuata e affannosa.
Era in lei come una vicenda d'annientamento e d'insurrezione. Una
parvenza di sonno le veniva incontro; e il bisogno di tutta la sua carne
s'addensava, ne faceva qualcosa di materiale come una creta tenace in
cui volesse ella ficcare la sua fronte e suggellare i suoi occhi. E
nella densità una fenditura si apriva, un crepaccio simile a quelli
ch'ella aveva veduti innumerevoli nell'orrenda via; e cresceva, e
diventava un antro, una voragine, un abisso mobile per ove risalivano
tutti i pensieri tutte le paure tutte le angosce. E del sonno non
rimaneva se non l'incoerenza delle visioni che non dissipava il battito
volontario delle palpebre. Una di quelle femmine, ch'ella aveva veduto
contro il muro scialbo cucire i ferzi del lenzuolo, le apparve; posò
anch'ella il capo su la proda, stette con gli occhi stravolti nella
penombra, con l'odore sinistro nel grembiule rigato.
L'insonne levò la fronte bagnata di sudore; e l'atto ch'ella compiva le
fu presente come in uno specchio. Una sensazione confusa di duplicità
era nel suo corpo. Ella stessa pareva trarre sé fuori di sé. Poi dalla
sua sostanza si foggiavano cose mostruose, come quelle malattie che ci
deformano nei sogni e che talvolta sono un indizio latente. E il
silenzio viveva ingannevole, inafferrabile, traversato da suoni che
mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli. Qualcosa di
simile a un passo vi s'iterava, qualcosa di simile a una pesta lieve ma
assidua, onde sorgeva l'imagine indistinta della fiera che senza posa
percorre su e giù la gabbia con le sue zampe elastiche e concitate.
«Chi cammina? dove?» Nell'allucinazione del senso, nel romorìo che le
riempiva le tempie dolenti, ella non riusciva ancora a determinare
l'origine del suono. L'aveva ella in sé? nella sua mente malata? Le
parole di Lunella le ritornarono: «Bisogna andare andare, mettersi in
cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa dove....» Il terrore di nuovo
l'agghiacciò. Ella temette che la sua ragione fosse per decomporsi, e
che quel passo continuo fosse già un fantasma della sua demenza, e
ch'ella dovesse udirlo sino alla morte, ch'ella dovesse fino alla morte
essere abitata da quell'essere estraneo che camminava camminava senza
posa. Le riapparve la femmina dal grembiule rigato, dai capelli rossicci
e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi albini. «Andare,
andare....»
Balzò in piedi, si prese il capo fra le palme. Il passo diveniva più
forte: era sopra di lei. Allora ella guardò la volta, dove ondeggiavano
le ombre mosse dalla fiammella oscillante della lampada. E a un tratto
si ricordò, comprese. La stanza superiore era quella di Vana. Il passo
era il passo di Vana. Era Vana, lassù, che non aveva requie.
E una smania irresistibile l'assalì. «Bisogna che io salga da lei,
bisogna che io la veda. Sarà sola? sarà con Aldo?» Poi una imaginazione
insana la sconvolse, una gelosia furente la squassò. Ella travide
l'imagine di Paolo. «Certo divento folle». E tutto le parve ch'ella
potesse affrontare e patire, fuorché rimanere più a lungo con sé
medesima in quella disgregazione della sua coscienza. Le parve ch'ella
non potesse recuperare una parte della sua anima se non strappandola a
viva forza dalle mani che la serravano.
Si riavvicinò al piccolo letto, si chinò, ascoltò. Lunella dormiva d'un
sonno tanto profondo che pareva doloroso, come una pena rimasta intera
ma addentrata nell'oblio. «Povera cara! Fino a domani non si sveglierà,
non chiamerà. E se si svegliasse di soprassalto e mi chiamasse, e io non
fossi là? Che penserebbe? Ah sorellina, sorellina ardente e amara,
sdegnosa e tirannica, anche per te l'anima sarà il tuo veleno, come per
Isa!» Esitò. Passò la soglia, rientrò nella sua stanza. Per la finestra
aperta rivide in fondo alla notte i muti baleni, respirò il fiato dei
gelsomini, riudì il ferro stridere sul colmigno. Una lacrima di fuoco
bianco sgorgò, colò, si consunse.
Una musculatura leonina, i tendini d'un leone balzante aveva il dolore
di Vana. Era una potenza irrefrenabile, che la sopraffaceva e la traeva
senza scampo, la scoteva e la sbatteva senza pietà. Né ella tentava di
resistere, né pensava che in una tregua potesse ella trovare sollievo.
Tale forse la vergine cristiana che il bestiario legava alla fiera
preparata pel gioco circense.
Non aveva alcuna consapevolezza dei suoi moti. Si lanciava da una parete
all'altra, dall'uno all'altro angolo; e, nella rapidità, si stupiva di
ritrovarsi dinanzi agli occhi sempre lo stesso quadro, lo stesso
armadio, la sedia stessa, immutati, fermi, indifferenti. Un bisogno
iroso di farsi male la spingeva a urtare contro il muro i pugni; e non
sentiva quel dolore, ma soltanto lo spasimo del cuore chiuso, ove le
mani non sapevano giungere. E, nel ripetere gli urti, più s'adirava
contro il ritegno istintivo che le rompeva il gesto, che le contrastava
l'impeto, che le risparmiava la ferita.
«Sono vile, sono vile. Potevo già esser morta, potevo già essere laggiù.
Sono vile». E, spossata, piombava di traverso sul letto, mordeva il
lenzuolo. Imaginava d'avere la faccia conficcata nella terra molle, la
bocca piena di melma. I dirupi tenarii delle Balze pendevano sopra lei.
«Così, così, tutto il male è finito. Non ho più nulla, non sento più
nulla. Ecco, ora viene; e mi rivolta e mi solleva e mi prende su le sue
braccia; e mi dice, come quella notte, mi dice: — Pace, pace, piccola
buona. — E non si può rinascere da una parola, come si può morire d'una
parola?» Tutti i ricordi della notte di giugno le colmavano l'anima, non
lasciavano luogo ad alcun'altra imagine, dal sopore simulato alla fuga
anelante, dall'arrivo su la brughiera alla visita funebre, dall'orrore
del presagio al pianto mattutino. E pensava: «Per un'ora, per un'ora
sola gli fui cara, per un'ora sola mi tenne presso il cuore; ma
quell'ora non gli vale una vita intera? Mai mai l'altra gli potrà dare
quel che io gli ho dato. Io lo so, egli lo sa. Dinanzi alla spoglia del
suo compagno egli non poteva piangere, e io ho pianto dentro di lui; e
quali lacrime! Stasera due volte mi ha guardato, con una tristezza
ch'era come quella tristezza, con un segreto che era come quel segreto.
Che vale la bocca insanguinata dell'altra, se tra due creature un tale
sguardo può congiungere la morte e la vita?» Allora il suo amore le
gonfiava le vene come un orgoglio onnipotente. L'amato le appariva come
la vittima di un sortilegio, il prigioniero d'un malefizio, che
s'attendesse la liberazione. Ella si sentiva armata di armi infallibili
pel combattimento supremo. Una impazienza feroce la risollevava dalla
giacitura. E si rimetteva in piedi; ed era tutta rotta come l'inferma
dopo la lunga febbre; e i crampi le serravano lo stomaco come nello
sforzo di vomire, quando la bile e il sangue empiono la bocca e freddo
il sudore cola e l'intera vita umana non è se non un sussulto ignobile.
«Morire senza morire!» La disperazione la riafferrava; squassava quel
corpo estenuato, lo trascinava seco, lo scagliava qua e là per lo spazio
chiuso, con la musculatura leonina, coi tendini della fiera balzante.
E d'improvviso la porta s'aprì, spinta da una mano impetuosa; e la
disperazione si volse, si torse come un turbine. E l'altra insonne era
là! E l'una stette di fronte all'altra, non come una vita contro
un'altra vita ma come due apparizioni evocate da una medesima agonia.
Non parlarono; si guardarono. Quel che era indomato dolore e furore
imbelle e orrore attonito, si restrinse, si concentrò nello sguardo e
nell'alito, divenne angusto e attivo. Entrambe avevano i capelli
sciolti, una semplice veste, le braccia nude. Erano quali una stessa
madre le aveva fatte, la maggiore e la minore sorella, spoglie d'ogni
ingombro, libere d'ogni costringimento, senz'altra testimonianza che il
loro sangue, senz'altra misura che la loro passione.
Quando parlarono non domarono se non il gesto e la voce.
— T'ho sentita — cominciò Isabella. — Di giù t'ho sentita camminare.
Avevo addormentata Lunella; stavo al suo capezzale. T'ho sentita. Sono
venuta su. Non potevo più resistere. Soffri? Anch'io soffro come non so
dire.
— Eri da Lunella? non eri altrove? Non vieni da un'altra stanza? Mi
stupisco. Vieni perché io ti asciughi la bocca un'altra volta? Vieni per
mostrarmi su le braccia quelle lividure, non avendo osato di mostrarmele
a tavola iersera?
L'acredine dell'odio era tale in ciascuna di quelle domande, che
Isabella vacillò come sotto percosse iterate.
— Non essere così dura contro di me, Vana. Non mi avevi abituata a
questo esame crudo della mia persona. E non sapevo che tu avessi occhi
tanto esperti per distinguere la natura di certi segni....
Anch'ella subitamente ridiveniva ferina; ché la mancanza di pudore nel
modo e nell'accento della sorella riagitava il suo più torbido fondo.
Gli occhi scrutatori la bruciavano.
— Ah, non sapevi. Ora ti scandalizzi della mia sfrontatezza! Ma a che
spettacoli non m'hai tu abituata, a che contatti, a che allusioni, a che
linguaggio? Non t'ho servita di coperchio più d'una volta? Non ti sei
eccitata sopra la mia ingenuità? Certo, in casa tua ho imparato a non
aprire le porte senza battere e a non passare per quelle aperte senza
tossire. A tutte le prudenze e a tutte le compiacenze tu m'hai abituata.
Laggiù, a Mantova, non te ne ricordi?, per asciugarti la bocca giunsi ad
offrirti il mio fazzoletto.... Non ti basta? No, non ti basta. M'avevi
già costretta a farti da testimone e da avvisatrice perché Aldo non ti
cogliesse. Pochi minuti dopo, ridevi, recitavi la tua commedia,
assottigliavi la tua grazia per ferirmi. A un tratto m'attirasti, mi
serrasti contro di te, giocasti con la mia pena, volesti sentirla viva
sotto le tue unghie, palparla, irritarla.... Ah perversa, perversa!
Era stupenda di furore e di onta, con quel suo stretto viso fosco a cui
lo smagrimento aveva alterato la purità dell'ovale, con quella
capellatura di viola che diffusa la faceva rassomigliare a Lunella, con
quel bianco degli occhi intenso come l'incorruttibile smalto. E
l'accusata la mirava senza opporle difesa, senza interromperla, sentendo
nel suo segreto nascere uno strano sorriso e temendo che non le salisse
fino alle labbra; perché, contro ogni sua volontà e contro ogni suo
pentimento, ella si compiaceva di ciò che le era rinfacciato come
scelleratezza.
— Non ti basta, no. Non ti basta d'avere esasperata la mia pena, d'avere
spiata ogni contrattura del mio spasimo, d'avere simulata la pietà per
umiliarmi; non ti basta d'essertene andata al tuo piacere e d'avermi
relegata in una casa che è sotto l'ombra dell'Ergastolo, e d'avermi
tolta brutalmente ogni ragione di vivere, e d'avermi lasciata a faccia a
faccia con la più orrida morte. Tutto questo non ti basta. Sei tornata
conducendo con te il tuo amante....
— Il mio fidanzato.
Un riso atroce stridette nella gola dell'accusatrice.
— Ah, ridi, ridi anche tu! Non ti contenere, non ti frenare. Si vede che
ti sforzi di non ridere. Il tuo fidanzato! Ma è il terzo dei tuoi
fidanzati onorarii, se non sbaglio. Potevi trovare questa volta qualcosa
di più nuovo, di meno risaputo, per ottenere l'indulgenza del gaio mondo
e per ospitare il peccato sotto il tetto vedovile senza troppo scandalo.
— Vana!
Pallidissima sotto l'irrisione, ferita a dentro, ella guardava con
sgomento l'avversaria adoperare le armi avvelenate. Non aveva più
dinanzi a sé la fanciulla inquieta e inerme ma una creatura
inaspettatamente maturata dall'odio, una rivale pronta a nuocere, audace
fino all'impudenza.
— Ti cuoce, quel che ti dico? Ti meravigli di ritrovarmi in questo
aspetto? Ma non sono io l'opera tua? non sono la tua alunna? non m'hai
fatta così tu stessa, alla tua scuola, per anni? Senz'accorgertene,
senza badarci, m'hai riempita di scienza. Ma non credevi che questa
scienza potesse un giorno diventare tanto amara e potesse ritorcersi
contro te. L'ho tenuta nascosta, l'ho coperta di malinconia per non
lasciarla trasparire, l'ho sopita col mio canto. Ora, a un tratto, lo
vedi, mi diventa un veleno, mi diventa un'arme. Tu m'incalzi, mi serri,
non mi dai quartiere, mi sei sopra come una nemica che non si contenta
di vincere ma vuol martoriare, vuol profanare il corpo e l'anima con una
tortura che sembra una libidine....
— Taci, taci! Sei fuori di te. Non sai quel che dici. Io non ho fatto
questo.
Sotto l'impeto ostile ella si curvava come sotto la burrasca; ma non la
sbigottiva la violenza, sì bene quell'imagine di sé ch'ella vedeva
foggiata dalle parole di Vana, ch'ella vedeva là, esternata, come una
creatura che vivesse in lei ed ora fosse escita da lei e palpitasse là
nella vergogna.
Ripeteva, curvata sul letto della sorella, con gli occhi smarriti:
— No, non ho fatto questo.
E non v'era nella sua voce il contrasto del ribattere, non il
risentimento, non lo sdegno, ma qualcosa di pauroso e di supplichevole,
qualcosa che era come un raccapriccio confuso e come una interrogazione
tremante.
— Hai fatto quel che soltanto la malvagità obliqua ordisce per offendere
con l'offesa che umilia: obliqua e forse volgare. Quando io e mio
fratello più ci sentivamo intrusi, in una casa dove tu stessa sei
un'intrusa, dopo giorni e giorni d'un silenzio ch'era pesante come un
dispregio, non da te sapemmo che tu ritornavi con la tua avventura
ridipinta di falso decoro, non da te lo sapemmo....
— Ah, non è vero. Non ho fatto questo.
— Questo hai fatto, questo sai fare. E ch'io non ti sembri ingrata. Tu
m'hai presa nella tua casa, tu mi tieni con te; tu mi colmi di doni, tu
mi adorni e mi inghirlandi; e tu giuochi con la mia vita come se la mia
vita più profonda non valesse il più fugace dei tuoi piaceri. Io non
sono per te più di quel che Tiapa sia per Lunella. Ma Lunella piange se
Tiapa cade sul pavimento e si spezza il piede o s'ammacca la fronte;
piange e si dispera, e la veglia, e cerca di guarirla. Tu sei della
razza feroce. Tu mi apri il petto per vedere quel che c'è dentro.
— Ingiusta! Ingiusta! Nostra madre non avrebbe potuto avere per te una
tenerezza più attenta della mia.
— Sì, attenta a recidere tutto quel che di vivo nascesse da me, attenta
a impedirmi di vivere. È forse la prima volta che tu ti frapponi fra me
e il mio bene, fra me e l'ombra del mio bene? Era non so che smania, non
so che capriccio geloso. Bastava che qualcuno s'accostasse a me, che la
più vaga delle simpatie si disegnasse, perché tu intervenissi a
esercitare un tuo strano diritto di prelazione. Mostrare di far la corte
alla minore era il mezzo quasi sicuro per giungere alla maggiore. Ah, ho
colto più d'un epigramma crudele, dietro le mie e le tue spalle. Ma che
m'importava del tuo gioco! Non valeva mai la pena d'adontarsi né di
rammaricarsi e tanto meno di lottare, di resistere. Che m'importava
delle mie disfatte! Non c'era nulla di comune fra il mio sogno e il tuo
trionfo. Questa volta....
S'interruppe, come se un brandello del cuore le facesse groppo alla gola
ed ella per continuare dovesse gettarlo via di tra i suoi denti.
L'altra, ch'era curva, si sollevò verso l'apparizione dell'amore con
un'ansia quasi luminosa; e la sua mano ricacciò indietro i capelli che
le ingombravano la faccia.
— Questa volta.... — sollecitò con suono d'anelito, tendendosi, quasi
appendendosi alle labbra che prolungavano l'intervallo.
Vana fu tutta di gelo, fu tutta di quel colore che l'aveva fatta simile
a un fantasma su la soglia del Laberinto sospeso.
— Questa volta — disse con la voce bassa che penetrava più del grido,
più della fiamma — quello che tu m'hai tolto è più del mio sogno e più
della mia vita; perché, per essere felice e per ringraziare il Cielo
d'esser nata e per perdonarti, ora mi basterebbe di appoggiarmi sul suo
petto e di piangere ancóra un poco e di addormentarmi e di non
svegliarmi più.
Era di gelo perché riviveva il momento dell'alba di giugno, perché le
stelle tremolavano ancóra alla sua anima sotto la prima onda argentina,
perché in quell'atto s'era compiuta l'intera sua vita, perché era
orribile che la sorte l'avesse costretta a trascinarsi nell'inutile
martirio. «Pace, pace, piccola buona».
— Tanto l'ami?
— Come tu non saprai amarlo mai.
— Credi che tu l'ami di più?
— Non di più. L'amo io sola.
— Io no?
— Tu non puoi amare se non te stessa, se non il tuo piacere, se non la
tua perfidia. È il tuo castigo.
— L'amore più forte non è quello che vince?
— È il mio quello che vince.
— Su chi?
— Su te e su lui.
— Egli è folle di me. Posso fare di lui quel che mi piace.
— Ma non puoi amarlo. Per ciò, non avendo l'amore, sei attirata dal mio
amore che ti vince. Lo so, lo so. Ho compreso, ho veduto. Tu ora speri
di poterlo amare attraverso di me. Tu speri che il tuo cuore si riempia
del mio cuore.
— Fa dunque ch'egli t'ami.
— Confessa che non potevi più vivere, che non potevi più godere, che non
avevi più oblio, che sempre io t'ero presente, che mi vedevi apparire su
ogni soglia come su quella, che la tua voluttà invidiava il mio dolore.
— Fa dunque ch'egli t'ami.
— Confessa che già cominciavi a sentirti esausta, perduta; perché
credevi di accrescere ogni giorno il tuo potere e lo consumavi ogni
giorno, e rimanevi serrata nel cerchio medesimo del tuo maleficio, ed
eravate soffocati entrambi dall'angustia, costretti a ripetere sempre
gli stessi gesti come nelle manìe. Ma io quassù ero sola, ero intatta,
ero nuova, ero bella come chi sta tra la vita e la morte.
— Fa dunque ch'egli t'ami.
— E se mi amasse già?
Parlavano a viso a viso, l'una ancóra piegata contro la proda del letto,
l'altra poggiata le mani alla lettiera che di tratto in tratto gemeva,
entrambe scapigliate e trascolorate, con qualcosa di bestiale come la
fame nel loro modo di mangiarsi l'anima, con qualcosa di simile alla
voracità dei cavalli in una posta, che pigliano a grandi boccate quel
ch'è loro messo innanzi, come per tema di rimanere indietro. E certo lo
spavento era sotto l'audacia provocatrice della più giovine; ma uno
spavento ben più profondo era nell'altra che sentiva percosso il suo
cuore da quella condanna di sterilità e veramente sotto le imagini della
tormentosa orgia dubitava d'avere amato.
— Se mi amasse? — ripetè Vana, meglio segnando l'accento che fa supporre
quel che non si esprime.
Isabella si raddrizzò, scosse indietro la sua capellatura, inarcò le sue
reni, magnifica e formidabile, si scrollò come per riporre nel serrame
delle sue ossa e nel viluppo della sua carne la sua anima tratta fuori.
Andò verso la finestra, si sporse dal davanzale, respirò dal pieno
petto. L'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del
grande vivaio salivano dal chiuso. Laggiù, di là dall'Era, sui Monti
Pisani lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là
velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la
faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Ella risentì al
suo collo alle sue spalle aggrapparsi l'amante con lo sforzo supremo di
chi sia per piombare nell'abisso, e riudì il suo grido di dannato, la
sua implorazione orrida e divina dietro il getto violento della vita. Si
volse e disse:
— Se t'amasse per pietà?
Vana le si avvicinava, un poco ondeggiando, con le mani tessute dietro
la schiena come quando era in atto di cantare. Si fermò e disse:
— Tutto quel che hai avuto ed hai ed avrai da lui non vale quel ch'io
sola ebbi in un'ora senza pari. O prima o poi non ti rimarrà nulla. Egli
potrà dimenticarti, tu potrai dimenticarlo. Ma io non dimenticherò né
egli dimenticherà fino alla morte e oltre.
Ella non poteva più tenere il suo segreto. Le si versava dagli occhi.
— E quale fu la sua ora?
— L'ora funebre.
Ella guardava dietro il capo della rivale i muti lampi, simili a quelli
ch'ella aveva veduti lampeggiare sul Monte Baldo.
— Quale?
Il mento d'Isabella tremava.
— Non ti ricordi della notte di giugno, della notte in cui egli solo
vegliò la salma del suo amico?
Ancóra le nuvole per la Via Lattea erano come criniere in cui
s'impigliassero stelle.
— Non ti ricordi quando tu dicesti a Aldo: «Se m'accompagni, io vado?»
Non andasti. Io andai. Nessuno mi accompagnò fuorché il mio mazzo di
rose e il mio segreto.
Innumerevoli le stelle rigavano l'azzurro. Su la terra senza dolcezza,
nel paese di sterilità e di sete, sul deserto di cenere, la notte
piangeva il suo pianto di luce.
E nessun'altra parola fu detta. E non vi fu saluto fra le due sorelle
quando la maggiore uscì, quando la minore si fece al davanzale.
Quel che era inconciliabile fu conciliato; quel che era impatibile fu
patito. Come il paese etrusco aveva la sua città sotterranea abitata dai
morti, così ebbero essi la loro città interiore abitata dagli spiriti
violenti. Camminando pel giardino dei gelsomini, essi sapevano dove la
terra fosse cava perché la sentivano talvolta risonare sotto la traccia.
Guardandosi con i loro occhi chiari, parlandosi con le loro voci caute,
non erano intesi se non al tumulto nascosto delle loro passioni, ai
volti dolosi delle loro brame, ai vóti esiziali dei loro odii, alle
occulte onde di voluttà che uno sguardo un gesto un passo generavano.
Tutt'e quattro teneva la seduzione del fuoco che non sceglie la materia
di cui si nutre ma quel che è puro e quel che è impuro converte in un
medesimo ardore. Due d'essi teneva la tentazione d'uccidere, che
senz'atto ha la virtù di aggiungere la forza e il mistero d'una vita
nemica all'ansia dell'altra vita nemica. Evitavano di toccarsi; eppure,
nella instabilità e nella celerità perpetua dei loro esseri, nulla
avrebbero essi potuto afferrare se non con le loro mani tristi; e ciò
sapevano. La più comune delle loro parole aveva un senso indefinito, e
scendeva rapidamente al fondo come quelle pietre cadute nell'acqua cupa,
che forse non vi sono ancor posate quando a fiore i cerchi sono già
scomparsi. Ma taluna risonava come la pietra scagliata contro la figura
di bronzo. E taluna creava all'improvviso una commozione così insolita o
così inumana ch'essi guardavano chi l'aveva proferita pronti a perdersi,
dimentichi dei ritegni, simili a quegli infidi che nei tempi delle
fazioni sedendo a ragionare pacati nella loggia balzavano in piedi al
minimo gesto sospetto e s'apprestavano a versare il sangue.
La musica, che già aveva esaltata la disperazione dei due nella
vertigine sonora, li aggirò tutti in avversi delirii. Per il balcone
aperto non apparivano le case di San Girolamo, nascoste da una ruga del
colle: sfondava a valle il Monte Voltraio solitario tra l'Era viva e
l'Era morta, spesso di querci e di leggende, ombrato e fosco, in mezzo
alle biancane sitibonde; ma l'invisibile Reggia della Follia sembrava
mutare il colore dell'aria, là dove gli ulivi nodosi e involti
somigliavano gli alberi strani che l'Etrusco pellegrino udì lagnarsi.
Ebra e perduta si sentiva allora Isabella, ché tutto era domato dal
canto di Vana e tutta la passione andava a lei come nella favola il
liocorno indocile va alla vergine e posa il capo su le ginocchia
inviolate. L'onda vocale sembrava talvolta palpitare su la cantatrice
come il calore del meriggio su le crete riarse. Ella risonava intera
come l'istrumento risona per tutte le fibre del legno. La vena del collo
nudo si perdeva nella veste e sembrava giungere fino al calcagno come la
corda è tesa fra manico e cordiera. Poiché nelle grandi note il fianco
la coscia la gamba tremavano, veramente pareva che la vibrazione della
lunga vena canora traversasse l'intero corpo.
Quando Aldo sedeva stringendo il violoncello come per possederlo e
girava nel tallone occhiuto dell'arco la vite di tensione con un orgasmo
palese, quasi che non tendesse il crino bianco ma il fascio dei suoi
nervi più delicati, Isabella non osava guardarlo. Ella soffriva
meravigliosamente, con la vicenda della vampa e del gelo nel solco delle
sue spalle. Vicino al pianoforte di lucido palissandro dai cupi riflessi
violetti (di sotto apparivano a traverso la lira dei pedali i piedi
sensitivi dell'accompagnatrice) egli inchinava un viso di strazio e di
estasi lungo il manico trascorso dalla mano che aveva fatto piangere di
pietà Lunella. Il suo strumento era ben quello che il sogno d'Isa aveva
veduto nello stipo della Estense, colorato di quel colore rossobruno
ch'ella invidiava pe' suoi capelli, con quelle chiazze giallastre della
vernice sul fianco più trasparenti dell'ambra, con nel mezzo della cassa
quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un
uccello tropicale. E il suo arco pareva divenuto quasi igneo. E tanto la
sua fronte imperlata di luce era bella che a volta a volta avrebber
potuto incoronarsene l'Arcangelo combattente di Ludwig Beethoven e il
Cherubo austero di Sebastiano Bach.
Paolo si ritraeva nell'ombra, poggiava il capo alle due palme, per
ascoltare; e in disparte beveva la sua malinconia a lunghi sorsi, come
un esule inconsolato. Isabella gli rimaneva lontana ma pur l'occupava
come se l'ombra di quell'angolo fosse la stessa ombra di lei, che
l'avviluppasse. China, col respiro sospeso, con un ginocchio sollevato e
sorretto dalle dita intessute, piena di forze funeste e senza nome, ella
era intentissima a distinguere nel dialogo dei due strumenti quel
ch'ella sola doveva comprendere. Quando il fratello si levava anelante e
poggiava lo strumento e deponeva l'arco, e nel silenzio musicale tutto
l'essere alfine s'allentava come dopo l'amplesso, ella con un sùbito
moto nascondeva il suo volto. Soleva inclinarlo su l'arco che deposto
pareva seguitasse a vivere la sua vita elettrica, pareva conservasse lo
spirito igneo nelle fibre della bacchetta ottagonale dalla curva
misteriosa di virtù come la cartilagine della laringe, come
l'inflessione della parola, come ogni cosa inimitabile. Le mani, che un
tempo avrebbero asciugato le tempie stillanti e accarezzato i capelli
spartiti, toccavano l'estremità fasciata d'argento, il tallone d'ebano
ove l'occhio di madreperla era espressivo. Le nari aspiravano l'odore
della colofònia, caloroso come l'odore della ragia nelle pinete pisane.
Si spegneva la luce su la fronte dell'adolescente; e vi sottentrava un
pensiero così forte che pareva talvolta lasciarvi il segno di quella
grande ruga verticale ond'era inciso alla radice del naso il taciturno.
Egli, quando Paolo Tarsis non era volto verso di lui, lo perseguitava
con l'odio vorace delle pupille. Quegli volgendosi, egli divergeva lo
sguardo infesto. Poi gli si riavvicinava con una dolcezza ambigua.
— Paolo, — gli disse un giorno sorridendo — vuoi venire con me oggi in
fondo alle Balze? Di giù, lo spettacolo è dantesco. Imagina Malebolge.
Andremo a cavallo. Io conosco la strada. È tutt'altro che buona; ma Vana
ti lascerà montare Pergolese che è ottimo nei passaggi difficili.
— Vengo — rispose Paolo.
— Morìccica, andremo in cerca del tuo cappello, della tua ghirlanda di
rose gialle.
— In fondo alle Balze? — fece Isabella, che aveva dato l'orecchio vigile
a tutte le modulazioni di Aldo, mentre infilava i fiori della tuberosa
in un filo di seta verde cercando d'imitare le collane di zàgare.
— Ah, non sai — disse Aldo ridendo, con un'aria frivola, velato dal fumo
della sua sigaretta — non sai che, in una sera di disperazione e di
libeccio, dopo una ubriacatura di musica, io e Vana alla Guerruccia
pensammo di gettarci giù? Invece il vento rapi e portò giù il cappello
inghirlandato che Vana aveva sospeso a un macigno del muro etrusco.
Vana aveva il capo rovesciato su la spalliera della sua sedia di paglia;
e sorrideva immobilmente, ricordandosi del sorriso di Viviano, di quel
sorriso in una pietra.
— È vero, Vanina? — domandò Isabella, legando le due estremità del filo
su la collana aulentissima.
— Morìccica, vuoi scommettere che stasera ti riporto la tua ghirlanda?
Forse un poco sfatta.
— Prendi intanto questa — disse Isabella accostandosi alla sorridente
che si lasciò toccare senza mutarsi.
Le pose una mano dietro la nuca, le sollevò il capo che rimaneva inerte,
le cinse la collana avvolgendola in tre giri intorno al collo; poi le
riadagiò il capo su la spalliera supino. E battè le palpebre per
dissipare l'imagine che nasceva da quella immobilità e da quel sorriso
fisso e da quei fiori sul petto non mosso dal respiro.
— Vana, il viaggio equestre agli Inferi! — disse il fratello con una
voce più bassa ma con un riso più strano.
E, dopo, egli s'allontanò in compagnia dell'ospite. Subitamente, quando
i due erano già a cavallo e in cammino, un'ansietà arcana occupò le
sorelle e le travagliò fino a sera. L'una e l'altra cercarono la loro
dolce artefice di sogni bianchi; e s'inginocchiarono davanti a lei
scontrosa che rimaneva chiusa e muta e chiesero qualche attimo d'oblio.
— Siamo qui, Forbicicchia. Non ci guardi? Lunella non rispondeva.
Intagliava con la punta delle sue forbici le sue favole d'animali.
— Vedi la bella collana che io ho data a Vanina? — le diceva Isa, con la
sua voce più carezzevole, per illuderla. — Vuoi che ne faccia una anche
per te, di gelsomini?
Lunella non rispondeva; non credeva ai segni di tenerezza che le due
inginocchiate si scambiavano dinanzi a lei cingendosi col braccio e
accostando le gote. Le sentiva nemiche. E, invece di lasciar cadere nel
grembo dell'una e dell'altra l'imagine compiuta, con due o tre colpi
rapidi delle stesse forbici le distrusse.
— Fino a quando dunque mi terrai broncio? — si lamentava l'una.
Dimandava l'altra:
— E a me fino a quando?
E Lunella rispondeva, con un barlume di sorriso:
— Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!
Ancóra, l'ombra di un leccio cadeva su quella cadenza di cantilena. Il
grande lecceto simmetrico ombreggiava lo sprone del poggio, radicato nel
tufo cavo ch'era la volta d'un vasto ipogeo. Un'afa di tempesta
aggravava il pomeriggio caliginoso. E le due sorelle, accosciate su
l'erba, s'indugiavano, non parlavano più, si dislacciavano a poco a poco
ma restavano nella nube della medesima angoscia. A qual punto del
cammino erano giunti i cavalieri? Cavalcavano in silenzio? Qual era il
loro testimone invisibile? Vana ripensava taluna delle parole fraterne
proferite dinanzi alle urne sepolcrali.
Laggiù, verso ponente, tra i dorsi nudi di marna e di mattaione, tra gli
zolloni di tufo pieni di nicchi, su pei lastroni pietrosi, per le
scappie d'alberese, per le sterpaie di tignàmica e di spigo selvatico,
nelle ghiare, negli acquitrini, nelle genghe, Aldo Lunati e Paolo Tarsis
cavalcavano in silenzio, attenti al terreno difficile, conducendo al
passo i cavalli che di tratto in tratto affondavano nella creta
sdrucciolavano nel galestro inciampicavano nello scarico. Per discendere
i pendii franosi le buone bestie si lasciavano scivolare su le zampe
anteriori tese strisciando con le natiche. Affrontavano le erte brevi e
ripide con grandi falcate, come andando a una banchina cedevole: lo
zoccolo si spiccava dalla pésta e la frana ruinava di sotto nel tempo
medesimo. Già si coprivano di schiuma bianca, come dopo un galoppo
severo, e i loro fianchi battevano.
— Assra! — gridò Aldo incollerito scorgendo la sua cagna color di perla
apparire su una cresta d'ocra rancia.
Nel punto di montare in sella, egli aveva ordinato al palafreniere di
trattenere Assra che voleva seguirlo. Certo essa era fuggita e aveva
ritrovato le tracce. La cagna si avvicinava simulando il movimento
flessuoso d'una piccola onda, per vincere la collera con la grazia; e
l'onda aveva due dolci occhi di cortigiana cerchiati di bistro.
— Perché la gridi? — disse Paolo.
— Non volevo che venisse perché teme l'acqua limacciosa e, quando non la
può saltare, si rifiuta di passare a guado. E qui è pieno di marazzi e
di rigagni.
Il cielo era un solo faticoso manto; la terra, sordido ceneraccio.
— Non mi sono mai ritrovato in un luogo più tristo di questo. Chi è
passato per qui prima di noi?
Apparivano nella biancana impronte profonde. S'udiva a quando a quando
nel silenzio un rombo fugace, di natura indistinta.
— Chi sa!
— Sono péste fresche di cavallo.
— Come scopri che sono di cavallo se non hanno forma? Sembrano buchi.
— Diciamo: di quadrupede. Ma guarda quella: ha lo stampo del ferro.
— È vero.
— Non sei forse passato di qui tu stesso?
— No.
— È strano. Chi può mai essere? Siccome per scendere quaggiù a cavallo
ci vuole un certo grado di demenza, dev'essere uno dei pazzi di San
Girolamo fuggito sul ronzino del dottore.
— O lo spettro di Neri Maltragi.
— Chi era Neri Maltragi?
— Un Volterrano balzan da due che col suo puledro di maremma balzan da
quattro balzò nelle Balze.
— Credi agli spettri?
— Io sì.
— Allora ci precede.
— Non si va senza duca in questo inferno. Alza gli occhi! Guarda!
Le Balze strapiombavano dal cielo come la stagliata rocca al cui piede
si ritrovò, scosso dalla schiena di Gerione, quel grande Etrusco
colorato dalla bile atra. Per le paurose cavità vaneggiava l'ombra, tra
gli sbiancati dirupi simili a gigantesche pile in ruina. Le moli di San
Giusto e della Badia, l'una ferrigna l'altra ferrugigna, pareva fossero
per precipitare nella fauce; e con esse le restanti mura, e il Borgo, e
la Città sospesa, e tutte le sedi degli uomini piccole e fragili come i
nidi delle rondini in sommo dell'immenso e inesorabile orrore.
— Di lassù cadde la ghirlanda di Vana, — disse Aldo con un accento
singolare, che diede un lieve brivido a colui che montava Pergolese. —
Vedi?, proprio di lassù, da quella muraglia etrusca che di qui sembra un
mucchio di sassuoli.
Paolo aveva fermato il suo cavallo; e guardava, rapito nella tragica
visione.
— Vuoi che la cerchiamo? — soggiunse l'adolescente, con la sua dolcezza
ambigua.
S'udì il latrato di Assra, un latrato di lagnanza e di soccorso.
— Certo la cagna è al guado — disse Aldo impazientito.
E fischiò. Il latrato gli rispose. Egli fischiò ancóra. Il mugolìo
esprimeva la distretta, troppo lugubre per quelle morte biancane. Egli
voltò il cavallo verso il richiamo. Assra mugolava di là
dall'acquitrino, disperata di passarlo. Il fischio, il comando, la
minaccia non valsero. La bella creatura color di perla ondeggiava su le
sue zampe delicate, implorando da' suoi dolci occhi di cortigiana
seducente.
— Paolo! Paolo! — gridò il cavaliere verso il tumulo color di cenere che
nascondeva il nemico. — Paolo!
Il cuore terribile gli saliva alla gola col grido; ed egli per
comprimerlo contraeva la sua volontà tortuosa come quella d'una donna.
Esplorò con l'occhio veloce il deserto. Riconobbe un filone inclinato di
pietra arenaria giallastra ove lucevano miste scagliette di talco; e,
più lontano, una cresta sbiancata, più pallida d'ogni altra. Fiutò
l'aria, e vi colse un leggero nidore. Segnò con lo sguardo un cammino
parallelo a quello seguito dalle impronte del duca misterioso.
— Paolo!
Il nemico mirava ancóra le alte lavine su cui ora le nubi fumigavano per
quell'aria senza tempo tinta. La sua destra accarezzava il collo di
Pergolese e la sua anima si smarriva in una tristezza e in un orrore
irremeabili come quell'emblema sotto i cui segni egli aveva veduto
straordinariamente illuminarsi la faccia alzata e la mano tesa della
vergine olivastra. Udì il grido distinto sul mugolìo della cagna
supplichevole e sul rombo intermesso che rombava per le alture della
Valdera. Voltò il cavallo e raggiunse il fratello di Vana. Non riesciva
a orientarsi in quel vallone travaglioso.
— Assra non guada?
— Andiamo lungo l'acquitrino, che laggiù finisce.
Cavalcarono l'uno dietro l'altro per un tratto. L'uno non vedeva il viso
dell'altro. Gli zoccoli s'affondavano sino al nodello nel ceneraccio. La
cagna era inquieta, di là dal pantano. D'improvviso partì a saetta, si
perse tra le gobbe e le groppe del mattaione, squittì.
— Deve aver veduta una volpe — disse Aldo.
— Peccato che non si possa galoppare.
— Senti quest'odore di solfo?
— Viene da qualche mofeta.
Egli rispondeva senza volgere il capo, andando verso quella cresta
sbiancata più pallida d'ogni altra. Si udì lo squittire della cagna.
— Guarda là su la ripa le péste di Neri Maltragi!
Ed egli spinse al trotto Caracalla su una zona d'arenaria sfarinata dai
gemitivi.
— Tu passa per là; io giro il poggio. Assra! Assra!
Egli pareva eccitato come al principio d'una caccia. L'odore sulfureo
gli entrava nella gola. Si volse a guardare il nemico che scompariva di
là dalla cresta bianca come di salgemma e di gesso. Il cuore gli
scoppiava d'orribile tumulto. La cagna non squittiva più.
— Aldo! Aldo!
Udì il grido. Arrestò il cavallo. Attese; e l'attimo fu eterno, il
silenzio fu di morte su tutta la valle d'abisso.
— Aldo!
La voce era forte, era viva. Bisognava accorrere o attendere ancóra?
Egli udì nettamente gli zoccoli di Pergolese risonare su un filone di
pietra. Scelse con l'occhio per la ripa una crosta resistente e vi
spinse la sua bestia al galoppo. Scorse dall'alto il nemico che si
salvava su pel filone, travide qualcosa di biancastro giacente nello
spiazzo della mofeta.
— La cagna è là morta! — gli gridò Paolo arrivandogli addosso, fermando
su la cresta il cavallo ansante. — L'ho vista cadere come fulminata.
— C'è la putizza? — disse Aldo, pallidissimo, coi segni della
costernazione. — Anche tu stavi per entrarci?
Paolo Tarsis scrollò le spalle e corrugò un poco le sopracciglia; poi
drizzò Pergolese giù per il pendio, senza rispondere. L'adolescente
guardò ancóra la carogna biancastra su lo spiazzo mortifero.
— Povera Assra! Sembra che abbia voluto morire. Aveva gli occhi troppo
belli, oggi.
Discese anch'egli. Il nemico andava pensoso innanzi, seguendo le tracce
ch'essi avevano lasciate. Riguadarono l'acquitrino; cavalcarono di nuovo
tra i nudi tumuli, tra il tufo e il margone, per le sterpaie, per le
ghiare, pel dolente deserto di cenere, in silenzio. Il giorno declinava
percorso dagli spiriti frenati dell'uragano. A ponente, tra il suol
marino e l'orlo della cappa eguale, il sole sanguinava come per i labbri
d'un lunghissimo taglio.
Paolo si volse a riguardare le Balze che ora sembravano i crolli e gli
squarci delle meschite vermiglie. Incontrò gli occhi audaci del
giovinetto.
— Sai? — gli disse col suo possente sorriso. — Laggiù, dove finivano le
péste, ho veduto lo spettro di Neri Maltragi. Però stasera non lo
racconteremo.
— Non lo racconteremo — assentì quegli, senza batter ciglio. — Ma la
ghirlanda?
Le sorelle guardavano, ciascuna dal suo davanzale; e ascoltavano a ogni
istante se udissero il passo dei cavalli per gli ulivi della collina.
Tuttavia le serrava l'angoscia inesplicabile e il lento tormento della
sospesa tempesta affaticava sopra tutte le cose vive i loro cuori.
D'attesa in attesa crebbe l'affanno. E nell'una e nell'altra i pensieri
le imagini ripresero a balzare armati subitamente di musculature
leonine. E ciascuna nella sua stanza ridivenne la fiera incarcerata; e
senza tregua s'agitò tra muro e muro, tra finestra e porta.
Rimbombando il tuono giù per le ambagi sterili della Valdera, crosciando
le prime larghe gocciole su i lecci aspri, non più resistettero. Si
cercarono, s'abbracciarono come per lottare, urtarono l'un contro
l'altro i loro cuori selvaggi in una stretta discorde e concorde;
piansero, si baciarono, si morsero.
Il desiderio coceva così forte il volto d'Isabella Inghirami ch'ella ne
aveva onta; e all'aria aperta lo velava d'un velo, o lo inclinava in
attitudini sfuggenti come s'inclina una fiaccola or a seconda or a
contrasto dei soffii per evitare che il fuoco s'appicchi. Ma negli
scorci irrequieti la sua bellezza si faceva tanto acuta che il cuore
d'ognuno vi si feriva come contro una lama presentata di punta e di
taglio. Paolo Tarsis non poteva guardarla senza che la vista gli
vacillasse nella vertigine. Quando le loro pupille s'incontravano, egli
scopriva tra i cigli di lei uno sguardo ben più remoto dello sguardo
umano, che sembrava espresso dalla terribilità di un istinto più antico
degli astri. Allora quella carne frale assumeva una grandezza
insormontabile, gli appariva come un confine della vita, gli limitava il
destino come un monte limita un regno. E sentiva che, per tenerla ancóra
una volta fra le sue braccia, avrebbe mille volte tradito la sua propria
anima e gittato leggermente il resto.
— Non posso più! — ella gli disse sotto voce, accosto accosto, con
quelle labbra che erano malate di quelle parole, con quell'alito che non
era il suo ma del fuoco che s'era appreso a lei come s'apprende al
mucchio di legna e d'aromi per divorarlo.
Ella aveva mantenuto il divieto fino a quel giorno, veramente «candidata
in foco di dolore» come nel cantico del Pazzo di Cristo. Aveva consunto
le notti nel suo letto fasciata di fiamme, simile a quella madonna
senese di Taddeo di Bartolo, ch'ella teneva sul suo capezzale, cinta
dalle ali degli angeli rossi come dalle lingue dell'incendio. Quante
volte aveva detto al suo supplizio: «Ora mi levo, ora vado. Vado perché
egli non muoia. Sento che muore d'attesa e d'aridezza». Quante volte
s'era levata, era andata alla porta, era rimasta a piedi nudi su la
soglia, vedendo nel corridoio buio un turbinìo di faville, cercando di
ascoltare il respiro di Lunella e non potendo intendere se non il
fragore del suo sangue imperversato su la sua volontà vacillante! Ma
riafferrava la sua anima, la teneva ferma nelle sue mani convulse,
irrigidendosi contro la tentazione, quasi impietrandosi nella sua
durezza, simile alla pietra cruda del Palagio onde sporgono quelle
atroci pugna di ferro per gli stendardi.
Ora come il Passo del Signore, come il Libro dell'Ardore, ch'ella aveva
ripreso a Vana e vuotato dei quadrifogli e riempito di gelsomini senza
stelo, ella implorava l'alleviamento del suo voluttuoso martirio.
_Di fiori e frutti_
_M'è fornito il core._
_Di amorosi lutti_
_E d'ardore si more._
_Li miei sensi tutti_
_Languono in fervore._
_Tèmperisi l'amore,_
_Ch'io nol posso portare!_
La passione di quei cantici, quella «Pazzia non conosciuta», quella
«Pazzia illuminata», rinnovava nelle sue notti i delirii della musica.
Il battito della sua anima propagava il suo male fino alle stelle,
spandeva il suo fuoco senza raggi verso le cose eterne in travaglio onde
colavano a quando a quando quelle lacrime labili come per toccarla prima
di estinguersi. L'Amatore «dall'anima dilatata» cantava in lei per
l'amore dell'amore, come gli usignuoli indomiti che cantano finché con
essi non canti l'intero Universo. Il sonno dell'alba le veniva come su
la vittoria d'una vita tanto tenace da non poter essere sradicata né
dalla doglia né dalla voluttà.
D'improvviso, ella si svegliava al «novo tempo d'ardore» con la figura
del bacio connaturata alle sue labbra, con tutta la sua sensualità
sollevata nel suo corpo come la fame d'una moltitudine.
— Non posso più.
Ritrovava le parole anelate nell'ora quando perduta era dentro di sé
fuori di sé ed entrambi camminavano sul loro stesso tremito come su una
corda tesa e oscillante. Ritrovava quelle parole, e il terrore di quei
primi sorsi.
Anch'egli, come in quel punto, e dentro di sé e fuori di sé era perduto.
— Stanotte? — fece soffocatamente, non osando guardarla per non cedere
alla violenza che gli torceva tutto l'essere.
— No. Parti. Torna laggiù. Verrò.
— Attendere ancóra?
— Bisogna.
— È impossibile, impossibile.
— Bisogna.
Vedendolo impallidire e tremare, ella ridiveniva forte e crudele contro
lui, contro sé stessa. Gioiva di quella tortura come d'una profonda
carezza.
— Parto stasera?
— Domani.
— Un'altra notte così?
— La più bella!
— Mi accompagnerai domani?
— No. Ti raggiungerò.
— Non posso più. Ho voglia d'ucciderti.
Egli diceva le parole d'agonia e di minaccia, debole e tremante, in
preda al gorgo elementare che aggirava la sua vita come un rottame o
un'alga. Erano essi in fondo al lecceto, su lo sprone della collina
proteso come un promontorio verso le maligne piagge grige, verso le
crete gibbose e scagliose, verso le immense biancane senz'ombra.
L'impeto e l'ebrezza del volo risorsero dal loro desiderio constretto.
Essi riudirono il sibilo dell'elica, riebbero sul viso il vento della
rapidità, sentirono nell'azzurro la bianchezza della grande Àrdea come
il colore stesso della loro gioia aerea. Imaginarono di varcare lo
spazio in un solo veleggio fino al Tirreno che luceva laggiù, di là
dalla Valdera, di là dai Monti Pisani, tra Migliarino e Boccadarno.
Sorvolarono la pineta del Tombolo, scesero su la prateria salmastra;
ritrovarono la villa solitaria, la terrazza lastricata di maiolica, il
tappeto della danza, i cuscini delle carezze.
— Isa! — chiamò Aldo dall'ombra dei lecci.
La sorella si volse. Per l'opacità verdastra ove cadeva l'oro solare
crivellato dalla fronda, ella lo vide venire svelto e pieghevole con in
pugno una fiaccola fumante. Vana e Lunella lo seguivano.
— Vuoi che scendiamo? — disse egli avvicinandosi e guardando i due
trasognati con quel suo sguardo intollerabile ove il fosforo grigio
sembrava crepitare come la ragia nella torcia.
— Sì, eccoci — rispose la sorella, accesa d'un rossore subitaneo che
sgomenta aveva sentito salire alla sua faccia e più divampare nello
sforzo vano di dissimularlo.
Il giovinetto teneva la fiaccola discosta e riversa bruciacchiando
l'erba. Era vestito di tela bianca, aveva il capo scoperto, portava i
sandali; e pareva che dalla sua negligente eleganza si rivelasse la
proporzione del suo corpo degna di quella che segna il ritmo nella
Cavalcata fidiaca.
— Paolo, — disse — non sei mai disceso in un sepolcro etrusco?
— Sì, a Tarquinia.
— Ah, ti ricordi nella grotta del Convito quegli uomini tutti rossi,
quelle donne tutte bianche.... Qui non ci sono pitture; ma vedrai che
ornamento!
— E chi sa quanti pipistrelli! — disse Isa rabbrividendo. —
Forbicicchia, non hai paura?
La salvatichetta si stringeva contro il braccio di Vana, lanciando di
tratto in tratto un'occhiata torva all'ospite, di sotto il lustro nero
blu della sua capellatura.
— Mi farai cadere — fece Vana sotto voce, vacillando giù pei sassi della
viottola.
— Quest'anno non dev'esserci entrato nessuno — disse Aldo. — Il
caprifoglio ha quasi ricoperta l'imboccatura del cunicolo.
— Sai, Aldo, — disse Isa, rapida — Paolo se ne va domani.
— Di già?
Vana s'arrestò, soffocata dal fumo della torcia che la investiva.
— Duccio, tu ci affumichi! — si lagnò Lunella.
— Paolo, e non vedrai i bulicami di Monte Cèrboli dopo le bolge di San
Giusto.
— Sì, sì, — fece Isa — domani l'accompagneremo fino ai Lagoni: è un
tratto di strada.
— Lungo la Cècina perfida, forse t'apparirà un altro cavaliere
avventuroso che fece il viaggio equestre agli Inferi uscendo da
Volterra: Michele Marullo.
Non era acre di sarcasmo, non era dubbia d'ambiguità la voce
dell'adolescente quando si volgeva al nemico; eppure dava a Isabella una
così penosa inquietudine ch'ella s'affrettava a coprirla col suo tono
gaio, come se l'ultima sillaba lasciasse nell'aria uno strascico d'odio.
— E non lo racconteremo — disse Paolo Tarsis sorridendo male.
— Che cosa? che cosa? — domandò Isabella.
— Abbiamo un segreto — disse l'amato.
— Il segreto di Neri Maltragi — disse il portatore di fiaccola ridendo
su l'ingresso dell'ipogeo, sotto i festoni di caprifoglio, tra
l'ondeggiare degli ultimi papaveri e delle alte avene. — Oggi io sono il
savio duca.
E disparve nel profondo corridoio mortuario.
— Che segreto? che segreto? — ripeteva Isabella sbigottita, entrando nel
buio dietro i guizzi rossastri della torcia fumosa.
Tutti rabbrividivano, ché il gelo sotterraneo si faceva sempre più
crudo.
— Lunella, hai freddo? hai paura?
La bimba si stringeva sempre più al braccio di Vana. L'orrore della
tenebra la percosse. Ella s'arrestò di sùbito. Pontando i piedi, tentava
di trascinare indietro la sorella.
— No, no, non voglio andare!
— Vieni, vieni, piccola. Non aver paura.
— Non voglio.
— Vieni. Guarda com'è bello!
Erano nella vasta tomba partita in quattro tribune e sorretta da immani
pilastri tagliati nel medesimo tufo che cavato formava la volta. Le
casse cinerarie biancicavano su lo zoccolo intorno sporgente; e le
figure adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco,
le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace,
con nella destra la patera, il flabello, le tavolette. Ma su per i
pilastri, ma su per la volta, ma su per le pareti una misteriosa vita
serpeggiava s'intricava s'aggrovigliava, una vita di silenzio e di
ribrezzo, vegetale e animale, tòrtile e pènsile, informe e multiforme, a
cui gli sbattimenti intermessi della fiaccola parevan dare aspetto
innumerevole di scaglie e d'ali, moto indistinto di palpito e di
respiro.
— Forbicicchia, Forbicicchia, non aver paura. Guarda! — gridò Aldo
sollevando il braccio con tutta la sua forza e percotendo con la torcia
il viluppo strano.
Due ali aguzze sbatterono, una cosa floscia strise, si rappigliò, si
raggricchiò, ma non venne a terra.
— I pipistrelli! I pipistrelli!
E Forbicicchia e Morìccica e Isa, tutt'e tre, gridarono, si serrarono,
si scansarono.
— Lasciali! Lasciali! Non li aizzare! Se volano, ci tagliano.
— Non si staccano. Muoiono, ma non si staccano.
Aldo teneva la torcia levata. E appariva, per tutto, il prodigio di
sotterra. Dalle fenditure e dalle crepe le radiche degli antichi lecci
eran penetrate diramandosi e moltiplicandosi; avevano occupato con le
lor mille e mille barbe e barbucole tutta quanta la volta, rigirato i
pilastri, conquistato gli spartimenti fino allo zoccolo, in guisa di
reti e di graticci tessuti di corde strambe; e per l'umidità accagliata
sul tufo inserendo le minutissime fibre dentro gli screpoli cercavano
ovunque l'umore dell'ombra. Spessi come i ragnateli in una soffitta,
ciondolavano dalle radiche i pipistrelli nerastri, attaccati coi piedi
di dietro, fasciati dalle membrane grinze, solo sporgendo il muso e gli
orecchi tra la commettitura dell'ali. E tanto eran tenaci che parevan
fare con le radiche una sola vita mostruosa, come se gli alberi
fogliassero sotterra quel fogliame floscio e v'incominciassero a formare
gli occhi per guatare nel sepolcro.
— Non sì staccano. Si lasciano schiacciare, si lasciano sbruciacchiare,
ma non si staccano — bramiva Aldo seguitando a percuotere con la torcia
gli ostinati, invaso da una specie di frenesia crudele. — Muoiono, ma
non si staccano.
Morivano dibattendo l'ali, stridendo. Si raggruppavano, si
raggrinzivano, pesti, arsi, con un puzzo di strinato, con un sibilo di
vessiche sgonfie; ma restavano appesi pe' loro uncini alle radiche.
— Giù, giù, uno almeno, uno almeno!
Vana, Lunella, Isabella non più parevano sbigottite ma s'erano disgiunte
per seguire quel folle gioco; e, prese dal contagio, accompagnavano la
distruzione con le loro voci rotte. Per arrivare alla volta,
l'affocatore si drizzava con tutta la persona, sobbalzava e trasaltava
come in una danza incomposta. Le faville crosciavano intorno al suo capo
veemente. Egli sapeva evitarle. I suoi occhi lampeggiavano a quando a
quando, nella luce rossa e fumosa, verso Isa che per istinto secondava
coi moti involontarii l'insania del fratello.
— Non uno! Non uno!
Subitamente, a una percossa più cruda, la fiaccola si spense. Tutto il
sepolcro fu nero.
Lunella gittò un grido acutissimo di terrore, senza muoversi, impietrita
per alcuni attimi.
— Vanina! Vanina!
La fiaccola era a terra, accusata dalla moccolaia ancor rossa. Pareva
che l'insania roteasse nella tenebra.
— Vanina! Isa!
A un tratto, Paolo si sentì toccare. La sua mano fu afferrata, fu
premuta da due labbra fredde, perdutamente.
— Isa!
Come nel più lungo giorno, come sotto l'azzurro e l'oro intersecati
dalla parola spaventosa, Isabella aveva ceduto intera la bocca al bacio
selvaggio. Aveva sentito all'improvviso le dita tremanti palparla,
prenderla pel mento e per la nuca, tenerla forte. Aveva sentito una sete
mortale aspirarle il più profondo fiato, come allora. Nel primo istante,
nella cecità della brama, avviluppata dall'irresistibile fiamma, aveva
ceduto intera la bocca, quel che nella bocca aveva di più nudo e di più
occulto.
Non era il bacio dell'amante! Era un bacio di frode e di perdizione. Se
n'accorse essa, si dibatté, respinse la violenza, con un fremito che i
pianti disperati di Lunella copersero.
E tutto durò qualche istante, e fu eterno, sotterra.
Su la strada delle Moie, dove per la continua pioggia notturna la
polvere era divenuta melma simile al mattaione nel color cupo di cenere,
la Città di vento e di macigno apparve crucciosa e minacciosa nel cielo
piorno.
Paolo Tarsis la guardò mormorando:
— Addio. Non tornerò più mai alle tue porte.
Vana gli era vicina. Aveva quella povera faccia stravolta ch'egli
conosceva bene per averla già veduta al lume delle fiammelle funeree.
S'erano fermati per un lieve guasto alla macchina. Erano discesi, mentre
il meccanico lavorava nel cofano aperto. Aldo e Isabella li precedevano,
diretti alle Pomarance e ai Lagoni. Ora non pioveva; ma i nuvoli acquosi
aggravavano tutta la Val di Cècina sino alla Maremma trista, fra le cime
vaporate di Castelnuovo e quelle di Campiglia.
— Mai più? Non tornerete mai più? Non vi vedrò mai più?
Novamente l'orrore dei presagi la riempiva di visioni e di grida; ma le
grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia
appena udibile.
— Anche voi, povera piccola buona, non avete abbastanza sofferto?
Ricomincereste a vivere giorni come questi? Tutto è preferibile a
quest'inferno.
Ella disse, non creatura di carne ma spirito d'angoscia abbrancato
all'amore:
— Tutto è preferibile all'assenza, all'esservi lontana, all'essere
dimenticata. Non vedervi è peggio della morte. Io rimpiangerò
quest'inferno.
Egli avrebbe voluto chiuderle la bocca, porle su la bocca la mano
ch'ella aveva premuta nel sepolcro.
— Vana, Vana, che farò io se mi parlate così? dove ritroverò il mio
coraggio?
Ella volgeva il suo sguardo di supplicazione a tutte le cose; ella
prendeva il suo cuore e l'opponeva allo spazio, l'opponeva al tempo;
prendeva il suo dolore e sbarrava la strada, murava l'orizzonte, serrava
ogni varco.
— Perché mi avete tratta fuori da quel buio? Ora tutta la terra è vuota
sotto di me, e non ho se non la volontà di sprofondarmi. In quell'attimo
di demenza, quando cercavo la vostra mano, la cercavo come si cerca
qualcosa che ci farà morire. Ero certa che non poteva esserci più nulla,
dopo. Ero certa. Pensavo: «Ecco, tutto il male che porto sta per
cessare. Ora tutto finisce. Non ci sarà più nulla. La luce non tornerà
più. Non vedrò più nessun viso terribile». Vi giuro che questo avevo
nell'anima, in quell'attimo, che questa era la mia demenza. E non so
dire, non so dire; ma ieri mi sembrò che la luce mi profanasse, che
qualcuno mi avesse disseppellita e rigettata nella vita come in una di
queste pozzanghere, con la faccia nel fango.
Ella parlava con bassissima voce, come allora là dove il silenzio era
suggellato. Egli riceveva ogni parola come un aumento di dolore, come
una pena che entrasse nella sua pena e la dilatasse e risollevasse dal
fondo qualcuna delle forze che un tempo avevano fatta la bellezza della
sua guerra. Gli pareva di riudirla nella sua solitudine di quella notte,
con qualcosa di quella sua potenza e di quella sua pietà. Il pianto che
colava sotto quella voce senza inumidirla, gli pareva quello ch'ella
aveva pianto dentro di lui innanzi al compagno esanime, quello che tanto
gli era stato dolce nell'arido lutto. Una commozione dileguata gli si
riadunava dentro: egli la sentiva crescere fino alla pienezza. E, come
per una fenditura irreparabile, una fuga era in lui continua, una fuga
dell'intima sua sostanza, quasi che di continuo il suo sangue, le ossa
del suo petto, gli organi stessi del suo respiro divenuti un solo
miscuglio fluido e affannoso lo abbandonassero, se ne andassero,
seguissero una traccia, un cammino: la corsa di quei due già fuori della
vista, già scomparsi nella caligine.
— È la seconda volta che io sopravvivo a quel punto della mia vita, che
mi pareva il supremo. E non so morire, come non ho saputo essere quella
che tace e s'immola accanto a colui che ignora e non cura. Non so morire
e non so vivere, e neppur so più dove io sia. Ma dove posso essere se
non in colui che amo? Lasciatemi, lasciatemi dire questa parola,
lasciatemela dire, per la prima volta, per l'ultima volta, senza
speranza e senza vergogna. Non so come si sia separata dal mio cuore, a
un tratto, e sia salita, e sia uscita. Vi amo, vi amo.
Ella chiudeva gli occhi, come se le ciglia prendessero fuoco da quella
parola; chiudeva gli occhi, levava il mento, alzava il suo stretto viso
olivigno fasciato dal velo come da una benda; mostrava un viso di cieca
e di sorda, un viso di creatura chiusa in sé stessa, che non vede e non
ode e non abbandona quel che ha afferrato con tutta la forza dell'anima
come con le due branche, non l'abbandona, non lo lenta, sinché non ne
sia uccisa, non ne muoia.
— Vi amo.
Egli la guardò con uno sgomento che lo rapiva come dinanzi a
un'incarnazione mistica; guardò quella parola che non sonava come un
suono ma si foggiava come un'effigie, si stampava come un'impronta, si
faceva figura umana in sigillo d'eternità. E la medesima parola gli
apparve impressa nell'altro volto, nel volto consanguineo, ch'egli aveva
avuto accosto su per la medesima erta nella vampa del solleone. «Mi ami?
mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il
tuo desiderio? Diménticati, diménticati....» E seppe quel ch'egli
perdeva, ma non temette quel che l'attendeva. Un presentimento gli
ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse
potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua
sorte.
— Come risponderò? — disse egli; e Vana sentì nella voce maschia un
tremito che per lei tremò sopra tutta la solitudine. — Come potrò io
separare dal mio cuore la sola parola che dovrebbe esser detta?
Con gli occhi sbarrati ella fu cieca un'altra volta, fu senza lume come
chi sta per perdere i sensi e per piombare a terra. Il mondo roteò
intorno a lei come il vortice intorno al naufrago sommerso. — Qual'era,
qual'era quella sola parola? la medesima ch'ella aveva osato proferire?
— Il baleno dell'illusione bastò ad atterrarla. La paura della felicità
fu infinitamente più grande che la paura dello strazio e della morte.
Ella attese che la gioia la folgorasse. La voce si tacque.
— Addio? — gridò allora ella senza grido. — È questa la parola? Addio?
— Vana, cara cara piccola sorella, ho dentro di me il silenzio di
quell'ora, il silenzio che respirammo davanti al mio compagno disteso,
quando voi poneste il fascio delle rose su i piedi congiunti. Vivrete
sempre dentro di me con quel silenzio che è la più profonda pausa della
mia vita. Non vi mescolerò mai alle cose torbide e crudeli. Vi difenderò
pur contro me stesso. «Io sono la fidanzata segreta di colui che è là,
dietro quelle cortine, senza vita.» Come potrei violare il mistero di
quella notte? Piangeste il pianto che io non potevo piangere. Ma è
rimasto su voi non so che bagliore, qualche cosa che riluce soltanto per
me, qualche cosa che non deve più spegnersi: quell'ultimo sorriso che
voi raccoglieste.
Ella ascoltava, con gli occhi verso la terra, verso la cinerea melma
solcata dai carri; e non sentiva la tenerezza di quella voce, ma
soltanto sentiva com'egli la separasse da lui, com'egli ponesse
irreparabilmente tra loro quel sorriso quelle rose e quell'Ombra.
— Per ciò non so che darei per vedervi sorridere, piccola buona. Quando
guardo un cielo piovoso come questo, con qualche sprazzo che sfugge tra
i nuvoli, ho sempre l'ansia di vedere apparire l'arcobaleno, quello che
al domani mi apparve nel volo più alto, come il suo segno. Quando guardo
la vostra pena ho un desiderio infinito del vostro sorriso; che è vostro
e che per me è anche l'ultimo suo. Voi siete l'imagine della mia parte
di bontà di fedeltà e di purezza, che la sorte m'aveva data e poi m'ha
tolta; siete il ricordo di quella limpida gioia che il mio compagno ha
portata con sé nel buio e non riavrò più mai. Ah, se potessi liberarvi
dal male, proteggervi da ogni sciagura, essere il vostro fratello
vigilante e distante!
Ella ascoltava, con gli occhi verso le selci aguzze, verso la
carreggiata tortuosa, verso i cumuli di creta ove le rosure dell'acqua
si disponevano come le nervature nelle foglie macere o come le rughe e
le grinze nelle zampe enormi dei pachidermi schiaccianti. In tutte le
cose s'addensava una tristezza tetra, una pesantezza brutale, una
inimicizia inerte. «È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede
che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino.» Ah, certo, ella
non sapeva che tanto potesse pesare una rosa! E, sapendo che la crudeltà
può rendere felice, non sapeva che la dolcezza potesse di tanto
accrescere un male già insostenibile.
«Distante!» Aveva bene udito? Egli non parlava più: camminava al fianco
di lei, ridivenuto silenzioso, a capo chino. Ella udì il suono del passo
sul suolo molliccio. Attese ch'egli parlasse ancóra. L'intervallo si
prolungava. Entrambi calpestavano il silenzio. Ma per lei la parola
ultima si moltiplicò in ogni orma, si sparse nella solitudine, raggiunse
l'orizzonte, fu lo spazio, fu l'immensità, fu ogni cosa lontana e
inaccessa. L'ululo della sirena lacerò l'aria grigia. Entrambi
sobbalzarono e si volsero.
— Il meccanico avverte che la macchina è pronta — egli disse.
E s'accorsero che, invece di discendere a valle, erano risaliti a monte.
— Siamo tornati verso Volterra — egli disse. Ella disse, amara e
violenta:
— Verso la maledizione, verso la dannazione.
Sostarono, prima di rifare il cammino. Guardarono la Città funesta de'
cui peccati troppe volte Iddio trasse vendetta col ferro col fuoco con
la fame e con la pestilenza. Mentre in basso l'aria era morta, lei
percoteva la sua bufera eterna; ché i cipressi di sotto la Rocca
svettavano, i lecci di sotto il Castello tumultuavano. La fuga delle
nuvole testimoniava la saldezza delle mura, delle torri, delle porte,
che tra fumo e grumo ritenevano indelebili i colori dell'arsione e della
strage. La torre del Pretorio annerita dal solfo che soffocò Pecorino e
il Barlettano gittati in piazza su le picche e le corsesche; l'immane
prua di mattone appuntata a levante dallo smugnitore Gualtieri fatto
tiranno; la porta a Selci spalancata dai consanguinei dei fuorusciti ai
mercenarii di Federico Montefeltro; la porta all'Arco che serrò tra
valva e valva Bocchino Belforte scavalcato dal figlio d'Inghiramo
Inghirami e infunato come belva; la porta di San Francesco dai tre merli
ignudi onde penzolò impiccato il tamburino del Maramaldo; il bastione di
Docciola ove a scherno di Fabrizio notte e dì miagolarono i gatti
infissi negli spiedi lunghi; il Mastio fortificato d'ingiustizia e di
dolore, che disfece la bellezza di Caterina Picchena premuta dallo
spettro sanguinoso del paggio; le case munite, dalle cui finestre
grandinarono le pietre pugnerecce moltiplicate da quella che Luisa
Minucci scagliò al fante invece di pane; ogni casa, ogni torre, ogni
muro, ogni porta issava un fantasma di virtù, d'eccidio, di rapina o di
tradimento. «Sacco! Sacco!» Notte e dì, senza tregua, la ràffica vi
simulava il selvaggio urlo che tante volte aveva agghiacciato il cuore
della Città funesta: «Sacco! Sacco!»
— Addio, Volterra — sospirò Paolo Tarsis, oppresso dalla forza di
passione e di destinazione ch'esprimevano i macigni squadrati e
collegati sul monte precipite.
— Chi sa! Chi sa! — disse Vana, ridivenuta intorta e nascosta. — Forse
ci tornerete, a cercare ancóra una volta invano la ghirlanda di rose
gialle.
Si voltarono, rifecero il cammino verso la macchina che rombava su la
via aspettando di riprendere la corsa.
— Forse che sì forse che no — soggiunse, piano, con un sorriso che
poteva anche esser l'ultimo, la fidanzata dell'Ombra.
Egli patì silenziosamente la trafittura. Non parlò più. Fu intento agli
ignoti disegni che gli nascevano dall'angoscia e scomparivano pel
cammino ov'egli s'affrettava piegato sul volante per raggiungere quella
che aveva sospeso il suo amore tra la sentenza del Laberinto e l'enigma
delle Pause.
Alle Moie i fumaiuoli rossi e neri fumigarono tra i cipressi. La Cècina
luccicò nelle ghiare, dietro le file dei pioppi. Le biancane desolate
s'avvicendarono coi macchioni aspri. Dileguò il colle delle Pomarance
coperto dai lastroni d'arenaria cavernosa, tutto scavi e risalti. Monte
Cèrboli apparve inerpicato su per la sua rupe conica di gabbro. Le ripe
incenerite della Possera biancicarono, come il tristo ruscello ove
Filippo Argenti ingozza il fango. L'odore sulfureo, la nebbia del
bollore, il sibilo e il rugghio annunziarono la valle infernale.
— Come hanno corso! — disse Vana discendendo nello spiazzo. — Sono già
entrati nell'inferno.
Involontariamente Paolo affrettava il passo, avanzando la guida che li
conduceva. Un fumo denso candido caldo a un tratto li avviluppò, li
accecò, li soffocò. Si arrestarono brancolando. Si presero per le mani,
non più scorgendo il suolo dove posavano. Un fragore di vulcano
rimbombava per tutta la pendice del monte. Colpi improvvisi di vento
abbattevano i nugoli del vapore, li sparpagliavano, li spazzavano,
scoprendo i bulicami bui, i cumuli di ceneraccio e di sassi, i getti
d'acqua e di fango. I nugoli si riaddensavano, palpitavano intorno alle
buche, si laceravano ai castelli di travi, alle gigantesche trivelle, ai
tubi di ferro per ovunque diramati, ora proni ora irti, in intrichi
rugginosi e ruggenti.
— È l'inferno.
Giravano per la lorda pozza. L'acqua, simile a una broda bigia, viscosa,
untuosa, bolliva levando bolle simili a vesciche involute di belletta,
che a ogni scoppio schizzavano falde di fango contro le ripe tinte di
giallo e di sanguigno. Bolliva e soffiava come se per entro vi salisse
l'ànsito e il gorgoglio dei dannati fitti nel limo, come se nel fondo vi
s'agitasse la mischia perpetua degli iracondi. Di tratto in tratto una
bolla vi si gonfiava smisuratamente, con la violenza di una scaturigine:
pareva fosse per rompersi e per iscagliare tra spruzzi e schiume un
groppo di genti fangose che a brano a brano si troncassero e
dilacerassero. Un getto di vapore con un sibilo assordante vinceva ogni
altro strepito. Il fetore del solfo riempiva la vasta nebbia estuante.
— È l'inferno. Dove sono? si sono perduti?
Giravano di proda in proda, di bulicame in bulicame, e non udivano le
loro parole nel fragore che le copriva, nel vento che le rapiva, nel
fumo che le affiochiva. Vacillavano su le pomici nere e rosse, su
l'alberese calcinato, su i crepacci del loto misto di tritumi e di
croste. Non un filo d'erba, non uno sterpo, non uno stecco su le ripe
dolenti. Il suolo sgrigliava sfarinandosi, sgretolava tritandosi sotto i
piedi come i rosticci del ferro colati dalle fornaci, come la carbonella
cenerosa avanzata dai forni. A quando a quando da uno spiracolo terragno
un soffio torrido li investiva, con l'anelito d'un torace immane che il
macigno gravasse. Un rigagnolo di sangue fumido attraversava il passo:
era tinto dallo scolo d'uno strato di rubrica, dopo la pioggia dirotta.
Una ràffica repente schiacciava il vapore contro il suolo, lo ricacciava
nelle pozze, lo addensava negli anfratti del monte. Tutto si confondeva
nella nebbia crassa.
— Si sono perduti? Chiamateli! Chiamateli!
Allora, l'una contro l'altro, avvolti dal fumo che nascondeva ogni cosa
e anche la loro angoscia frapponendosi tra i loro volti, essi
chiamavano, chiamavano. Rispondeva il sibilo dei soffioni, il gorgòglio
dei bulicami, il rugghio dell'ira sommersa. Di là da un ripùtido
bollente, di là da un turbine di vapori che s'avvallava per una lacca
smorticcia, la voce del fratello rispose finalmente.
Videro su per la ripa avvicinarsi le ombre indistinte, traudirono parole
interrotte.
Come Paolo per entro alla lacerazione del nugolo basso moveva incontro
girando la proda solforosa, Vana gli abbrancò il braccio e lo trattenne.
Lo trattenne con un guizzo di forza.
— Addio — gemette; poi gli si abbandonò addosso, come esanime.
Aldo era là, Isabella era là, spiriti esciti dalla bufera infernale.
— È svenuta?
Non intendevano quel che dicevano. Il vento li fasciava di fumo, empiva
di fumo i loro occhi, le loro bocche. Per farsi intendere gridavano.
Gittavano un clamore confuso intorno al corpo inerte. Tutta l'ira
sommersa soffiava e rugghiava intorno a loro.
Per trarla fuori da quell'inferno, Aldo e Paolo sollevarono di peso la
creatura che non vedeva più, che non udiva più, che non aveva se non una
parola impressa sul suo stretto viso olivigno fascialo dal velo come da
una benda sacra.
La portarono a traverso la nebbia, di proda in proda, di bulicame in
bulicame, giù per la lorda pozza. Una pioggia fredda e greve si riversò
sul bollore che parve fumigar più forte. Essi credettero andare verso
nuovi tormenti e nuovi tormentati, come in un sogno d'oltremondo. Più
forte rimbombava il fragore dietro i loro passi incerti. Tutte le genti
fangose doloravano.
— Vana! Vana!
La sorella accosto accosto seguiva il trasporto. Con le sue mani e col
lembo del suo velo, curvandosi, ella cercava di difendere dalla pioggia
il viso esangue.
— Vana!
Curvandosi fin su la gola, a quando a quando ella gridava il nome, con
uno spavento che le cresceva di traccia in traccia. E curva attendeva
che le lunghe ciglia ripalpitassero.